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Riassunto del saggio di Mario Lucidi dal titolo L'equivoco dell'arbitraire du signe. L'iposema. ripubblicazione introdotta e curata da Matteo Servilio
Tipologia: Sintesi del corso
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Introduzione di Matteo Servilio Linguista ad oggi quasi del tutto dimenticato, Mario Lucidi fa parte di quella tradizione di studi linguistici e teorico linguistici recentemente indicata come "scuola linguistica romana". Tra i suoi studi, egli si dedicò con particolare attenzione al Corso di linguistica generale di Ferdinad de Saussure, all'interno di quest'ultima cornica di interessi può essere riletto il testo de "L'equivoco de l'arbitre du signe". L'iposema del 1950. L'arbitrarietà del segno linguistico rappresenta uno dei concetti chiave dell'intera architettura teorica emergente dal Corso di linguistica generale. Il passaggio dalla trascrizione edlla forma orale e didattica delle lezioni a quella del trattato scientifico, ha inevitabilmente alterato il discorso di Saussure. De Mauro ricorda che il terzo corso fu la base dell'opera ma non dell'ordinamento, che è stato sconvolto dagli editori e ha portato ad un'inversione delle priorità: Pensiero di S. : 1. lingue 2. langue 3. facoltà e esercizio del linguaggio CGL: 1. langue e poi più marginali parole e lingue (geografia linguistica) Ulteriore problema è l'atteggiamento non sistematico nei confronti del cours, la cultura linguistica, almeno fino ahli anni 60 assimilò in maniera disorganica il cours, concentrandosi sui singoli aspetti isolati dal ontesto del pensiero saussuriano. In questo quadro si sviluppa il dibattito di Benveniste del 1939, sull'interpretazione dell'arbitrarietà del segno. L'iposema Beneviste, con l'articolo Nature du sugne linguistique, ha aperto un noto dibattito sull'arbitrarietà del segno affermata da S.. La critica riguarda in particolare i passi del Cours in cui si legge: "Il legame che unisce il significante al significato è arbitrario (enunciato 1), o ancora, poiché intendiamo con segno il totale risultante dall'associazione di un significante a un significato, possiamo dire più semplicemente: il segno linguistico è arbitrario (enunciato 2)." Da un'erronea interpretazione, Beneviste formula tale tesi:" l'affermazione Saussuriana che il legame tra significante e significato è arbitrario, non necessario, non risponde a verità; ad esso S. è giunto basandosi sull'arbitrarietà, la contigenza del rapporto fra segno e realtà, introducendo quindi un terzo termine non previsto nel rapporto tra i soli, significante e significato, che prevede la definizione di segno. L'arbitrarietà del segno sussiste, ma solo appunto nel rapporto tra segno e realtà; il legame tra significante e significato è necessario e non contingente." In realtà, Sappiamo che per S. il rapporto tra significante e significato è arbitrario, nel senso di immotivato, ovvero non naturale, non regolato da quelle leggi che, ad esempio, presuppongono le scienze sperimentali. Nei passi citati in alto, il secondo enunciato è semplicemente una formulazione più semplice del primo indicando come segno linguistico l'unione tra significante e significato. Non vi è quindi la contingenza di cui parla Benveniste, anzi la teoria saussuriana ha come ingrediente essenziale tale rapporto. Le definizioni di significato=concetto e significante= imm. acustica, non sono per S vere e leggitime ma solo definizioni provvisorie, alle quali lui stesso provvederà a precisare che significante e significato sono, nella loro essenza, valori puri, dei punti di un sistema che esistono solo in virtù di questo sistema, nei rapporti che li legano agli altri punti di esso, entità differenziali (esse sono ciò che non sono le latre entità del sistema). L'elemento che permette di superare la definizone negativa di significato e significante come unità differenziali è, appunto, il loro legame come elementi del segno, che diviene così un'entità positiva; pensiero senza suono e suono senza pesiero sarebbero due masse confuse e inanalizzabili, solo in virtù del rapporto che li lega essi possono essere analizzati in unità distinte, in segni linguistici. Quindi Saussure, non solo afferma la necessità del rapporto tra significante e
significato, ma fa dipendere da esso l'esistenza del segno, in quanto i suoi elementi, isolati, sono entità differenziali e negative. Il malinteso da parte di Benveniste si nota già nelle citazioni del primo passo,ma risulta evidente nel secondo: (il est immotivé...) là dove S si riferisce al significante immotivato cioè arbitrario in rapporto al significato, B riprende il passo ma riferendosi con "il" al segno e non al significante, cioè a dire che il segno nelle sua totalità è immotivato; tale errore si ripete anche in seguito. Così B è arrivato a credere che S abbia preso in considerazione come termini del rapporto non significante e significato , ma realtà e segno (senza forse rendersene conto) portando la discussione su un terreno infido e ponendosi tra psicologia e filosofia, tra due grovigli assolutamenti inadarri a garantire il rigore del ragionamento. Da tale malinteso sono nate molte critiche, ed ognuno , secondo le proprie tenedenze, ha mosso osservazioni che hanno complicato il dibattito. Persino gli editori del Cours si sono ritrovati a porsi sulla difensiva, sostenendo che S finisce per riconoscere ciò che comincia con il negare. Queste sono le estreme conseguenze di una polemica mal posta. SEGNO Ora se questa polemica non ha ragione di essere, molto c'è da dire sulla definizione del segno linguistico. Considerando la lingua come forma pura e i segni come valori, la linguistica diviene una scienza di valori senza oggetto, una scienza puramente sincronica, venendo meno la possibilità di prendere in considerazione il fenomeno diacronico. In questa condizione si trova, ad esempio, la glossematica di Hjelmslev, non che queste discipline non siano legittime, ma non possono esaurire la linguistica. Occorre cercare una definizione del segno linguistico che sia una Vera definizione del proprio oggetto. Noi definiamo con segno, la frase o meglio il prodotto complessivo dell'atto linguistico, e con segni linguistici allo stesso tempo definiamo, anche, le parole, i morfemi, gli elementi minori del discorso. Ma chiamare segni i prodotti complessivi dell'atto linguistico e anche le parti che lo costituiscono significa considerare nella stessa classe e sullo stesso piano, entità manifestatamente,per loro stessa natura, situati in piani diversi; e di conseguenza falsare la natura di una parte di essi. L'atto linguistico, come atto espressivo, ha la sua realizzazione unicamente nel segno considerato nella sua totalità. Non quindi nelle singole parole proferite in se per se, ma nella stessa compiutezza dell'atto significativo. L' atto linguistico è l'unità significativa per eccellenza ,il Segno, propriamente detto segno linguistico, va considerata quell'entità fonico significativa in cui si realizza l'atto linguistico nella sua compiutezza. Mentre in parole, elementi lessicali, morfemi ecc, mancano delle caratteristiche essenziali individuano qualsiasi segno. Il segno linguistico È un'entità analizzabile, L'analisi serve per rilevarne il valore significativo; ciò distingue il Segno linguistico Da tutti gli altri. Invece Morfemi parole ecc sono entità inanalizzabili che funzionano In una sfera significativa, In un ambito superiore ovvero Il segno linguistico e sono subordinati ad esso. Non sono quindi segni, Ma elementi Funzionali Del segno linguistico, E hanno ragione di essere Solo in quanto Funzionano in esso : li definiamo iposemi.