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Intervista relativa al libro il totem nero di enzo vinicio alliegro
Tipologia: Prove d'esame
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NAllora con lei vogliamo creare un momento di approfondimento sul suo ultimo lavoro. Lei ha dato alle stampe numerose pubblicazioni, l'ultima pubblicazione in ordine temporale è questo libro, direi molto interessante e non solo per i cittadini della Basilicata, ma per i suoi contenuti, che si intitola “Il totem nero. Petrolio sviluppo e conflitti in Basilicata.”, per le edizioni Cisu. Io prima di cedere la parola con una prima domanda, vorrei leggere agli ascoltatori di Radio Radicale un pezzettino della quarta di copertina dove c'è scritto “da alcuni invocato e osannato, da altri temuto e contestato, il petrolio si è eretto quale il totem nero nei paesi Lucani ,sorta di icona ambigua che attrae e al tempo stesso respinge. simbolo di vita e di morte, di palingenesi comunitaria come di Apocalisse identitaria”. Professore lei in una parte di questo interessante volume tratteggia io direi anche qualcosa di più di tratteggiare, la strategia di occupazione territoriale da parte delle aziende petrolifere. Io inizierei da qui se lei d'accordo. Effettivamente è come dice lei, il testo a messo a fuoco alcune modalità diciamo così comportamentali, interrelazionali adottate dalle multinazionali in terra Lucana. Queste modalità possono in qualche modo essere modellizzate; io sono giunto a una sorta di decalogo, ho l'impressione che si Seguono una serie di punti piuttosto precisi, i quali chiaramente possono essere demandati in relazione alle specificità territoriali e quindi in relazione alle esigenze delle singole realtà. Come dire in termini Generali mi pare che sia un modello molto classico che funzioni proprio perché facilmente adattabile. Questo modello consta come dicevo di una serie di punti: il primo a mio avviso che le multinazionali utilizzano è l'occultamento programmatico, cioè praticamente che cosa significa, significa questo che fondamentalmente passo dopo passo le multinazionali non lasciano intendere ai territori quale sia il programma complessivo al cui interno le singole azioni si collocano. Cosa significa, significa che ad esempio ci troviamo con delle singole richieste di concessione indirizzate ad un comune, il quale non ha la possibilità di valutare diciamo così il programma complessivo all'interno del quale quella singola richiesta si colloca, ma deve come dire pronunciarsi senza sapere quale sia il disegno generale che la multinazionale persegue. Quindi questo è il primo punto, occultamento programmatico: facciamo le cose, sappiamo dove vogliamo andare a parare, ma non rendiamo noto il programma compressivo alle persone direttamente coinvolte. Posso continuare? “Se posso,una chiosa; si potrebbe sintetizzare quello che lei ha detto in una “occultamento programmatico” mi interessa molto questa cosa insomma si nega una visione di insieme oppure si potrebbe dire dividi et impera?” Esattamente, questo è un esito, il dividere il territorio e creare in qualche modo tutta una serie di fratture è l'esito di una serie di strategie, tra cui questa dell'occultamento, non far sapere non fa sapere quello che si intende fare. Strettamente connesso a questa prima strategia, è la mimetizzazione della presenza che io l'ho chiamata così nel tempo. La mimetizzazione della presenza: fare le cose nel territorio, ma in silenzio per fare vedere che si stanno facendo; chiaramente questo diventa possibile quando il territorio stesso in qualche modo è consenziente perché, attenzione, noi dobbiamo sempre prendere in considerazione che le multinazionali costruiscono delle relazioni e quindi le relazioni che vengono costruite nei territori sono l'esito chiaramente di tutta una serie di patti, di contratti di accordi più o meno ufficializzati. Ma la mimetizzazione della presenza risponde a questo aspetto: facciamo in modo che non ci sia rumore di fondo, facciamo in modo che si possa procedere senza creare polverone. Ecco questa è la seconda modalità. Quella più importante nel caso delle multinazionali è la mistificazione identitaria, ecco questa è una terza modalità. Ovvero, ma io sto agendo per gli interessi di chi? veramente ci troviamo di fronte ad un paradosso: il capitalismo che interviene nelle periferie potremmo dire ha la faccia tosta di indossare gli abiti delle società filantropiche quasi a dire “ma noi non stiamo agendo per il capitale internazionale. Noi stiamo agendo unicamente per gli interessi nazionali,per gli interessi territoriali, perché del resto siamo in parte partecipati dal governo
stesso”. Quindi la mistificazione identitaria: non pensiate che siamo dei mostri venuti da lontano e approdati in queste lande desertiche, così come si fa solitamente in paesi africani eccetera eccetera; noi siamo qui per svolgere una missione che è una sorta di missione di redenzione, noi svolgiamo il nostro compito alla luce del sole ma lo facciamo per il nostro interesse. Quindi la mistificazione identitaria. Il quarto aspetto poi è descrivibile con questa espressione “ambiguità terminologica”. Ecco quando poi dopo l'azienda, la grande multinazionale, deve interagire con il territorio, si serve di tecnicismi e dei linguaggi ingegneristici, linguaggi chiaramente criptici in qualche modo che difficilmente possono essere decodificati dalle istituzioni, dal cliente e dalle persone del posto. Ambiguità terminolgica significa in qualche modo rassicurare le persone facendo in modo però che fondamentalmente non capiscano e quindi il tecnicismo diventa uno strumento per zittire eventuali discorsi. E del resto direi il quinto aspetto è strettamente connesso a quarto;il quinto aspetto io l'ho denominato autoritarismo cognitivo. Allora ci sono in alcuni casi come dire occasioni di disputa. “Guardate che” è la voce del territorio “guardate che può darsi è un un posto in prossimità di una faglia o di una falda acquifera possa creare dei problemi”. Subentra l’ autoritarismo cognitivo: “No! Noi abbiamo fatto degli studi, abbiamo fatto degli accertamenti totalmente e completamente oggettivi, quindi siamo in grado di stabilire la verità. Non accadrà nulla.” Perché del resto che cosa accade le grandi multinazionali possono servirsi di Scienziati,di studiosi i quali chiaramente sono in grado di certificare il punto di vista più funzionale all'azienda,all'azienda stessa; è quella che io è una parte del testo ho chiamato la scienza aziendale e questo mi permette, vorrei aprire una breve parentesi “ Prego, io poi vorrei fare una domanda sul ruolo della scienza. che cosa ne pensa quando in un convegno, come accaduto di recente qui in Basilicata, viene fuori la figura del geologo mediatore io personalmente penso che lo scienziato, l'uomo di scienza debba agire in scienza e coscienza, la parola mediazione in questo cas o mi crea una qualche inquietudine da cittadino ” Guardi, lei ha perfettamente ragione e la sua inquietudine è la stessa che ho vissuto io e che in qualche modo ho documentato nella ricerca. Ecco la scienza dovrebbe effettivamente in qualche modo porre una parola definitiva su tutta una serie di questioni;lei faceva cenno ai sapere geologici, io direi che nel territorio sono stati coinvolti saperi chimici, medici, epidemiologici, giuridici biologici, geologici. Il territorio è investito da una serie di sguardi colti, questi sguardi colti però come dire non vivono di luce propria, sono saperi sempre incardinati su determinate amministrazioni, su determinati enti. Allora che cosa succede, succede questo: la scienza aziendale, le aziende producono sapere. I saperi sono punti di vista sulla realtà, i quali nell’ l'arena conflittuale che si viene a tratteggiare nella fattispecie in Val d'Agri, in generale in Basilicata e in generale la dove ci sono conflitti territoriali appunto, l’arena è costellata da sapere che provengono da prospettive completamente diverse. Allora il sapere aziendale si scontra con il sapere di Stato, ecco la cosiddetta scienza di Stato che a sua volta deve confrontarsi con la scienza accademica. Il quadro mio avviso si complica ulteriormente perché oltre ai saperi colti predisposti dalle aziende, oltre al sapere in qualche modo elaborato dalle agenzie ufficiali non so l'Arpa, o l’Istituto Superiore di Sanità, devono confrontarsi non solo con i saperi accademici ma io direi anche soprattutto con i saperi dei senza scienza. Ecco un paragrafo in questo mio libro l’ho intitolato “la scienza dei senza scienza”, ovvero quelle persone che ritengono (ritorno alla geologia) che là dove ci sono gli screen idrogeologici certificati dalle autorità competenti, bene non è possibile che in un determinato convegno si dica che in effetti è possibile declassare quel determinato territorio, come dire ridurre la rischiosità di un determinato territorio, perché lo si possa rendere diciamo così ospitale rispetto ad attività petrolifere. Queste cose purtroppo sono successe e quindi è vero quello che lei diceva di saperi che cercano di fare in qualche modo da mediazione tra interessi di enti e di società di
