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lessico-Postdemocratico, Appunti di Storia Del Pensiero Politico

In una recente intervista, e nel suo ultimo libro, Etienne Balibar prende a prestito il termine gramsciano di «interregno». Lo fa per descrivere una situazione, come quella attuale, in cui il vecchio ordine dell’Unione Europea sancito a Maastricht «non funziona più e dall’altra parte non c’è alcuna forza»

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 25/06/2019

Madonnadellamaiala87
Madonnadellamaiala87 🇮🇹

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Introduzione
Sull’interregno postdemocratico
Alessandro Simoncini
In una recente intervista, e nel suo ultimo libro, Etienne Balibar prende a presti-
to il termine gramsciano di «interregno»1. Lo fa per descrivere una situazione, come
quella attuale, in cui il vecchio ordine dell’Unione Europea sancito a Maastricht «non
funziona più e dall’altra parte non c’è alcuna forza»2. Questo non significa che oggi
in Europa non esistano «forze morali, ideologiche, politiche» alternative – sostiene
Balibar , ma che esse non riescano ancora a dare forma «a un’alternativa politica»3.
Per questo assistiamo perplessi a un passaggio le cui conseguenze «possono esse-
re catastrofiche»4. I segnali non mancano e il filosofo ne elenca alcuni: il montare di
una nuova grave questione sociale, l’ascesa dei nazionalismi, la «disperazione morale
delle popolazioni», il montante «disgusto per la politica», la parabola declinante ap-
parentemente inarrestabile della democrazia rappresentativa5. Di questo interregno
postdemocratico le pagine che seguono provano a descrivere alcuni aspetti conside-
rati centrali.
1. Sull’Europa reale e sulla sua governance
Con notevole capacità sintetica, in un suo contributo recente, Carlo Galli ha rico-
struito la vicenda europea degli ultimi cento anni. Fino alla prima guerra mondiale
– scrive Galli - l’Europa è stata tutto, cioè il centro dell’ordine internazionale e della
«configurazione globale della Terra»6. Dopo lo smottamento che nel periodo tra le
1  A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 1975, 4 voll., Q 3, §34, p. 311; Democrazia fine
corsa: la Grecia e l’Europa. Intervista a Etienne Balibar, in «Tysm. Philosophy and social criticism», on
line, 4 luglio 2015; E. Balibar, Interregnum, in Id., Europe, crise et fin?, Paris, Le bord de l’eau, 2016, pp.
7-31; trad. it. Crisi e fine dell’Europa?, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 33-56. Per una recente ri-
presa del tema dell’ interregno, cfr. anche Z. Bauman, C. Bordoni, Stato di crisi, Torino, Einaudi, 2015; B.
Caccia, S. Mezzadra, Sotto il cielo dell’«Interregno», in «Euronomade», on line, ottobre 2015, W. Streeck,
J. Ross, Politics in the interregnum, in «Roar magazine», 23 dicembre 2015.
2  Democrazia fine corsa, cit.
3  Ibidem.
4  Ibidem.
5  Ibidem.
6  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, in «Ragioni politiche», on line, 19 gennaio 2016.
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Introduzione

Sull’interregno postdemocratico

Alessandro Simoncini

In una recente intervista, e nel suo ultimo libro, Etienne Balibar prende a presti- to il termine gramsciano di «interregno» 1. Lo fa per descrivere una situazione, come quella attuale, in cui il vecchio ordine dell’Unione Europea sancito a Maastricht «non funziona più e dall’altra parte non c’è alcuna forza» 2. Questo non significa che oggi in Europa non esistano «forze morali, ideologiche, politiche» alternative – sostiene Balibar – , ma che esse non riescano ancora a dare forma «a un’alternativa politica»^3. Per questo assistiamo perplessi a un passaggio le cui conseguenze «possono esse- re catastrofiche»^4. I segnali non mancano e il filosofo ne elenca alcuni: il montare di una nuova grave questione sociale, l’ascesa dei nazionalismi, la «disperazione morale delle popolazioni», il montante «disgusto per la politica», la parabola declinante ap- parentemente inarrestabile della democrazia rappresentativa 5. Di questo interregno postdemocratico le pagine che seguono provano a descrivere alcuni aspetti conside- rati centrali.

1. Sull’Europa reale e sulla sua governance

Con notevole capacità sintetica, in un suo contributo recente, Carlo Galli ha rico- struito la vicenda europea degli ultimi cento anni. Fino alla prima guerra mondiale

  • scrive Galli - l’Europa è stata tutto , cioè il centro dell’ordine internazionale e della «configurazione globale della Terra» 6. Dopo lo smottamento che nel periodo tra le

1 A. Gramsci, Quaderni dal carcere , Torino, Einaudi, 1975, 4 voll., Q 3, §34, p. 311; Democrazia fine corsa: la Grecia e l’Europa. Intervista a Etienne Balibar , in «Tysm. Philosophy and social criticism», on line, 4 luglio 2015; E. Balibar, Interregnum , in Id., Europe, crise et fin? , Paris, Le bord de l’eau, 2016, pp. 7-31; trad. it. Crisi e fine dell’Europa? , Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 33-56. Per una recente ri- presa del tema dell’ interregno, cfr. anche Z. Bauman, C. Bordoni, Stato di crisi , Torino, Einaudi, 2015; B. Caccia, S. Mezzadra, Sotto il cielo dell’«Interregno» , in «Euronomade», on line, ottobre 2015, W. Streeck, J. Ross, Politics in the interregnum , in «Roar magazine», 23 dicembre 2015. 2 Democrazia fine corsa , cit. 3 Ibidem. 4 Ibidem. 5 Ibidem. 6 C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi , in «Ragioni politiche», on line, 19 gennaio 2016.

due guerre ha determinato l’affermazione di potenze extra-europee, e dopo la conclu- sione della «seconda guerra civile europea» (1914-1945), essa è stata invece un Nul- la^7. « Nulla , è ciò che è stata l’Europa dal 1945 al 1990: un nulla politico, in quanto era semplicemente l’oggetto privilegiato della grande spartizione globale»^8. Nella guerra fredda l’Europa ha rappresentato per decenni l’unica posta in gioco che avrebbe po- tuto accendere una vera e propria guerra fra USA e URSS. È questo, in fin dei conti, il vero motivo per cui ha potuto godere una pace benefica durata per decenni. Il prezzo da pagare ha corrisposto a una quasi naturale privazione della sovranità. Con buona pace di francesi e inglesi, «i quali nella data-chiave del 1956 (con la crisi di Suez) han- no sperimentato di essere incapaci di costituire il centro di alcunché»^9. È solo dal 1989-91, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, che l’Europa «è stata costretta a tentare di essere “ qualcosa ”, cioè parte di un ordine mon- diale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico)»^10. Detto altrimenti, negli ultimi decenni l’Europa realmente esistente si è connotata principalmente come spazio politico ed economico competitivo all’interno di una glo- balizzazione capitalistica priva di stabilità, ordine e giustizia sociale. Dopo la vittoria degli Usa nella guerra fredda, l’Europa ha cercato di essere quel qualcosa che per tro- vare il proprio ruolo nel mondo ha dovuto strutturarsi, in modo assai problematico, intorno alla Germania riunificata, che tendeva - e «col “suo” euro» ancora tende - a «esondare» in buona parte del continente e a «creare disunione»^11. Ne è derivato uno spazio politico sistematicamente percorso da molteplici fratture: «fratture geopoliti- che, geoeconomiche […], sociali ed esistenziali»^12. Limitiamoci qui solo alle ultime. Tra queste – sostiene Galli - c’è la crescente «disuguaglianza politica e sociale, la distanza fra ricchi e poveri (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) che attraversa tutte le società europee»^13. Non si tratta di un fatto naturale , dettato magari dalle ineludibili leggi della globalizzazione, ma dell’esito sancito dalla vittoria epocale del capitalismo nella sua versione globale, neoliberale e finanziarizzata. Una versione del capitalismo

  • quella neoliberale - sorta in risposta alla grande crisi degli anni ’70 e ai movimenti sociali, nel tentativo di arginare la caduta del saggio di profitto e di affossare (finanzia- rizzandole e privatizzandole) le logiche keynesiane che avevano dettato le linee dello sviluppo postbellico^14.

7 Ibidem. Sulla seconda “guerra civile europea”, Cfr. E. Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile euro- pea, 1914-1945 , Bologna, Il Mulino, 2007. 8 C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi , cit. 9 Ibidem. 10 Ibidem. Corsivo mio. 11 Cfr. anche Id., La Germania unita divide l’Europa , in «Ragioni politiche», on line, 6 giugno 2016, già in «Limes», 3, 2016, pp. 175-182_._ Sul tema cfr. V. Giacch , Modello tedesco: un mito da sfatare , in «MicroMega», 3, 2014, pp. 72-83 e i contributi di S. Lehndroff, A. Barba e M. D’Angelillo in A. Barba et alii, Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa , Roma, Derive Approdi, 2016, pp. 93-186. 12 Id., Europa: linee di frattura e punti esplosivi , cit. 13 Ibidem. 14 Per un approfondimento del tema cfr., tra i tanti, R. Bellofiore, L’ascesa e la crisi del Money mana-

dell’ homo oeconomicus dal cui libero gioco verrà naturalmente riassorbita ogni spin- ta antagonista ed anticapitalista. Di qui nasce ad esempio la Mitbestimmung , ossia la collaborazione dei sindacati tedeschi ai consigli di amministrazione delle maggiori imprese. Per agevolare la pulsione competitiva di tutti e ciascuno, o se si vuole la loro “autoimprenditorialità”, lo Stato dovrà limitarsi ad un’azione di governo che appronti i necessari dispositivi giuridico-istituzionali capaci di garantire la libera concorrenza e l’espressione della ratio stessa del mercato. In altri termini, lo Stato non dovrà agire « a causa del mercato», regolando le contraddizioni che naturalmente esso produce come accade nelle politiche di tipo keynesiano, ma solo « per il mercato»^24. È questo il cuore della ragion governamentale che informa di sé l’Europa attualmente esistente, nella quale – come ha osservato Wolfgang Streeck – si è passati «dai mercati entro gli Stati agli Stati entro i mercati»^25. Ed è il funzionamento quotidiano e ordina- rio della medesima ragione a produrre, e a sovradeterminare, le fratture sociali ed esistenziali presenti nello spazio politico europeo. Questa è l’Europa reale , che poi è anche l’Europa dell’Euro. Una moneta che costituisce un “doppio spazio” composto da un nucleo tedesco - comprendente una serie di «economie embedded dentro l’eco- nomia tedesca (paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Olanda, Slovenia, Croazia, l’Italia settentrionale)» - e da «un cerchio più esterno dei Paesi del Sud (esterni ma prigionieri dell’euro essi stessi)»^26. Si tratta di una linea di frattura che, come si sa, distingue un’Europa dei creditori da un’Europa dei debitori. La prima corrisponde al nucleo tedesco mentre la seconda comprende tutti gli altri, che «sono via via, con cerchi concentrici differenziati, collaboratori più o meno coatti e subalterni di quel nucleo economico»^27. Sono poi gli spread , e i rischi di una loro sempre possibile impennata critica, a rappresentare la vera cifra di questa drastica linea di frattura dello spazio monetario ed economico europeo. Non si tratta qui, naturalmente, di inclinare verso la demonizzazione dell’Euro. E tanto meno di accodarsi al coro di chi sostiene che con l’uscita dalla moneta unica i problemi economici e sociali delle singole nazioni europee potrebbero essere più o meno facilmente risolti. Tuttavia si può sostenere che negli ultimi decenni l’Europa neoliberale (che è divenuta l’Europa dell’Euro) ha prodotto linee di frattura esplosive che hanno contribuito a destrutturare le società europee. Linee di frattura che hanno liquefatto le sicurezze di queste società, sgretolando progressivamente l’insieme di quei supporti pubblici che - affiancando una «proprietà sociale» alla proprietà privata

  • avevano garantito ai singoli di potersi pensare nel bene e nel male come attori del proprio futuro^28. Con il progressivo smantellamento degli Stati sociali – lo sostie-

24 M. Foucault, Nascita della biopolitica , cit. , p. 112. 25 W. Streeck, Conversation on States and Markets (with Marion Fourcade), Asa, in «Economic So- ciology Section Newletter», Fall 2015. 26 C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi , cit. 27 Ibidem. 28 Sul tema, cfr. almeno R. Castel, C. Haroche, Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé. Conversazioni sulla costruzione dell’individuo moderno (2001), Macerata, Quodlibet, 2013; R. Castel, L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti? , Torino, Einaudi, 2004 e Id ., Incertezze crescenti. La-

ne ormai anche il senso comune - la modernità si è fatta sempre più «liquida» e le soggettività sono state avvolte dalla precarietà crescente, dall’incertezza strutturale e dall’insicurezza esistenziale^29. Le politiche di austerità europee adottate fin dall’inizio della crisi del 2008 ed ormai in via di piena costituzionalizzazione – politiche di cui la Grecia è stata fin da subito il laboratorio - non hanno fatto altro che rilanciare con forza e vigore gli assiomi ne- oliberali appena menzionati. Assiomi che discendono per via diretta dalle tre «regole d’oro» dell’ordoliberalismo sperimentate nella Germania postbellica e «costituziona- lizzate dai trattati fondativi» dell’Unione: «stabilità monetaria, pareggio di bilancio e regime di libera concorrenza», che rappresentano di fatto il «corsetto disciplinare» della costruzione economica europea^30. Nel percorso compiuto dagli accordi di Ma- astricht del 1992 al Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 - passando dal patto di stabilità e crescita del 1997, dal Libro bianco sulla governance europea licenziato dalla Commissione Europea nel 2001, dall’adozione dell’ European Stability Mecha- nism (Mes) del 2012 (per citare solo alcuni dei passaggi principali della produzione normativa del corsetto disciplinare europeo)^31 -, quegli assiomi sono stati poi rigida- mente fissati come una necessità per tutti i paesi della futura Eurozona. E di un’Unio- ne connotata ormai come un vero e proprio «impero delle norme» o, se si vuole, come un «sistema di governo fondato su regole di diritto ordinate alla logica suprema del mercato» 32. Una logica che ha finito per stritolare (almeno finora) le velleità di salvaguardia dei diritti sociali fondamentali, pur presenti nella Carta dei diritti adottata a Nizza nel 2000 e divenuta obbligatoria dal 2009 con il Trattato di Lisbona^33. Anche chi, in nome del più avanzato costituzionalismo democratico, ha sempre sostenuto le ragioni di un’altra Europa - un’«Europa dei diritti» dalla logica contrapposta alla «prepotente Europa economica e all’evanescente Europa politica» 34 - oggi non può evitare di sottolineare lo scacco dell’Unione. Questa infatti - sostiene Stefano Rodotà - «agisce

voro, cittadinanza, individuo , Bologna, Editrice Socialmente, 2015. 29 Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida , Laterza, Roma-Bari, 2002. Con riferimento alla crisi contempo- ranea, il sociologo polacco ha ripreso il tema in Stato di crisi , cit. 30 P. Dardot, C. Laval, Cambiare l’Europa o cambiare Europa? , in «Lettera internazionale», 120, 2014, p. 4. Per uno sviluppo dell’analisi, cfr Ead., La nouvelle raison du monde , cit., pp. 328-352. Cfr. anche A. Somma, La dittatura dello spread , Roma, DeriveApprodi, 2014, soprattutto pp. 174 e ss. 31 Sulle vicenda storica e le radici teoriche della governance , cfr. il contributo di Alessandro Arienzo, infra e Id., La governance , Roma, Ediesse, 2013. 32 Cfr. P. Dardot, C. Laval, L’Union européenne ou l’Empire des normes , in Ead., Ce cauchemar qui n’en finit pas. Comment le néolibéralisme défait la démocratie , Paris, La Découverte, 2016, pp. 119-143 e p.

  1. Sul tema cfr. anche F. Denord, A. Schwartz, L’Europe sociale n’aura pas lieu , Paris, Raison d’agir, 2009 e, con approccio giuridico, F. Losurdo, Stabilità e crescita da Maastricht al Fiscal compact , in «Cul- tura giuridica e diritto vivente», 2, 2015, pp. 107-118. 33 Sulla fenomenologia dello stritolamento, cfr. G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo? , Roma, Fazi, 2014, pp. 19-43. Cfr. anche cfr. B. Caccia, S. Mezzadra, Disintegrazione dell’Europa o proces- so costituente? Crisi, governo dell’emergenza e prospettive di nuova invenzione democratica , in «Euro- nomade», on line, 16 novembre 2016. 34 S. Rodotà, Il diritto di avere diritti , Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 38.

questi dovranno rispettare per la restituzione del prestito. In questo modo la Trojka si attesta come lo snodo decisivo della nuova « governance commissaria di mercato»: un modello di potere neo-oligarchico e tecnocratico che – come il caso greco ha la- boratorialmente mostrato^40 - possiede la forza quasi sovrana di «commissariare le politiche economiche degli Stati», assoggettandoli al comando di capitale sulla base di un presunto debito-colpa^41. D’altra parte, però, la governance commissaria continua a far perno sugli Stati – che, come vedremo, restano attori decisivi della trasformazione contemporanea –, per promuovere una «complessiva riorganizzazione dei dispositivi di governo delle popolazioni e degli uomini»^42. Popolazioni e individui d’Europa che la razionalità programmatica neoliberale della nuova costituzione finanziaria indica come i veri responsabili del debito, invitandoli quindi a espiare per intero la loro colpa e a liberarsi dal marchio dell’infamia. In tal senso, la governance commissaria di mer- cato sembra costituire qualcosa di molto simile a una «macchina sovrana della gover- namentalità»^43. Una macchina che, mentre applica nel modo più radicale la razionalità di governo ordoliberale e le sue pretese di “civilizzazione” economica, commissaria la politica e la scavalca «per farsi suo fondamento e legittimazione»^44.

2. Rivoluzione dall’alto, democrazia decidente, eclisse dei

diritti sociali

È attraverso l’insediarsi di simili processi che nello spazio politico europeo ha preso forma una vera e propria «rivoluzione dall’alto»^45. In nome del salvataggio dell’Euro, forzando il diritto comunitario e le regole dei trattati europei, essa si è concretizzata in un «direttorio degli esecutivi» che ha messo in campo «una legislazione intergover- nativa d’emergenza»^46. Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, coordinato

40 Sul ruolo politico del debito e del diktat imposto dalla Trojka al popolo greco, cfr. M. Bertorello e D. Corradi, Economia del debito e diritto all’insolvenza, problemi e prospettive , in M. Bersani et alii, L’alternativa all’Europa del debito , Roma, Alegre, 2016, pp. 25-42. 41 A. Arienzo, La governance , cit., p. 139. 42 Id., Stato, sovranità e democrazia: noterelle per un lessico nella crisi , in A. Arienzo, M. Castagna (a cura di), Le parole della crisi. Etica della comunicazione, percorsi di riconoscimento, partecipazione politica , Pomigliano d’Arco, Diogene Edizioni, 2013, p. 135. 43 S. Mezzadra, B. Neilson, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale , Bolo- gna, Il Mulino, 2014., p. 258. 44 A. Arienzo, La governance , cit., p. 144 e Id., Dal governo politico dell’economia alla governance commissaria di mercato , consultato in «unina.academia.edu/AlessandroArienzo». 45 Il concetto di rivoluzione dall’alto è stato rilanciato nel dibattito contemporaneo da Etienne Ba- libar, Europe: la révolution par en haut , in «Libération», 21 novembre 2011, ora in Id., Europe, crise et fin? , cit., pp. 177-182. Per una ripresa del tema, cfr tra gli altri G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo? , cit.; S. Mezzadra, Costituzione, movimenti e processi costituenti , in «Uninomade», on line, 12 ottobre 2012; Id., Dopo l’Eurogruppo , in «Euronomade», on line, 22 febbraio 2015; M. Pezzella, Sociali- smo o astrazione? , in «Il Ponte», on line, 1 giugno 2015; infine mi permetto di rinviare ad A. Simoncini, Rivoluzione dall’alto , in Id. (a cura di), Una rivoluzione dall’alto , cit., pp. 11-69 e ai contributi ivi raccolti. 46 G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo? , cit., p. 23 e p. 35; ma sull’emergenza come discor- so ed esperienza continuamente riprodotti nella rivoluzione dall’alto, «fino a diventare una figura spe-

dalle élite tecniche, ha di fatto «assunto i poteri di “governo di eccezione” nella crisi europea»^47. E ha così contribuito a ridefinire la costituzione materiale dell’Unione, radi- candovi quell’ austerity che Luciano Gallino ha recentemente definito «progetto politico o guerra di classe»^48. L’ austerity è così diventata una «gabbia d’acciaio vessatoria e punitiva in cui sono stati rinchiusi gli stati indebitati» 49. La necessità per i singoli paesi di mutuare questa assiomatica penitenziale si sarebbe poi puntualmente tradotta, in tutti i paesi - e con le differenze del caso -, nel conseguente rilancio delle pratiche governamentali, più o meno obbligate, già adottate dai tempi degli accordi di Maastricht. La riduzione del deficit e del debito con parametri estremamente rigidi (in una parola il pareggio di bilancio), le privatizzazioni e le liberalizzazioni, l’aumento delle imposte al ceto medio e al lavoro, la flessibilizzazione ad oltranza di quest’ultimo e della vita stessa – di fatto la loro progressiva cattura nella «trappola della precarietà» 50 -, la riduzione o il congelamento delle retribuzioni dei pubblici dipendenti, i tagli alla spesa sociale, sanitaria e previdenziale, lo smantellamento ad oltranza di uno Stato sociale ormai percepito come un peso (e non come il volano dello sviluppo e il regolatore delle contraddizioni capitalistiche): sono queste alcune delle ricette neoliberali e austeritarie che – come nel caso italiano -, sarebbero poi ricadute tramite il taglio dei trasferimenti e il Patto di stabilità anche sugli enti locali, le cui amministrazioni si sono viste precludere la strada di ogni politica redistributiva. Presi nella trappola del debito, gli enti locali hanno dovuto – e spesso anche voluto – tagliare la spesa corrente, aumentare le imposte e le tariffe locali, privatizzare i servizi pubblici locali, vendere e svendere patrimonio pubblico, prestare il proprio territorio a grandi opere e grandi eventi, spesso forieri di speculazioni immobiliari e finanziarie. La grande crisi in corso si è così ripiegata in una altrettanto grave crisi dei territori^51. E gli abitanti dei Comuni hanno dovuto progressivamente dismettere i panni di cittadini con diritti sociali costituzionalmente garantiti, per indossare quelli più laceri di indi- vidui il cui accesso ai servizi veniva determinato prima di tutto «dalle proprie capacità economiche, nell’orizzonte della solitudine competitiva»^52. Più in generale, come insegna il caso greco, chiunque governi in un paese dell’Unione

cifica della governance » e la matrice di una «razionalità governamentale che ruota intorno al management dell’emergenza» (con la crisi dei debiti pubblici e quella dei profughi, ad esempio, o con la minaccia del terrorismo di marca jihadista e con il tema della gestione dell’approvigionamento energetico), cfr. B. Caccia, S. Mezzadra, Disintegrazione dell’Europa o processo costituente?, cit. 47 G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo? , cit., p. 34. 48 L. Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti , Torino, Einaudi, 2015, pp. 95 e ss. 49 G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo? , cit., p. 23. 50 Sulla «trappola della precarietà» e sulla dinamica di sussunzione della vita alla valorizzazione nel capitalismo bio-cognitivo, cfr. il contributo di Andrea Fumagalli, infra. 51 Sul nesso tra crisi economica e crisi dei territori, cfr. il contributo di Piero Bevilacqua, infra. 52 M. Bersani, I Comuni nella trappola del debito , in «Il Manifesto», 15 ottobre 2016 e « Non c’è scel- ta. Abolire il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio». Intervista a Marco Bersani su debito, Patto di stabilità e pareggio di Bilancio , in «La città futura», on line, 19 febbraio 2016.

esigenze dell’accumulazione finanziaria. Con l’inserimento fulmineo e unanime della regola del pareggio di bilancio in Costituzione - vera e propria « Grundnorm neoli- berale» 56 - è come se tramite una sorta di blitz ri-costituente fosse stato dichiarato il «divieto di deficit spending », codificando così «una trasformazione già [da molto tempo] avvenuta nella costituzione materiale europea» 57. È quest’ultima, infatti, ad avere messo fuori legge le politiche keynesiane negli ultimi decenni. La riforma della costituzione formale non fa altro che ratificare un dato di fatto, rendendo il deficit spending una misura emergenziale consentita – come recita l’art. 81 riformato – «solo […] previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali». In altri termini, dopo aver contribuito a riconfigurare la costituzione materiale ( Verfas- sung ), lo Stato giunge a modificare anche quella formale ( Konstitution ) per costituziona- lizzare il pilota automatico della governance finanziaria europea e globale. Occorre quindi che lo Stato si trasformi «da sistema della mediazione e della rappresentanza a sistema della decisione»^58. In questo senso, si è affermato che le recenti riforme italiane (mentre scri- viamo non è ancora stato celebrato il referendum costituzionale italiano) recepiscono le direttive delle «istituzioni sovranazionali che realmente ci governano (da Bruxelles e da Francoforte, oltre che da New York e da Washington)»^59. E gettano così le condi- zioni di possibilità di «una politica volta sistematicamente ad aumentare il peso degli esecutivi e a verticalizzarne l’azione»^60. Nell’intento di produrre una «democrazia de- cidente» e un sistema della decisione capaci di rimuovere ogni ostacolo locale all’e- sercizio del potere globale (anche quelli eventualmente derivanti dall’esercizio delle autonomie locali e delle istanze territoriali di autogoverno)^61. Una simile «involuzione autocratica delle nostre democrazie» può garantire rapida e tecnocratica esecuzione ai dettami del mercato, in modo che «i nostri governi abdichino al loro ruolo di go- verno dell’economia e della finanza e possano liberamente aggredire i diritti sociali e del lavoro dai quali dipendono la vita e la dignità dei cittadini»^62. I cosiddetti compiti a casa imposti dal vincolo esterno della governance europea potranno così continuare ad essere svolti con sempre maggior efficacia, in modo tale da rimuovere a priori la possibilità che essi siano impostati secondo una razionalità governamentale alterna- tiva (già da tempo rimossa nei fatti): quella secondo cui poter attuare le «norme costi-

56 F. Brancaccio, F. Raparelli, Il ‘No’ e la sfida costituente , in «Euronomade», on line, 29 ottobre 2016, ora in «Alternative per il socialismo», 42, 2016. 57 Cfr. A. Amendola, Un piano costituente europeo, cit. Cfr. anche Id., Per un buon uso del fallimento. Nuove pratiche costituenti dentro e oltre la crisi delle costituzioni del Novecento , in G. Allegri, G. Bronzi- ni (a cura di), Il tempo delle costituzioni , Roma, Manifestolibri, 2014, pp. 29-40. 58 C. Galli, Democratizzare la democrazia , in «Ragioni politiche», on line, 23 marzo 2016. 59 Id., La «nuova democrazia» di Renzi e le ragioni del no , in «Ragioni politiche», on line, 19 maggio 2016, già in «Micromega», 3, 2016. 60 Ibidem. 61 Ibidem. 62 L. Ferrajoli, Un monocameralismo imperfetto, per una perfetta autocrazia , in «Libertàgiustizia», on line, 25 giugno 2016, ripubblicato con il titolo Dal bicameralismo perfetto al monocameralismo imperfetto , in «Democrazia e diritto», 2, 2016, pp. 15-25.

tuzionali sulla redistribuzione della ricchezza», sancendo ad esempio la «crescita del- la progressività delle imposte» e applicando queste ultime con aliquota del «70/90% a redditi ultramilionari»^63. Crisi dei diritti sociali e crisi della Costituzione marciano insieme^64. La Costituzione del ’48 rappresenta l’esito di un “compromesso” che rece- pisce la funzione sociale della proprietà e costituzionalizza i diritti sociali, garantendo così - in risposta al pericolo di un elevato tasso di conflittualità sociale - l’integrazione subalterna del lavoro salariato nello spazio politico della cittadinanza. La sua nascita va poi inquadrata nel contesto delle innovazioni giuridiche progressive che, fin dagli anni ’20, hanno risposto alla sfida rappresentata dall’esistenza stessa dell’Unione So- vietica. Con la scomparsa di questa e con la crescente affermazione in Occidente della «lotta di classe dopo la lotta di classe» – cioè di una «lotta di classe condotta dall’alto per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche misura erosi nel trentennio precedente» dalle classi subalterne -, anche i diritti sociali cessano a poco a poco di essere considerati una risposta necessaria^65. Perché, come sostiene con chiarezza Ugo Mattei, è venuto meno «l’incentivo del capitalismo a sem- brare buono» 66. Così, i diritti sociali declinano progressivamente e cedono il passo alla norma individualistica della proprietà, del mercato e del capitale. Da questo punto di vista, le recenti modifiche costituzionali ed elettorali italiane - sovradeterminate dalla governance dell’Unione Europea e da quella finanziaria – possono essere lette come l’ultima tappa di un percorso di spoliticizzazione tecnocratica, secondo cui gli esecuti- vi devono possedere tutta la forza e la libertà necessaria per acconciare la società alle regole imposte dal capitale. Compresa la regola che conduce alla mercificazione dei diritti sociali, nella quale diventano espliciti «i nessi tra queste riforme e il dominio quotidiano che milioni di persone subiscono ogni giorno»^67. Il futuro prossimo ci dirà se le riforme italiane avranno o meno la funzione e il valore di un test laboratoriale.

3. «Emergenza profughi» e nuovo governo dei confini

Laboratorio di una nuova declinazione europea della questione migratoria è certa- mente stata la cosiddetta emergenza profughi: un variegato insieme di processi, spes- so drammatici, riconfigurati mediaticamente sulla base di questo pervasivo frame. L’«emergenza migratoria», del resto, non è affatto nuova. È anzi stata continuamente utilizzata alla bisogna dai tanti imprenditori politici della paura che si sono affollati

63 Ibidem. 64 Sul tema cfr. il contributo di Ugo Mattei, infra. 65 L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe , Roma-Bari, Laterza , 2012, p. 12. 66 Cfr. U. Mattei, infra. 67 Connessioni Precarie, La nostra infrastruttura logistica, spazi metropolitani e processi transna- zionali , in «Connessioni precarie», on line, 30 settembre 2016. Cfr. anche A. Illuminati, Magari non vincerà , in «Dinamo Press», on line, 4 ottobre 2016.

funzionare»; la seconda è che - come e più delle politiche d’austerità - la nuova crisi migratoria «sta spezzando il consenso almeno apparente sui “ valori ” costitutivi dello stato democratico», e sta generando «una messa a confronto dell’Europa con se stes- sa, suscettibile […] di assumere forme violente»; la terza ragione è che la questione migratoria si intreccia inestricabilmente a quella vera e propria « guerra civile gene- ralizzata - in parte causata e costantemente aggravata da interventi esterni» - che si estende dall’Afghanistan all’Africa del Nord, trova il suo epicentro attuale in Siria ed Iraq e «costituisce la fonte principale dell’afflusso dei rifugiati» 74. Questa terza ragione permette di aprire una parentesi sulla sovradeterminazione bellica delle dinamiche fin qui discusse. Come si sa, molte forze populiste europee hanno cavalcato l’“emergenza profughi” ricollegandola abusivamente al terrorismo di matrice islamista. Le retoriche emergenzialiste ed eccezionaliste che ne sono sca- turite hanno occultato un dato di fatto: quel terrorismo rappresenta la ricaduta asim- metrica, nello spazio politico e sociale europeo, di una «guerra globale» che si dà oggi come l’esito di una «catastrofe geopolitica del Nord Africa, del Corno d’Africa, del Vi- cino oriente, del Medio oriente»^75. La guerra globale in corso fu avviata mentre l’or- dine bipolare incentrato sull’equilibrio del terrore volgeva al termine e fu promossa nel nome di un ipotetico “nuovo ordine mondiale”. Uno dei suoi principali errori fu quello di rimuovere la radicale incertezza dei fatti bellici diagnosticata dal barone von Clausewitz. Fondata sulle garanzie di vittoria offerte dall’applicazione degli sviluppi ipertecnologici e digitalizzati all’arte della guerra - che permettevano di aggirare l’o- stilità dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’invio di forze di terra -, la profezia di un nuovo ordine mondiale si è rivelata ben presto un pio desiderio. E ha lasciato spazio aperto alla disillusione degli strateghi. Com’è stato osservato, infatti, le prepotenti vittorie ottenute con i blitz sui campi di battaglia afghani, iracheni e libici si sono rapidamente convertite in un «fiasco sanguinoso»: «una sconfitta politico-mili- tare che ha scatenato in situ il disastro del Medio-Oriente, senza risparmiare il mondo libero venuto ad apportargli i suoi valori in uno strano remake del Dottor Stranamo- re»^76. La cosiddetta War on Terrorism di George W. Bush e dei suoi alleati occidentali

  • che mascherava il progetto dell’egemonia statunitense nel mondo chiaramente leg- gibile in un importante documento programmatico della Casa Bianca 77 - può essere considerata infatti una delle principali cause dell’avanzata del fondamentalismo armato in Asia, in Africa e in Europa. Alessandro Dal Lago ha recentemente parlato di «venticinque anni di errori» cul-

74 E. Balibar, Europe et refugiés , cit., pp. 159-161. 75 C. Galli, Democratizzare la democrazia , cit. Sul concetto di guerra globale cfr. Id, La guerra globale , Roma-Bari, Laterza, 2002. Per l’informazione sulle guerre recenti cfr. i tanti articoli di Alberto Negri leggibili sul sito de «Il Sole 24 ore». 76 E. Alliez, M. Lazzarato, Introduction. À nos ennemis, in Ead., Guerres et Capital , Paris, Éditions Amsterdam, 2016, p. 27. 77 The White House, The National Security Strategy of the United States of America , United States Governement Printing Office Washington (DC), settembre 2012. Per un’analisi del documento, cfr. A. Dal Lago, Pacifismo pratico. Sun Tzu e il terrorismo , Genova, Il Melangolo, 2016, pp. 14 e ss.

minati nella polveriera siriana, dove - sullo sfondo della guerra civile sorta in seguito alle rivolte popolari del 2011 - si affrontano i principali attori internazionali a difesa dei propri interessi materiali, compreso l’autoproclamato Stato Islamico^78. In Siria la guerra globale offre l’«ultimo esempio (per il momento) del caos strategico, politico e militare globale seguito alla fine del bipolarismo e, in fondo, alla guerra del Golfo del 1991»^79. La guerra globale in corso può essere interpretata come l’esito di una gara tra «competitori ciechi» che, dalla caduta del muro di Berlino in poi, prolungano l’imperialismo ottocentesco scontrandosi in modo scomposto «per il controllo delle risorse energetiche e delle materie prime (a partire dal petrolio, dal gas e dall’acqua) e per l’influenza geopolitica» 80. Questa gara scomposta mostra oggi espressamente il fallimento di uno pseudo-ordine global-capitalistico che genera continuamente nuo- vi confini, muri, stati d’eccezione e guerre. Quello pseudo-ordine si dà oggi a vedere come una «catastrofe» determinata «dalle politiche delle potenze occidentali e delle potenze regionali, che hanno destabilizzato equilibri precarissimi […] nati poco dopo la fine della Prima guerra mondiale» 81. Equilibri e confini tracciati a tavolino – si pensi solo agli accordi Sykes-Picot del 1916 – che sono in sé corresponsabili della catastrofe geopolitica sotto gli occhi di tutti. Quest’ultima produce poi materialissimi effetti anche sulla società europea, già col- pita dall’impoverimento. Da una parte, infatti, la espone alla possibilità di essere col- pita da efferati atti di guerra asimmetrica negli spazi della propria vita quotidiana e ribadisce così che la guerra globale è quella condizione in cui «tutto può capitare ovunque in qualsiasi momento»^82. Ogni popolazione, cioè, può essere repentinamente ricacciata in una condizione simile a quella dell’hobbesiano stato di natura. D’altra parte – lo si è detto - il divenire globale della guerra genera crescenti flussi di profughi presentati come invasori dal populismo dilagante, che può così gettare carburante «sulla paglia infiammabile della povertà e della frustrazione» 83. Il suo intento è quello di favorire la chiusura degli spazi democratici residuali, oltre che quella molto mate- riale dei confini. Dribblando la formidabile complessità di questa catastrofe geopoliti- ca e geoeconomica, il discorso populista fa del terrorismo e delle migrazioni due facce della stessa medaglia, materializzando nel migrante-terrorista la figura più ovvia del nemico interno. Del resto, da sempre il gioco degli imprenditori politici della paura consiste nell’alimentare l’insicurezza, il disorientamento e il risentimento antipolitico da cui poi potrà essere tratto consenso politico. Oggi quote crescenti di popolazione che fino a qualche tempo fa godevano di maggiore sicurezza sociale inclinano a se- guire questa narrazione regressiva, che fornisce una spiegazione adeguata e perversa

78 Ivi, p. 7. 79 A. Dal Lago, Pacifismo pratico , cit., p. 10. 80 Ivi, p. 17. 81 C. Galli, Democratizzare la democrazia , cit. 82 Id., Europa: linee di frattura e punti esplosivi , cit. 83 Id., Democratizzare la democrazia , cit. Sul populismo cfr. infra i contributi di Mario Pezzella, che ne indaga la razionalità e le componenti spettacolari, e di Damiano Palano, che ne ripercorre la vicen- da storico-concettuale e ne problematizza gli aspetti politici.

ben diverso alla sfida mossa da profughi e migranti. La via verso il saldo del «debito concreto» è apparsa barrata. Per assenza di volontà politica, certamente, ma anche per assenza di mezzi economici: l’obbligo per i singoli paesi di risarcire il «debito astratto», quello formalizzato nel Fiscal Compact, sancisce infatti la subalternità dei governi nazionali, dei popoli e del sociale alle esigenze del sistema finanziario^93. In altri termini, anche in questa occasione l’Europa si è mostrata incapace di fare i conti con una vicenda che affonda le proprie radici nel passato imperialista e nella barba- rie praticata a più riprese negli spazi extra-europei. Del resto, come sottolinea Mario Pezzella, «i nostri regimi parlamentari e le nostre vite psichiche sono stati costruiti sull’oblio o il distoglimento dalla barbarie che noi europei abbiamo praticato ovunque nel mondo e infine al centro del nostro stesso continente»^94. Colonialismo e genocidi sono stati, infine, relegati al rango di semplici «deviazioni criminali» 95. Impaurita e spaccata sul tema delle “quote” di rifugiati da ricevere, l’Europa reale ha risposto alla sfida in modo seccamente regressivo. I suoi Stati hanno proceduto all’innalzamento di barriere in modo scomposto e in ordine sparso. Nessuna politica comune per l’accoglienza, nessuna autorità in grado di darle seguito. Oggi l’Europa è molto più simile ad un luogo «ove si compete per respingere il massimo possibile di profughi verso il territorio del confederato più vicino», che a uno in cui si rifletta seriamente sulla loro accoglienza e il loro inserimento socio-economico^96. Di fronte ai migranti forzati, esclusi come ha scritto Hanna Arendt dalla «trinità nazionale di po- polo territorio e Stato» e dal «diritto di avere diritti» (o se si vuole dal «diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità»^97 ), è scattata la gara a chi sapeva difendere me- glio il proprio territorio, adottando rigide politiche di sicurezza e magari schierando l’esercito^98. E un po’ ovunque si sono scatenati neo-nazionalismi aggressivi di ogni sorta^99. Con qualche sorpresa per i fan del civilissimo nord europeo, quando il Par- lamento danese ha approvato una riforma della normativa sull’asilo e la protezione internazionale che permette di confiscare legalmente i beni personali dei migranti, a compensazione dei costi per la loro assistenza: somma minima confiscata 10. corone (1.340 euro)^100. Qualcosa di molto simile a quello che il sociologo Abdema- lek Sayad chiamava la «doppia pena del migrante»^101 , secondo la quale – sintetizza Alessandro Dal Lago – «loro non sono come noi e, se vogliono vivere tra noi, devono

93 Ibidem. Su ciò cfr. anche Id., La nonna di Schӓuble , cit., soprattutto pp. 9-38 e pp. 141-162. 94 M. Pezzella, infra. 95 Ibidem. 96 A. Giustiniano, Paura, intolleranza e razzismo. Intervista ad Anna Maria Rivera , in «Philosophy Kitchen. Rivista di filosofia contemporanea», on line, gennaio 2016. 97 H. Arendt, Le origini del totalitarismo , Torino, Edizioni di Comunità, 1999, p. 324 e p. 413. 98 Sulla razionalità delle politiche di sicurezza dell’Unione Europea cfr. il contributo di Tamar Pitch, infra. 99 A. Giustiniano, Paura, intolleranza e razzismo , cit. 100 Una legislazione simile esiste in Svizzera, in Baviera e nel Baden-Wuerttemberg. 101 A. Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul pensiero di Stato , in «Aut aut», 275, 1996, su cui F. Raimondi, Migranti e Stato. Riflessioni sul « pensiero di Stato », Verona, ombre corte, 2016.

pagare pegno. Non solo stranieri, ma anche tenuti sotto il tallone»^102. Insomma, profu- ghi e migranti devono essere scoraggiati in modo esemplare. Come ha osservato la sociologa statunitense Saskia Sassen, la risposta europea ha seguito in fondo una razionalità molto semplice: quella che consiste nel «reinstallare i confini e costruire muri in cima ai vecchi confini»^103. Confini e muri sono sorti, così, tanto sul margine esterno dell’Unione - Lesbo, Idomeni – quanto negli spazi ad essa interni, ad esempio a Calais, lungo la rotta balcanica o intorno alle «stazioni di molte metropoli»^104. Si è trattato, e si tratta, di una risposta emergenziale che non ha solo rimesso in discussione il principio della libera circolazione delle persone all’interno dello spazio Schengen, ma ha anche spinto con forza verso una «rinazionalizzazione della politica europea» 105. Una simile politica non allude però a un superamento del neoliberalismo economico – come vorrebbero i teorici sovranisti -, ma più verosimil- mente a una sua perniciosa combinazione con i nazionalismi^106. Dalla quale sta emer- gendo, con ogni probabilità, un dispositivo di governo della mobilità che irrigidirà ulteriormente le gerarchie sociali della cittadinanza europea, ponendo al contempo «le condizioni per un’intensificazione dello sfruttamento»^107. Nonostante le spettacolari tensioni tra paesi, anche relative al fatto che «la Germania mira ad accaparrarsi i lavoratori più qualificati lasciando agli altri Stati d’Europa una forza lavoro destinata a competere con quella locale, già sottopagata e in lotta per un salario», lo sfruttamento del lavoro migrante sembra restare l’obiettivo condiviso al centro dell’intero dispositivo europeo^108. Anche in condizioni eccezionali, per le élite neoliberali europee perseguire questo obiettivo significa porsi il problema di «dare ordine a un movimento inarrestabile, massimizzandone il potenziale di profitto»^109. Significa, cioè, «gestire un bacino europeo di forza-lavoro che non è unificato da regole comuni e omogenee, ma a partire dal governo dei flussi»^110. In tempi di crisi aggravata bisogna stringerne al massimo le maglie, certo, ma il confine deve pur sempre funzio- nare come un setaccio. Un setaccio che lascerà filtrare la forza-lavoro occorrente, da imbrigliare poi laddove sarà necessaria. Come ha osservato Wendy Brown, del resto, i nuovi muri somigliano a «dighe, costruite per regolare più che per bloccare i flussi»^111.

102 A. Dal Lago, La doppia pena del migrante , in «Il Manifesto», 23 gennaio 2016, che aggiunge sarcastico: «la Danimarca partecipa attivamente ai bombardamenti della Siria – cioè prima dice di bombardare l’Isis per sconfiggere il fondamentalismo e poi impone i balzelli a chi scappa dall’Isis. Un miracolo di logica». 103 M. Dotti, Europa 2016: il ritorno dei muri. Intervista a Saskia Sassen , in «Vita», on line, 1 marzo

  1. Cfr. anche A. Rivera, Ci mancava il muro di Calais …, in «Micromega», on line, 13 settembre 2016. 104 S. Mezzadra, Poscritto , cit., p. 45 105 Ivi, p. 52. 106 Ivi, p. 52. 107 Ibidem. 108 Connessioni Precarie, L’Europa anche fuori dall’Europa: salvare i confini, governare la mobilità , in «Connessioni precarie», on line, 17 novembre 2015. 109 Ibidem. 110 Ibidem. 111 Cfr. W. Brown, Stati murati. Sovranità in declino , Roma-Bari, Laterza, 2013.

