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Jainismo e Buddhismo, Appunti di Filosofia Indiana

Origini delle due correnti, differenze nei fondamenti, pratiche e obiettivi.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 20/01/2021

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Il Dhamma Buddhista e il Dhamma Jainista (religioni o dottrine) presentano delle notevoli
somiglianze. Tra gli elementi in comune vi sono: la credenza nell’idea di karman (parte
fondamentale di entrambi) e l’uso dei tumuli funerari, stuupa in sanscrito (in origine dei
semplici tumuli circolari di terra dove venivano riposti i corpi dei defunti, o in alcune
occasioni ceneri, ma che gradualmente si sono evoluti in un’architettura tipica dell’ambito
indiano e centro asiatico). La presenza di tumuli funerari si rivelò alquanto sorprendente
agli occhi degli studiosi in quanto in ambito indiano i corpi generalmente venivano bruciati,
tranne nel caso di importanti personaggi, come maestri religiosi i quali venivano
seppelliti/tumulati in un monumento caratteristico indiano (pratica che prosegue ancora
oggi), il samaadh (samaadhi in sanscrito). Si tratta quindi, sia di un’usanza hindu che
buddhista; in ambito buddhista il Buddha non venne cremato, ma tumulato. Perché lo
stuupa è importante? Dal punto di vista religioso buddhista è il monumento “funerario” nel
quale sono conservate idealmente le reliquie del Buddha. Dal punto di vista della storia
dell’architettura è una struttura che si è diffusa in estremo oriente ed in Asia centrale e che
è stata reinterpretata tramite la pagoda (struttura a torre a più piani che si ritrova in Cina,
Giappone, Corea, Birmania, Vietnam)dimostrazione della diffusione dell’architettura
buddhista in oriente. Perché esistono questi elementi in comune? *premettendo che
jainismo e buddhismo tenevano particolarmente a differenziarsi; le scritture buddhiste
infatti sono piene di critiche rivolte ai jainisti e viceversa.
1. Il jainismo ha influenzato il buddhismo
2. Il buddhismo ha influenzato il jainismo
3. Jainismo e buddhismo avevano un progenitore comune, di cui noi non siamo a
conoscenza perché le scritture buddhiste e jainiste non ne parlano
Mentre Il jainismo esiste ancora in India, seguito da una piccola percentuale della
popolazione (15.000.000) in gran parte costituita da commercianti influenti, il buddhismo
scomparve durante il Medioevo, attorno al XIII secolo; era una religione già in fase di
decadenza e scomparve definitivamente con le invasioni musulmane (che distrussero i
monumenti e templi buddhisti). Nello specifico, i musulmani trovavano il buddhismo
particolarmente riprovevole; se da una parte potevano essere in grado di comprendere in
parte l’induismo che riconosceva l’esistenza di divinità supreme, non riuscivano a
comprendere invece i buddhisti, che consideravano atei. Gli unici buddhisti che rimasero
in India si collocarono al confine con i paesi buddhisti. In tempi recenti, si sono sviluppati
nuovamente dei movimenti buddhisti in India, come il movimento neo-buddhista di
Ambedhkar (1900), ma si trattava più che altro di un movimento politico contro
l’ortodossia hindu. Esistono poi comunità di immigrazione buddhiste, ad esempio comunità
tibetane (spesso non viste di buon occhio), sia nel nord dell’India che nel Sud
Dharamsala in India settentrionale (Himachal Pradesh), è il centro dove vive il Dalai Lama,
una delle massime autorità del buddhismo tibetano, ed è nota soprattutto per essere
l'attuale sede del governo tibetano in esilio (fuggendo al governo cinese).
Il jainismo sorse più o meno contemporaneamente al buddhismo. Sia le scritture buddhiste
che jainiste presentano il fondatore del buddhismo Gotama e il fondatore del jainismo
Jiina “il vincitore” come contemporanei . Raccontano che il Buddha e il Jina si
incontrarono, discussero, e vennero rappresentati addirittura alle prese con duelli magici,
vinti dal Buddha secondo le scritture buddhiste e dal Jiina secondo le scritture jainiste.
