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Le ragioni dell’esilio di Dante furono di carattere politico. Dante apparteneva alla fazione dei guelfi bianchi in perenne lotta con la fazione avversaria dei guelfi neri. Il 17 gennaio 1302 Dante fu accusato di baratteria, e costretto a pagare una multa e due anni di esilio. Rifiutandosi di pagare, non sentendosi colpevole, l’accusa si aggravò, e l’esilio divenne irrevocabile. Durante gli anni dell’esilio la concezione politica di Dante matura, passando da una visione municipalista a una visione universalistica. Durante gli anni dell’esilio Dante si è dedicato all’Inferno, al Purgatorio, al De vulgari eloquentia e al Convivio. Nella Divina commedia a prediligere il futuro esilio di Dante e l’impegno politico di Firenze sono prima Ciacco nel III cerchio (VI canto, quello dei golosi ), Farinata degli Uberti, (canto X, dedicato agli eresiarchi) poiché in questo girone i dannati hanno la facoltà di antivedere il futuro solo di eventi molto lontani nel tempo, poi Brunetto Latini, ( canto XV, dedicato ai violenti contro Dio) e il conte Ugolino della Gherardesca, nel canto XXXIII dedicato ai traditori della patria.
Questo nome ci è già noto quando abbiamo analizzato il VI canto con Dante che chiede a Ciacco, se Farinata si trovasse nell’Inferno o nel Paradiso, lui gli risponde che se proseguirà il suo viaggio nell’Inferno lo incontrerà.Dante incontra Farinata nel sesto cerchio quello in cui giacciono in sepolcri roventi e scoperchiati gli eretici in particolare gli epicurei che in vita non credettero nell’immortalità dell’anima, e ora costretti a stare dentro tombe infuocate, mentre Virgilio guida Dante attraverso le tombe dellà citta di Dite, Dante se fosse presente anche l’anima di Farinata. Improvvisamente una voce proveniente da una delle tombe intimorisce Dante, ma Virgilio lo esorta a guardare, e proprio qui compare Farinata visibile dalla cintola in su. Non appena Dante giunge ai piedi del sepolcro di Farinata, questi gli domanda chi fossero i suoi antenati. Il poeta rivela la sua discendenza e Farinata osserva che gli avi di Dante furono aspri nemici di lui, dei suoi antenati e della sua parte politica (i Ghibellini), tanto che li cacciò per due volte da Firenze. Dante ribatte prontamente che, se essi furono cacciati, seppero rientrare in città entrambe le volte, mentre non si può dire lo stesso degli avi di Farinata. Il loro discorso è interrotto dalla figura di Cavalcante, ma riprende con Dante il discorso parlando della battaglia di Montaperti, dove Farinata osserva che non fu il solo a partecipargli, ma fu l’unico ad apporsi alla distruzione di Firenze. Dante chiede a Farinata di risolvergli un dubbio, relativo alla facoltà che gli sembra abbiano i dannati di prevedere il futuro.
Il personaggio di Virgilio è fra i più significativi della Divina Commedia e vi svolge un ruolo di primo piano. Tra i motivi per i quali Dante lo ha scelto come sua guida vi è l’intento di confrontarsi con un’opera epica per eccellenza del mondo pagano, riscrivendola in chiave cristiana. Il rapporto che Dante instaura col personaggio di Virgilio risente del duplice ruolo che il poeta fiorentino occupa nell’opera: creatore dell’opera e personaggio. Dante- scrittore sceglie Virgilio come suo accompagnatore perché lo stima profondamente come autore particolarmente rappresentativo della cultura classica e lo fa divenire sua guida spirituale, attribuendogli anche l’appellativo di padre. Dante- personaggio si
Ad esempio, nel primo canto dell’Inferno Dante si trova di fronte una realtà sconosciuta che gli incute molta paura, ma grazie ad un’ombra che poi si rivelerà essere Virgilio, Dante è preso da un improvviso stupore. Dante ammette che ha tratto spunto dalle opere virgiliane, ecco perché lo ha scelto come accompagnatore del suo viaggio ultraterreno; lo definisce inoltre suo autore , suo maestro. Durante il
viaggio infernale Virgilio si mostrerà sempre più protettivo nei confronti di Dante, come avviene nel terzo canto dinanzi la porta dell’inferno. Qui, infatti, accorgendosi della paura di Dante lo soccorre dicendogli di non abbandonarsi al timore. Lo spirito protettivo di Virgilio si manifesta in modo sempre crescente nei gesti che il poeta latino compie per contrastare i mostri infernali incontrati durante il viaggio ultraterreno. Questo atteggiamento si mostra dapprima nelle parole rivolte a Minosse, con la famosa formula: ” vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare ”, quando il demone infernale vuole dissuadere Dante dall’entrare nell’inferno e dal fidarsi della sua guida. Successivamente nel VI canto si scorge un intervento fisico di Virgilio, che getta nelle fauci del grottesco cane Cerbero delle manciate di terra in modo da far tacere il latrato della bestia.
