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Introduzione sulla crisi degli Euromissili durante la Guerra Fredda
Tipologia: Sintesi del corso
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Fino agli anni Settanta la strategia nucleare si è essenzialmente basata sulla dottrina MAD (Mutual Assurred Destruction, mutua distruzione assicurata) che prevedeva in caso di conflitto l’uso delle armi nucleari strategiche; si trattava di una tipologia di armi con un margine di errore di circa 5-10 km e che quindi potevano essere puntate solo su obiettivi estesi (ad esempio le città), e non puntiformi. Gli arsenali raggiunsero il numero di cinquemila testate circa per parte ed un’esplosione quasi simultanea di 250 ordigni avrebbe potuto causare una vera e propria catastrofe planetaria. Quando si parla di Euromissili ci si riferisce alla risposta occidentale all’ammodernamento messo in atto nel 1977 da parte dell’Unione Sovietica del proprio arsenale nucleare, che prevedeva la sostituzione dei vecchi missili SS-4 ed SS-5 con i nuovi SS-20 a testata multipla, ciascuna in grado di colpire un distinto obiettivo, capaci di coprire una distanza di 4-5000 km e con un margine di errore decisamente inferiore ai precedenti. Il programma sovietico prevedeva lo spiegamento di 300 di questi missili su 18 basi entro il 1985 ed anche lo spiegamento di un nuovo modello di aereo, il Backfire , dotato di maggiore velocità e capacità di volare a bassa quota, così da evitare l’avvistamento radar e favorire la penetrazione in territorio occidentale. Grazie a tali innovazioni in campo militare, sarebbe stato possibile per l’URSS colpire i paesi dell’Europa occidentale da basi più lontane e sicure. Si può ipotizzare che l’intento di Mosca fosse cercare di incrinare il principio della condivisione dei rischi, fondamentale per l’Alleanza Atlantica, che volesse ancora una volta intimidire l’Europa (in primis la Germania federale), indebolire la resistenza delle correnti pacifiste ed ottenere la resa politica. I sovietici non pensavano che gli USA avrebbero fatto ricorso all’arsenale della fine del mondo, e gli analisti occidentali erano dello stesso parere. Ad essere preoccupati erano soprattutto i tedeschi dell’Ovest, che avevano sul loro territorio l’80% delle forze della NATO e rischiavano dunque di essere il principale bersaglio dei missili SS-20. Appariva quindi necessario un adeguamento del sistema di difesa occidentale in risposta all’iniziativa sovietica, ma il problema era quello della partecipazione, che implicava una disponibilità alla concessione delle basi per lo stazionamento dei nuovi
sistemi. Nel 1979 in occasione del vertice di Guadalupa si decise l’installazione di 108 missili Pershing 2 e 464 missili da crociera Cruise (in numero pari Germania Occidentale, Italia e Gran Bretagna; a tale decisione l’URSS reagì duramente con l’abbandono delle trattative START (“Strategic arms reduction talks”) sulla riduzione delle armi strategiche offensive. La sua obiezione infatti era che questi missili di teatro, se schierati in Europa, sarebbero diventate armi di primo colpo contro l’URSS e che non si sarebbe potuta politicamente accettare una minaccia da armi nucleari stanziate sul suolo tedesco. Il cancelliere tedesco Schmidt prima di accettare lo schieramento degli euromissili sul proprio territorio pose la condizione che un altro paese dell’Europa continentale desse la stessa disponibilità e dunque fu cruciale, per approvare il programma, la decisione del governo italiano di ospitare i nuovi sistemi d’arma. L’allora capo del Governo Francesco Cossiga, appoggiato dal PSI di Craxi, dichiarò che l’Italia non avrebbe lasciato sola la Germania ed annunciò di conseguenza l’installazione di euromissili nella base di Comiso, in Sicilia. Questa decisione, nella tappa del 1979 ed in quella del 1983, è stata spiegata in linea col tema della solidarietà occidentale e dell’adempimento alle responsabilità derivanti dal ruolo di partner dell’Alleanza atlantica e con la volontà del governo pentapartito di mantenere il PCI all’opposizione, ponendolo di fronte all’alternativa tra l’isolamento o il completamento del processo di sganciamento dall’URSS. Inoltre questa scelta può essere anche interpretata con l’intenzione di mostrare una ritrovata vitalità della politica estera italiana dopo una lunga fase di stagnazione ed il ridimensionamento del peso dell’Italia nelle dinamiche internazionali (si ricordi l’esclusione dal vertice di Guadalupa del 1979). Il ristabilimento dell’equilibrio viene pagato al prezzo di installare in Europa circa duemila testate nucleari tra NATO e Patto di Varsavia. In seguito alla morte di Breznev e ad un breve interregno di Antropov, nel 1985 diventa Segretario generale del Partito comunista sovietico Michail Sergeevič Gorbačëv, che due anni più tardi, l’8 dicembre 1987, firma con il presidente statunitense Reagan il trattato INF (“Intermediate-range nuclear forces treaty”) basato sul principio della riduzione simmetrica, con severe condizioni di controllo reciproco e l’impegno dell’Unione sovietica a distruggere un numero di testate quattro volte superiore a quello degli Stati Uniti. Nel frattempo riprendono