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Il Dhamma Buddhista e il Dhamma Jainista (religioni o dottrine) presentano delle notevoli somiglianze. Tra gli elementi in comune vi sono: la credenza nell’idea di karman (parte fondamentale di entrambi) e l’uso dei tumuli funerari, stuupa in sanscrito (in origine dei semplici tumuli circolari di terra dove venivano riposti i corpi dei defunti, o in alcune occasioni ceneri, ma che gradualmente si sono evoluti in un’architettura tipica dell’ambito indiano e centro asiatico). La presenza di tumuli funerari si rivelò alquanto sorprendente agli occhi degli studiosi in quanto in ambito indiano i corpi generalmente venivano bruciati, tranne nel caso di importanti personaggi, come maestri religiosi i quali venivano seppelliti/tumulati in un monumento caratteristico indiano (pratica che prosegue ancora oggi), il samaadh (samaadhi in sanscrito). Si tratta quindi, sia di un’usanza hindu che buddhista; in ambito buddhista il Buddha non venne cremato, ma tumulato. Perché lo stuupa è importante? Dal punto di vista religioso buddhista è il monumento “funerario” nel quale sono conservate idealmente le reliquie del Buddha. Dal punto di vista della storia dell’architettura è una struttura che si è diffusa in estremo oriente ed in Asia centrale e che è stata reinterpretata tramite la pagoda (struttura a torre a più piani che si ritrova in Cina, Giappone, Corea, Birmania, Vietnam)dimostrazione della diffusione dell’architettura buddhista in oriente. Perché esistono questi elementi in comune? *premettendo che jainismo e buddhismo tenevano particolarmente a differenziarsi; le scritture buddhiste infatti sono piene di critiche rivolte ai jainisti e viceversa.

  1. Il jainismo ha influenzato il buddhismo
  2. Il buddhismo ha influenzato il jainismo
  3. Jainismo e buddhismo avevano un progenitore comune , di cui noi non siamo a conoscenza perché le scritture buddhiste e jainiste non ne parlano Mentre Il jainismo esiste ancora in India, seguito da una piccola percentuale della popolazione (15.000.000) in gran parte costituita da commercianti influenti, il buddhismo scomparve durante il Medioevo, attorno al XIII secolo; era una religione già in fase di decadenza e scomparve definitivamente con le invasioni musulmane (che distrussero i monumenti e templi buddhisti). Nello specifico, i musulmani trovavano il buddhismo particolarmente riprovevole; se da una parte potevano essere in grado di comprendere in parte l’induismo che riconosceva l’esistenza di divinità supreme, non riuscivano a comprendere invece i buddhisti, che consideravano atei. Gli unici buddhisti che rimasero in India si collocarono al confine con i paesi buddhisti. In tempi recenti, si sono sviluppati nuovamente dei movimenti buddhisti in India, come il movimento neo-buddhista di Ambedhkar (1900), ma si trattava più che altro di un movimento politico contro l’ortodossia hindu. Esistono poi comunità di immigrazione buddhiste, ad esempio comunità tibetane (spesso non viste di buon occhio), sia nel nord dell’India che nel Sud  Dharamsala in India settentrionale (Himachal Pradesh), è il centro dove vive il Dalai Lama, una delle massime autorità del buddhismo tibetano, ed è nota soprattutto per essere l'attuale sede del governo tibetano in esilio (fuggendo al governo cinese). Il jainismo sorse più o meno contemporaneamente al buddhismo. Sia le scritture buddhiste che jainiste presentano il fondatore del buddhismo Gotama e il fondatore del jainismo Jiina “il vincitore” come contemporanei. Raccontano che il Buddha e il Jina si incontrarono, discussero, e vennero rappresentati addirittura alle prese con duelli magici, vinti dal Buddha secondo le scritture buddhiste e dal Jiina secondo le scritture jainiste.

