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La memoria come la capacità di conservare e recuperare informazioni apprese nel tempo. Vengono presentate le diverse tipologie di memoria, come la memoria procedurale, dichiarativa, semantica, episodica e autobiografica. Si evidenzia come la memoria sia un sistema in continua trasformazione e come sia soggetta a suggestioni e processi di rielaborazione personale. Inoltre, si sottolinea il legame tra recupero e oblio e come la memoria sia limitata sia in termini quantitativi sia in termini temporali.
Tipologia: Dispense
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L'esperienza che facciamo in ogni momento è appresa attraverso dei complessi dispositivi mentali e viene immagazzinata nel nostro cervello per essere poi recuperata all’occorrenza. La memoria è la capacità di conservare del tempo le informazioni apprese e di recuperarle quando servono in modo pertinente, è un sistema in continuo divenire. Ricordare qualcosa è un processo attivo che modifica il ricordo stesso, per questo la memoria segue una traiettoria infinita che dura per tutta la nostra vita e costituisce sia la storia della nostra vita (MEMORIA PERSONALE), sia la storia della comunità di cui facciamo parte (STORIA COLLETTIVA). Ovviamente essendo una rielaborazione e una conservazione attiva delle informazioni implica una distorsione rispetto al ricordo oggettivo dei fatti (ovviamente impossibile), la memoria infatti è soggetta a suggestioni e processi di rielaborazione personale che tendono a migliorare il ricordo. La memoria è limitata sia in termini quantitativi sia in termini temporali e per questo è strettamente legata all’oblio che non va considerato come un processo negativo anzi, è di grande aiuto per noi perché ci permette di eliminare i ricordi superflui e lascia spazio per nuove informazioni; questo legame tra recupero e oblio ci evidenzia che la memoria è un’attività dinamica in continua trasformazione La memoria ha una struttura multisistematica siccome è composta da un insieme di processi, anche diversi tra loro, ma centrali per la cognizione umana. ● Memoria procedurale e memoria dichiarativa -> la memoria procedurale riguarda la conservazione delle competenze e le procedure da seguire per fare le cose, si attiva dai compiti di natura motoria ed è una forma di memoria implicita che ha sede nei gangli della base. Si riferisce all’apprendimento di associazioni tra stimoli e risposte, comprese quelle che implicano complesse configurazioni dello stimolo e sequenze di risposta, questi sono apprendimenti che avvengono lentamente e non comportano una rappresentazione interna ma producono direttamente i loro effetti sul comportamento, in maniera automatica, rigida ed inconsapevole. Ad esempio, possiamo essere bravissimi ad andare in bicicletta senza per questo ricordare quando e dove l’abbiamo imparato (memoria episodica), né saper spiegare come facciamo a rimanere in equilibrio (memoria semantica). Lo facciamo e basta. La memoria procedurale, dunque, non è accompagnata da alcuna consapevolezza ed è quindi definita anoetica. Le persone, di solito, hanno difficoltà a spiegare verbalmente ciò che essi sono capaci di fare e come lo fanno. La soluzione più semplice per loro è far vedere come si fa (valore ostensivo della memoria procedurale). È valutabile solo attraverso l’esecuzione delle attività in oggetto. La memoria procedurale possiede una coscienza anoetica, è caratteristica anche delle piante, di animali molto semplici e, perché no, di macchine capaci di accrescere la propria conoscenza (ad esempio i computer). La memoria dichiarativa si occupa della conservazione delle conoscenze che possono essere acquisite in 1 sola volta e sono immediatamente recuperabili, è esplicita e ha sede nell’ippocampo e nella corteccia temporale mediale. Una dimostrazione empirica della differenza tra i due tipi di memoria è fornita dalla “sindrome di Korsakoff” in cui il soggetto soffre di amnesia per i fatti recenti e di confabulazione ma, riesce a conservare in
maniera implicita i ricordi procedurali. ● Memoria semantica e memoria episodica --> Endel Tulving propose la distinzione tra i 2 tipi di memoria. La memoria episodica si riferisce all’abilità di memorizzare e recuperare eventi specifici e informazioni spazio-temporali, questi ricordi sono conservati nell’ippocampo e consolidati nelle aree corticali e recuperati nelle aree prefrontali. Le donne hanno questa tipologia di memoria più sviluppata rispetto agli uomini. La memoria episodica può essere caratterizzata da flash di memoria, cioè ricordi particolarmente vivi importanti per il loro valore a livello emotivo e cognitivo, come se fossero una fotografia della scena; possiede una coscienza autonoetica ed è l’unica che permette di risperimentare in maniera consapevole il proprio passato, possedendo una caratteristica che la rende straordinaria: la consapevolezza della propria identità e della propria esistenza in un tempo soggettivo, che si estende dal passato, attraverso il presente, al futuro. La coscienza autonoetica non soltanto ci permette di essere consapevoli dei contenuti delle nostre esperienze passate, ma ci consente anche di riviverle in riferimento a noi stessi, in una sorta di viaggio nel tempo, che assume la caratteristica soggettiva di “io ricordo”, “io so”. La coscienza autonoetica permette anche di immaginarsi nel futuro (Tulving 2002), capacità neurocognitiva, tipicamente umana, che permette la consapevolezza della dimensione temporale dell’esistenza e la possibilità di pensare il tempo soggettivo. La cronestesia è prerequisito sia della memoria episodica che della capacità di immaginare il futuro. “ K.C. era totalmente incapace di ricordare episodi del proprio passato, ma anche di immaginare il proprio futuro. Se gli veniva chiesto di descrivere il proprio stato mentale quando cercava di ricordare il passato, K.C. rispondeva: «Vuoto», la stessa risposta che forniva quando gli veniva chiesto di immaginare il proprio futuro.” Tulving ritiene che la cronestesia sia una funzione mediata dai lobi frontali e che sia specifica della specie umana, l’emergenza di questa abilità ad un certo punto dell’evoluzione avrebbe avuto un grosso ruolo nel produrre lo sviluppo della cultura e della civilizzazione ma emerge tardi nell’evoluzione della specie, come una sorta di “abbellimento” (così come lo definisce l’autore, Tulving 2002) della memoria semantica, reso possibile dalla capacità di viaggiare nel tempo. La capacità di viaggiare nel tempo e, di conseguenza, della memoria episodica così come definita da Tulving, si svilupperebbe soltanto intorno ai 4 anni. Gopnick e Graf (1988) fecero apprendere a dei bambini di età compresa tra i 3 ed i 5 anni il contenuto di un cassetto attraverso tre modalità differenti: ad alcuni fu mostrato direttamente, ad altri fu invece riferito verbalmente e ad altri ancora furono dati dei suggerimenti in modo che lo indovinassero da soli. Mentre non ci furono differenze di età nella capacità di conoscere il contenuto del cassetto, solo i bambini di 5 anni furono capaci di riferire come lo avessero appreso, mentre
sono state apprese ad esempio, possiamo conoscere il teorema di Pitagora senza necessariamente ricordare quando l’abbiamo imparato. È stata ipotizzata anche l'esistenza di reti semantiche che collegano una parola ad un'altra in base alle relazioni logiche o associative; l'emisfero sinistro attiva una specifica rete e semantica in modo selezionato, l'emisfero destro attiva la rete semantica in modo indistinto. Ovviamente il ricordo implica sempre una conoscenza ma, la conoscenza può non implicare il ricordo, siccome i l'esistenza dei simboli amodali non è stata verificata sperimentalmente a livello neurologico qualsiasi ricordo di entità astratte è recuperato con l'attivazione dei simboli percettivi che provengono dalle modalità sensoriali e motorie. Nel momento della riattivazione di un ricordo a quelli appartenenti alla memoria semantica presentano tratti di episodicità. Tulving ha dimostrato che la frequente origine esperienziale delle conoscenze semantiche non vuol dire tuttavia che esse derivano dalla memoria episodica. L’immagazzinamento delle informazioni nei due sistemi è organizzato in maniera seriale a partire dalla memoria semantica, per cui esse debbono prima essere elaborate dal sistema semantico e solo successivamente possono entrare in quello episodica, un’informazione può entrare nel magazzino semantico senza essere passata per quello episodico. Vi sono esempi clinici di soggetti con grave amnesia episodica che, tuttavia, sono in grado di acquisire nuove conoscenze semantiche, mentre non sarebbe possibile il contrario, infatti, non si può ricordare in maniera episodica, quindi, ciò che non ha preliminarmente acquisito un significato nel contesto delle nostre conoscenze precedenti. La memoria semantica, costituita da rappresentazioni consapevoli delle proprie conoscenze, è una memoria noetica, permette la consapevolezza introspettiva delle proprie conoscenze sul mondo ed è posseduta anche da animali poco evoluti e dai bambini molto piccoli. ● Memoria esplicita e memoria implicita -> la memoria esplicita è il ricordo di informazioni circa eventi specifici o conoscenze generali, è consapevole ed ha sede nel lobo temporale mediale ma soprattutto nell’ippocampo. La memoria implicita riguarda la capacità di ricordare senza essere consapevoli come per esempio le abilità motorie, è caratterizzata da una modesta varietà di tempo, di una rilevante indipendenza rispetto all'età e di una particolare connessione con l'intelligenza, viene arrivata soprattutto dai gangli della base. L’apprendimento di abilità motorie viene effettuato secondo una serie di connessioni stimolo-risposta input perfetti o--> movimento), la ripetizione di questa associazione ci permette di migliorare le nostre abilità motorie anche se non riusciamo a ricordare il momento specifico in cui sono avvenuti; ci sono delle informazioni della memoria implicita che sono in grado di modificare i nostri comportamenti senza che noi ce ne rendiamo conto. Recentemente si è riusciti, studiando pazienti con danni cerebrali, non solo a separare memoria implicita ed esplicita, ma anche a localizzare le aree del cervello deputate alle due funzioni. È discutibile se si debbano estendere le nozioni quotidiane di memoria e oblio a questi processi che implicano forme di recupero, di interferenza e di cancellazione che sono automatiche e fuori dal controllo cosciente di una persona, peraltro, pazienti con gravi forme di amnesia per informazioni esplicite riescono ad acquisire e conservare ricordi nella memoria implicita attraverso il priming e l’apprendimento motorio. Inoltre, tali soggetti presentano dei gravi deficit nella memoria esplicita ma non in quella implicita.
● Memoria autobiografica -> ci permette di definire la nostra identità presente, passata e futura personale e sociale. È la capacità di conservare le informazioni legate al sé e parte dagli inizi della seconda infanzia (circa 3 anni), comprende anche una memoria semantica personale che include i fatti autobiografici, che non differiscono sostanzialmente dagli altri fatti relativi al mondo. Incidentalmente, va notato come la memoria semantica personale può essere danneggiata più gravemente di quella relativa a personaggi pubblici, nonostante ciò possa sembrare paradossale. La memoria autobiografica è particolarmente connessa alla produzione di cortisolo siccome una grande quantità provoca un deterioramento della memoria autobiografica. ● Memoria del passato e memoria del futuro -> la memoria retrospettiva riguarda la conservazione e il recupero dei ricordi riguardo eventi del passato. La memoria prospettica riguarda il doversi ricordare di compiere un'azione nel futuro, processo molto complesso che secondo Antonella Brandimonte si articola in 6 fasi: formazione intenzione, ricordare che cosa fare, ricordarsi quando fare, ricordarsi di compiere l'azione, compiere l'azione nel modo stabilito, ricordare di aver compiuto l'azione per non ripetere di nuovo. La memoria prospettica evidenzia un problema generale della memoria: questa non è un magazzino in cui sono riposti degli oggetti che prendiamo quando ne abbiamo bisogno, ma è piuttosto una biblioteca di cui dobbiamo imparare le strategie di catalogazione e immagazzinamento se vogliamo poi recuperare quello che ci serve. Per esempio: quante volte abbiamo avuto l’impressione di avere un nome sulla punta della lingua? Il recupero è agevole solo se immagazziniamo con determinate strategie: strategie di codifica = vengono messe in atto in fase di elaborazione del materiale (reiterazione o raggruppamento); strategie di recupero = vengono attivate nel momento in cui serve un’informazione. La diversità di ricordo si spiega anche con l’esistenza di un doppio sistema di codifica, uno verbale e l’altro immaginativo, è il meccanismo della doppia codifica di Paivio = mnemotecnica dei loci: un sistema adottato fin dall’antichità per ricordare meglio che consiste nell’individuazione di un numero di luoghi lungo un percorso noto in quanto abituale. Si tratta di una tecnica che è tanto più utile, quanto più il materiale da ricordare è frammentario e non organizzato.
Codifica e modello modale, la MBT= codifica fonologica/MLT= codifica semantica distinzione ipersemplificata (Baddeley e Levy, 1971).
Una volta che l’informazione passa dalla MS alla MBT essa può essere codificata nella MLT Per collocare le informazioni nei depositi di memoria bisogna codificarle, ovvero trasformare l’informazione in una rappresentazione mentale collocata in un deposito di memoria, l’attenzione, insieme ad altri fattori, determina la forza della codifica con 3 livelli di elaborazione (teoria dei livelli di elaborazione): ● Livello superficiale --> apprendiamo solo gli aspetti strutturali e fisici di uno stimolo, ricordiamo solo il 16% dell’info ● Livello intermedio --> apprendiamo aspetti fonologici di uno stimolo, ricordiamo il 57% dell’info ● Livello profondo o semantico --> apprendiamo le componenti semantiche dello stimolo, ricordiamo il 78% dell’info Il processo di codifica può essere potenziato con alcuni fattori: se partecipiamo attivamente alla formazione dell’informazione ce la ricorderemo meglio siccome prestiamo maggiore attenzione e interesse rispetto a quando memorizziamo in modo passivo (effetto di produzione). La codifica di stimoli è più efficace se, a parità di numero di ripetizioni, viene distribuita nel tempo in diversi periodi piuttosto che in un periodo unico perché rischiamo di essere distratti e poco motivati (effetto distanziamento temporale). Un altro importante fattore è la capacità di associare insieme diverse caratteristiche di uno stimolo in una rappresentazione unitaria e evidente, questa integrazione permette di ricordare un oggetto come unità; viene elaborata nel lobo temporale mediale e nello specifico nell’ippocampo. Allan Paivio ha sottolineato l’importanza del sistema di doppia codifica: verbale e immaginativa, lo psicologo ha dimostrato che il diverso ricordo dipende dal tipo di codifica. Gli stimoli figurali sono più facili da ricordare perché attivano in maniera istantanea la codifica per le immagini e se ci viene presentato un oggetto familiare, si attiva anche la codifica verbale elaborando così lo stimolo 2 volte. Gli stimoli verbali a basso valore d’immagine non possono “passare” per la codifica delle immagini; quindi, vengono elaborate 1 sola volta e ricordati più difficilmente. Dopo essere state codificate le info vanno consolidate affinché si ricordino nel tempo. Grazie alla ritenzione, cioè la condizione di conservazione delle info acquisite nei magazzini di memoria, riusciamo a ricordarle e a “riafferrarle”, di solito facciamo ricorso alla reiterazione che agevola la fissazione delle informazioni che vogliamo trattenere. È l’esperienza soggettiva del ricordare in modo consapevole qualcosa del passato, la riattualizzazione nel presente di ciò che è avvenuto nel passato in base ad una serie di indizi che possono essere di varia natura: contestuali cioè dipendono dalle informazioni reperibili in quella situazione, infatti, si ricorda più facilmente se il contesto nel momento del ricordo, coincide con quello della registrazione e della codifica delle informazioni e proprio su questo processo si fonda l’elaborazione della “mente biculturale”.
