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Questo documento, tratto dal corso di Teoria della Percezione e Psicologia della Forma tenuto all'Accademia di Belle Arti di Firenze nel 2015/2016, esplora la natura e le evoluzioni della paura, distinguiamo tra paura e ansia, fobia e paura inconscia. Il testo illustra come le paure possono subire evoluzioni e peggiorare, ma anche come possono essere superate attraverso l'assuefazione e la partecipazione guidata.
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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Maddalena Pinucci Anno Accademico 2015/ Corso di Teoria della Percezione e Psicologia della Forma Scuola di Pittura Accademia di Belle Arti di Firenze Introduzione Cos’è la paura? La paura è un’emozione che fa parte del nostro patrimonio genetico sin dalla nascita, dunque è innata. Alle paure innate, poi, si aggiungono Dal film "Psycho" di Alfred Hitchcock, 1960
le paure date dall’esperienza, dalla vita e che rispecchiano la cultura di cui si fa parte. Normalmente associamo la paura a un qualcosa di negativo ma il fatto che essa faccia parte del patrimonio genetico di ciascuno deve farci pensare che può portare anche a qualcosa di buono: la paura è fondamentale per la nostra sopravvivenza e da essa nasce sì il panico, ma anche il coraggio. Il controllo della paura e le sue evoluzioni La paura, come scritto nell’introduzione, è un’emozione innata alla quale, però, si aggiungono paure dettate dall’esperienza diretta dell’individuo. Tali paure possono subire nell’arco del tempo un’evoluzione (che può essere positiva o negativa), l’importante, anche se non è sempre facile, è capire qual’è il confine tra normalità e patologia. Analizziamo le principali evoluzioni della paura: Il panico****. La parola “panico” deriva dal greco πανικός che significa letteralmente “che si riferisce al dio Pan” poiché il dio si adirava con chi lo disturbava ed emetteva terrificanti urla gettando nel panico (il timor panico ) i presenti. Il panico è una paura incontrollabile, irrazionale, che non dipende esclusivamente da fattori esterni ed oggettivi ma anche da fattori individuali; ovvero il pericolo non è necessariamente reale ma può essere presunto, l’individuo può interpretare come pericolosi alcuni segnali che in realtà non lo sono. Ciò significa che non è necessario che avvenga un vero e proprio disastro o catastrofe affinché l’individuo cada nel panico, basta che tale individuo si senta incapace, impotente e isolato davanti a ciò che reputa, irrazionalmente, pericoloso. Quando il panico coinvolge un numero considerevole di persone si parla di “isteria di massa”, in questi casi è il panico stesso che può diventare un pericolo ulteriore: si è infatti visto come nei casi quali attentati, incendi, terremoti o comunque circostanze pericolose che coinvolgono spesso una folla, il panico non possa che peggiorare la situazione mentre chi mantiene la calma e si attiene alle norme di sicurezza ha più probabilità di uscirne illeso. Ma qual’è la funzione originaria del panico? Noi leggiamo il panico come disorganizzazione e ciò che ci viene sempre detto è “in situazioni di pericolo mantenere la calma”, ovvero non farsi prendere dal panico, ma il panico è anche ciò che attiva quello che chiamiamo “istinto di sopravvivenza”. L’ansia****. L’ansia è una condizione tipicamente umana poiché essa deriva dalla memoria della paura che abbiamo provato e dal timore che tale situazione, che ha scatenato le nostre paure, possa ripetersi in futuro. Questo significa che se la paura scompare una volta scomparso il pericolo, l’ansia invece persiste, inoltre la paura si manifesta di fronte a qualcosa di specifico mentre l’ansia è ansia per qualcosa di indefinito. Freud nel suo libro Inibizione, sintomo e angoscia ci fornisce prima di tutto una definizione: - L’angoscia ha un’innegabile connessione con l’attesa: è angoscia “prima di” e “dinanzi a” qualche cosa.