Da ciò che si è riuscito a ricavare dal canone jainista (che non ci è giunto integralmente in quanto non si è conservato), per il jainismo, nella sua forma più antica, l’idea di karman era particolarmente importante l’idea che le azioni non avessero solo frutti ( phala ) immediati e visibili, ma anche frutti invisibili che si sarebbero manifestati molto tempo dopo l’azione che li aveva generati. La caratteristica centrale del jainismo è la centralità del karman e la necessità di dissolvere completamente il karman accumulato. Come si dissolve interamente il karman accumulato e come si evita di accumulare nuovo karman (effetti dell’azione che si manifesteranno in futuro)? Sopprimendo tutte le attività, evitando il più possibile di agire. L’idea di karman è condivisa dai buddhisti, ma quella dell’importanza della soppressione progressiva di tutte le attività è tipicamente jainista. I monaci/asceti jainisti, giunti all’apice del loro progresso meditativo, sospendevano qualsiasi attività (compresa quella di nutrirsi), sopprimendo volontariamente ed in maniera progressiva ogni movimento, giungendo alla morte (andavano incontro alla morte per inedia/fame). Sospendendo ogni forma di azioni si limitava l’accumulo di nuovo karman, e sembra che la natura estremamente dolorosa di tali pratiche ascetiche consentisse anche la dissoluzione del karman accumulato in precedenza (sia nella vita corrente che nelle vite precedenti). Quindi, ognuno ha un certo accumulo di karman, effetti che si devono ancora manifestare (per quelli che si sono manifestati non c’è più nulla da fare) per i quali è possibile un’ attenuazione ed in alcuni casi la progressiva dissoluzione tramite pratiche ascetichenel caso del jainismo la sospensione di ogni attività. Questo tipo di pratica ascetica richiedeva un dominio di stati di concentrazione particolarmente alto (forme di samaadhi). I jainisti credevano che tutta la sofferenza dipendesse dal karman, dal fatto di intraprendere attività di qualunque genere, Aarambha “intraprendere” Duhkha-Karman. La liberazione si otteneva astenendosi da queste attività. Si tratta di una pratica che caratterizza particolarmente il jainismo arcaico/ antico in quanto nel jainismo più tardo, e anche attualmente, è riservata ad asceti che hanno raggiunto un altissimo livello nel progresso meditativo. Ma i buddhisti erano d’accordo? L’idea del ciclo di rinascite è comune a jainisti e buddhisti (dovuto al fatto che si pensa che avessero un antecedente comune), ma per il buddhismo non è il karman a generare la sofferenza; la causa più prossima/immediata di ogni sofferenza è il desiderio , una forma ossessivo compulsiva di desiderio, in sanscrito tṛ́ṣṇā ed in paali Taṇhā , “sete, arsura, brama” e che affligge tutti gli esseri umani ordinari, i quali non se ne rendono conto in quanto è abituale; la causa remota della sofferenza umana è l’ignoranza, Avidhyaa “il non sapere, la non conoscenza” (dove a è la versione sanscrita dell’alfa privativo greco). Per il buddhismo ad innescare il karman non è l’azione in sé, il fatto materiale di agire, ma è l’intenzione (cetanaa) che si colloca dietro l’azione. Mentre il più antico canone buddhista è in lingua paali , i testi più antichi del jainismo ci sono giunti in un pracrito , lingua indoeuropea affine al sanscrito, chiamato Ardhamaagadhii “lingua di una metà (Ardha) del Magadha” (regione dell’India nord- orientaledove jainismo e buddhismo si svilupparono). L’Upaalisutta , testo che si trova nei discorsi medi del canone buddhista Majjhima Nikaya 1.16, pone a confronto la concezione jaina e quella buddhista. Il testo riporta che i jainisti aspirano alla soppressione di tutte le attività, sia fisiche che mentali, mentre per i buddhisti il fattore essenziale da osservare è l’intenzione che si colloca dietro l’azione. Questo testo si prende gioco dei jainisti e del loro ideale di immobilità totale.

che si poteva fare era non compiere nuove azioni. Secondo gli Aajiivika bisognava vivere per 8.400.000 Kalpa (1 kalpa equivale a un ciclo cosmico, e può durare 100.000 anni) e se non si fosse accumulato nuovo karman, si avrebbe avuto accesso ad una forma di liberazione. Gli Aajiivika sono paragonabili a quelli che noi oggi chiamiamo fatalisti credevano nel potere assoluto ed incontrovertibile del fato/destino, in sanscrito Niyati (in greco Ananke , dea del destino e della necessità inalterabile e del fato). Se tutto è mosso dal fato/orchestrato dal destino/dipende direttamente dal Niyati , il libero arbitrio per gli Aajiivika non esisteva. L’unico possibile atto di libertà per gli esseri umani consisteva nel sospendere l’azione. Gli Aajiivika avevano un’idea che ricorrerà nel corso della filosofia indiana: il sé, la natura profonda del soggetto/l’essenza