Un’altra tipologia di indizi utili per ricordare è connessa agli stati interni del soggetto, più questi, nel momento del ricordo, sono siimi a quelli nel momento della codifica e maggiore sarà la facilità nel rievocare le informazioni, proprio per questo se il paziente non ricorda un trauma è possibile che l’episodio sia “bloccato” in uno specifico stato emotivo negativo al quale non posso accedere in condizioni di neutralità, devo per forza rivivere quell’emozione negativa per sbloccare l’episodio traumatico. Siccome le caratteristiche di un oggetto o di un evento sono integrate in modo coerente tra di loro per creare un’immagine mentale coerente, il recupero consiste nel collegare tra loro diverse caratteristiche dell’oggetto/evento conservate in diversi magazzini di memoria, questo processo viene chiamato “completamento del modello” che permette la comprensione di un’intera azione anche se viene osservata solo in parte, ovviamente questo processo implica il recupero di informazioni presenti nella fase iniziale della codifica. Il recupero delle informazioni è un processo mentale complesso che coinvolge altri processi come la rievocazione (la capacità di ricordare in modo spontaneo e naturale il maggior numero di cose possibili), il riconoscimento (la capacità di identificare correttamente le info presentate in precedenza distinguendole dai distrattori), in questa fase è molto importante la familiarità dello stimolo, e il riapprendimento (la capacità di apprendere di nuovo info già immagazzinate però in meno tempo rispetto a prima). Possiamo ricordare attraverso vari metodi: ● Richiamo, consiste nel produrre (e non soltanto nel riconoscere come corretto) un fatto, una parola o un altro item dalla memoria. ● Riconoscimento consiste nel riconoscere come corretto (non nel produrre) un fatto, una parola, o un altro item dalla memoria. ● Prime (innescare/facilitare), uno stimolo che attiva un nodo connesso in una rete, determinando un’attivazione definita effetto di priming. ● Recupero, è un processo che controlla il flusso di informazioni dal magazzino della MLT alla MDL. Fanno parte della memoria esplicita i tipi di memoria prodotti attraverso il recupero conscio di ricordi in risposta a questioni dirette; della memoria implicita quei ricordi non consci di una precedente esperienza che è rivelata indirettamente dai suoi effetti sull’azione: mostrare di conoscere qualcosa senza “sapere” o ricordare di averla conosciuta è possibile e ne sono un esempio le ricerche condotte su persone amnestiche che ricordano dei processi automatici senza però avere coscienza di questi (solitamente coinvolgono i movimenti motori), i dejà vu (coscienza/familiarità senza veri ricordi), l’illusione che una nuova situazione che stiamo vivendo ci è familiare. Il caso di Donald Thompson (psicologo, studioso di distorsione della memoria): Una donna ricordò che un uomo esattamente come DT l’aveva stuprata. DT non ricordava di aver mai incontrato la donna. DT, fermato dalla polizia, fu rilasciato perché proprio poco prima dello stupro stava dando un’intervista televisiva. Durante l’interrogatorio la donna ammise che ella stava guardando il programma televisivo. George Mandler ha verificato la prestazione di 4 gruppi a cui aveva dato consegne differenti riguardo una lista di parole da ricordare:
un’operazione di assimilazione, cercano di rendere coerente il discorso aggiungendo o togliendo particolari. Questi processi di riduzione, accentuazione, assimilazione evidenziano che il ricordo non è mai oggettivo ma, è una rielaborazione personale dei fatti e delle conoscenze. Daniel Schacter ha elencato i 7 peccati della memoria: labilità, distruzione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza. ● Labilità --> debolezza della memoria, che ci impedisce di ricordare ciò che abbiamo fatto dopo un tot. Di tempo soprattutto se si tratta di cose di routine ● Distrazione --> connessa alla mancanza di attenzione, indispensabile per creare il ricordo ● Blocco --> incapacità di recuperare un’info che in realtà non abbiamo mai dimenticato e che all’occorrenza non ci torna in mente (fenomeno del “sulla punta della lingua”) Queste 3 caratteristiche riguardano le carenze da omissione. ● Errata attribuzione --> riferire le informazioni di un ricordo ad una fonte o ad un contesto sbagliato (dico che è stato X a riferirmi quella cosa, in realtà è stato Y) ● Suggestionabilità --> consente di indurre e creare falsi ricordi ● Distorsione --> processo attraverso cui le nostre convinzioni attuali modificano le informazioni dei ricordi nel passato Queste 3 caratteristiche riguardano le carenze da commissione L'ultima caratteristica, la persistenza, è l’incapacità di dimenticare che poi genera il fenomeno della “ruminazione mentale” per cui il soggetto ritorna sempre sugli stessi ricordi e cerca di riviverli. L'insieme di tutti i dati sopracitati dà origine alla “psicologia della testimonianza” che si occupa di verificare l’attendibilità, l’accuratezza e la validità dei ricordi di un testimone, intorno agli anni 30 Cesare Musatti evidenziò l’intreccio tra memoria ed eventi o circostanze giuridicamente perseguibili; notò come nell’identificazione di un colpevole potevano compiersi numerosi errori sistematici: ● Non venivano presentate al testimone, durante il processo, tutte le alternative possibili della ricostruzione dei fatti ● Si pensava che la memoria funzionasse in modo perfetto, attendibile e accurato. Cesare Cornoldi portò numerosi esempi di processi in cui le condanne erano state formulate sul presupposto che il testimone non poteva dimenticare eventi così traumatici, processi in cui giudici e magistrati ritennero che i ricordi di eventi così tanto carichi di emozioni negative fossero impossibili da dimenticare. In realtà venne dimostrato proprio il contrario, i soggetti che vivevano forti traumi solitamente incorrevano in gravi amnesie o distrazione nella registrazione degli eventi a causa di un fenomeno chiamato “concentrazione sull’arma” siccome il soggetto tende a focalizzare tutta l’attenzione su questo particolare e non presta attenzione alla situazione in generale. Abbiamo più volte affermato che la memoria è un processo dinamico e attivo di ricostruzione delle informazioni apprese e va incontro a fenomeni particolari di eccitazione e depressione.