La paura nell’infanzia Durante l’infanzia conosciamo un ampio ventaglio di paure, anch’esse si evolvono e cambiano insieme a noi. Nella primissima fase della vita, ovvero nei primi tre o quattro mesi, è improprio parlare di paura, piuttosto possiamo parlare di “disagio” ovvero uno stato di breve durata, più diffuso e meno preciso. Il motivo per cui non possiamo parlare di paura è perché nei primi mesi il neonato non ha ancora sviluppato totalmente quelle parti del cervello (mesencefalo e corteccia) che gli permettono di provare vere e proprie emozioni ma piuttosto delle “attivazioni generalizzate”. A provocare disagio in un neonato sono principalmente rumori forti e improvvisi, stimoli dolorifici e la perdita di appoggio; in questi casi il neonato reagisce con il pianto e movimenti diffusi dovuti alla motricità non ancora sviluppata, tuttavia il neonato si calma non appena la fonte di disagio viene eliminata. A partire dai sei mesi il bambino comincia a temere la separazione e l’ignoto, quindi gli estranei, in presenza dei quali si irrigidisce e diviene diffidente. Entrambe sono però paure che tendono a diminuire intorno ai tre o quattro anni e perché ciò avvenga senza problemi è fondamentale un buon legame di attaccamento con i genitori. Verso i due/quattro anni fino ai cinque/sette compaiono la paura del buio e quella degli animali, esse sono annoverate tra gli innatismi: la paura degli animali fa parte della paura delle novità, inoltre essi emettono suoni forti e movimenti improvvisi che posso spaventare un bambino; la paura del buio è forse una delle paure più antiche, i primi uomini temevano la notte perché essa portava il buio che non gli permetteva di prevedere gli attacchi delle belve da cui, non appena hanno potuto, si difendevano con il fuoco. Dunque non è paura del buio in sé, ma piuttosto di paura nel buio, ovvero di ciò che esso comporta, di ciò che può accadere mentre c’è buio. Per alcuni bambini, inoltre, il buio è associato alla separazione dai genitori poiché è il momento in cui si va a dormire. Tuttavia dietro a queste paure, come anche dietro alla paura dei mostri o delle streghe, si possono nascondere paure per una situazione che mette a disagio il bambino. Tale discorso è il medesimo delle fobie: la fobia di un bambino (appunto per il buio o per un animale) può nascondere una paura inconsapevole per una data circostanza e proprio di questo parla Il caso clinico del piccolo Hans di Sigmund Freud che è stato uno dei casi clinici più importanti della storia della psicoanalisi. Il caso clinico risale al 1908 e riguarda, appunto, il piccolo Hans (Harbert Graf) che all’epoca aveva cinque anni; l’analisi avvenne tramite una serie di domande che, su suggerimento di Freud, il padre poneva al bambino annotandone le risposte su di un diario. Hans, sin dai tre anni, mostrava uno spiccato interesse per i genitali maschili, egli era convinto che tutti, maschi o femmine che fossero, possedevano un “fapipì” tanto che, alla nascita della sorellina, lui va immediatamente ad assicurarsi che ne sia in possesso anche lei e non trovandolo giunge alla conclusione che esso è proporzionale all’età e che
dunque la sorellina è ancora troppo piccola per averne uno. Questo interesse morboso per il pene lo porta all’autoerotismo e per questo viene spesso sgridato dai genitori e la madre lo minaccia scherzosamente di evirazione, inoltre, in più di un occasione, il bambino aveva tentato teneramente e goffamente di sedurre la madre; il padre incolpava la madre di questo suo comportamento e per questo decidono di trasferirlo in una camera da letto separata dalla loro. Durante una passeggiata il piccolo Hans vede un cavallo che urina e dunque nota il suo “fapipì”, da quel momento comincia a sviluppare la fobia per i cavalli tanto che, mentre era fuori con la babysitter, egli comincia a lamentarsi di voler tornare a casa proprio perché ha paura di incontrare un cavallo e che esso lo possa mordere. Il giorno dopo è la madre ad accompagnarlo fuori e lui di nuovo teme che un cavallo possa morderlo ma si lascia convincere a proseguire. Pochi giorni dopo il piccolo Hans e suo padre si recano allo studio di Freud; la visita è breve: il padre racconta che la paura che il bambino ha dei cavalli non è diminuita e che continuano i tentativi di seduzione nei confronti della madre, due elementi apparentemente non collegati. Ciò che appare buffo è che a infastidire Hans sono soprattutto due caratteristiche del cavallo, ovvero ciò che essi hanno davanti agli occhi e il nero intorno alla bocca. Fu in quel momento che Freud capì la soluzione, una soluzione che non poteva essere compresa dal padre proprio perché il padre faceva parte della spiegazione: “Chiesi a Hans in tono scherzoso se i suoi cavalli portassero gli occhiali, e il piccino disse di no; poi se il suo papà portasse gli occhiali, anche questa volta egli negò, nonostante fosse evidente il contrario; gli chiesi ancora se con il nero intorno alla “bocca” non intendesse dire i baffi, e infine gli rivelai che egli aveva paura del suo papà, e proprio perché lui, Hans, voleva tanto bene alla mamma. Credeva perciò che il babbo fosse arrabbiato con lui, ma non era vero, il babbo gli voleva bene lo stesso e lui gli poteva confessare ogni cosa.” Da questo momento in poi le cose vanno sempre meglio; il piccolo Hans, che fino a quel momento non voleva neanche uscire dal portone di casa per paura che passasse un cavallo, comincia a trattenersi fuori della porta anche quando passa una carrozza. Nei giorni successivi smette di intrufolarsi nel letto dei genitori, solo una mattina raggiunge il padre a letto e scambia con lui qualche parola: Gli chiedo ( padre di Hans) : “ Perché oggi sei venuto”?