Paolo e Francesca sono i protagonisti del Canto V dell’Inferno, posti fra i lussuriosi del II cerchio che i vita non seppero resistere alla passione amorosa e che ora vengono travolti da una bufera inarrestabile. In questo canto l’unica a parlare è Francesca figlia del signore di Ravenna, sposata con Gianciotto Malatesta mentre Paolo, fratello di Gianciotto piange e tace per tutto il tempo. Dante nota che due di queste anime volano accoppiate e manifesta il desiderio di parlare con loro. I due spiriti si staccano dalla schiera di anime e volano verso di lui, a questo punto Dante resta turbato e per alcuni momenti resta in silenzio, gli occhi bassi. Poi parla a Francesca, chiamandola per nome, e chiedendole in quali circostanze sia iniziata la loro relazione adulterina. Francesca risponde dapprima che è doloroso ricordare del tempo felice quando si è miseri, ma se Dante vuole sapere l'origine del loro amore allora glielo racconterà. La donna narra che un giorno lei e Paolo leggevano per divertimento un libro, che parlava di Lancillotto e della regina Ginevra. Più volte la lettura li aveva indotti a cercarsi con lo sguardo e li aveva fatti impallidire. Quando lessero il punto in cui era descritto il bacio dei due amanti, anch'essi si baciarono e interruppero la lettura del libro, che fece da mezzano della loro relazione amorosa; Dante è sopraffatto dal turbamento e sviene.
Ciacco lo incontriamo nel VI canto. III cerchio, qui ci sono i golosi, che in vita furono avidi di cibi raffinati, ora si rotolano nel fango puzzolente e sono flagellati da una pioggia nera mista a grandine e neve, e sono dilaniati da Cerbero. Poco sappiamo di lui, a parte le notizie fornite da Dante e da Boccaccio nel Decameron (IX, 8), dove lo definisce un «uomo ghiottissimo quanto alcun altro fosse giammai... per altro assai costumato e tutto pieno di belli e piacevoli motti». Il nome poteva forse essere un soprannome spregiativo col senso di «porco», ma potrebbe essere anche un nome proprio. Probabilmente era un parassita che a Firenze veniva invitato ai banchetti per allietare i commensali con le sue facezie, quindi doveva essere ben noto ai lettori contemporanei della Commedia. Tutte le anime giacciono al suolo, ma una di esse si leva improvvisamente a sedere e si rivolge a Dante, chiedendogli se lo riconosce, dal momento che il poeta è nato prima che lui morisse. Dante risponde che il suo aspetto è talmente stravolto da renderlo irriconoscibile, il dannato risponde dicendo il suo nome. Dante dopo aver provato pena per Ciacco, gli pone tre domande riguardanti la vita politica di Firenze: cosa succederà alle fazioni in lotta, se vi sono cittadini giusti, quali sono le cause della discordia. Ciacco risponde alla prima domanda con una oscura profezia, dicendo che dopo una lunga contesa i due partiti (Guelfi Bianchi e Neri) verranno allo scontro fisico (la cosiddetta zuffa di Calendimaggio del 1300) e i Bianchi cacceranno i Neri con grave danno, la risposta alla seconda domanda è che i giusti a Firenze sono solo in due, ma nessuno li ascolta. Alla terza domanda Ciacco risponde che superbia, invidia ed avarizia sono le tre scintille che hanno acceso le lotte politiche. Dopo che Ciacco ha cessato di parlare lamentosamente, Dante gli domanda ancora se sa quale sia il destino ultraterreno di alcuni celebri fiorentini, tra cui Farinata Degli
mare, insieme ai compagni; si erano spinti con la nave nel Mediterraneo verso ovest, giungendo infine fino allo stretto di Gibilterra. Continuando Ulisse racconta a Dante del suo viaggio nell’emisfero sud.