In caso di eccitazione si tratta di ipermnesia, cioè la capacità particolarmente lucida di ricordare scene complesse in tutti i loro particolari, solitamente è un fenomeno transitorio che si verifica durante l’estasi maniacale, i processi ipnotici o sotto farmaci e sostanze. Ci sono alcuni soggetti che nascono già così o ci diventano in seguito a forti traumi cranici o a disturbi psichici come la sindrome post-traumatica da stress. Il caso più famoso di mnemonista è forse quello di un uomo chiamato Shereshevkii, che è stato riportato dallo psicologo russo Alexander Luria. Luria (1968) descrisse che un giorno S. si presentò al suo laboratorio, chiedendo che la sua memoria fosse testata. Luria eseguì il test, scoprendo che la memoria di quell’uomo sembrava virtualmente priva di limiti. S. poteva riprodurre serie estremamente lunghe di parole, indipendentemente dal tempo passato dalla presentazione di esse. Lo psicologo studiò S. per un periodo di 30 anni, trovando che persino quando la ritenzione di S. veniva testata dopo 15 o 16 anni dopo una sessione di apprendimento delle parole, S. era ancora in grado di richiamarle, S. usa negli anni seguenti la sua memoria prodigiosa in termini professionali e in particolari spettacoli, stupendo il pubblico per la sua abilità di ricordare qualunque cosa a richiesta. Infine, questa impossibilità di dimenticare le informazioni superflue lo condusse a una condizione di emarginazione sociale, attualmente abbiamo 1 solo caso riportato di uomo affetto da ipermnesia che riesce a vivere la sua vita in maniera tranquilla e regolare senza cadere in depressione o avere istinti suicidi. Il contrario dell’ipermnesia è l’amnesia, cioè la perdita parziale o totale di memoria in seguito ad un trauma o di una malattia. Esistono 2 principali tipologie di amnesia: amnesia retrograda in cui il soggetto non riesce a ricordare ciò che è avvenuto prima del trauma ma ricorda gli avvenimenti successi in seguito, o amnesia anterograda in cui si ricorda perfettamente il passato ma è molto limitata la capacità di memorizzare informazioni presenti siccome è intaccato il processo di codifica e le informazioni non riescono a superare la MBT. I soggetti che ne soffrono non riescono ad assimilare le info a meno che non siano competenza della memoria implicita (info procedurali, con condizionamento classico, processi di assuefazione e sensibilizzazione, priming). Le amnesie classiche sono causate da lesioni ai lobi temporali o lesioni mammillo-talamica (es. sindrome di Korsakov) Esempio di amnesia anterograda: William Beecher Scoville e Brenda Milner (1957) Loss of recent memory after bilateral hippocampal lesions. Uno dei dieci pazienti descritti in questo lavoro è indicato con le iniziali H.M. (Henry Molaison, 1926–2008) che forse a causa di un incidente mentre andava in bici, soffriva dall’età di dieci anni di crisi epilettiche. Dai sedici anni in poi le crisi erano diventate sempre più gravi e frequenti, nonostante i tentativi di terapia farmacologica. Così, a ventisette anni, in un giorno di settembre del 1953, i medici decisero che l’unico modo per intervenire sull’epilessia fosse un intervento chirurgico di asportazione della porzione mediale di entrambi i lobi temporali: la resezione comprese l’amigdala, l’uncus, il giro ippocampico e i due terzi anteriori dell’ippocampo. L’intervento non avrebbe eliminato del tutto le crisi ma queste sarebbero poi diventate meno gravi e frequenti. Dopo l’operazione le facoltà cognitive di H.M. cambiano in modo radicale: egli non riconosceva i medici e gli infermieri dell’ospedale e non riusciva ad imparare il percorso per recarsi in bagno, negava che un medico o un infermiere fossero venuti nella sua stanza cinque minuti prima, rileggeva più volte la stessa rivista, senza trovarne familiare il contenuto. Dopo aver pranzato in presenza
diverse sessioni di allenamento avvenne anche se H.M. ogni volta sosteneva che era il suo primo tentativo, non ricordando di avere già eseguito il compito altre volte. Nel 1968 viene dimostrata un’altra abilità di memoria risparmiata: il priming: Il fenomeno si riferisce all’effetto che un’informazione presentata precedentemente produce, in maniera inconsapevole, sul comportamento successivo di un soggetto (può essere usato, ad esempio, dalla pubblicità per indirizzare alcuni comportamenti dei consumatori). H.M. dimostrò di subire l’effetto della precedente presentazione di una lista di parole, anche se naturalmente negava di avere mai partecipato all’esecuzione di quel compito, sebbene non serbasse alcun ricordo consapevole dell’episodio, alcune informazioni continuavano a produrre un effetto sul comportamento di H.M. in un momento successivo, dimostrando un loro apprendimento implicito. Per fare ciò si chiede ai soggetti di eseguire un compito cognitivo su una lista di parole, per esempio, gli si può far decidere per ogni parola se si tratta di un nome o di un sostantivo (quindi non viene loro chiesto di imparare la lista, né sono al corrente che questo compito è in relazione con compiti successivi). Poi vengono sottoposti ad un compito non correlato con il precedente, in cui si presenta loro una parola incompleta e si chiede di completarla nel più breve tempo possibile. Solitamente se ad una persona viene detta la prima parte di una parola come “lib...” verrebbe completata come “libro”. Tuttavia, se nella lista precedentemente mostrata (con il compito di decidere se questa fosse un nome o un sostantivo) era contenuta, tra le altre, la parola “Libia”, è molto probabile che “lib...” venga completata da questi soggetti (ma non da quelli di controllo che non sono stati sottoposti al compito di decisione nome/sostantivo) come “Libia” invece che come “libro”, vocabolo sicuramente più usuale. H.M. ha consapevolezza dei propri disturbi perché quando Suzanne Corkin gli chiese: «Cosa fai quando provi a ricordare?», egli rispose, ridendo: «Non lo so, perché non ricordo quando provo a farlo, una volta affermò «Ogni giorno è solo in sé stesso qualsiasi gioia abbia provato e qualsiasi pena abbia avuto». Nel 2002 Corkin riferisce che H.M., settantacinquenne, gode di una discreta salute generale, anche se la sua mobilità è ridotta dall’osteoporosi, un effetto collaterale dei farmaci che è costretto a prendere e sebbene non ricordi la sua età né di avere i capelli grigi, non si stupisce quando vede allo specchio la sua immagine di uomo anziano, che continua a rimanergli familiare forse a causa del fatto che il suo cambiamento è stato graduale e gli ha permesso di abituarsi ad essa; inoltre gli è stata rimossa l’amigdala quindi è plausibile che non possa provare spavento o stupore, questo dal punto di vista evoluzionistico è un grande problema siccome non sarà mai in grado di riconoscere una situazione di pericolo e, di conseguenza, ad affrontarla nel modo opportuno. H.M. ha accettato di donare il suo cervello per un esame post-mortem, contribuendo fino alla fine al progresso della scienza, anche se il suo disturbo non gli permette di ricordare il grande ruolo che ha avuto nello sviluppo della conoscenza e la fama di cui gode tra la comunità scientifica internazionale. Effettivamente il caso di H.M. ha permesso di chiarire importanti aspetti teorici: ● La separazione tra memoria a breve termine e memoria a lungo termine. Egli poteva ripetere delle cifre appena gli venivano presentate e sostenere una conversazione, ma, appena veniva distratto dal compito in corso, dimenticava tutto quanto. ● La differenza tra memoria anterograda (gli eventi accaduti dopo l’operazione), deficitaria, e memoria retrograda (eventi che precedevano l’intervento), in buona sostanza risparmiata.
