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Scritto nel 1836 nel soggiorno in una villa vicina al Vesuvio, A chiusura dei Canti nell'edizione del 1845. È un testamento spirituale da consegnare ai posteri: nonostante l’eterno pessimismo e la convinzione che la ragione distrugga l’illusione G.L si appella all'umanità affinché abbandoni l’orgoglio e si unisca contro la nemica natura, come la ginestra fa con pazienza pur nella sua fragilità. La riflessione negativa funge da fondamento per la vita e civiltà, indicando una possibile resistenza e convivenza per l’umanità. La morale laica è coerente al pensiero materialistico contro l’illusione provvidenzialistica., Sono presenti molti climax, polisindeti, latinismi, arcaismi, vocaboli indefiniti tipici degli Idilli, inoltre il tono è elegiaco ma anche drammatico, sarcastico, ironico, polemico e riflessivo. Vi sono riferimenti a Petrarca, Virgilio, Foscolo.
Inizia descrivendo le rovine alle pendici del Vesuvio e le contrade di Roma dove fiorisce la Ginestra che con il suo profumo, segno di vita si contrappone all’aridità e alla solitudine del posto. Vi è poi la polemica contro quelli che esaltano la condizione umana e celebrano la civiltà e il progresso; G.L li invita a venire lì a vedere quanto il genere umano stia a cuore alla natura.
Prende di mira il secolo sciocco e superbo: agli intellettuali del suo tempo rimprovera di aver abbandonato la via della ragione (dal Rinascimento) e di aver abbracciato l’illusione consolatoria dello spiritualismo e della religione.
Al secolo e alle sue scelte contrappone il modello etico dell’uomo di povero stato e membra inferme, che saggiamente accetta la sua condizione senza dissimularla a differenza di chi presume di essere forte e nobile senza rendersi conto che basta un minimo sussulto della natura perché il suo orgoglio si vanifichi.
Rispetto all’universo infinito, l’uomo non è nulla eppure pretende di essere al centro e continua a farlo anche dopo il razionalismo (1500-1700) che sembrava aver liberato per sempre la civiltà da questi sogni.
La caduta di un frutto maturo distrugge un formicaio come un’eruzione vulcanica prodotto di fenomeni incontrollabili dall’uomo è in grado di devastare quanto costruito dall’uomo. Non siamo creature speciali, tra noi e le formiche la differenza è minima.
Torna all’immagine iniziale della potenza distruttiva del vulcano che è la prova concreta dell’indifferenza della natura alle sorti dell’uomo.
Anche la Ginestra non opporrà resistenza di fronte a questa potenza (lava), ma senza prostrarsi a implorare di essere risparmiata, senza sostenere orgogliosa di aver origine da Dio, senza voler dominare il deserto.