Dante colloca Ugolino della Gherardesca, tra i traditori della patria, probabilmente per il tradimento del partito ghibellino, nell'Antenòra, la seconda zona del IX Cerchio dell'Inferno in cui i dannati sono imprigionati nel ghiaccio del lago Cocito, perché in vita il loro cuore fu freddo. Quest’ ultimo è sepolto in una buca insieme all'arcivescovo Ruggieri: il conte sta sopra di lui e addenta bestialmente il cranio del compagno di pena e si pulisce la bocca sui suoi capelli (non avendo possibilità di muovere le mani o alte parti del corpo). Dante si rivolge a lui chiedendogli la ragione di un tale odio, e Ugolino racconta la sua terribile storia al poeta: non ha bisogno di spiegare in che modo Ruggieri lo avesse ingannato e attirato in una trappola per imprigionarlo, ma ciò che Dante non può sapere è la crudezza della sua morte. Il conte narra di come, dopo vari mesi di prigionia nella Muda, in seguito a un fosco sogno premonitore fatto da lui una notte, il mattino dopo l'uscio della torre fu inchiodato e a lui e ai figli non fu più portato il cibo. L'atroce agonia dei prigionieri durò circa sei giorni, durante i quali Ugolino vide morire i figli uno ad uno senza poter far nulla per aiutarli; per due giorni aveva brancolato sui loro cadaveri chiamandoli per nome, poi il digiuno aveva prevalso sul dolore. Alla fine del suo racconto, il cui scopo è infamare la memoria di Ruggieri, Ugolino torna ad addentarne orribilmente il cranio.
La produzione giovanile di Boccaccio si divide nelle opere napoletane e quelle del primo periodo fiorentino. Riguardo il piano letterario, le opere napoletane sono caratterizzate dallo sperimentalismo, cioè la tendenza a sperimentare generi letterari diversi: si passa dal poema mondano-mitologico ( Caccia di Diana , dove le più belle donne della società mondana si dedicano ad una caccia in onore di Diana ), al poema epico ( Teseida , dove Arcita e Palemone, entrambi innamorati di Emilia, si si sfidano in un torneo) al poema narrativo ( Filostrato, dove Troiolo, abbandonato da Crseida, si lascia uccidere in duello da Achille), al romanzo d’avventura ( Filocolo, dove Florio, dopo una fatica d’amore, riesce a sposare Bancifiore) fino ad arrivare alle rime d’ispirazione stilnovistica (fra il giovane Dante e Dino Frescobaldi, che sono poesie con inserti di giochi). Analogamente si va da varie soluzioni metriche nelle composizioni in versi, Un simile sperimentalismo lo troviamo nell’uso della materia narrativa, in cui Boccaccio unisce fonti e motivi diversi. La tendenza al “mescolato” che caratterizza tutte le opere di Boccaccio, compreso il Decameron. Ad esempio: passa da argomenti classici di Troia e di Tebe impegnati nel Filostrato e nel Teseida, a quelli tipici del romanzo cortese, d’amore e d’avventura impegnati nel Filocolo e nella Caccia di Diana, e a volte li mescola insieme. L’opera più importante della giovinezza Boccacciana, è il romanzo di Filocolo, scritto in prosa e diviso in cinque libri. La storia viene narrata, su invito di Maria, figlia di Roberto D’Angiò, che ascoltando i casi di Florio e Bancifiore invita il poeta a raccontarne la storia. La storia parla di Bancifiore che vien accolta dal re felice, dopo la morte del padre e in seguito della madre, nello stesso giorno nasce Florio (figlio del re). I due screscono insieme leggendo ‘Arsamandi’ , finché non s’innamorano. Ma il loro amore viene ostacolato dal padre che allontana Florio e vende Bancifiore. Florio resta fedele al suo amore e a questo punto inizia la sua “fatica d’amore” e assume il nome di Filocolo e diventa un pellegrino alla ricerca della donna amata. Arrivato a Napoli, partecipa al gioco delle “questione d’more”, diretto da Fiammetta, poi giunto ad Alessandria s’introduce nella torre dove è chiusa Bancifiore, ma viene scoperto e condannato con
lei, finchè non si scopre che l’ammiraglio è lo zio di Florio e i due si sposano, intraprendendo il viaggio di ritorno. Ma a Florio manca la conversione e i due prendono il battesimo a Roma. Florio fa sapere al padre che non tornerà finché lui non si convertirà; Felice si converte e poi muore e Florio viene incoronato re. Le opere del primo periodo fiorentino sono volte ad un pubblico di una città borghese. Lo sperimentalismo si arricchisce di nuovi temi, collegandosi al genere allegorico-didattico: “amorosa visione” (dove il poeta in sogno tenta di possedere Fiammetta). Analogo sperimentalismo e <
Dopo il proemio, comincia la prima giornata. Introdotto da una rubrica, in cui si sintetizza il tema. La quale si ripete all’inizio di ogni giornata. Inoltre ogni novella è presentata anch’essa da una rubrica, che ne riassume il contenuto. L’opera è strutturata in tre livelli: la “super cornice”, in cui il protagonista e narratore è l’autore che espone le proprie opinioni; la “cornice” in cui i protagonisti e narratori sono i dieci novellatori, a sua volta la cornice serve de contenitore delle cento novelle, in cui i protagonisti sono i personaggi delle trame narrate. L’organizzazione delle novelle, non è affatto casuale: l’opera comincia con un esempio negativo e finisce con uno positivo, e nell’ultima giornata (dedicata ai signori nobili) si assiste ad un innalzamento sociale e morale. Di qui la tesi di una struttura “ascensionale” che sottolinea il parallelismo fra Decameron e commedia Dantesca. Anche se nel Decameron la struttura è orizzontale perché per Boccaccio, la verità è relativa e non scaturisce da un’ascesa verso Dio. Inoltre i vari racconti tendono a disporsi per “grappoli” tematici, in modo da costituire uno schema “ a blocchi narrativi giustopposti”.