generare nuove guerre - istituzionalizza «la logica dell’espulsione»^119. Per inciso, secondo Sassen le formazioni predatorie non corrispondono affatto alle élite predatorie, magari prettamente finanziarie. Sono invece «formazioni complesse che assemblano una varietà di elementi: élite, capacità sistemiche, mercati, innova- zioni tecniche (di mercato e finanziarie) abilitate dai governi»^120. Ne consegue che gli Stati nazionali non possono essere intesi come vittime della mondializzazione capi- talista. Al contrario, essi sono tra i suoi principali attori. Grazie alla globalizzazione hanno infatti «ottenuto un particolare, nuovo tipo di potere […]: sono loro a istituire le politiche, ad articolare i trattati commerciali e di investimento che sostengono le corporation»^121. Anche loro, cioè, partecipano ad allestire i dispositivi di governo che alimentano su scala globale il capitalismo estrattivo e pongono implacabilmente in es- sere la logica dell’espulsione. I profughi sono solo alcuni tra i milioni di esseri viventi espulsi da un sistema che registra un «crescente numero degli indigenti; degli sfollati nei paesi poveri ammassati nei campi profughi formali o informali; dei discriminati e perseguitati nei paesi ricchi depositati nelle prigioni; dei lavoratori i cui corpi sono distrutti dal lavoro e resi superflui a un’età troppo giovane; della popolazione attiva considerata in eccesso che vive nei ghetti e negli slum»^122. Ma anche nelle zone rurali del Midwest o nei centri deindustrializzati della Rust Belt , dove vive parte conside- revole di quei sette milioni di statunitensi maschi fra i 25 e i 54 anni che non hanno un lavoro e che hanno ormai rinunciato anche a cercarlo^123. Si tratta di persone «con difficoltà fisiche, problemi di alcool o di droga, che vivono dei miseri assegni della So- cial Security , di lavoretti occasionali, dell’aiuto di parenti e amici»: persone espulse appunto da un capitalismo estrattivo incentrato sulla finanziarizzazione e sulla de- localizzazione; persone che in elevata percentuale – come si sa - sono state sedotte, alle ultime elezioni statunitensi, da Donald Trump e dalle sue promesse di ritorno alla grandezza, alla prosperità^124. È su queste quote di umanità che sembra trovare la propria maggiore conferma quella che Heiner Müller considerava provocatoriamente la più sinistra vittoria postu- ma di Hitler: contro la massima comunista «o tutti o nessuno» – affermava il dramma- turgo tedesco nel 1995 -, «Hitler oppose la massima: per tutti non basta. Hitler andò al nocciolo della questione già nel suo discorso all’Associazione degli Industriali nel 1932

- chiosa Müller: lo standard di vita della razza bianca può essere garantito solamente abbassando quello delle altre razze. La selezione è sempre il principio cardine degli Stati industrializzati. Su questo aspetto Hitler ha vinto»^125. Come è stato recentemen-

119 S. Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale , Bologna, Il Mulino, 2015, p. 7. 120 G. Battiston, Le nuove logiche del capitalismo predatorio. Intervista a Saskia Sassen , in «Microme- ga», on line, 4 novembre 2015. 121 Ibidem. 122 Ibidem. 123 Cfr. A. B. Krueger, Where Have All the Workers Gone? , on line, 4 ottobre 2016. 124 F. Tonello, Trump #1–Il fascismo americano , in «Alfabeta 2», on line, 13 novembre 2016. 125 Il discorso di Müller è citato da Peter Sloterdijk in un intervento senza titolo contenuto in M. Jongen, (a cura di), Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione , Milano, Mi-

te osservato, questa vittoria viene celebrata ad ogni «operazione di downsizing della cittadinanza, magari compiuto in nome di spettrali esigenze di rigore e redditività»^126. Esigenze che la nuova versione autoritaria del capitalismo non soddisfa più utilizzan- do il linguaggio «manifestamente sanguinoso dei plotoni di esecuzione», ma pratican- do quello «esangue e fintamente neutrale della “scienza economica”» 127. A una simile “scienza”, che finisce per ridurre la vita al valore di scambio, si indicizzano anche le politiche dell’Unione Europea, che perdono così la capacità di inquadrare i processi migratori da un punto di vista umano e solidale. È in questa temperie che cresce la propensione ad appoggiare le promesse di respingimento ed espulsione provenienti dalle destre populiste. E la prima preoccupazione dei cittadini europei sembra diven- tare la conservazione dei presunti privilegi sulla maggioranza dei viventi. È come se si fosse persa la capacità di «tornare a vedere con gli occhi ciò che abbiamo sotto gli occhi»^128. E cioè che l’Europa sta gettando centinaia di migliaia di singolarità, nomi, vite, vissuti «nel grande calderone dei “migranti”, morti anche nella ridda dei numeri e delle statistiche»^129. Così, all’insegna dell’emergenzialismo, del sicuritarismo e dell’oblio della propria stessa memoria migratoria, quello che sta prendendo forma in Europa è un gigantesco fenomeno di «occultamento dei corpi migranti»^130. Occultamento che, secondo Raffae- le Salinari, si connota come «uno dei dispositivi fondanti di questa fase biopolitica» e ne incarna il risvolto necropolitico 131. Come attesta il Missing Migrants Project, infatti, al settembre 2016 «i migranti morti e “dispersi” su scala mondiale sono stati 4.310, di questi ben 3.226 erano diretti in Europa»^132. Si tratta del 74, 8% del totale delle vitti- me di migrazioni su scala planetaria. La logica necropolitica del confine e delle espul- sioni è ben riassunta da questi crudi dati. A questa logica, così come allo sfruttamento biopolitico che la completa, sembrano resistere le donne e gli uomini che sui confini d’Europa promuovono, coniugandoli, solidarietà e conflitto. Nelle «lotte di confine» di queste minoranze c’è l’indicazione da seguire per restituire un volto e un’identità irripetibile a chi fugge gli effetti materiali della globalizzazione e delle sue guerre. A chi è capace di vedere, queste lotte mostrano oggi il cammino da cui poter avviare la rifondazione della democrazia in Europa.

mesis, 2011, p. 80. 126 G. Bonaiuti, Cittadini della catastrofe. Nota su A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzione dall’alto. A partire dalla crisi globale , in «Tysm. Philosophy and social criticism», on line, 20 giugno 2012. 127 Ibidem. 128 R. K. Salinari, Il nostro futuro nelle vite chiamate «migranti» , in «Il Manifesto», 13 ottobre 2016. 129 Ibidem. 130 Ibidem. 131 Ibidem. 132 Cfr. A. Rivera, Ci mancava il muro di Calais , cit.