● La differenza tra memoria esplicita (o dichiarativa) e memoria implicita. Egli, infatti, nonostante l’incapacità a ricordare le cose che accadevano o ad imparare una lista di parole, era capace di acquisire abilità motorie (compito allo specchio) ed era sensibile all’effetto priming. Queste osservazioni dimostrano la possibilità di frazionare la memoria sulla base del tipo di informazione da acquisire oltre che sulla base della sua durata (breve/lungo termine) e chiariscono l’autonomia degli apprendimenti automatici ed inconsapevoli rispetto agli apprendimenti ottenuti attraverso una riflessione consapevole. ESEMPIO DI DEFICIT DELLA MEMORIA EPISODICA: Tulving et al. (1988) Priming of semantic autobiographical knowledge: A case study of retrograde amnesia. K.C., nell’ottobre del 1981, all’età di trenta anni, subì un incidente di motocicletta mentre tornava a casa dal lavoro, riportando un esteso danno cerebrale che includeva ampie lesioni degli ippocampi (come H.M.), ma anche danni alle aree frontali e occipitali, riprese conoscenza dopo 72 ore dal trauma e rimase in rianimazione per 1 mese al termine del quale fu trasferito in un ospedale riabilitativo per altri sei mesi. Tornato a casa, i suoi disturbi cognitivi divennero sempre più evidenti: K.C. era incapace di ricordare le cose che accadevano (memoria episodica), se non per pochi minuti. Egli poteva descrivere questi ricordi recentissimi, consapevole che erano appena accaduti, ma dopo qualche minuto li dimenticava per sempre. Anche la capacità di imparare nuove conoscenze generali era danneggiata, ma meno gravemente (memoria semantica), infatti, nonostante il loro apprendimento fosse laborioso, era tuttavia possibile e le acquisizioni erano durevoli. Ad esempio, poteva imparare informazioni insolite, costruite appositamente dall’esaminatore («Chi è così alto da non poter vedere i lacci delle proprie scarpe?»; risposta: «giraffa»). Fu osservato accidentalmente come egli avesse acquisito nuove conoscenze, aveva imparato che cosa fosse lo Sky Dome di Toronto (l’attuale Rogers Centre), lo stadio per il baseball costruito nel 1986, quindi dopo che K.C. era diventato amnesico per questo non era in grado di dire quando l’avesse visto precedentemente. Anzi, alla domanda se l’avesse mai visto prima egli rispondeva che non lo ricordava, ma che supponeva di averlo fatto, altrimenti non avrebbe potuto sapere il suo nome. Le sue abilità intellettive erano conservate (il suo QI, pari a 94, era nella norma) come pure il linguaggio, la memoria a breve termine e la maggior parte delle abilità percettive ed immaginative. Anche le conoscenze generali sul mondo e su sé stesso erano buone: conosceva come ci si comporta al ristorante o come si fa una telefonata internazionale. Poteva giocare a carte e svolgere le attività quotidiane senza difficoltà e conservava ancora discretamente le conoscenze tecniche del proprio lavoro e sapeva molte cose che lo riguardavano. Ad esempio, sapeva quale scuola avesse frequentato, i nomi di molti compagni di classe, alcuni professori e dove aveva lavorato. Sapeva di possedere una moto ed un’auto e poteva riferirne il tipo e il colore. Conosceva la villetta dove passava le vacanze con la famiglia e poteva indicarne correttamente la posizione su una carta geografica. Sapeva che il fratello era morto annegato. K.C. non poteva ricordare alcun evento della propria vita, né quelli accaduti dopo il trauma (memoria anterograda), né quelli precedenti (memoria retrograda). Diversamente da H.M. che, come abbiamo visto, presentava un’amnesia retrograda limitata a qualche anno prima dell’operazione, K.C. aveva perso tutti i ricordi della propria vita. Nonostante sapesse molte cose di sé, non poteva ricordarne i dettagli e le circostanze specifiche, non era in grado di narrare alcun aneddoto tratto dalla
latina, matematica sembravano andate perdute: non sapeva più chi fossero Michelangelo o Cicerone e non ricordava il nome delle principali città italiane, ma poteva ricordare di aver ottenuto un buon voto in pedagogia (una delle materie più importanti nel suo corso di studi) e sapeva riportare diversi episodi connessi con le lezioni della propria professoressa, P.N. non sapeva fornire nemmeno una vaga definizione della materia. Una batteria di test confermò la dissociazione tra memoria semantica ed episodica intuita all’esame clinico, P.N. si mostrò in grado di riportare correttamente delle descrizioni dettagliate di 20 episodi della propria vita (selezionati intervistando i familiari), quali, ad esempio, “il giorno della Prima Comunione”, “il giorno che hai conosciuto il tuo fidanzato”, “il viaggio che facesti a Pisa”. Riportò, invece, soltanto 3 su 10 eventi pubblici accaduti negli ultimi cinque anni e di cui i media avevano parlato a lungo e i suoi risultati a prove di cultura generale furono molto scadenti. Ad esempio, mentre il gruppo di controllo rispose correttamente a tutte le domande su chi fossero gli autori di cinque famose opere letterarie (“chi ha scritto la Divina Commedia”), P.N. non fu in grado di rievocarne nessuno. I risultati furono scadenti anche in prove di geografia (indicazione di 10 regioni italiane sulla cartina geografica), geometria (riconoscimento di semplici figure geometriche), aritmetica (indicazione di unità, decine etc. in numeri da 2 a 4 cifre), storia (“Kennedy era un artista, un politico o un attore”), conoscenza del vocabolario (riportare il significato di una serie di parole). La prestazione di P.N. confermò la presenza di un deficit selettivo della memoria