Il volgare nella produzione petrarchesca è una lingua privata o anche, se si vuole, la lingua del privato, dell’interiorità e della coscienza. A lungo si è insistito sullo scarso valore dal poeta a questa sua attività e in effetti egli stesso definisce nugae, cioè cosette, i propri testi volgari. L’uso del volgare in Petrarca lo rivediamo in due opere: i Trionfi e il Canzoniere. Mentre più usato è il latino perché considerato dal poeta la lingua pubblica, la lingua degli intellettuali europei, la lingua capace di bloccare, eternandola, la funzione prestigiosa del dotto. Petrarca eliminò dal proprio latino, ogni influenza del volgare, restituendolo all’equilibrio e alla dignità dei maggiori cristiani e classici. La netta preferenza accordata da Petrarca alla lingua latina dipende proprio, in primo luogo, dal confronto serrato con il modello culturale latino e dal profondo rispetto per il suo valore. Infine il bilinguismo di Petrarca segna una divisione di competenze tra latino e volgare senza che ciò implichi una svalutazione delle due lingue. Nonostante il volgare sia la lingua dell’interiorità non riscontriamo ciò nel Secretum, il quale è un diario autobiografico non destinato alla pubblicazione. Non è chiara la scelta dell’uso del latino in quest’opera , dato che come nel Canzoniere lui riveste in queste opere tutti i suoi sentimenti e conflitti, soprattutto nel Secretum, che è un dialogo tra Petrarca e il suo io interiore (coscienza) rappresenta dalla figura di Sant’Agostino.
Il rapporto tra Petrarca e Sant’Agostino lo possiamo capire attraverso il Secretum, opera in latino e dialogo tra i due personaggi. Agostino rappresenta la coscienza e Petrarca la fragilità del peccatore. Il dialogo tra i due si estende in tre giorni ed è per questo che l’opera è divisa in tre libri. Sant’Agostino è una sorta di “voce interiore” attraverso la quale egli cerca di capire quali sono i motivi dei suoi conflitti interiori. Agostino rimprovera a Francesco la debolezza della volontà che non gli permette di aspirare a una vita pura, infatti dice che l’infelicità del poeta è dovuta da lui stesso, non da cause esterne, poichè non riesce a rivolgersi a Dio. Poi passa in rassegna tutti i peccati capitali soffermandosi su quelli che affliggono Francesco: la superbia per il proprio successo intellettuale e per la propria bellezza fisica, la lussuria provocata dall’amore per le bellezze terrene, più grave di tutte l’accidia perché da questa deriva la più profonda insoddisfazione del poeta. Sant’Agostino poi spiega che le due cause portanti per il mancato riscatto morale di Petrarca sono l’amore per Laura e l’attaccamento alla gloria, poiché l’una lo distoglie dal vero amore per Dio, l’altra provoca in lui vanità e superbia, nonostante Francesco tenta di spiegare i lati positivi. I due punti di vista si affrontano ma nonostante questo il dialogo è pervaso da un ansioso bisogno di raggiungere la pace interiore, alla fine del dialogo Francesco non giunge ad una conclusione che gli permette di cambiare vita e anche se volesse non riuscirebbe ad andare contro quella che è la sua natura. Anche attraverso la lettera all’ascensione al “Monte Vestoso” si capisce il forte legame che Petrarca ha vesto Sant’Agostino. Poiché proprio mentre cerca di scalare la montagna per raggiungere l’apice, segno di salvezza, egli apre una copia delle Confessioni di Sant’Agostino, copia regalatagli proprio da colui a cui è indirizzata la lettera, e legge << e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi>>. Proprio questo passo fa riflettere ancor di più Francesco, poiché proprio non riesce a capire come può ancor provare ammirazione per le cose terrene, quando sa che l’unica cosa da ammirare è l’anima cosa che al contrario suo farà suo fratello Gherardo che diventerà monaco nel
