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Il libro da leggere per letteratura italiana Beppe Fenoglio
Tipologia: Dispense
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Nota introduttiva di Maria Antonietta Grignani
Promotore del debutto e regista occulto dell’itinerario segreto che porta ai dodici racconti dei “Ventitre giorni” (sei di argomento partigiano e sei langaroli) era stato, insieme a Calvino, il direttore della collana Elio Vittorini, che nel risvolto di copertina sottolineava il piglio “barbarico” del narratore nuovo, recuperando in sede critica il titolo “Racconti barbari”, una sua trovata, poi rimossa per ragioni editoriali: “Fenoglio è nato nel 1922 ad Alba, dove è vissuto fino a quando è andato soldato, e dove vive ancor oggi, procuratore d’una ditta vinicola. Fuori d’ogni descrittiva regionalistica, Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un
paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s’articolano i rapporti umani, un gusto ‘barbarico’ che persiste come gusto di vita non solo nel costume del retroterra piemontese. Ed è questo sapore ‘barbaro’ a caratterizzare i racconti che ora presentiamo, rievocanti episodi partigiani o l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con un’evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto”.
cinematografica, tematiche tagliate bravamente sulla misura della contemporaneità più umile, piglio antiretorico erano proposte circolanti all’interno di quel progetto di organicità tra intellettuali e nuovo contesto sociale, cui si dà il nome di Neorealismo; in quegli anni, nei paraggi di letteratura e cinema si aggiravano lo spauracchio dell’ornato retorico, lo spettro della soggettività fin troppo corteggiata tra le due guerre nelle varie manifestazioni dell‘“io ermetico”. Se, con Cesare Pavese, bisognava “riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l’uomo le creava per servirsene”, un tale imperativo, etico e politico prima
ancora che letterario, correva almeno due rischi. Da una parte quello della pura resa agli oggetti, infilzati uno dietro l’altro come grani di un rosario, disarticolati da ogni solida architettura; dall’altra quello dell’apriori ideologico, il moralismo di sinistra contro cui insorge già nel 1950 Carlo Emilio Gadda: “E il modo con cui i neorealisti trattano i loro temi è, di preferenza quello di un umore tetro e talora dispettoso come di chi rivendichi qualcosa da qualcheduno e attenda giustizia, di chi si senta offeso, irritato…” Su Fenoglio non tarda ad arrivare la grandine, dalle pagine dell‘“Unità”:
lirici, senza la retorica di rito nelle celebrazioni del 25 aprile. Allo stesso modo i racconti di ambiente langhigiano non lasciano spazio alle ansie populistiche o alla preoccupazione storica, ma si affidano all’evidenza della rappresentazione sullo sfondo delle colline, con i “rittani”, i “bricchi”, le casupole basse e storte e il dialetto a punteggiare un dialogo secco, in una dimensione senza tempo. Per fortuna c’è subito chi difende Fenoglio e sono i nomi prestigiosi di Carlo Bo, Giuseppe De Robertis, Geno Pampaloni, Anna Banti. La Banti, in particolare, contrasta, in nome
dell’autenticità dell’esordiente, sia i fautori della letteratura come braccio secolare della politica, sia il potenziale dirigismo di Vittorini: “I suoi motivi - scrive nel 1952 - non sono mai gratuiti, la sua scrittura non è mai strafottente, gli idiotismi dialettali vi sono introdotti con una grazia brusca ma appassionata che li giustifica: lontana dalla freddezza che li impone in altri prodotti di narrativa realistica contemporanea, gergo rapidamente svuotato e accademico prima di nascere”. Ma la pratica fenogliana dell’asprezza e l’agile trapasso tra lingua e dialetto nelle parti dialogate, qualora posti in rapporto con il verismo
terra e alla “roba”, perseguitata dalla “malora”, chiusa in una separatezza che non prevede deroghe alle leggi ferree del rapporto di lavoro, nemmeno all’interno del nucleo familiare. Accogliendo anche “La malora” nella sua collana, bilanciata tra libri quasi documentari e opere di pura forza creativa, Vittorini dichiara di amare nel libro di Fenoglio la “rappresentazione a contropelo di quanto può essere aspro l’uomo con l’uomo”, tuttavia fiuta il pericolo di cristallizzazione in una “maniera”, che in anni di entusiasmi regionalistici i giovani scrittori possono correre. Perciò nel risvolto di copertina affaccia il
timore che “appena non trattino più di cose sperimentate personalmente, essi corrano il rischio di ritrovarsi al punto in cui erano, verso la fine dell’Ottocento, i provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remigio Zena: con gli ‘spaccati’ e le ‘fette’ che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e di condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale, col modo artificiosamente spigliato in cui si esprimevano a furia di afrodisiaci dialettali”. Anche questa, a suo modo, era critica profetica, vista la rapida obsolescenza di tanta narrativa d’allora,
parentado” che avrebbero ben figurato in volume insieme alla “Malora”. Il diario del 1954 testimonia la crisi successiva all’uscita della “Malora”, ma subito dopo la certezza di non aver costruito su fondamenti d’accatto la storia del ragazzo Agostino Braida di San Benedetto Belbo, mandato a servire da Tobia Rabino in quel del Pavaglione, sulla “langa bassa” tra Benevello e Trezzo: “Da dove sono seduto vedo un gran tratto di langa, da Sant’Antonio a Ciglié. Osservo ad una ad una, le cascine che vi stanno, quale sulle creste e quale emergente appena coi tetti dai rittani, e una balsamica sicurezza mi
pervade alla certezza che in ognuna di esse può benissimo viverci, così come io le ho fatte vivere nella Malora, una famiglia Rabino ed una Braida. Compenso all’atroce crisi di dubbio che mi ha attossicato questi ultimi giorni”. La ricognizione sui luoghi conferma la cognizione antropologica del pensiero contadino, l’attendibilità per così dire geografica corrobora, per sovrappiù di accertamento fattuale, il sentimento che alona la “cosa”; ed è ciò che più conta questo pensiero-sentimento nella concezione stilistica del libro, in cui il giovane servitore Agostino assume in prima persona la responsabilità di narrare e commentare la propria vicenda
L’assunzione del punto di vista e della voce di Agostino produce innanzi tutto un ispessirsi dell’apporto vernacolare nel libro, che segna il momento di massima fusione tra lingua e dialetto. Dunque non solo un dialogato reso più “orale” e verosimile dall’elemento piemontese come nei “Ventitre giorni”, ma l’intero tessuto narrativo quale “forma interna” della parlata collettiva, con un procedimento d’immedesimazione che ricorda un poco quello dei “Malavoglia”. La delega al narratore autobiografico significa qui assunzione globale del modo di pensare e di vedere di un ambiente, tra notazioni di costume
(come l’uso della verbena per il mal di ventre e il rituale della “porrata” sulla porta dell’innamorato respinto il giorno delle nozze della bella) e paragoni ispirati alla mentalità ben concreta dei rustici: “quelli tiravano come tre manzi sotto un solo giogo”; “Baldino rideva come fanno le asine quando le portano al maschio”; “Io ero rimasto come un vitello dopo la prima mazzata”. La voce narrante non deve sopraffare il brusio collettivo, di cui mima i caratteri calibrando con dosaggio sobrio elementarità biologica e stupore omerici. Certo l’intento mimetico non ha niente a che fare con la varietà