semantica. P.N. ricordò, con facilità e precisione, il terremoto avvenuto in Irpinia nel 1980, descrivendo con numerosi dettagli il suo comportamento e quello dei suoi familiari, i suoi pensieri e le sue emozioni, mentre non riuscì a fornire informazioni che non rientravano nella sua esperienza personale dell’evento, come ad esempio la data, il numero delle vittime, l’epicentro, elementi, questi, ripetutamente presentati dai media. AMNESA PSICOGENA Valentina e la sua famiglia si rivolgono allo psicologo su consiglio del medico di famiglia. Quando, ormai ventenne, si blocca di fronte ad un esame universitario “difficile”, il medico l’ascolta, prova a rassicurarla e le prescrive un leggero tranquillante. L’ansia però cresce e le impedisce di concentrarsi nello studio: giorno dopo giorno l’esame che sta preparando diventa, nella sua fantasia, un ostacolo insuperabile. Per lei, abituata a risultati scolastici brillanti, questa situazione risulta intollerabile e lo sforzo che durante la giornata compie per tenere sotto controllo la preoccupazione, lo scoraggiamento, la sensazione del fallimento delle proprie ambizioni, la paura di deludere i propri genitori, a sera, quando va a letto, questo sforzo, appunto, fallisce e “tutto crolla”, una terribile angoscia l’attanaglia, il cuore sembra uscirle dal petto, trema, suda ed è convinta di stare per morire. Desidererebbe la vicinanza dei suoi genitori, della madre in particolare, ma se ne vergogna e si sforza di non svegliarli. Le difficoltà della ragazza, però, non sfuggono alla madre che, con l’orecchio sempre attento, si accorge che la figlia non dorme e va a sedersi al suo fianco. Il medico prova con un farmaco più incisivo, ma quando Valentina, ulteriormente spaventata dai primi effetti collaterali e dal ritardo di quelli terapeutici ritorna da lui, la invia allo psicologo del competente Centro di Salute Mentale. Lo psicologo si trova davanti una ragazza ben curata, ma che mostra un’età inferiore a quella reale, e una donna, la madre, visibilmente in apprensione. Entrano insieme nella stanza di consultazione, anche se la madre vuole che sia la figlia a rispondere alle domande del professionista. Alla prima domanda: «Come mai
siete qui?», Valentina resta immobilizzata e, con la voce rotta dall’emozione, dice: «Non riesco a parlare!». Lo psicologo (P.): «È imbarazzata?». Valentina (V.), piangendo: «È un periodo che sto così ... penso sempre alla morte!». P.: «È successo qualcosa che potrebbe giustificare questo pensiero?». V.: «Non lo so ... Ho paura di perdere tutto all’improvviso». P.: «Quindi è la morte degli altri che le fa paura, non la sua». V.: «Anche la mia... Non so da che deriva tutto questo, ho paura che da un giorno all’altro, non so cosa mi potrebbe succedere se qualcuno morisse...». P.: «Alla morte di chi pensa?». V.: «Ai miei genitori, ai miei nonni». Valentina, controllando meglio i singhiozzi, racconta di quanto lei sia legata ai nonni materni, che praticamente l’hanno allevata visto che la madre lavorava. Anche crescendo, la casa dei nonni ha continuato a rappresentare per Valentina un punto di riferimento quotidiano. Lei è la prima nipote per questa anziana coppia, e insieme alla sorella, fino a poco tempo prima hanno condiviso il privilegio di essere gli unici nipoti. Da quando è nato un nipotino, figlio dello zio che vive attualmente con i nonni, ha «la sensazione di essere messa da parte». I nonni appaiono, agli occhi di Valentina, ravvivati dalla presenza di questo neonato che sembra somigliare molto più di lei alla famiglia, mentre lei, confabula la ragazza, somiglia più alla famiglia del padre. Valentina, insomma, è presa in un vortice di rimuginazioni che tendono tutte a confermarla nell’idea che sta perdendo il premuroso ed esclusivo affetto dei nonni. Dal canto suo, la madre, di fronte a queste reazioni irrazionali, non può fare altro che concludere che la figlia soffra di gelosia nei confronti del cuginetto. Alla fine dell’incontro lo psicologo resta con una serie di quesiti irrisolti. Come mai una giovane donna che finora ha superato le tappe evolutive con successo (almeno apparentemente) è rimasta bloccata da un evento così normale? Valentina è stata finora una studentessa brillante, fidanzata felicemente già da alcuni anni, che si assume le proprie responsabilità nella gestione della casa collaborando con la madre lavoratrice. La stessa Valentina ritiene che ciò che le sta accadendo sia del tutto ingiustificato ed è perfettamente consapevole della irrazionalità delle proprie paure, eppure l’idea che la morte la possa privare degli affetti più cari (nonni e genitori) le invade la mente, le impedisce di concentrarsi, le impedisce di dormire la notte. Ricorrendo alle teorie psicodinamiche classiche, lo psicologo potrebbe ipotizzare la presenza di inconsapevoli sentimenti aggressivi, che, proprio perché inaccettabili, si trasformano in angosce insostenibili nei confronti di impulsi che, proiettati all’esterno, ricadono sui propri oggetti di amore. Ma perché Valentina dovrebbe essere così arrabbiata nei confronti dei propri familiari, visto che descrive la propria famiglia come armoniosa e unita? Le premure e l’affetto dimostrato nei confronti di nonni e genitori vanno considerate formazioni reattive, cioè frutto di operazioni mentali inconsce miranti a negare a sé stessa il proprio odio trasformandolo in amore? Come avviene la maggior parte delle volte, dopo il primo colloquio lo psicologo offre al cliente la possibilità di esplorare meglio i vissuti che sono causa della richiesta di aiuto e propone il proseguimento della consulenza. Negli incontri successivi, naturalmente, il quadro si arricchisce. Innanzitutto, emerge la
