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Età augustea Si definisce “ età augustea ” il periodo che intercorse fra la morte di Cesare (44 a.C.) e quella di Ottaviano Augusto (14 d.C.). In questi anni Ottaviano accentrò gradualmente i poteri su di lui e portò Roma all’essere un principato. Di fatto Ottaviano governava l'occidente già da 10 anni prima della battaglia di Azio (31 a.C.), a seguito della quale non aveva sanzioni giuridiche. Nel 29 a.C. si celebrò il suo trionfo e apparve ai romani come il garante della pace e della stabilità finalmente raggiunta dopo decenni di guerre civili. L’anno successivo Ottaviano fu nominato princeps senatus (il primo a parlare e votare in Senato, influenzando così il voto degli altri senatori). Il termine princeps, di fatto, inizia ad indicare una figura di predominio su tutte le cariche istituzionali: nel 23 Ottaviano ha diretta autorità sul territorio imperiale e il controllo della vita politica. Nel 27 a.C. Ottaviano assume il cognome di “Augusto” (degno di venerazione). Augusto diede inizio a una politica di restaurazione del Mos Maiorum (la tradizione degli antenati, cioè i valori che avevano reso grande Roma dalle origini fino alla crisi della Repubblica) e di realizzazione di quelle aspettative di pace e ordine che la sua propaganda aveva suscitato. Il progetto politico di Augusto fu appoggiato da una propaganda che investì cerimonie religiose, monete, tutte le forme d’arte e, in particolare, la letteratura. Importante, a riguardo, fu il circolo di Mecenate : proveniente da una nobile famiglia etrusca, fu consigliere e diplomatico politico di Ottaviano durante le guerre civili. Creò, alla corte di Augusto, un circolo in cui gli artisti si potevano riunire e lavorare liberamente (incentrando, comunque, la loro produzione sull’esaltazione della figura del princeps e della sua famiglia). Un esempio molto importante è Virgilio, che nell’Eneide celebra la figura di Augusto. Orazio, vita Orazio nasce nel 65 a.C. a Venosa (oggi in Basilicata, all’epoca al confine fra Apulia e Lucania), dove il padre liberto (schiavo liberato) possedeva un podere (piccola proprietà). Compiuti qui i primi studi, la famiglia si trasferì a Roma dove il padre lavorò come esattore delle tasse e Orazio poté ricevere la migliore educazione. Attorno ai 20 anni Orazio compì un viaggio in Grecia, tipico dei giovani di buona famiglia che volevano arricchire il proprio bagaglio culturale attingendo direttamente al patrimonio culturale e artistico greco. Nel 45 a.C., però, iniziarono i primi scontri fra i Cesaricidi e coloro che lo avevano difeso: Bruto e il suo esercito si rifugiarono in Grecia e Orazio decise di arruolarsi nel suo esercito. Nonostante le sue umili origini gli furono assegnate cariche importanti. Nel 42 a.C., durante la battaglia di Filippi, Bruto morì. Orazio affermerà nelle “Odi” di aver abbandonato il suo ruolo nel corso della battaglia, nonostante fosse un tribuno, per scappare. L’anno successivo Orazio rientrò a Roma grazie all’amnistia indetta proprio contro coloro che avevano sostenuto Bruto ed erano sopravvissuti alla guerra dopo la sconfitta di Filippi. La proprietà di famiglia a Venosa era stata, però, confiscata dai triumviri (proprio come per Virgilio) e Orazio dovette trovarsi un impiego. In particolare, trovò un impiego amministrativo come scriba quaestorius: egli si occupava di scrivere tutta la documentazione di un questore (magistrato romano); era un impiego ben retribuito. A questo periodo risale l’inizio della sua attività poetica e l’incontro con Mecenate (probabilmente grazie alla mediazione di Virgilio o altri poeti), il quale lo introdusse nel suo circolo e gli donò un podere nella campagna sabina (nel Lazio), fonte per lui di tranquillità economica e la possibilità di dedicarsi all’otium letterario (nella sua poesia un tema ricorrente sarà la riconoscenza per Mecenate). Mecenate lo presentò anche ad Augusto, che chiederà il suo contributo alla propaganda (nei suoi testi troviamo gratitudine anche nei confronti del princeps, che gli permetterà di mantenere queste terre). Orazio morì nell’8 a.C., pochi mesi dopo Mecenate. Orazio, poetica I concetti più importanti della poetica oraziana derivano dall’epicureismo (di cui Orazio si professava seguace) e dallo stoicismo, filosofie che all’epoca avevano avuto grande successo a Roma. Essi sono:
- Metriotes : senso della misura, intesa come la ricerca dell’equilibrio interiore che ognuno possiede e il tentativo di evitare gli eccessi (es. ricchezza e povertà).
- Autarkeia : l’autosufficienza, intesa come la possibilità di riuscire a trovare la piena realizzazione e la
felicità in modo autonomo, sfruttando al meglio le proprie capacità e non aspirare a ciò che per noi è impossibile e irraggiungibile. L’autarkeia rimanda alla metriotes poiché, avendo il senso della misura di me stesso, so qual è il mio limite e conosco le mie potenzialità.
- Modus : senso della misura, intesa come l’attenzione a non cadere nell’eccesso e al sapere essere felici e apprezzare ciò che si possiede, e non voler per forza invidiare il prossimo. Una delle massime più famose oraziane è “est modus in rebus” : ci dovrebbe essere una misura in tutte le cose. Altri topos ricorrenti nella poesia oraziana sono:
- La campagna , vista come luogo ideale per vivere (importante per questo topos è la favola del topo di campagna e del topo di città, che ritroviamo nelle satire di Orazio). Se in Virgilio vi era l’esaltazione della campagna (in cui si ritrova l’origine di Roma) e del contadino (in cui si ritrovano i valori del Mos Maiorum); per Orazio la campagna è un luogo dove poter vivere in pace e lontano dagli eccessi (mettendo, quindi, in modo i concetti di metriotes e autarkeia), oltre che dove dedicarsi all’otium letterario.
- L’ amicizia , vista come l’espressione massima del sentimento umano: essa è il sentimento umano più bello e puro, aiuta l’uomo a non abbandonarsi al dolore, gli permette di non cadere nella disperazione e lo rende felice. Per Orazio l’amicizia (ad es. con Mecenate o Virgilio) è uno degli elementi fondanti della vita. Orazio, “Epodi” Gli “Epodi” vengono composti da Orazio tra il 41 a.C. e il 30 a.C., cioè a partire dal suo rientro a Roma: non sorprende, quindi, che in quest’opera è possibile trovare una riflessione sulla delusione politica e la sconfitta personale a seguito della battaglia di Filippi. “Epodi” deriva dal greco “ epodos ”, anche sostituibile con “giambi”, da Orazio chiamati “iambi”. Di fatto, quest’opera riprende la tradizione dei poeti di epoca arcaica Archiloco (VII secolo a.C.) e Ipponatte (VI secolo a.C.) della poesia giambica , cioè un genere letterario caratterizzato dall’utilizzo del giambo (la successione di un verso breve seguito da un verso lungo e, in ciascun verso, di una sillaba breve e una sillaba lunga). Questo dà ai componimenti un andamento irregolare o “zoppicante”. In alcuni frammenti ritrovati si nota anche una citazione diretta di Archiloco all’interno di alcuni passi dell’opera. Nella Grecia antica questo genere era caratterizzato dell’ invettiva (un attacco personale) come argomento principale; gli oggetti dell’attacco dei poeti greci erano o avversari politici o inimicizie personali. Era una poesia caratterizzata da un tono combattivo e polemico (da polemos, guerra). I poeti che componevano queste opere erano originariamente membri delle eterie (etaerie), ovvero gruppi politici formati da esponenti dell’aristocrazia delle poleis greche che appoggiavano un certo partito politico o leader, spesso con aspirazione a diventare tiranno, oppure lo avversavano. I componimenti di Orazio mancano dell’aggressività che possiamo trovare nella poesia greca per due motivi: la società era cambiata e non esistevano più determinate realtà, ma anche perché Orazio era a Roma solo grazie all’amnistia e doveva prestare molta attenzione a non scagliarsi troppo violentemente contro leader politici o personaggi importanti. I suoi componimenti sono, quindi, caratterizzati da minore aggressività e cambia il soggetto delle invettive: non si schiera contro illustri uomini politici, ma contro categorie sociali a suo parere corrotte. Quando cita apertamente personaggi reali si tratta sempre di figure minori, non rilevanti nell’organizzazione politica romana. Questa sua limitazione suscita delle critiche in quanto Orazio si allontana dai modelli greci di Archiloco e Ipponatte, mantenendo un tono più pacato. Nonostante ciò, le 17 opere si caratterizzano per la varietà degli argomenti e l’eleganza dello stile. “Epodi”, 2 L’epodo è diviso nettamente in due parti: un lungo elogio alla vita rurale (vita che egli stesso aveva conosciuto, in quanto veniva da una famiglia di proprietari terrieri) e ai privilegi di cui le persone che vivono in campagna godono. La campagna è vista da Orazio come il luogo ideale per dedicarsi all’otium letterario; e la rivelazione che a parlare è un usuraio, pronto a riprendere i suoi consueti affari (fare prestiti e riscuoterli con interessi). Nei versi conclusivi Orazio ricorre a una tecnica propria dell’epigramma, l’aprosdoketon (letteralmente “inaspettato”), il
derivante da approfondita osservazione e conoscenza del genere umano e non giudicante o basata sull’odio. Orazio decide di descrivere i vizi poiché, derivando dagli eccessi, non permettono all’uomo di conseguire autarkeia e metriotes, indispensabili per la realizzazione di sé e il raggiungimento della felicità. Orazio, all’interno dei suoi componimenti, non fa solamente una critica, ma anche un’autocritica: raffigura spesso sé stesso come personaggio (l’io lirico che poi si ritroverà nelle opere successive), che non sempre coincide totalmente all’autore, ma dimostra come Orazio fosse consapevole dei suoi vizi. Le “Satire” sono composte da due libri, il primo pubblicato tra il 35 e il 33 a.C. e il secondo pubblicato nel 30 a.C. insieme agli “Epodi”, che contano un totale di 18 componimenti caratterizzati dagli esametri. “Satire”, 1 Componimento di apertura del primo libro, scritto in esametri. Non sappiamo esattamente quando venne composta questa prima satira, ma quasi sicuramente non fu tra le prime, perché
- È dedicata a Mecenate, che è il destinatario di tutta l’opera
- È molto raffinata a livello formale
- Sono presenti degli elementi che rimandano a satire successive Ci sono due temi centrali:
- La generale scontentezza dell’uomo rispetto a ciò che ha
- L’avaritia latina, cioè l’avidità L’insoddisfazione generale, dettata dall’avidità, porta a un risvolto negativo che è l’invidia (etimologicamente significa “guardare con odio”) nei confronti del prossimo e di una presunta felicità altrui (presunta poiché tutti sembrano scontenti). La soluzione a ciò sarebbe il modus, cioè la giusta misura: prendere la distanza dagli eccessi apprezzando ciò che si possiede. Il continuo desiderio acceca e distoglie dal buon senso e dalla possibilità di vivere serenamente in società. “Nulla è mai abbastanza, poiché vali tanto quanto possiedi” La satira ha una struttura ad anello, in quanto si apre con un dubbio e si conclude con il medesimo, ma nel mezzo c’è la trattazione libera e spontanea di temi differenti, come se Orazio stesse dialogando con Mecenate. Orazio, “Odi” Le “Odi” sono un’opera a cui il poeta lavorò per quasi tutta la sua vita: composta da 4 libri (i primi 3 pubblicati nel 23 a.C., mentre il 4 nel 13 a.C.) scritti in metri lirici, costituisce una raccolta poetica vera e propria ( componimenti). All’interno dell’opera, Orazio parla di sé come un poeta lirico: non nel senso moderno del termine (che ha a che fare con i sentimenti umani, l’interiorità e l’individualismo), ma ad indicare il poeta che si rifà alla tradizione lirica greca (poesia letta in pubblico con l’accompagnamento di uno strumento a corde, solitamente la lira). I maggiori poeti lirici greci a cui si rifà erano i lirici dell’isola di Lesbo: Saffo e Alceo (vissuti tra il VI e il VII secolo a.C.). Orazio si ispira anche a Pindaro , poeta tebano della medesima epoca, ricordato come il cantore degli atleti vittoriosi nelle competizioni come le olimpiadi. Quest’ultimo era visto da Orazio come modello di perfezione a cui tendere (ma irraggiungibile, in quanto è caratterizzato da delle capacità creative e un estro creativo ineguagliabile). Pindaro si distingueva per il suo stile elevato (voli “pindarici”), la grande varietà di tematiche trattate e l’utilizzo delle metafore. Orazio afferma di non avere lo stesso estro creativo del poeta greco, ma che è dedito al “labor lime” e, quindi, perfeziona i propri componimenti; in particolare, egli si distingue per la scelta della disposizione delle parole nel verso, frutto del labor lime, e la presenza di numerose figure retoriche legate al suono e all’ordine delle parole. Questa sua dichiarazione la si può trovare nelle “Odi”, libro 4, seconda ode, verso 25-32. Pindaro è qui visto come un cigno, il quale non canta quasi mai ma, quelle poche volte in cui lo fa, ha un canto melodico e meraviglioso. Pindaro, allo stesso modo, canta poche volte ma quando lo fa incanta tutti. Orazio, invece, si paragona a un’ape, animale piccolo ma noto per la sua operosità e laboriosità: come l’ape, con grande fatica e continuità, passa la sua giornata a impollinare, allo stesso modo Orazio lavora (scrivendo e sistemando le
opere con il labor limae). Nella stessa ode Orazio riconosce tutti i pericoli a cui si espone colui che vuole imitare Pindaro: “si espone a un volo rischioso come quello di Icaro”. Orazio, al contempo, è consapevole anche della sua bravura e questo lo possiamo ricavare da due elementi:
- Dal verso delle odi “ Egexi monumentum aere perennius ”: “Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo”, ad indicare che le sue poesie, come un monumento di bronzo, resisteranno nei secoli (anche se, magari, non belli come all’inizio). Egli reputa la sua poesia immutabile e nota nei secoli a venire.
- Si definisce “ vates ”, cioè un poeta che è anche profeta; questo è un termine arcaico che presuppone un’investitura divina. Il poeta è profeta perché un Dio lo ispira ed egli può, quindi, dare degli insegnamenti validi per il futuro (aura sacrale). I 4 libri delle odi hanno delle caratteristiche comuni:
- Hanno un’ impostazione allocutiva , da “ad loquor”: i componimenti si rivolgono a un destinatario reale o fittizio mediante il dialogo
- È presente un’ arte allusiva , cioè un continuo riferimento ai modelli della tradizione lirica greca (Saffo, Alceo, Pindaro). Questo è possibile perché Orazio ha come destinatari una cerchia di persone molto colte( circolo di Mecenate e corte di Augusto).
- Gli spunti e i modelli tradizionali vengono adattati alla sensibilità, al gusto e alle vicende sociopolitiche contemporanee all’autore.
- C’è una grande varietà di temi e possiamo riconoscere diversi filoni:
- Filone religioso : formato da diverse odi che contengono preghiere e inni rivolti agli dèi o ai soggetti insoliti (una fonte, il vino, ...).
- Filone civile : formato dalle prime 6 odi del III libro, anche dette “odi romane”, in quanto sono volte a glorificare Roma e i valori del Mos Maiorum, incarnati da alcuni personaggi storici che vengono ricordati nelle odi stesse; questa è anche una celebrazione indiretta di Augusto. Augusto commissionò a Orazio (poeta maggiore dopo la morte di Virgilio) il “carmen saeculare”, un carme composto appositamente per la celebrazione dei Ludi Saeculares (indetti appositamente da Augusto), una festività organizzata per solennizzare la fine di un seculum (110 anni) e l'inizio di un altro. Questa festa durava 3 giorni e 3 notti, prevedeva diversi tipi di celebrazioni (sacrifici, spettacoli...) ed era caratterizzata da un coro composto da 27 ragazzi e 27 ragazze che intonavano un carme (in questo caso, quello composto da Orazio) sul Campidoglio e sul Palatino (i 2 luoghi simbolici di Roma e della sua formazione). Il carme era rivolto alle 2 divinità i cui templi si trovavano sul Palatino (Apollo e Diana), ma anche a tutti gli dèi protettori di Roma.
- Filone erotico : consiste nella tematica amorosa, trattata diversamente rispetto a Catullo e ai poeti lirici romani, in quanto non c’è una figura femminile precisa o una storia personale, ma diverse donne e situazioni; di fatto, l’amore non è trattato con coinvolgimento sentimentale e la passione, ma con ironia e distacco.
- Filone conviviale : carmi legati alla situazione del simposio o del banchetto, che si riallaccia anche al tema dell’amicizia e delle convivialità, centrali in Orazio.
- Filone gnomico : da “gnome”, ovvero che contiene sentenze; è il tema più corposo. Esso contiene “sentenze”, che per Orazio sono delle riflessioni che vogliono avere il carattere di insegnamento. Il nucleo fondamentale nel filone gnomico è la consapevolezza dell’incertezza e del futuro unite alla brevità della vita. Per Orazio bisogna sostenere le avversità in modo virile e cercare di trovare il piacere nell’oggi, senza fare affidamento sul futuro. Alla base di tale pensiero ci sono autarkeia, metriotes e modus. Alla pluralità di temi corrisponde anche una pluralità di registri linguistici e stilistici: in particolare, troviamo un tono più elevato del linguaggio quotidiano delle “Satire”, ma non solenne quanto quello dell’epica.
Diem”. L’ode ha come destinatario la ragazza Leuconoe (nome parlante significa “della mente candida/pura” che conferisce all’interlocutrice un connotato di ingenuità). Orazio le si rivolge con tono colloquiale, come si evince dal “tu” col quale si apre l’ode. Nonostante il tono colloquiale, abbiamo uno stile raffinato, elevato, che rappresenta al meglio il concetto di labor limae, in quanto in soli 8 versi troviamo una summa del pensiero, della filosofia e della poetica di Orazio. Abbiamo quindi una scelta sapiente dei termini e della loro disposizione nel verso. Leuconoe era una ragazza ingenua che voleva conoscere qualcosa in più sul proprio futuro e per questo si affida ai “numeri babilonesi” (usanza tipica dell’epoca di Orazio di rivolgersi agli oracoli/ indovini orientali per conoscere il proprio futuro). Orazio le dice “scire nefas”: non è possibile, in quanto non è previsto dagli dei, visto quasi come un sacrilegio il “tentare di sapere”. Nefas aveva valore sacrale, che rimanda a un’impossibilità per volere divino, in quanto gli dei non prevedevano che gli uomini possano conoscere la propria sorte. Non bisogna tentare di conoscere il futuro, ma bisogna cercare di sopportare quello che la sorte ci attribuirà; qualunque cosa accada, sia che la speranza di vita sia lunga (molti inverni), sia che le abbia assegnato una vita più corta (ultimo inverno). Orazio le consiglia di essere saggia e di non riporre una speranza eccessivamente lunga(o a lungo termine) in una vita caratterizzata dalla brevità. Non bisogna avere aspettative eccessive, ma bisogna basarsi sul tiuy. “Dum loquimur, fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.” sentenza principale, sulla quale è incentrato tutto il componimento. Carpe è l’imperativo dal verbo carpo, termine derivante dal lessico dell’agricoltura. Significa raccogliere (un frutto, quindi qualcosa di prezioso in quanto deriva dal lavoro e dalla fatica). Diem significa invece attimo, momento. Carpe diem significa “custodisci il tempo che ti è dato, impara a considerarlo come prezioso, come fosse un frutto, perché non è infinito” (del doman non v’è certezza) Orazio, “Epistole” “Epistole” è un’opera formata da 2 libri di componimenti in versi (esametri), costituiti da lettere in poesia pensate sin dall’inizio per una pubblicazione. Il primo libro fu pubblicato nel 20 a.C. ed è formato da 20 componimenti; il secondo libro venne pubblicato postumo ed è formato da soli 2 componimenti. Troviamo, poi, “Ars poetica” o “Epistula ad pisones” , un componimento a sé stante. Esso è una lunga lettera ( esametri) indirizzata alla famiglia dei Pisoni e improntata sull’esposizione di teorie letterarie dell’autore (storia della letteratura, diversi canoni dei vari generi letterari, la figura del poeta e il suo modo di operare). La cronologia è incerta (si ritiene sia posteriore al secondo libro o che sia stata composta tra il primo e il secondo libro). Anche queste opere sono chiamate da Orazio “ sermones ” e vengono concepite come opere dal linguaggio semplice e dai contenuti vicini alla vita quotidiana. Le epistole contenute in quest’opera, oltre ad essere destinate a interlocutori reali o immaginari, hanno formule introduttive di saluto, un linguaggio piuttosto semplice e un registro colloquiale (anche se il linguaggio e il registro variano in base al destinatario) e formule di commiato finale (elementi tipici delle missive vere e proprie). Orazio introduce una novità nel genere epistolare: egli è il primo a scrivere epistole poetiche di argomento filosofico. Troviamo, infatti, delle lettere (in versi) che trattano argomenti filosofici (in Orazio legati a autarkeia e metriotes). Prima questi argomenti filosofici venivano trattati mediante la prosa e non in versi. Nelle sue lettere di argomento filosofico, però, la morale dell’autore sembra vacillare e lui sembra ritrarsi quasi insicuro: se a tratti è un convinto sostenitore delle teorie filosofiche dell’epicureismo e dello stoicismo, a tratti si dichiara incapace di proseguire gli ideali di autarkeia e metriotes fino in fondo. In questo troviamo un io lirico più reale e non ideale. Nel secondo libro troviamo opere di argomento letterario.
- La prima epistola è indirizzata ad Augusto: in essa critica l’ammirazione per i poeti arcaici ed esamina lo sviluppo della letteratura romana.
- La seconda epistola è indirizzata a Giulio Floro: è una specie di congedo dalla poesia per dedicarsi alla meditazione e riflessione filosofica.
Dinastia Giulio Claudia Dopo il principato di Augusto salì al potere Tiberio (14-37), primo esponente della dinastia Giulio Claudia. Tiberio non aveva, però, scelto un suo successore e al momento della sua morte il senato scelse Caligola (37-41). A lui seguirono Claudio (41-54), che adottò il figlio della seconda moglie (Agrippina), la quale lo aveva avvelenato per far salire al trono il figlio Nerone (54-68) a soli 17 anni. Nei primi anni di governo Nerone fu affiancato dalla madre, dal prefetto del pretorio Afranio Burro e da Seneca, richiamato dall’esilio per occuparsi dell’istruzione del princeps. Dopo i primi anni di governo “illuminato” all’insegna della clementia e della giustizia, Nerone decise di attuare una monarchia di tipo assoluto, sul modello orientale: Seneca venne congedato, il prefetto del pretorio Burro venne sostituito da Tigellino (uomo spietato e violento) e Agrippina venne uccisa (anche per l’influenza di Poppea, moglie di Nerone, che mal sopportava l’ingerenza di un’altra donna a corte). All’interno della monarchia avevano importanza gli spettacoli (che permettevano di mantenere il consenso popolare) e la letteratura, in cui Nerone stesso si cimentava con delle composizioni poetiche. Nonostante ciò, era dalla morte di Augusto che mancava un vero progetto culturale e una figura come quella di Mecenate, che univa intorno a sé i letterati e permetteva loro di svolgere il proprio lavoro nella corte (diventando un mezzo di propaganda). Nel 64 avvenne l’incendio di Roma, del quale Nerone accusò i cristiani, dando origine alla prima persecuzione e condannandoli a morte. Ad oggi, si pensa sia stato Nerone stesso ad appiccare l’incendio, così da fare spazio alla costruzione della Domus Aurea, dimora in suo onore. L’anno successivo, forse a causa dei sospetti che si erano creati riguardo l’incendio, viene sventata la congiura dei Pisoni (famiglia nobiliare che troviamo nell’epistola “Ad Pisones” di Orazio) contro l’imperatore. Alcuni dei principali letterati che vivevano sotto il principato di Nerone vennero accusati di aver preso parte a questa congiura e costretti al suicidio (come Socrate). Tra questi abbiamo anche Seneca, Lucano e Petronio (uno dei due autori di romanzi della letteratura latina). Nerone, incapace di gestire le rivolte che avvenivano in Spagna e nelle Gallie e ormai sempre più avversato dai suoi, nel 68 si fece uccidere da un servo durante una rivolta. Seneca, vita Seneca nacque a Cordoba (odierna Spagna, all’epoca una ricchissima provincia romana) forse nel 12 a.C. o forse nel 4 a.C. Il padre era un celebre retore e garantì al secondogenito un’eccellente istruzione: fra i suoi maestri si annoverano alcuni dei più importanti filosofi e retori della provincia spagnola. La disciplina che maggiormente segnò la sua formazione culturale fu la filosofia stoica. Soggiornò per lunghi periodi a Roma con la famiglia (il padre riceveva incarichi importanti in quanto retore). Nel 31 Seneca si trasferì a Roma e intraprese la carriera politica: divenne prima questore e, in seguito, grazie alle sue doti eccellenti, entrò in senato (sotto il principato di Tiberio). Nel 39 Caligola, geloso della sua fama, delle sue doti e del suo prestigio, decise di condannarlo a morte. Fu una sua amica/amante a fargli notare che Seneca era già di salute debole (soffriva di una grave malattia e spesso andava in località calde, come l’Egitto) e non avrebbe avuto lunga vita: mandarlo a morte avrebbe generato scalpore insensato. Seneca venne, quindi, graziato. Nel 41, sotto il principato di Claudio, la moglie del princeps Messalina lo fece però condannare all’esilio accusandolo di aver commesso adulterio con la sorella dell’imperatore stesso, Giulia Livilla. Seneca passò alcuni anni in Corsica, al tempo territorio inospitale e isolato: qui, lontano dalla vita politica, iniziò a dedicarsi alla composizione di opere letterarie. Nel 49 poté tornare a Roma per fare da precettore a Nerone. Alla morte di Claudio, Seneca affiancò Nerone al governo insieme alla madre e al prefetto del pretorio Afranio Burro. Dopo 5 anni, il principato di Nerone subì una svolta assolutistica e si allontanò dai principi di clementia e fides auspicati da Seneca, che si ritirò a vita privata e si dedicò esclusivamente alle opere letterarie. Nel 65 venne accusato di aver preso parte alla congiura dei Pisoni contro l’imperatore e fu costretto al suicidio. Seneca, poetica Nella composizione letteraria di Seneca troviamo due fasi: una prima fase indirizzata a influenzare l’operato di Nerone e una seconda fase (a partire dalla svolta assolutistica del principato di Nerone) indirizzata alla ricerca del
- “De otio”, in cui parla della necessità della scelta di una vita appartata e dei benefici che può portare al saggio; quest’opera è scritta da Seneca dopo il ritiro dalla scena politica. Dopo, troviamo il “De providentia”, in cui Seneca riflette sul fatto che la sorte sembra spesso premiare i malvagi e punire gli onesti. Seneca, a differenza di Manzoni, non credeva nel Dio cristiano, ma in un principio razionale che domina l’universo (il logos). Egli afferma che esso mette alla prova uomini buoni e fa sì che possano esercitare le loro virtù: di fronte alle difficoltà l’uomo buono e onesto ha modo di mettersi alla prova e diventare un esempio per gli altri. Il logos, quindi, coincide con il piano provvidenziale. Infine, c’è il “De brevitate vitae” (“La brevità della vita”), in cui Seneca si sofferma sul problema del tempo e della sua fugacità. Egli dice che il tempo concesso all’uomo non è poco se si riesce a coglierne la vera essenza e non ci si perde in occupazioni futili. Quest’ultima opera è dedicata a Paolino, fratello della sua seconda moglie e prefetto dell’annona (si occupava dell'approvvigionamento di cibo). Seneca, trattati A livello formale, non si riscontrano differenze evidenti rispetto ai dialogi, tuttavia la tradizione ha lasciato fuori dal gruppo di questi, 3 opere
- Le “Naturales questiones” (o “Naturalium questionum libri VII”) Costituiscono l’impianto “fisico” della filosofia stoica e sono un’opera compilativa (ossia che riprende e riporta gli studi di autori precedenti). Tratta di fenomeni naturali come terremoti, temporali, ecc. (Per la filososfia stoica esiste un principio razionale che governa l’universo: il logos) Il fatto di conoscere i fenomeni naturali che sono governati dal logos (principio razionale che regola l’universo) porta l’uomo a liberarsi dall’ignoranza e dalla superstizione e ad arrivare più facilmente alla saggezza.
- “De beneficiis” (i benefici, o meglio gli atti di beneficenza) Parla del rapporto che si instaura fra benefattore e persone che ricevono il beneficio, che costituisce un legame in un certo senso sacro (un po’ come il legame dell’ospitalità, che era ricorrente nell’epica). Per questo motivo, chi si dimostra irriconoscente, viene punito. L’aiuto reciproco che deriva dai “benefici” è per Seneca alla base dei rapporti sociali e può aiutare a creare una società più coesa e pacifica.
- “De clementia” (la clemenza) Risale agli anni 55-56 d.C. ed è indirizzata al giovane Nerone, che l’autore doveva istruire affinché diventasse un buon sovrano. La monarchia (o principato) secondo la dottrina stoica è la forma di governo che meglio rispecchia il logos (ne diventa un riflesso terreno) ma il monarca, che governa da solo, deve contare solo sulla sua coscienza. Come far sì che questa sia rivolta al benessere dello Stato e dei suoi sudditi? Attraverso l’educazione, che è necessariamente filosofica. Troviamo in quest’opera la rivalutazione della figura del filosofo e del suo ruolo e i principi espressi poi nel “De tranquillitate animi”. Seneca, tragedie Esse sono 9 di attribuzione certa, tutte coturnathae (opere di argomento mitologico greco) e una spuria togata (ossia non attribuibile all’autore). È l’unico tragediografo romano le cui opere sono giunte fino a noi per intero e non in forma di frammenti. Probabilmente erano destinate alla lettura e non alla rappresentazione teatrale, perché il teatro tragico all’epoca non era più apprezzato. Hanno sempre un intento pedagogico e morale, come le opere filosofiche. Dal momento che le tragedie trattano di miti o di avvenimenti che hanno un finale tragico, dove solitamente muoiono tutti. È il luogo in cui si esaltano le passioni umane (ma per la filosofia storica le passioni umane non sono un elemento positivo, poiché bisognava arrivare all’apatia e all’atarassia) e l’autore mostra attraverso le tragedie quali sono le conseguenze che hanno sull’uomo le passioni sfrenate, come furor, ira ecc. che sono l’opposto dei principi stoici di apatia e atarassia. Vengono enfatizzati i particolari più orridi e raccapriccianti proprio per rafforzare tale insegnamento. Si prediligono i dialoghi alle scene di azione perché in essi i protagonisti mettono in luce i propri sentimenti.
Seneca, “Apokolokyntosis” o “Ludus de morte claudii” Opera risalente al 55 o più probabilmente al 59 d.C. La datazione è incerta poiché nel 55 muore l’imperatore Claudio (titolo), in realtà Seneca aveva scritto l’elogio funebre per Claudio, recitato successivamente da Nerone, allora probabilmente scritta in epoca più avanti Appartiene al genere della satira menippea (così chiamata da Menippo di Gadara, autore del III secolo a.C.) È un prosimetro, cioè un’opera che alterna l’uso di prosa e versi. Opera che nei toni non rispecchia le altre, in quanto lontana dai principi stoici. In quanto Seneca riversa il suo astio nei confronti dell’imperatore defunto, colui che lo aveva mandato in esilio; infatti, Claudio viene descritto come un uomo brutto, zoppo e stupido. Il titolo deriva dall’unione dei termini:
- Apotheosis = divinizzazione, frequentemente conferita agli imperatori dopo la morte
- Kolokynte = zucca Di fatto, signfica zucchificazione o zucchizzazione o trasformazione in zucca o di uno zuccone. A Claudio dopo la morte viene riconosciuta la divinizzazione dal Senato, anche se non si distingueva per il suo operato. Seneca immagina che una volta morto, Claudio arriva sull’Olimpo, dove trova gli altri dèi e gli altri imperatori divinizzati. Tutti rimangono stupiti nel vedere questo uomo zoppo, brutto e stupido. Lo accoglie Eracle, Claudio vuole dare sfoggio della propria cultura e vantarsi delle sue origini troiane (della gens Iulio claudia, discendente di Enea, Iulo, quindi dei troiani), quindi fa una citazione dell’Odissea, peccato che però cita Ulisse che è stato distruttore di Troia. Quindi fa subito la figura dello stupido. Interviene Augusto, divinizzato per giusta causa, il quale mostra la sua riluttanza nell’accogliere Caludio, quindi propone di mandarlo agli inferi, decisione condivisa anche dagli altri dèi. Viene accompagnato agli inferi, ovviamente passando per la Terra, dove assiste al proprio funerale: qui anziché vedere gente che lo piange e si dispera per la sua morte, tutti esultano. Arrivato agli Inferi, deve ricevere una punizione, siccome pare che in vita sia stato un’amante del gioco d’azzardo, viene condannato a una punizione che rispecchia la sua stupidità e inutilità, poiché deve per sempre giocare a dadi, contenuti in un barattolino bucato. Oltretutto finendo con l’essere servo di un suo ex liberto. “De brevitate vitae” 10, 2- In questo testo Seneca spiega quale debba essere il corretto rapporto dell'uomo con le tre parti in cui tradizionalmente viene suddiviso il tempo (presente, passato e futuro): il passato, rispetto all'incerto futuro e al fuggevole e quasi inafferrabile presente, ha il vantaggio di costituire un'acquisizione definitiva e immutabile (in contrapposizione con Leopardi). Esso, infatti, non può essere modificato, neppure dalla sorte (entità superiore agli uomini) ed è l’unica nostra certezza. (“Di questi momenti, quello che stiamo vivendo è breve, quello che dobbiamo ancora vivere è incerto, quello che abbiamo vissuto è sicuro.”) Questa visione la ritroviamo anche in altri passi senecani (“Il tempo passato ci appartiene e nulla è più sicuro di ciò che è stato”, “Epistulae ad Lucilium”, “In questa realtà così instabile e confusa niente è certo se non il passato” “Consolatio ad Marciam”) e in Orazio (“Vivrà padrone di sé e lieto colui che ogni giorno può dire: “Ho vissuto”). Il giusto rapporto con il passato, tuttavia, è possibile solo al sapiente, che rievoca volentieri le azioni virtuose che ha compiuto. Gli uomini stolti (“occupati”), che per Seneca sono la maggioranza delle persone, non riescono a far tesoro del proprio passato perché o non vogliono riflettere su di esso o, se lo fanno, provano rimorso o vergogna. Essi, infatti, sono sempre affaccendati in attività inutili e insensate e se si fermassero per un istante a riflettere si accorgerebbero con spavento di essersi affannati tanto per non concludere nulla. (“Del resto, se anche trovassero il tempo, non è piacevole ricordare ciò di cui si ha rimorso.”) Solo chi si comporta in modo eticamente ineccepibile riesce a rivivere il passato; gli altri ne hanno paura, perché sprecano il tempo che hanno: per fare in modo che il passato sia veramente gradevole bisogna ricercare continuamente la saggezza stoica, che ci porta ad essere moralmente ineccepibili. (“Si volge volentieri verso il
- La necessità dell’introspezione
- La riflessione sul tempo (che ritroviamo già nel primo componimento a sottolineare l’importanza della tematica per l’autore)
- La morte
- La relazione tra il tempo a nostra disposizione a livello qualitativo e quantitativo (per Seneca il tempo a nostra disposizione non è poco, ma siamo noi ad utilizzarlo erroneamente e a sprecarlo). “Epistolae ad Lucilium”, 1 Questa epistola ha come argomento principale il tempo: per Seneca per riuscire a sfruttarlo bisogna riuscire a conquistare un dominio su noi stessi, liberandoci dal condizionamento degli altri e dalle cose materiali. L’epistola si apre in medias res (senza un’introduzione) con la formula di saluto “Seneca lucilio suo salutem”, cioè Seneca che porge il saluto al suo amico Lucilio (l’aggettivo possessivo indica stretta relazione tra i due). Nel primo paragrafo, i verbi “vindica” e “collige” mostrano il carattere didascalico del componimento. “Subripiebatur” (“strappare con violenza”, da sub+rapio), invece, fa riferimento al tempo che sfugge e ci viene sottratto da agenti esterni. Per questo l’uomo deve riappropriarsi della sua identità e del tempo (unica cosa che davvero gli appartiene). Traduzione primo paragrafo: “Fai così, mio caro Lucilio: rivendica te stesso (riprendi in mano la tua sorte) raccogliendo e conservando il tempo, che fino ad ora ti è stato sottratto o ti sfuggiva. Convinciti che le cose stanno così, come scrivo. Una parte del tempo ci viene strappata, un’altra viene portata via, una parte scorre/scivola/si disperde; tuttavia, la perdita più spregevole è quella che accade per negligenza: noi stessi siamo colpevoli di questa mancanza, perché non ci accorgiamo di cosa è veramente importante. Se vorrai fare attenzione, gran parte della vita scivola via a coloro che si comportano male, la massima parte della vita scivola via a coloro che non fanno nulla (otium improduttivo) e tutta la vita scivola via a coloro che fanno altro.”. Nel secondo paragrafo Seneca espone lo stesso concetto di Orazio: mentre parliamo la vita e il tempo ci sfuggono; dobbiamo, quindi, abbracciarlo. Traduzione terzo paragrafo: “Il tempo e il suo impiego sono gli unici beni che realmente possediamo, tutto il resto appartiene agli altri. La natura ci mise in possesso di questo unico bene fugace e malsicuro, dal quale scaccia chiunque lo voglia e gli uomini sono stolti, perché tollerano, quando le hanno ottenute, la rivendicazione del possesso di beni materiali, insignificanti e sostituibili.”. Per Seneca, però, l’unica cosa di cui essere grati è il tempo, di cui nessuno si ritiene debitore, pur essendo l’unica cosa che neppure una persona grata può restituire. Nel quarto paragrafo Seneca spiega come anche lui spreca una parte del suo tempo, ma ne è consapevole: questo lo differenzia dal povero, che si rende conto del suo spreco solo alla fine della sua vita e realizza di non aver saputo utilizzare astutamente l’unico bene che davvero possedeva. In quest’opera troviamo, quindi, riflessioni su:
- Possesso del tempo
- Povertà di chi lo spreca
- Il timore della morte in virtù dello spreco del tempo che si fa Lucano, vita Lucano nasce nel 39 a Cordova ed è il nipote di Seneca (figlio di suo fratello). Egli appartiene a una famiglia di ceto sociale elevato e accede agli studi nelle migliori scuole dell’epoca (ad Atene e a Roma). Nel periodo della sua formazione venne influenzato dalla filosofia stoica, che lo zio inseriva nelle sue opere. Lucano, però, non arrivò mai ad abbracciare completamente questo stoicismo e venne per questo definito “uno stoico che ha perso la sua fede”. Grazie all’appoggio di Seneca, a Roma entra a fare parte della cerchia dei cosiddetti “amici di Nerone” (entra a corte) e, in occasione dei giochi pubblici istituiti dall’imperatore nel 60, compose e recitò le “Laudes Neroni” (lodi di Nerone). A causa del suo orientamento politico filo-repubblicano (contro al principato, ormai istituzionalizzato da diversi decenni) e della sua partecipazione alla congiura Pisoni, nel 65 fu costretto al suicidio con Seneca.
Delle sue opere ci restano solo i titoli e un’opera sia perché morì giovane (26 anni) sia per la damnatio memoriae a cui fu condannato. Le fonti a noi arrivate derivano da Svetonio (“Vite dei Cesari”) e da una biografia scritta da Lucano stesso. Lucano, “Bellum civile” L’opera superstite è il “Bellum civile” o “Pharsalia”, un poema epico che riguarda le vicende della guerra civile fra Cesare e Pompeo (49 a.C.). A noi sono arrivati dieci libri, ma l’opera è probabilmente incompiuta (non termina con l’effettiva fine della guerra civile, e quindi il rientro a Roma di Cesare, ma con l’inizio della relazione fra Cesare e Cleopatra e il tentativo degli alessandrini di resistere a Cesare). Per scrivere quest'opera Lucano prende il modello virgiliano dell’Eneide e, in generale, dell’epica latina e lo capovolge (per questo è stata definita “anti-Eneide”); anche per questo è probabile che l’opera sia arrivata a noi incompiuta e che Lucano avesse in mente 12 libri. Nell’opera sono presenti fonti storiografiche (Tito Livio e altri autori minori di età imperiale, come Asinio Pollione), perché vengono trattate vicende realmente accadute prima della sua nascita. Il primo libro è caratterizzato da:
- Un proemio
- Una celebrazione di Nerone, la quale è stata dibattuta dai critici (potrebbe essere una celebrazione ironica e non sincera)
- Un’esposizione delle cause della guerra
- L’esposizione dell’evento scatenante (il superamento del Rubicone con l’esercito armato nel 49 a.C.)
- La diffusione a Roma del panico per via dell’inizio delle ostilità Negli altri libri troviamo la descrizione di come Cesare arriva a Roma senza incontrare ostacoli mentre Pompeo ripiega in Macedonia, dove tenta di mettere insieme un esercito per affrontare Cesare. Quest’ultimo elimina le legioni che Pompeo aveva stanziato in Spagna (cosicché non potessero portargli soccorso) e poi va in Macedonia, dove avrà luogo la battaglia di Farsalo (da qui Pharsalia) in cui l’esercito di Pompeo viene sconfitto. Pompeo con i superstiti si reca in Egitto, dove viene accolto da Tolomeo, che lo tradisce e fa recapitare la sua testa a Cesare. Egli, però, lo fa a sua volta decapitare (in quanto è un traditore degli ospiti). Gli alleati di Pompeo tentano di arrivare in Numidia, il cui re era tradizionalmente alleato romano, e compiono la traversata del deserto guidata da Catone l’Uticense, il quale a Utica si tolse la vita dopo essere stato raggiunto dall’esercito di Cesare. Cesare torna, quindi, ad Alessandria, dove inizia una relazione con Cleopatra e ha inizio l’opposizione degli alessandrini. In quest’opera troviamo numerose differenze dall’impostazione epica latina tradizionale (Eneide):
- L’opera è di argomento storico
- Gli eventi sono in ordine cronologico (di solito c’è un inizio in medias res, dei flashback e poi si torna agli eventi)
- L’assenza delle divinità, che non intervengono nella vicenda: non ci sono Dei favorevoli o contrari e non c'è il classico schieramento di forze (presente nell’Iliade, nell’Odissea e nell’Eneide)
- Gli eventi luttuosi presenti all’interno dell’opera non portano a un finale positivo, ma alla distruzione delle istituzioni repubblicane che avevano reso Roma una grande potenza. Nell’Eneide, nonostante i numerosi eventi luttuosi, c’è un finale positivo (Enea diventa l’eroe capostipite della potenza romana) e tutta la sofferenza è finalizzata alla fondazione della nuova città, la cui grandezza verrà celebrata nel sesto libro. Nella Pharsalia, invece, c’è un avvicinamento alla tragedia (gli avvenimenti dolorosi della guerra non hanno una finalità, ma conducono alla distruzione e alla scomparsa delle istituzioni che avevano reso Roma grande). Per Lucano la guerra civile che ha condotto al principato è stato un elemento fortemente negativo e per questo la grandezza di Roma è da ricercare nel periodo antecedente alle guerre civili.
- L’assenza di un eroe positivo e di un reale protagonista, in quanto i due contendenti (Cesare e Pompeo) si equivalgono per importanza e nessuno dei due spicca come figura positiva:
- Cesare è una figura caratterizzata da una grandezza tirannica e crudele e ricorda le figure dei tiranni delle tragedie di Seneca e alcuni modelli negativi della storiografia romana: Annibale per Livio e
- La guerra civile viene avvertita dall'autore come una sorta di suicidio: questo lo possiamo capire dal verso due e tre (“un popolo potente rivolge la mano, e quindi la spada, contro le sue stesse viscere”). Secondo Lucano il popolo romano poteva utilizzare la sua forza militare e le sue doti militari per conquistare nuovi territori e aumentare la sua gloria, ma ha invece deciso di rivolgersi contro sé stesso in una guerra di cittadini contro cittadini. Questo suicidio viene reso ancora più scellerato dal fatto che i due contendenti fossero imparentati (Pompeo aveva sposato Giulia, figlia di Cesare, in prime nozze, ma l’aveva poi ripudiata). Il conflitto narrato va, quindi, a distruggere non solo le istituzioni statali, ma anche il nucleo fondante della società romana (la famiglia) ed esprime la dissoluzione dei valori più importanti per i romani (tra cui la pietas). Inizialmente Pompeo, Cesare e Crasso fondarono il primo triumvirato, cioè un accordo privato che assicurava un sostegno politico per raggiungere rispettive cariche. A Crasso vennero assegnate le province orientali, dove rimase ucciso nella battaglia di Carre contro i Parti (eredi dei Persiani). A seguito della sua morte le insegne romane vennero strappate (ne parla anche Dante) e il triumvirato ebbe fine. Per Lucano la morte di Crasso segna la svolta verso le guerre civili, in quanto egli fungeva da mediatore tra Cesare e Pompeo, entrambi interessati al potere e le cui tensioni andarono velocemente ad inasprirsi. Per Lucano Pompeo e Cesare avrebbero dovuto allearsi e cercare di riconquistare il territorio perso da Crasso, in quanto la vittoria di uno dei due nella guerra civile non sarebbe mai stata una vittoria gloriosa. Invece, se avessero collaborato, avrebbero sicuramente conquistato nuovi territori sia nell'oriente che nel Nord Europa. Lucano definisce la guerra civile come “belli nefandi”, cioè guerra nefasta (indicibile, che va contro la morale e le leggi umani). Questa guerra, infatti, porta a una distruzione dell'Italia che non si era vista neanche durante le guerre contro Pirro o contro Annibale (unici ad arrivare con il loro esercito in Italia, le altre guerre i romani li avevano combattute fuori dall’Italia). Lucano, inoltre, definisce le ferite di questa guerra inguaribili, in quanto le conseguenze non avranno mai una vera e propria fine. È evidente come Lucano stia dando un giudizio e stia cercando di orientare il lettore per far prendere consapevolezza delle conseguenze della guerra: fino ad allora nella poesia epica il narratore non si intrometteva nelle vicende e non guidava il lettore, poteva solo saltuariamente commentare o rivolgersi ad un eroe (ad esempio, chiamandolo infelice o sventurato). Tacito, vita La maggior parte delle informazioni che abbiamo sulla vita di Tacito sono abbastanza incerte. Egli è presumibilmente nato nel 55 a Terni (dove è ricordato con statue e targhe) o è originario della Gallia Narbonese, dove il cognome “Tacito” era piuttosto diffuso. Neanche il suo nome è certo: potrebbe essere Publio Cornelio o Gaio. Con certezza sappiamo che faceva parte di una famiglia di classe senatoria dell'alta società romana e che sposò la figlia di Giulio Agricola, un condottiero che si distinse nelle campagne militari in Germania sotto il principato di Domiziano. Sappiamo, inoltre, che fu allievo di Quintiliano e che ebbe una brillante carriera politica: fu sia oratore che politico, percorrendo le principali tappe del cursus honorum sotto gli imperatori Vespasiano, Tito e Domiziano (imperatori della Gens Flavia). Alla morte di Domiziano, Tacito si ritirò dalla vita politica e si dedicò alla scrittura (principalmente di opere storiografiche). Morì probabilmente tra il 117 e il 120. Tacito, poetica Tacito è ricordato come il più importante storico di tutta la letteratura latina. Delle sue opere, però, sono a noi arrivate in versione integrale solo quelle minori:
- “De origine et situ Germanorum” (o “La Germania”), cioè un trattato storico ed etnografico
- “De vita et moribus Iulii Agricolae” (“Vita di Giulio Agricola”), cioè una biografia del suocero
- “Dialogus de oratoribus”, cioè un trattato in forma di dialogo incentrato sulle cause della decadenza del genere oratorio Le sue opere maggiori, invece, ci sono arrivate frammentarie:
- “Historiae” (“Storie”), opera che tratta degli eventi intercorsi fra il 69 e il 96 (dall’anno dei quattro imperatori fino alla morte dell’imperatore Domiziano). A noi sono arrivati i primi quattro libri e parte del
quinto.
- “Annales” (“Annali”), un’opera che tratta degli avvenimenti intercorsi fra 14 e 68 (dalla morte di Augusto a Nerone). A noi sono arrivati i primi quattro libri, parte del quinto, il sesto libro e parte di quelli conclusivi. Nelle sue opere troviamo una documentazione molto approfondita poiché Tacito, essendo stato un importante uomo politico, aveva accesso a delle fonti dirette difficili da reperire per chi non era in politica (verbali delle riunioni del Senato, atti dei magistrati ed epistole private degli imperatori e dei funzionari, conservate negli archivi). Nelle sue opere troviamo, però, anche fonti più canoniche e facilmente reperibili, come le opere di storici precedenti e le testimonianze dirette. La particolarità di Tacito è che, se le fonti sono tra loro discordanti, per completezza (e incapacità di scegliere quella migliore), egli fornisce più versioni di uno stesso fatto. Tacito prese Sallustio come modello storico ed è proprio da quest’ultimo che derivano alcune delle sue caratteristiche (sia a livello stilistico che di poetica):
- A livello stilistico, troviamo il prevalere dell’inconcinnitas, cioè uno stile prevalentemente paratassico con periodi costruiti in modo difforme e moltissimi sottintesi. Questo stile complesso è il motivo per cui la traduzione di Sallustio e Tacito è considerata difficile. Concinnitas: caratteristica della prosa ciceroniana, perfettamente simmetrica nella costruzione dei periodi e con una netta preferenza per l’ipotassi rispetto alla paratassi. A livello di poetica:
- Alla storiografia viene attribuito un intento didascalico e, quindi, un fine educativo che avviene tramite il suo appassionarsi alle vicende. Essa è, quindi, “maestra di vita” per l’uomo e per questo Tacito vuole narrare vicende interessanti.
- Egli ha una concezione pessimistica della storia, che è crudele: al suo interno spesso prevalgono figure tiranniche e gli uomini virtuosi e valorosi sono spesso vittime di intrighi, giochi di potere e meccanismi di forza dai quali non si riesce a sfuggire. In “Annales” Tacito spiega la differenza tra storia e storiografia: “ne virtutes sileantur”, “non passare sotto silenzio le virtù”: la storiografia è un modo per preservare quei valori che nella storia sono schiacciati.
- Da questo deriva la grande attenzione attribuita ai personaggi (singoli individui) e al loro profilo psicologico. Tacito disprezza le masse e i popoli (anche per le sue origini nobiliari) e pensa che la storia sia fatta dai grandi personaggi. Questo è anche dovuto al fatto che ha vissuto tutta la sua vita in un principato e non c’erano più testimoni del periodo in cui le sorti dello stato dipendevano dai cives. Da queste caratteristiche conseguono:
- Introspezione psicologica
- Drammatizzazione delle vicende
- Il grande rilievo che viene dato a dialoghi e monologhi che i protagonisti hanno realmente tenuto o che sono immaginati da Tacito come verosimili. L’essere stato allievo di un grande oratore come Quintiliano lo ha sicuramente favorito nella costruzione di questi passaggi. Per queste caratteristiche parlando dello stile di Tacito si parla di una storiografia tragica. Un’altra caratteristica di Tacito è la sua pretesa di imparzialità nelle opere: “io mi propongo di trattare gli eventi senza odio o spirito di parte, dalle cui cause mi tengo lontano” (affermazione contenuta nella prefazione degli “Annales”). In realtà, l’oggettività totale è impossibile per chi scrive (vedi: Verga), perché c’è sempre un determinato taglio che viene prescelto. In Tacito lo vediamo da:
- Il disprezzo che dimostra per le masse e i popoli in quanto esponente della classe senatoria-nobiliare
- I ritratti degli imperatori, soprattutto della gens Giulio Claudia, sono spesso negativi: Tiberio è rappresentato come un tiranno, anche se a livello economico e amministrativo fu un ottimo imperatore; Claudio è rappresentato come un inetto, anche se conquistò la Britannia e varò delle leggi equilibrate; Nerone è rappresentato come un folle (la descrizione di Tacito influenzerà moltissimo sia la successiva arte figurativa che i film)
- Il senato appare sempre come il cardine delle istituzioni romane, anche se per lui la libertas (libertà di azione politica) vera e propria non è mai esistita (avendo vissuto sempre in un principato)
mancare e le persone non ambiscono più all’incoronazione poetica. Il terzo paragrafo si apre con “Nunc demum redit animus”: il nunc iniziale sottolinea la contrapposizione tra il tempo attuale e quello passato, animus tipo tradurre come coraggio (in questo caso, di esprimere la propria opinione in contrasto con il silenzio che aveva caratterizzato il periodo della gens Flavia), voce o respiro (elemento vitale che ognuno porta in sé). Tacito spiega come è ora tornato il coraggio, perché si è passati dal principato di Domiziano ad una nuova età di splendore in cui sono stati uniti da Nerva principato e libertà (due elementi inconciliabili e completamente differenti). La ripresa dopo un lungo periodo di costrizione e schiavitù avviene, però, lentamente e con difficoltà e per questo i rimedi giungono più tardivi dei mali. Serve tempo, come ad un corpo umano che cresce: quando si subiscono delle privazioni della libertà come questa, subentra un piacere per l’inerzia. La stessa cosa è avvenuta in epoca moderna e contemporanea, soprattutto con l’instaurazione dei regimi totalitari, che hanno posto fine alle libertà personali in modo rapido e con pochi oppositori (solo dopo molti anni c’è stato un risveglio della coscienza a livello collettivo, vedi: Hannah Arendt). “De vita et moribus Iulii Agricolae”, Discorso di Calgaco Calgaco è il capo dei caledoni, popolo che viveva nella parte settentrionale della Britannia e che Agricolo ha il compito di sconfiggere, guidando l’esercito romano. Questo è un brano particolare, poiché viene presentato il punto di vista degli avversari dei romani. Tacito quindi si immedesima nella mentalità dei caledoni e del loro capo, chiarendo anche i motivi della loro resistenza contro il dominio romano (accettato dalle altre popolazioni). Di fatto, Tacito non si schiera dalla parte del nemico contro all’imperialismo romano, ma attraverso un “pezzo di bravura letteraria” ci fa vedere qual è il risvolto dell’imperialismo romano, con le sue conseguenze negative (guerra, schiavitù e morti). Lo scopo della resistenza è mantenere la libertà: la Britannia era una conquista recente (Cesare ci era già arrivato, ma aveva abbandonato il suo intento perché la considerava come “troppo lontana per poter essere controllata efficacemente”) e i caledoni si trovano all’estremità di essa, per cui fino a quel momento erano stati preservati. Ora, però, i romani li accerchiavano via terra e mare: l’unico modo per salvarsi era combattere. L’impero romano è stato costruito su razzie, rapine e massacri e la pace (la pax romana), per i popoli sottomessi non è altro che un deserto: rovina, desolazione e distruzione di tutto ciò che apparteneva a loro. Quando il dominio romano è stabilito, numerose sono le conseguenze per i popoli:
- I giovani dovevano arruolarsi nell’esercito romani
- Le donne o venivano stuprate o erano date in sposa al nemico o ne diventavano schiave
- Le ricchezze di un popolo diventano tasse nelle mani dei romani
- Buona parte del loro raccolto deve essere ceduto nelle mani dei conquistatori
- Gli uomini, nel caso in cui non si fossero arruolati, erano costretti ai lavori forzati per costruire le infrastrutture e gli edifici pubblici che i romani riproducevano in tutte le terre conquistate
- Gli “schiavi” venivano venduti ai romani senza ricevere il beneficio del mantenimento I romani sono stati resi vittoriosi dalla discordia da loro seminata e dall’aver approfittato delle discordie esistenti all’interno delle varie tribù. Di fatto, l’insieme di popoli sottomessi sarà l’elemento disgregante per l’Impero Romano. Nel discorso viene utilizzata la retorica tipica della guerra, ossia rivendicare l’idea di libertà e di opposizione nei confronti della schiavitù (vedi: Winston Churchill “we shall never surrender”). Tacito, “De origine et situ Germanorum” “De origine et situ Germanorum” è un trattato etnografico sulle varie popolazioni che occupavano le Gallie. Esso è diviso in due parti: una prima parte di carattere etnografico, una seconda che tratta le campagne intraprese con queste popolazioni per spostare il limes (confine) più a nord rispetto alla conquista sotto Cesare. In quest’opera l’autore analizza la situazione di guerra sia dal punto di vista dei romani che da quello dei germani, considerati arretrati (non si occupano della cura del corpo, dell’arte o della letteratura e non hanno grandi opere architettoniche), ma portatori di valori che appartenevano alla Roma repubblicana (per Tacito la migliore).
Tacito analizza usi e costumi di queste popolazioni, soffermandosi sulla famiglia (nucleo fondante della società romana), al cui interno assumono centralità le donne. Esse vengono rappresentate come Lucrezia (figura mitica): fedeli, pudiche, che accudiscono i figli e gestiscono la casa, non ancora corrotte dal lusso che divaga per Roma. Durante il nazismo quest’opera venne usata come giustificazione per la purezza della razza ariana, tanto che Hitler voleva impossessarsi del “Codex Aesinas” (uno dei manoscritti più antichi di Tacito contenente quest’opera). Tacito, “Dialogus de oratoribus” “Dialogus de oratoribus” è un trattato (unica sua opera non storiografica) scritto nel 102 e ambientato nel 75 o 77 (regno di Vespasiano) sulla decadenza dell’arte oratoria portato avanti da tre oratori fittizi. Questo argomento era già stato ampiamente discusso nella letteratura latina da Cicerone e da Quintiliano, maestro di Tacito. Nell’opera sono esposti tre diversi punti di vista:
- Messala, un retore dilettante, non pensa che l’eloquenza stia vivendo un momento di decadenza. Rispetto all’epoca classica dell’oratoria (primo secolo a.C.) l’arte oratoria si è evoluta seguendo il corso dei tempi, ma questo non indica un suo peggioramento.
- Afro, un avvocato e retore con più esperienza, pensa che gli oratori moderni siano mediocri e che nelle scuole di oratoria non ci si eserciti più su tematiche di alto livello, ma si pratichi la banalità.
- Materno, un poeta che rispecchia l’ideale di Tacito, pensa che l’eloquenza abbia perso il suo vigore e che i retori fossero personaggi meno importanti a causa del cambiamento politico. Per spiegare la sua idea paragona la figura dell’oratore a un medico: l’oratoria ha conosciuto il suo massimo sviluppo durante la crisi della repubblica, quando c’erano continui scontri fra fazioni politiche opposte (periodo della congiura di Catilina e le riforme di Mario e dei Gracchi) e serviva una persona che infiammasse il popolo con i suoi discorsi; con la monarchia e il principato, però, è scomparsa la lotta politica ed è come se il paziente fosse guarito. Il medico non serve più. Questo non è però un elogio alla repubblica, in quanto Tacito disprezza la massa. Molti dei celebri oratori, tra cui Cicerone, hanno trovato la gloria e la morte nella loro arte (in quanto finirono nelle liste di proscrizione, nel caso di Cicerone contro Antonio, che aspirava a un governo dittatoriale). Quindi, quell’epoca non è tanto da lodare; il governo dei migliori è un governo pacifico e senza lotte tra fazioni e per questo l’eloquenza non ha un ruolo centrale nella politica. Tacito, “Historiae” e “Annales” Le “Historiae” e gli “Annales” sono le opere più importanti della produzione di Tacito, ma sono andate in gran parte perdute. Grazie alla cronaca di San Gerolamo sappiamo che erano raggruppati in un unico corpus di 30 libri in cui gli “Annales” precedevano le “Historiae” (composte prima). Questo sembra essere confermato da un codice mediceo in cui era segnato come primo libro delle “Historiae” il diciassettesimo libro (questo significa che gli “Annales” erano composti da 16 libri e le “Historiae” da 14). Queste opere sono scritte su modello della storiografia annalistica (agli eventi dei singoli anni viene lasciato ampio spazio) di Tito Livio, la cui opera si chiamava “Ab urbe condita”. Il sottotitolo degli “Annales” è “Ab excessus divi augusti”, cioè “Dalla morte del divino Augusto”. Al contrario di Tito Livio, Tacito si occupa di storiografia coeva e studia diverse fonti prima di pubblicare l’opera nel 110. Gli “Annales” iniziano nel 14, con la morte di Augusto, e terminano con il suicidio di Nerone del 68. Dopo la morte di Augusto, viene nominato erede Tiberio (tutti i prediletti dell'imperatore morirono prima di lui), il cui principato viene fortemente criticato da Tacito, che lo descrive come un uomo dal carattere cupo, sospettoso, guidato dall'istinto e che non seguiva una morale. In realtà, noi sappiamo che egli fu governatore moderato che si occupa di mantenere in equilibrio le casse statali. Per Tacito, molto più valido di lui sarebbe stato il nipote Germanico, che comandava l'esercito del Reno. Vengono qui trattate le guerre fatte da lui contro gli altri popoli dei germani, di cui sono celebrati il coraggio e la ferocia. Questi episodi danno all'opera un tono epico ed è qui che troviamo i grandi ritratti dei singoli personaggi, come Seiano, prefetto del pretorio lasciato da Tiberio a governare Roma mentre l’imperatore era ritirato nella villa di Capri per paura di congiure; Tiberio dovette ritornare quando capì che Seiano aspirava a prendere il suo posto. Seguono poi la figura di Caligola, quella di Claudio e quella di Nerone. Nei pochi