profonda dell’essere umano, in sanscrito Purusa / Purisa in paali, è INATTIVA. La stessa idea si ritrova nel grande sistema filosofico indiano del Sāṃkhya (posteriore agli Aajiivika), nel quale si ritiene che la natura ultima/la vera natura del soggetto sia inattiva, immota, immobile. Il soggetto in ultima analisi è uno specchio/la coscienza è uno specchio che riflette l’oggetto, le cose che lo circondano, il mondo, ma non agisce; il corpo agisce, ma il soggetto non è corpo “Se io soggetto non sono il corpo, non è necessario che questo si muova” per questo è difficile pensare che credessero a qualche forma di karman; credevano più che altro al fato/destino. Si tratta di una visione molto distante da quella dei buddhisti e jainisti, anche se gli asceti di questo gruppo erano ad essi esteriormente molto simili. Questi movimenti (forse) erano tutti accomunati, ancora prima che da certe idee, dalle pratiche di samaadhi , concentrazione/contemplazione. *ricordiamo che il Buddha stesso ha aderito a due differenti scuole di contemplazione, Yoga ( ma è preferibile usare il termine samaadhi ) , prima del raggiungimento dell’illuminazione, che vanno a costituire due ulteriori gruppi ascetici della cui esistenza noi siamo a conoscenza: uno diretto dal maestro Uddaka/Udraka e l’altro diretto da Aalaara (ma non siamo a conoscenza del nome di questi gruppi e non sappiamo se avessero una propria concezione sul karman) l’epoca era caratterizzata dalla proliferazione di gruppi ascetici composti da uomini che praticavano la contemplazione. Qual è il rapporto tra tutti questi gruppi e le Upanisad? Ci sono delle idee comuni: importanza attribuita al samaadhi , quindi al dominio degli stadi/stati di coscienza, il concetto di Karman, inteso non come azione rituale (nella tradizione vedica), ma come azione con un risvolto morale/etico, l’idea di samsaara , l’idea di mukti (mutti in paali)/ moksha “liberazione”, discorso su vidhya e avidhyaa (la conoscenza che per le Upanisad era il primo valore, e l’ignoranza come controparte negativa). Ad esempio, nei discorsi lunghi del canone buddhista Samyutta nikaya 29.16, si dice di Uddaka che sostenesse una dottrina secondo cui “l’uomo vede, ma non vede in realtà, come quando vede un coltello, ma non ne vede l’essenza che è il filo (la parte tagliente)”. Quando Uddaka dice ciò si è pensato che fosse un riferimento alla dottrina Upanisadica del Brahman; il brahman è l’essenza immanente di tutte le cose, che è dentro tutte le cose, ma che è invisibile (alla percezione dell’essere umano ordinario). Ma quale fosse il rapporto tra tutti questi gruppi e le Upanisad in realtà non lo sappiamo. Tra l’altro, nel canone buddhista in generale non vi sono mai citazioni della tradizione vedica e il Buddha non cita mai le Upanisad, anzi, prende nettamente le distanze da una caratteristica dottrina Upanisadica laddove le Upanisad parlano di Aatman , ovvero dicono che l’essenza ultima/la realtà profonda di ogni soggetto è l’Aatman, il sé, che in ultima analisi coincide con la realtà profonda del tutto/del mondo, il Brahman (anima del mondo in

ambito occidentale), il Buddha insiste sull ’Anaatman non c’è un’essenza profonda/un fondamento comune; nega che vi sia questa sostanza immanente ed unica in tutte le cose (non c’è il soggetto); quella di essere un sé, un io è un’illusione. Il Buddhismo è una dottrina che oggi in filosofia chiameremmo anti-fondazionalista: dice che apparentemente non c’è un fondamento/un archè per via di questa concezione i filosofi scambiavano il buddhismo per una forma di nichilismo , ma in realtà il discorso buddhista è più sottile. Più che essere anti-fondazionalista, i buddhisti insistono sull’ indicibilità/l’ineffabilità delle cose ultime. *Wittgenstein: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. Nel canone buddhista il Buddha si rivolge oltre ai bhikkhu (quando usa il termine bhikkhave - si rivolge a tutta la comunità buddhista compresi i laici) “monaci” anche a due categorie di individui, operatori religiosi esterni al movimento buddhista (implicitamente prendendone le distanze): Śramaṇa - Braahmana , un dvanva “composto” dove Sramana indica gli asceti appartenenti ad altri movimenti ascetici affini al buddhismo (prendendo le distanze dal brahmanesimo). Stranezza: in paali il composto è Samana - braahmana , unica parola (o quasi) di tutto il campo buddhista che non viene tradotta in paali. Una possibile spiegazione è che il canone sia stato rielaborato successivamente alla morte del Buddha per far intendere che egli si rivolgeva anche ai braahmani; tale ipotesi potrebbe esser valida considerando il fatto che dove viveva il Buddha (nell’India nord- orientale) nel V secolo a.C. i braahmana/braahmani presumibilmente ancora non esistevano.