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Spiegazione vita e pensiero filosofico di Kirkegaard
Tipologia: Dispense
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Nato a Copenaghen da una famiglia borghese, che lo educa secondo rigidi principi protestanti. In pochi anni perde tutti i 5 fratelli e il padre, una tragedia che influirà sulla sua personalità. Si iscrive alla Facoltà di Teologia, e nel 1840 ottiene l’abilitazione alla carriera ecclesiastica nella Chiesa Protestante. Si reca a Berlino per seguire le lezioni di Schelling, ma torna in patria deluso da questa esperienza. Il suo animo è ormai sempre più inquieto e tormentato. Nel 1843 esce “Aut-Aut”, seguito da “Timore e tremore”, entrambi pubblicati con pseudonimi, seguito da “Il concetto d’angoscia”, “Malattia mortale” ed “Esercizio del Cristianesimo” La scelta di non comparire al pubblico con il suo vero nome contribuisce a rafforzare quell’alone di mistero che ormai avvolge la vita del filosofo. Ama però mostrarsi in pubblico, sebbene nelle vesti di un dandy ante litteram, colto e raffinato e snob, ostentano la sua eleganza e denaro. Kierkegaard confida di sentirsi isolato e straniero nel mondo, che si accentua con insuccessi editoriali. È ormai in polemica con il mondo intero e negli ultimi anni contro la sua stessa chiesa. IL SINGOLO L’Ottocento è il secolo dei grandi sistemi filosofici, apertasi con la sfida idealista e romantica alla cultura illuministica, mette capo ad una visione che abbraccia l’intero scibile umano e abbatte i limiti e confini che le tradizioni filosofiche precedenti avevano eretto.
Il concetto di “umanità” appare privo di senso: esiste solamente una moltitudine di individui che si rapporta con la propria coscienza e con quella di altri individui. Una visione che spiega l’avversione dell’autore per le folle, nelle quali l’individuo finisce per spersonalizzarsi e smarrirsi. È una visione che anticipa l’Esistenzialismo. Sarà Karl Jaspers, uno dei fondatori del movimento, a parlare di “naufragio esistenziale” dell’uomo, e Heidegger a bollare la vita moderna, massificata, come “inautentica”. Kierkegaard può essere definito come “il padre dell’esistenzialismo”, il primo ad avere spostato radicalmente la prospettiva filosofica dell’Ottocento dai grandi sistemi alle condizioni esistenziali dell’uomo. L’ANGOSCIA Una delle conquiste della modernità è la libertà, autori così diversi, come Fichte, Hegel e Marx, la celebrano di continuo. Il 1789 rappresenta un passaggio epocale, tramonta l’Ancién Regime e si afferma l’uomo moderno, “la fuoriuscita dell’uomo dallo stato di minorità”. Una fuoriuscita necessaria, come il passaggio dall’età infantile a quella adulta, che Hegel definisce “giovinezza” e la psicologia chiamerà “adolescenza”. Nell’età adulta l’uomo è responsabile delle proprie azioni: è “uomo libero” La libertà si lega al concetto di “possibilità”, rappresentano le categorie per eccellenza della modernità: senza di esse non è possibile alcun progresso per l’uomo. Kierkegaard condanna la libertà sostiene che: “la realtà potrà anche essere dura, ma la possibilità è persino più dura e possiede un volto terribile, poiché può portare anche all’annientamento” La totale possibilità si sgretola nell’impossibilità: ciò che resta è il nulla, che genera angoscia. La libertà non è di per sé qualcosa di negativo, ma l’uomo moderno, privato di una guida, non è capace di scegliere tra le innumerevoli possibilità che ha di fronte. È la possibilità di scegliere, cioè la libertà, a provocare quello che l’autore chiama “scacco esistenziale”. L’uomo si paralizza di fronte alle scelte, una paralisi che conduce all’angoscia, condizione esistenziale dell’uomo moderno. È questa la tesi che Kierkegaard sostiene in “Aut-aut”. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente stato di miseria, si trova sempre di fronte all’alternativa senza possedere alcun criterio di scelta, senza riuscire ad orientarsi. Edward Munch, pittore, vive in un periodo successivo a Kierkegaard, quando la visione del filosofo si impone nella cultura europea, con la crisi economica del 1873 e la decadenza della cultura borghese. “La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché sono stato gettato nel mondo senza potere scegliere. Qualche volta ho lasciato il sentiero per buttarmi nel vortice della vita. Ma sempre ho dovuto ritornare su questo sentiero, sul ciglio del precipizio”. Una delle opere più note di è “L’Urlo”, dipinto nel 1885. L’uomo è solo, con la sua angoscia, che è a suo modo un grido di protesta, quella del singolo dimenticato da tutti, leva il suo grido di dolore contro i grandi sistemi filosofici, la grande scienza e il progresso. Una rivolta, la medesima che porta avanti Kierkegaard con la sua filosofia. Dal quadro di Munch non pare esistere alcuna via d’uscita. Kierkegaard non sembra così pessimista. Sebbene non offra una soluzione valida per tutti, ritiene che l’unica via d’uscita sia Dio, quell’essere che la modernità ha smarrito. Nietzsche parlerà di “morte di dio”, un assassinio degli uomini moderni, che hanno trovato nel progresso le risposte alle loro domande. Vede in quella morte la fine della decadenza della civiltà occidentale, che ha creato falsi miti, credenze e valori pur di sopportare il caos della vita. Per Kierkegaard, il problema è quello di riallacciare i rapporti con dio. Parla di “peccato” degli uomini, perché sono stati gli uomini, con la conquista della libertà, a divorziare da dio.
Nella vita “normale” e “giusta” irrompe con una forza e una violenza inaudite la divinità, che ordina ad Abramo di sacrificare la vita del suo unico figlio Isacco. La vita etica di Abramo viene sconvolta, viene posto di fronte ad una scelta radicale: i doveri familiari o i doveri religiosi. È evidente che la fede assume per Kierkegaard un valore ben diverso rispetto a quanto si riscontra nella società del tempo. L’esperienza religiosa è assurda, sottolinea l’autore. Vani risultano tutti i tentativi di dargli una spiegazione razionale, essa è folle, come la fede cristiana, in quanto il Salvatore è uomo e dio al tempo stesso, è “un paradosso assoluto”: La fede non è una consolazione, come la maggioranza dei fedeli pensa. La vita religiosa pone l’uomo in assoluta solitudine, questa volta di fronte a dio. IL CRISTIANESIMO Mette nel mirino il dramma esistenziale dell’uomo proprio nel momento del suo massimo splendore, nell’Ottocento del progresso. La vita tormentata di Kierkegaard rappresenta bene il travagliato passaggio dall’antico al moderno, di un mondo che ha gradualmente emarginato dio e che si appresta a eleggere la scienza e la tecnica come nuove divinità da celebrare. Guarda con nostalgia ad un passato in cui l’uomo era in grado di fare delle scelte, in quanto obbligate, dettate cioè dal dovere di obbedienza nei confronti di dio. Ricorda con nostalgia il rapporto diretto e sofferto con dio, è infatti in aperta polemica con la sua chiesa ufficiale protestante, la quale ha smarrito il senso stesso del cristianesimo per cullarsi nella certezza dei suoi dogmi, con la presunzione di offrire la salvezza ai praticanti. La scelta radicale di Abramo mostra quale sia la via maestra per incontrare dio: quella di un salto radicale. UNO SPIRITO MODERNO La modernità di Kierkegaard si evince dalla storia stessa dell’Europa, che seguirà una strada diversa da quella delineata e sognata dai romantici. Il progresso non si fermerà, ma mostrerà un aspetto della catastrofe. Già nel 1848, l’Europa si incendia con il ruolo della vecchia dirigenza borghese in crisi profonda, con la crisi economica del 73 e la sovrapproduzione. Si forma una nuova classe borghese che assume stili di vita aristocratici, gli impianti industriali aumentano come il numero di proletari. Lo scontro è tra queste due grandi forze e delle idee che sostengono, il capitalismo finanziario e industriale da un lato e il socialismo scientifico dall’altro. Così la borghesia decade a “ceto medio”. L’Impero borghese si avvia verso la decadenza e Decadentismo è la corrente culturale, anzi l’atmosfera culturale che sostituisce l’ottimismo precedente. La reazione alla crisi da parte di un ceto relegato ai margini di quel progresso che aveva celebrato x secoli è dura. L’ottimismo è un lontano ricordo: