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La malora Beppe Fenoglio, Dispense di Lingue e letterature classiche

La maolora di Beppe Fenoglio testo completo

Tipologia: Dispense

2024/2025

Caricato il 16/02/2026

letizia-santini-4
letizia-santini-4 🇮🇹

9 documenti

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Anteprima parziale del testo

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EINAUDI

all'interno di quel progetto di organicità tra intellettuali e nuovo contesto sociale, cui si dà il nome di Neorealismo; in quegli anni, nei paraggi di letteratura e cinema si aggiravano lo spauracchio dell'ornato retorico, lo spettro della soggettività fin troppo corteggiata tra le due guerre nelle varie manifestazioni dell'"io ermetico". Se, con Cesare Pavese, bisognava "riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l'uomo le creava per servirsene", un tale imperativo, etico e politico prima ancora che letterario, correva almeno due rischi. Da una parte quello della pura resa agli oggetti, infilzati uno dietro l'altro come grani di un rosario, disarticolati da ogni solida architettura; dall'altra quello dell'apriori ideologico, il moralismo di sinistra contro cui insorge già nel 1950 Carlo Emilio Gadda: "E il modo con cui i neorealisti trattano i loro temi è, di preferenza quello di un umore tetro e talora dispettoso come di chi rivendichi qualcosa da qualcheduno e attenda giustizia, di chi si senta offeso, irritato..."

Su Fenoglio non tarda ad arrivare la grandine, dalle pagine dell'"Unità": tacciato di qualunquismo piccolo-borghese, di "gretta acredine filistea" e accusato perfino di turpiloquio Fenoglio era sospetto di lesa Resistenza per il suo modo spregiudicato di prendere in carico anche i risvolti meno edificanti della lotta partigiana. Infatti gli eroi dei "Ventitre giorni" sono studenti romantici e individualisti in conflitto con la volgarità dei capi partigiani, oppure soldati-bambini alquanto sbruffoni e incauti o ancora partigiani-ladri increduli della propria condanna persino di fronte al plotone d'esecuzione: a incombere su tutti la guerra civile, trattata come necessità dai risvolti grotteschi, senza commenti lirici, senza la retorica di rito nelle celebrazioni del 25 aprile. Allo stesso modo i racconti di ambiente langhigiano non lasciano spazio alle ansie populistiche o alla preoccupazione storica, ma si affidano all'evidenza della rappresentazione sullo sfondo delle colline, con i "rittani", i "bricchi", le casupole basse e storte e il dialetto a punteggiare un dialogo secco, in una dimensione senza tempo.

Per fortuna c'è subito chi difende Fenoglio e sono i nomi prestigiosi di Carlo Bo, Giuseppe De Robertis, Geno Pampaloni, Anna Banti. La Banti, in particolare, contrasta, in nome dell'autenticità dell'esordiente, sia i fautori della letteratura come braccio secolare della politica, sia il potenziale dirigismo di Vittorini: "I suoi motivi - scrive nel 1952 - non sono mai

gratuiti, la sua scrittura non è mai strafottente, gli idiotismi dialettali vi sono introdotti con una grazia brusca ma appassionata che li giustifica: lontana dalla freddezza che li impone in altri prodotti di narrativa realistica contemporanea, gergo rapidamente svuotato e accademico prima di nascere".

Ma la pratica fenogliana dell'asprezza e l'agile trapasso tra lingua e dialetto nelle parti dialogate, qualora posti in rapporto con il verismo di fine Ottocento, rischiavano pur sempre di apparire ritardatari con l'aggravante della genericità di notazioni sociali; se paragonati a scritture contemporanee come "Paesi tuoi" (1941) e "La luna e i falò" (1950) potevano incorrere nell'accusa opposta di scarsa mediazione culturale. Fenoglio in effetti non si abbandona da intellettuale alla riscoperta mitizzante del paesaggio o delle passioni primitive né indaga il rapporto città-campagna con i filtri ideologici di un Pavese, semplicemente perché lui non è tornato in pellegrinaggio sulle Langhe, ma è vissuto lì da autodidatta, a due passi da una popolazione rurale attaccata alla terra e alla "roba", perseguitata dalla "malora", chiusa in una separatezza che non prevede deroghe alle leggi ferree del rapporto di lavoro, nemmeno all'interno del nucleo familiare.

Accogliendo anche "La malora" nella sua collana, bilanciata tra libri quasi documentari e opere di pura forza creativa, Vittorini dichiara di amare nel libro di Fenoglio la "rappresentazione a contropelo di quanto può essere aspro l'uomo con l'uomo", tuttavia fiuta il pericolo di cristallizzazione in una "maniera", che in anni di entusiasmi regionalistici i giovani scrittori possono correre. Perciò nel risvolto di copertina affaccia il timore che "appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell'Ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena: con gli 'spaccati' e le 'fette' che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale, col modo artificiosamente spigliato in cui si esprimevano a furia di afrodisiaci dialettali".

Anche questa, a suo modo, era critica profetica, vista la rapida obsolescenza di tanta narrativa d'allora, troppo facilmente ravvivata dalla cosmesi dialettale. Quanto a Fenoglio, l'avvertimento riusciva doloroso nel

L'assunzione del punto di vista e della voce di Agostino produce innanzi tutto un ispessirsi dell'apporto vernacolare nel libro, che segna il momento di massima fusione tra lingua e dialetto. Dunque non solo un dialogato reso più "orale" e verosimile dall'elemento piemontese come nei "Ventitre giorni", ma l'intero tessuto narrativo quale "forma interna" della parlata collettiva, con un procedimento d'immedesimazione che ricorda un poco quello dei "Malavoglia". La delega al narratore autobiografico significa qui assunzione globale del modo di pensare e di vedere di un ambiente, tra notazioni di costume (come l'uso della verbena per il mal di ventre e il rituale della "porrata" sulla porta dell'innamorato respinto il giorno delle nozze della bella) e paragoni ispirati alla mentalità ben concreta dei rustici: "quelli tiravano come tre manzi sotto un solo giogo"; "Baldino rideva come fanno le asine quando le portano al maschio"; "Io ero rimasto come un vitello dopo la prima mazzata". La voce narrante non deve sopraffare il brusio collettivo, di cui mima i caratteri calibrando con dosaggio sobrio elementarità biologica e stupore omerici.

Certo l'intento mimetico non ha niente a che fare con la varietà documentaria. Per accorgersene basta osservare con quanta sagacia Fenoglio svincoli il montaggio narrativo dalla cronologia piatta degli eventi: l'io che narra altera liberamente i rapporti temporali di ciò che è narrato.

Un'immagine di morte inaugura il romanzo: "Pioveva su tutte le langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. None Era mancato nella notte di giovedì l'altro e lo seppellimmo domenica tra le due messe [...] Io ero ripartito la mattina di mercoledì..." La morte del padre è violentemente anticipata rispetto alle sequenze fattuali, nell'ordine: impoverimento della famiglia, servizio militare del fratello maggiore, partenza dell'altro fratello Emilio, destinato al seminario dalla maestra creditrice dei Braida, separazione di Agostino dalla casa e servizio presso il mezzadro Tobia. Il lutto avviene dopo un anno di lontananza, dimodoché proprio al centro del libro sia collocata la ripresa in tempo "reale" dell'incidente fatale, cui fanno seguito il ritorno a piedi di Agostino tra speranze irragionevoli e presentimenti funesti, la descrizione del funerale e del pranzo offerto ai parenti, il flash-back sul singolare corteggiamento che portò al matrimonio dei genitori e, finalmente, il raccordo con l'apertura del

racconto: "E così, tra Stefano e Tobia, finii di partirmene il mercoledì [...] io in quei pochi giorni ch'ero stato di nuovo a casa, malgrado il lutto, avevo rotto l'abitudine fatta al Pavaglione in più d'un anno..."

Dal centro emotivo del resoconto si snoda poi la seconda "tranche" di vita del servitore: con l'amicizia e il distacco dal compare ribelle e giocatore perdente Mario Bernasca, la visita al seminario dove Emilio deperisce per fame, il suicidio d'un vicino, la malattia della padrona e l'arrivo della ragazza Fede con cui Agostino intreccia un idillio breve e non a lieto fine, e da ultimo il secondo e definitivo rientro a casa di Agostino, che si riallaccia ai poveri Lari in attesa di accogliere Emilio perché possa almeno morire nel suo letto.

Il realismo di fondo è pertanto screziato da una memoria che batte sul trauma più crudo, ma ritma le sequenze con un piglio narrativo vicino ai moduli della tradizione orale. Il referto si aggira intorno a pochi fatti, memorabili dentro il susseguirsi uguale dei giorni mesi stagioni scanditi da una miseria quale condizione fissa di vita. Al recupero di forme archetipe della narrazione popolare si addice anche la vaghezza dell'ambientazione storica che si può ipotizzare agli inizi del secolo inferendo da alcuni particolari (come la paga in marenghi o la leva militare regolata dall'estrazione a sorte del numero), ma che non è importante determinare; come non è importante sapere subito che Agostino racconta, cinque mesi dopo lo scadere dei tre anni di servizio, dalla sua casa ancor più misera di prima e in attesa che il fratello vi sia ricondotto per morirvi.

I temi emergono senza troppi fronzoli psicologici anche quando il sentimento che li accompagna è più intimo, come nella rievocazione del fidanzamento dei genitori, introdotta con i colori e il leggero filtro comico dell'aneddotica popolare: "Se cerco qualche fatto che possa dare un quadro di mio padre e del nostro sangue, la prima cosa che mi viene in mente è come ha fatto a conoscere e sposare nostra madre; ma bisognerebbe sentirlo contare da Netino, come ce l'ha contato a me e a Emilio l'ultima volta che fummo dai nostri parenti di Monesiglio per la festa di San Biagio". I preliminari del matrimonio vengono poi dati in presa diretta nel dialogo scontroso tra l'energica Melina "voltata e china che incestava le sue robiole" e il rude Giovanni "vestito da chiesa ma con la barba della domenica prima,

hanno bell'e pronto il commento sapienziale: "è solo il vino che è sceso fino a toccargli il cuore [...] dev'essere proprio il vino che gli è andato per la vita". D'altra parte al pranzo funebre "se sul principio si stette ancora zitti è perché avevano tutti fame, ma poi si scaldarono a parlare; parlavano degli affari che avevano fatto o che avevano in mente di fare, di prezzi e di mediazione, a un certo punto zio Annibale disse forte che lui nella vallata di Bormida aveva dei crediti per cinquanta mila lire..." Ed è davvero una rappresentazione a contropelo della durezza dei rapporti umani questa condoglianza rovesciata in totale mancanza di carità, dura lezione per chi dopo aver sperato di essere almeno assunto dai parenti ricchi deve rassegnarsi; dal momento che, si sa, "ai parenti si comanda male, se li si vuole tenere almeno un po' da parenti".

Un'abilissima tecnica di smorzatura comprime l'elemento patetico, per esempio durante la cerimonia del funerale dove Fenoglio, forse memore di certo cinema neorealista, filtra attraverso l'occhio limpido del suo eroe la commedia dei chierichetti monelli: "c'erano i chierichetti che quando i tre preti non avevano bisogno di loro si cimentavano l'un l'altro, si ficcavano le dita nel naso e stavano per dei minuti voltati verso di noi per veder bene i nostri parenti di fuori. L'ho fatto anch'io, quando ero ben lontano dall'essere in prima fila dietro una cassa".

Tuttavia, nel sincopato tonale, compare a tempo e luogo una nota più forte, il segnale di uno slittamento verso la dimensione simbolica. Ed è l'uscita di chiesa, con "una ariaccia che arruffava la coperta sulla cassa e una volta che fummo fuori del paese spense i ceri alle carmelitane"; oppure l'immagine della casa oppressa dal cielo quando un presagio funesto preme sul cuore semplice: "vidi dall'alto la nostra casa giù verso Belbo, mi sembrò che portasse sul tetto tutto il peso del cielo, e mi diede un colpo al cuore vedere la luce alla finestra di nostri, una luce che non poteva che essere quella di quattro candele". O ancora quando lo strazio per la mala sorte propria e del fratello esplode davanti alle mura sinistre del seminario: "davanti alla pietra tutta cieca sentii il bisogno di chiamar forte nostra madre, per tutt'e due".

Il tragico serpeggia nel torpore dei giorni faticosi e talora si manifesta nel fatto: straordinario, ma non per ciò stupefacente per il langhigiano che conosce l'attrazione del "gorgo" o comunque di una morte volontaria come

uscita dall'assedio di un mondo troppo chiuso, come anello di una catena di fatalità. Proprio a Agostino tocca trovarsi di contro al cadavere dell'impiccato e rammemorare la scena con la nettezza di un emblema di destino: "mi vidi contro lo stomaco i piedi di Costantino. Era lui anche se non ce la feci a guardarlo in faccia, il più su che arrivai con gli occhi fu il petto, dove aveva appuntato un foglio tutto scritto". E il tema del suicidio, recidivo nei racconti langhigiani di Fenoglio, risuona ancora in altri accenni e persino nella scoperta della cittadina di Alba, offerta allo stupore del ragazzo come una metropoli dal gran fiume portatore di morte: "Mi stampai nella testa i campanili e le torri e lo spesso delle case, e poi il ponte e il fiume, la più gran acqua che io abbia mai vista, ma così distante nella piana che potevo soltanto immaginarmi il rumore delle sue correnti, quel fiume Tanaro dove, a sentir contare, tanti della nostra razza langhetta si sono gettati a finirla".

Raramente il punto di vista adottato produce il fastidio che si prova talora davanti al naïf forzato o, per dirla in termini di tradizione italiana, al genere rusticale; e si passi a Fenoglio la descrizione della farmacia cittadina, una resa senza condizioni ai presunti mezzi immaginativi del campagnolo ("E' quella in via Maestra, per andare al duomo, con delle bisce d'oro pitturate su tutti i vetri, dentro rivestita d'un legno antico e lustro come il coro della nostra chiesa di San Benedetto, e le scansie piene di vasi che tante coppie di sposi delle nostre parti sarebbero ben contente d'avercene uno nella stanza da letto").

Di fatto un formidabile elemento equilibratore è l'impasto linguistico, per effetto di parlato popolare-regionale non alterato da escursioni tra registri alti e registri bassi, tipiche della scrittura espressionistica. La tensione verso la stringatezza, con la fusione a ciò funzionale di lingua e dialetto, non produce nella "Malora" un italiano abbassato, ma - come ha visto benissimo Beccaria - un "arcaizzamento-straniamento dell'italiano stesso", con il dato regionale a dar il tono a una lingua inusitata. A parte qualche esperimento gemello (come il racconto "L'addio" coevo e vicino al nostro tema), Fenoglio tenderà poi a alleggerire l'apporto regionale, che non lo interessa di per sé, ma tocca la massima estensione e frequenza nella "Malora" in accordo con lo statuto del narrato interno all'ambiente di cui narra.

teniamo la mano sulla testa di Agostino, che è buono e s'è sacrificato per la famiglia e sarà solo al mondo".

MARIA ANTONIETTA GRIGNANI

La presente "Nota" è precedentemente apparsa nel volume Beppe Fenoglio, "La malora", "Nuovi Coralli", Einaudi, Torino 1990.

CRONOLOGIA

Giuseppe (Beppe) Fenoglio nasce ad Alba (Cuneo), il primo marzo, da Amilcare (classe 1882) e da Margherita Faccenda (del 1896), il cui matrimonio è stato celebrato il 16 dicembre 1920. La famiglia abita in corso Langhe. E' il primogenito di tre figli (di un solo anno maggiore del fratello Walter, di undici della sorella Marisa). Il padre è originario di Monforte; sceso in città per cercarvi una sorte meno avara, vi ha trovato lavoro come garzone di macelleria. E', per dirla con Montale, un mite carnefice: uomo di animo dolce, portato all'amicizia, lavoratore; solo tendenzialmente, se non altro per estrazione, un socialista turatiano, che persevera a non prendere la tessera del fascio; quanto a religione, un "barbèt" (in albese, uno che se la fa poco coi preti). La madre è di Canale d'Alba, nell'Oltretanaro. Il governo della famiglia è tenuto saldamente da lei, donna di educazione cattolica, intelligente, energica e concreta: un carattere forte, ambiziosa per i suoi figli di una vita migliore.

"I vecchi Fenoglio, che stettero attorno alla culla di mio padre, tutti vestiti di lucido nero, col bicchiere in mano e sorridendo a bocca chiusa. Che

sposarono le più speciali donne delle langhe, avendone ognuno molti figli, almeno uno dei quali segnato. Così senza mestiere e senza religione, così imprudenti, così innamorati di sé.

Io li sento tremendamente i vecchi Fenoglio, pendo per loro (chissà se un futuro Fenoglio mi sentirà come io sento loro). A formare questa mia predilezione ha contribuito anche il giudizio negativo che su di loro ho sempre sentito esprimere da mia madre. Lei è d'oltretanaro, d'una razza credente e mercantile, giudiziosissima e sempre insoddisfatta Questi due sangui mi fanno dentro le vene una battaglia che non dico" ("Diario" XXXIV, "Myself").

Verso la fine degli anni Venti Amilcare Fenoglio si mette in proprio, da garzone diventando padrone di una macelleria nell'antico centro di Alba, a fianco del Duomo, in piazza Rossetti 1, angolo via Manzoni. La famiglia si trasferisce in un appartamento sopra la bottega, affittato da Madama Rogé (Roggero). Per qualche tempo i proventi della macelleria sono discreti, così da permettersi anche l'acquisto di una Fiat 509 su cui fare, con i bambini, brevi viaggi nel Cuneese. In piazza Rossetti i Fenoglio vivono fino al 1957.

"Quando penso, così, alla mia vita di ragazza in piazza Rossetti, mi accorgo che è stata molto insolita, bellissima e bruttissima insieme, irripetibile come irripetibile era la nostra casa, pur nella sua enorme bruttezza, vecchiezza e scomodità. Mio fratello Beppe, pur non avendo la nostra (di mio fratello Walter e mia) più lunga retrospettiva, è vissuto abbastanza per capire l'importanza di essere nati e cresciuti in quella casa a cavallo di due piazze e col Duomo di Alba a venti metri. Tutte le mattine, dal nostro balcone la casa ci offriva due mercati, col vociare della folla che saliva e ci accompagnava in cucina, con le grida dei mercanti che vendevano cravatte, pentole, stringhe, anticalli, ma sempre in una apoteosi oratoria, tenendo avvinti a sé grappoli di gente: con la fragranza variopinta ed odorosa della verdura fresca sulle bancarelle: già uno sguardo dal balcone ci permetteva