_- Hans: “Quando non ho più paura non vengo più”.
accettati e per questo diviene particolarmente importante l’aspetto fisico; ma il fisico dell’adolescente è un fisico in continua mutazione ed egli è costretto a modificare continuamente la sua immagine per costruirsi un modello ideale. In quanto alla differenza di genere, emerge che le donne soffrono di una percentuale più alta di paure rispetto agli uomini ma non è possibile stabilire se questo è dovuto a una loro maggiore emotività oppure se esse sono semplicemente più disponibili a parlarne rispetto agli uomini. Di seguito riporto una tabella, relativa alle paure dai sei mesi ai diciannove anni, tratta dal libro Psicologia della paura di Anna Oliverio Ferraris: Paura degli estranei 6 mesi – 3 anni Paura degli animali 2-4 anni Paura dell’oscurità Paura dei temporali Paura dei mostri immaginari 4-6/7 anni Paura dei fenomeni irrazionali Paura della morte e della guerra 6-12 anni Paura di fare brutte figure in pubblico Paura dell’insuccesso scolastico 10-19 anni Arte e paura: l’ Incubo di Füssli L’opera Incubo di Johann Heinrich Füssli è un dipinto a olio su tela risalente al 1781 e che ora si trova all’Institute of Arts di Detroit. L’artista fece diverse versioni di questa opera, cambiando luci e tonalità, ma il soggetto rimase invariato. L’opera rappresenta la dimensione onirica, che all’epoca era sconosciuta, e che verrà studiata a cavallo tra Ottocento e Novecento in particolar modo da Freud che nel 1899 pubblicò L’Interpretazione dei Sogni. Possiamo dividere il dipinto in due parti: primo piano e secondo piano. Il primo piano rappresenta la realtà, il presente, una situazione estremamente intima, mentre il secondo rappresenta il sogno ed è quello che è stato più volte interpretato e infine letto alla luce delle teorie freudiane.
L’ambiente in cui avviene la scena è una camera da letto molto semplice, tipicamente borghese, contemporanea all’artista; la fanciulla in primo piano è riversa sul letto, in posizione innaturale, tanto che a un promo sguardo potremmo pensare che sia morta. Sopra di lei le figure che tormentano il suo sonno: la personificazione dell’incubo che ci appare come un goblin nord europeo, o un gargoyle delle cattedrali gotiche, o ancora un coboldo, folletto della mitologia germanica solitamente burlone e benevolo, protettore del focolare e della casa. A sinistra la testa di una giumenta, e qui entra il gioco il titolo originale dell’opera, ovvero The Nightmare dove “night” significa “notte”, mentre “mare” significa “giumenta” o “cavallina” che si diceva fosse colei che cavalcava nella notte tormentando il sonno delle fanciulle portando loro l’Incubo. Significativo l’elemento dello specchio che riflette solo le immagini reali. Füssli prediligeva i temi fantastici, della tradizione folkloristica, con una inclinazione per il grottesco, ciò era dovuto probabilmente anche ai suoi interessi letterari come Shakespeare, Milton e anche la Bibbia. Questo fece sì che la sua arte fu molto innovativa per quei tempi tanto che, come già accennato, anticipò le teorie freudiane sui sogni e la loro interpretazione. Quella dell’artista è probabilmente una critica alla società in cui viveva, in particolare alla fede nella ragione illuminista; la critica, dunque il rifiuto di questo pensiero, sfocia in un nuovo stile chiamato romanticismo nero di cui Füssli, insieme a Goya, fu precursore e che si collega direttamente al movimento culturale e letterario tedesco dello Sturm und Drang (letteralmente “sconvolgimento ed impeto”), L’ "Incubo" di J.H. Füssli, 1781, Detroit Institute of Arts. Olio su tela.