che io vorrei mettere a fuoco è un altro: per cogliere il disordine, Lo squilibrio di un determinato ambiente a partire da una prospettiva olistica non è assolutamente necessario fare leva solo sulla scienza colta e quindi sui saperi epidemiologici, ma basta andare a vedere la percezione del rumore la percezione dell’odore, del paesaggio che è stata in qualche modo radicata storicamente. che è stata modellata nel corso degli anni, che quindi è un prodotto culturale e che le attività petrolifere hanno chiaramente in qualche modo spazzato via. Detto diversamente le attività petrolifere si pongono come elemento di disordine in un equilibrio che era in qualche modo il prodotto di una storia, l'esito di un Interazione Uomo ambiente. Gli uomini riescono a capire che un ambiente è stato profanato a partire dal cattivo odore a partire, da una silhouette che si scaglia all'orizzonte, a partire dal rumore che disturba il riposo. Invece se noi pensiamo che lo stato di malessere dell'ambiente possa essere registrato unicamente da indicatori di natura epidemiologiche e non solo io direi che ci avviciniamo ad una parte della realtà che è consistente, che è sicuramente importante. Io direi che bisogna svolgere studi epistemologici, ma attenzione l'uomo è munito se vogliamo del proprio corpo per registrare una serie di disordine ambientali. I saperi colti dal mio punto di vista stanno purtroppo mettendo a tacere la lettura del disagio corporale che invece è meritevole di attenzione così come qualsiasi altro strumento di decodifica della realtà. Per l’altra domanda, la questione del rapporto tra le scienze sociali e in generale la politica o in questo caso i poteri economici, è una questione che è stata molto discussa nel nostro settore. Le faccio un esempio Banfield che proprio in Basilicata scrisse negli anni 50 un testo molto famoso del resto tradotto in America “Le basi morali di una società arretrata” in cui teorizzò che il sotto sviluppo del mezzogiorno fosse dovuto dal familismo amorale. Bene in effetti quello studio fu finanziato dal governo americano interessato a capire quale fosse la propensione politica dei contadini del mezogiorno d'Italia, in altre parole per capire se questi contadini se stessero orientando più verso la sinistra piuttosto che verso il centro, il centro destra. Ecco oggi torna questa questione ma le multinazionali dispongono di saperi colti, in grado di andare a verificare se una popolazione è o meno ben accetta nei confronti di un progetto industriale. In effetti mi ha chiesto questo, io ritengo che le scienze sociali in alcune in alcuni casi si siano messi a disposizione dei poteri dei poteri politici dei poteri economici. In questo caso può darsi che questo che è successo, non ne sarei certo ma sono tuttavia certo che la popolazione ritiene che questo sia successo. Nell'ambito della mia ricerca chiaramente una ricerca etnografica che si è basata su un lungo soggiorno in loco e quindi sulla condivisione di tutta una serie di attività, ecco questa ricerca mi dice che le popolazioni pensano che effettivamente ci sia stato uno studio propedeutico volto a capire quale fosse l’attitudine delle persone nel contrastare l'arrivo delle multinazionali e le multinazionali nel momento in cui avrebbero capito che il popolo Lucano è un popolo come la popolazione intervistata mi dice rassegnato apatico, avrebbero deciso di intervenire. Io penso che guardi innanzitutto questo è uno stereotipo: il popolo Lucano non è affatto e rassegnato, basterebbe fare cenno al brigantaggio, tutta una serie di azioni di protesta che abbiamo registrato proprio nei confronti del petrolio per capire che il popolo Lucano non è come dire rassegnato come si usa dire. L’ antropologia moderna ci insegna proprio questo: non è possibile generalizzare. La vicenda di cui mi sono occupato ci restituisce un popolo Lucano molto differenziato ci sono stati apocalittici ed integrati, per usare l'espressione di Eco. Alcuni hanno pensato che il petrolio fosse un treno da non perdere, altri hanno pensato che fosse una sorta di diavolo da scacciare in mille modi e di mezzo tutta una serie di posizioni che hanno cercato di mediare, che hanno cercato di cogliere il meglio, che hanno visto comunque diciamo così un qualche cosa. Ecco questo è un dato significativo di non contrastabile. Per la parte finale io parlo di “essere agitati da” che è un'espressione molto importante di Ernesto De Martino antropologo