Valentina ricorda un episodio: una sera dalla sua stanza sentì le urla della madre, vide il padre che la strattonava tirandole i capelli, provò a difendere la donna, ma le prese anche lei. Mentre racconta questi fatti, Valentina è soffocata dall’emozione e piange a dirotto: le sovviene che in fondo la madre le aveva prese perché aveva soddisfatto un desiderio della propria bambina (cioè Valentina stessa). Sembra riuscire finalmente a guardare la sua rabbia, il suo dolore, la sua impotenza. Dopo pochi incontri Valentina ha ricominciato a fare esami all’università, non ha più paura delle sue paure, e gli incontri con lo psicologo non rappresentano più per lei uno sfogo alle proprie angosce, ma un’occasione per ricostruire la propria storia, raccontandosela in maniera più coerente. Eppure, gli episodi ricordati non risultavano essere stati “rimossi” o “dissociati”, erano a sua disposizione, ma come in un altro archivio, evidentemente diverso da quello che conteneva quelle informazioni che utilizzava per difendersi dalle paure di abbandono e di perdita. La memoria non è un sistema unitario, ma consiste di diversi sottosistemi che si sviluppano in maniera separata, una riprova è data dal fatto che possono essere danneggiati selettivamente da patologie neurologiche. Questi sistemi naturalmente interagiscono tra loro: ad esempio, la memoria semantica influenza l’interpretazione degli eventi poi immagazzinati nella memoria episodica ma, anche in assenza di patologie neurologiche, sono possibili alterazioni anche importanti del funzionamento mnestico. Si parla di amnesia psicogena in cui i ricordi episodici possono essere dimenticati dal soggetto perché troppo penosi e può essere relativa a tutti i ricordi autobiografici di una persona (amnesia globale), o improvvisa amnesia per i propri ricordi episodici, spesso accompagnata anche dalla perdita delle conoscenze semantiche relative alla propria persona (il paziente non sa chi è, dove abita ecc.). I soggetti che ne sono colpiti vengono spesso trovati che vagano per strada, senza ricordare niente di sé, soltanto alcuni eventi possono essere risparmiati frammenti di ricordi, che però vengono vissuti come estranei. La memoria procedurale è invece raramente coinvolta dal disturbo. Cause dell’amnesia psicogena: In genere l’insorgenza di queste amnesie funzionali globali viene sempre preceduta da un evento fortemente stressante, come litigi in famiglia, gravi problemi finanziari, situazioni di combattimento e, molte volte, sono precedute da una depressione dell’umore, nel caso di amnesie funzionali limitate a specifici eventi, invece, è soltanto un particolare episodio che viene dimenticato. Molte volte questo avviene in situazioni in cui il soggetto ha commesso un reato o ne è stato vittima, ad esempio, è particolarmente dibattuta la questione relativa alla dimenticanza di episodi di abusi sessuali infantili, anche se alcuni studi indicano che forse una perdita completa del ricordo è improbabile, mentre è possibile che questo sia vago, poco elaborato e mal collocato nel contesto spazio-temporale. Altre volte viene dimenticata una grave situazione di pericolo, come un incidente stradale, un terremoto, un’esplosione. I ricordi di Valentina dimostrano una marcata discrepanza tra memoria semantica ed episodica. Secondo la memoria semantica l’immagine di sé in rapporto ai genitori risulta idealizzata: una famiglia che non le ha fatto mancare nulla ed a cui si può sempre ricorrere in caso di bisogno. Una visione di questo tipo la proteggeva dall’accesso ai sentimenti ostili che non trovavano giustificazione nel materiale archiviato all’interno di questo magazzino di memoria. La storia ci dice che Valentina aveva trovato rifugio nella relazione sostitutiva con i nonni e quando, in modo infantile, ha sentito minacciata tale relazione dalla nascita del cuginetto, tale equilibrio si è rotto e le emozioni di rabbia e paura sono riaffiorate prepotentemente. La fantasia bizzarra di una giustizia universale che si afferma attraverso
un’alternanza delle rinascite in famiglie buone e in famiglie cattive, inoltre, era un modo originale della mente di Valentina per gestire informazioni incompatibili che, non riuscendo ad incontrarsi, emergevano nella incongruenza delle emozioni provate, che proprio per questo apparivano patologiche. Secondo la memoria episodica: quando la relazione con lo psicologo è divenuta sufficientemente sicura, allora Valentina ha potuto cominciare ad esplorare la propria memoria episodica, consentendole di passare da un archivio all’altro e di confrontare le informazioni contenute.
La memoria è un processo attraverso il quale l’informazione per essere acquisita va prima codificata, cioè bisogna capire il vero significato dell’informazione, per poi essere immagazzinata nel cervello dove viene conservata e, all’occorrenza recuperata. Richard Atkinson e Richard Shiffrin proposero un modello multiprocesso della memoria basato sullo scambio input-->output, in cui l’input una volta elaborato diventa output che, a sua volta, funge da input per lo step successivo: ● Memoria sensoriale ● Memoria a breve termine (MBT) ● Memoria a lungo termine (MLT) Gli psicologi ritennero che nella MBT la reiterazione dell’informazione avesse grande un’importanza: maggiore è la reiterazione dell’informazione nella MBT, maggiore sarà la probabilità che questa venga immagazzinata nella MLT.