Il Canzoniere è una raccolta di 366 componimenti poetici basati tutti sull’amore non corrisposto del poeta per Laura. È un’opera scritta nell’arco di tutta la sua vita e messi insieme nella forma definitiva degli anni prima della morte 1373-1379. È impropriamente definito il Canzoniere dato che il vero titolo à
“ Francisci Petrarche laureati poete rerum vulgarium framenta”. Esso presenta una successione di poesie, tradizionalmente divise tra quelle in vita di laura(I- CCLXIII) e quelle in morte di laura ( CCLXIV-CCCXLXVI). Oltre all’amore per Laura altri temi possono essere la critica alla corruzione della curia papale di Avignone, la politica del tempo, mentre alcuni componimenti sono d’occasione e dedicati ad amici e potenti protettori del poeta. L’opera ci è stata tramandata da alcuni manoscritti tra cui specialmente il codice vaticano latino 3195. È appunto diviso in 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali. Tutta l’opera di Petrarca è caratterizzata dal dissidio interiore e dalla centralità dell’io che, cosciente di sé stesso e del mondo si riconosce limitato, debole nella volontà, fin troppo allettato dalle materialità come l’amore, la gloria e la ricchezza. La disposizione die vari testi segue un criterio prevalentemente cronologico però inteso come cronologia dei fatti narrati, non quella della scrittura. Molto importante all’interno dell’opera è il numero sei: il 6 aprile 1327, il primo incontro con Laura, il 6 aprile 1348 la morte di laura, anche nel numero totale die componimenti il numero sei compare due volte, e non per caso, poiché essi coincidono con i giorni dell’anno. L’innamoramento avviene il 6 aprile giorno della passione di Cristo. Petrarca inoltre contava gli anni a partire dalla nascita di Gesù cioè il 25 dicembre. Petrarca opera in maniera totalmente opposta a Dante, egli vuole restringere, ridurre e semplificare, lo stile evita le discese verso un registro comico-basso ma cerca piuttosto dei termini puri e semplici.
Possiamo dire che i temi fondamentali del Canzoniere in corrispondenza delle poesie: “ padre del ciel, dopo i perditi giorni” e “benedetto sia l’giorno, el mese e l’anno” sono Petrarca che loda l’amore per Laura e l’altro Petrarca che si pente dell’amore per Laura. Come lode all’amore c’è appunto il sonetto “ benedetto sia l’giorno, el mese e l’anno” qui si capisce che Petrarca associa l’incontro avvenuto con Laura ad un fatto non casuale, un evento guidato da una volontà ineluttabile, associandolo ad un miracolo. Il poeta benedice anche i momenti negativi della propria esistenza, sottolineando il concetto di donna come essere superiore all’uomo, alla quale dona gentilezza d’animo. Egli non mostra rimpianti nel descrivere le sue sofferenze, anzi sembra andarne fiero, forse perché dimostrare la propria sensibilità verso Laura rendeva il suo corteggiamento più limpido, accentuando l’idea di un amore inappagato. In antitesi vi è l’altro sonetto, nel quale l’autore si accorge della propria debolezza di volontà, non riuscendo a non amare Laura, e così invoca pietà verso Dio, confessando la sua tremenda passione che divampa nel suo cuore, nel guardare con meraviglia i suoi movimenti troppo attraenti. Chiede al signore di aiutarlo a ritornare ad un esistenza più ligia e di sconfiggere il diavolo che tramite la sua amata lo provoca a commettere peccati. Il problema del rimorso e del pentimento sboccia in un analisi in cui viene descritto il passato, come tempo della debolezza e dell’orrore e il futuro come attesa della liberazione e del riscatto. Il sonetto viene strutturato come una preghiera e Dio, in cui l’invocazione ad egli viene seguita dal ricordo del tempo perduto nel vaneggiamento e nella colpa; l’opera si apre e si chiude facendo riferimento a due preghiere importanti ( padre nostrum e miserere) per rafforzare l’idea spirituale.