italiano. Parlando con le persone del posto c'è quasi l'impressione che sia maturata l'idea di una di un territorio inerme, che non riesce più a governare i processi economici e io penso che questo ci restituisca l'esito di questa interazione petrolio territorio, una realtà non gestibile, non governabile, al di là di una serie di procedure simboliche volte a far capire alla popolazione che la politica sta governando. Ma in effetti viene fuori che questo processo è sui generis, un processo che cala sui territori a partire da equilibri internazionali in cui le multinazionali hanno l'ultima parola. “Prima di salutarla vorrei sottoporre alla sua attenzione un passaggio, un brano di un documento presentato da un suo collega l'architetto napoletano Aldo Loris Rossi in occasione del World Urban forum tenutosi a Napoli tra il primo e il 7 settembre del 2012 il documento si intitola la crisi del welfare state e la nuov a alleanza con la natura verso l'era post consumista Ecco il professor Rossi scrive i 250 anni della rivoluzione industriale Ovvero della nuova era della sono stati nominati nominati per il 45 dallo stato funzionalista Cioè dal paradigma meccanicista riduzioniste dal mito dello sviluppo ilimitato che hanno prodotto insieme alla affluent Society patologie oggi incontrollabili ma nell'ultima fase post industriale si è aperta una nuova prospettiva sebbene anticipata da profetiche intuizioni il paradigma organico olistico ecologico consapevole viceversa della realtà dei limiti dello sviluppo e orientato verso un'era post consumista una nuova frontiera Eco metropolitana e un'architettura che vive in simbiosi con la natura. un suo commento a queste considerazioni Ecco queste parole sono veramente degne di massima considerazione. Il paradigma dello sviluppo illimitato chiaramente ha degli antenati illustri, perchè è già l’Illuminismo che partorisce l’idea di progresso e negli anni successivi si partorisce l’idea di evoluzione, quindi l'Occidente è fortemente diciamo così debitore di questa concezione della vita, di questa filosofia della storia secondo la quale si passerebbe da forme semplici a forme più complesse, forme più evolute. Certamente la società attuale sta sperimentando invece un atteggiamento diverso nei confronti della storia del passato e del futuro, sta diciamo così che questa visione di sviluppo unilineare debba essere e rivista. Ecco in questa vicenda mi sentirei di dire che il petrolio è protagonista, perché il petrolio che tra otto e Novecento fa si che la società occidentale abbia conferma di questa visione filosofica del mondo, con il petrolio pare quasi che l'uomo possa conquistare il mondo spazi e luoghi di qualunque genere posso arrivare alla potenza,o sviluppo della tecnologia l'apoteosi. Invece adesso è proprio la crisi del modello di sviluppo economico e se vogliamo anche politico passato sul petrolio che determina quello che ho definito del testo Una sorta di rigurgito della modernità; io trovo paradossale che in alcune politiche pubbliche si dica Come forma di legittimazione delle politiche petrolifere che sia proprio il petrolio a potere finanziarie l’ uscita dal petrolio. Dobbiamo fare attenzione perché dobbiamo capire che cosa si può nascondere, dentro questa metafora c'è il petrolio che è in grado di produrre i presupposti per il suo superamento. Io farei molta attenzione al di là di questo, chiaramente ci porterebbe lontano, io ritengo che l'uomo occidentale stia sperimentando la crisi, diventa evidente che una crisi culturale, economica, politica e servono nuovi paradigmi. Il paradigma della decrescita felice va chairamente sperimentato, ma ce ne sono anche altri. Del resto sicuramente c'è stata l'idea che si debba fare qualche cosa. La rivisitazione della società occidentale dei suoi presupposti concettuali culturale ed ideologici passa lo stiamo capendo sicuramente dalla crisi economica. determinata anche dalla crisi energetica. Quindi è evidente che Nuovi sviluppi non possono che aprirsi a partire da un ripensamento Serio doveroso e articolato di queste questioni che girano intorno al petrolio. Quello che viene fuori da questo studio Lugano è che le attività economiche, questo forse è un limite del paradigma cui si faceva riferimento prima,le attività economiche vengono quasi unicamente disseminate a partire da indicatori economici: Quanti sono i posti di lavoro prodotti? Qual è l'indotto prodotto? Perché le attività economiche vanno misurate a partire da questo