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Gadda Carlo Emilio, vita, opere
Tipologia: Sintesi del corso
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Lo scopo del corso di Letteratura Italiana Contemporanea è quello di fornire agli studenti le conoscenze relative alla letteratura italiana del Novecento, con particolare riguardo all’interpretazione critica di alcuni testi fondamentali della modernità letteraria. Un primo studio verterà sull’analisi di “ Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ”, soffermandosi in particolare sul modo in cui Gadda utilizza nel romanzo le sue competenze psicoanalitiche per la costruzione dei personaggi e le deduzioni del commissario Ingravallo. Un secondo studio sposterà l’attenzione sul romanzo cinematografico di Pirandello , “ Quaderni di Serafino Gubbio operatore ”, mostrando come in esso l’autore si confronti in modo originale con le nuove forme di spettacolo e di comunicazione artistica nella moderna società delle macchine. Infene un ultimo studio verterà sull’analisi de “ Il barone rampante ”, secondo romanzo della trilogia “ I nostri antenati ”, il cui tentativo di Calvino è cercare di unire l’ispirazione realistica del Neorealismo con la componente dell’invenzione fiabesca.
In riferimento alla lingua di Gadda sono state coniate diverse definizioni, per esempio si è detto che Gadda è uno scrittore “ barocco ”, o “ macaronico ” (maccheronico), o ancora che è un “ pastiche ” (riferimento al titolo della sua opera “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”; Gadda già prima della scrittura del romanzo nell’attribuzione del titolo tenne conto della definizione che era stata già data a lui come “ scrittore pastiche ”; il titolo, infatti, è un omaggio alla critica, un modo per riconoscersi così come era stato identificato); tutte definizioni che in qualche modo rientrano nella stessa sfera semantica e che si riferiscono alla natura trasgressiva dell’operazione linguistica di Gadda scrittore. Gianfranco Contini , critico di Gadda, è il primo a ricorrere all’argomento del “ pastiche ”, per descrivere la scrittura di Gadda, nella recensione del libro di Gadda “ Castello di Udine ”. Il critico inserisce la scrittura di Gadda all’interno di una tradizione, cioè, la scrittura linguisticamente difficile e pasticciata di Gadda, per Contini, non compare improvvisamente tutt’ad un tratto spiazzando le attese del pubblico, ma presenta precedenti nel passato letterario, un fenomeno che segue una linea alternativa. Secondo Contini, Gadda rappresenta la più alta manifestazione letteraria novecentesca di un fenomeno letterario che risale addirittura a Dante e che ha visto diverse tappe intermedie. Tra queste tappe importanti, per il critico, c’è la scrittura “ macaronica rinascimentale ” degli “ irregolari ” della cultura rinascimentale tra i quali Folengo e Ruzzante. Poi andando avanti, Contini, fa un salto all’Ottocento e individua alcuni poeti dialettali , in particolare Gioacchino Belli (poeta dialettala di Roma) e Carlo Porta (poeta dialettale dell’Ottocento milanese). Procedendo, ancora su questa linea epicentrica della letteratura italiana che poi culmina con Gadda, nella seconda parte dell’Ottocento, si riscontra la scuola degli Scapigliati , contro il romanticismo italiano maggioritario (Manzoni, Berchet, D’Azeglio); tra i più importanti esponenti si ricorda Carlo Dossi appartenente alla scapigliatura milanese (autore dell’opera “Note azzurre”). Questa linea un po’ eccentrica, che si pone come alternativa al classicismo (alla bellezza dominante della letteratura italiana) e che è trasgressiva , anticonformista , espressionistica , parte da Dante. Il perché, secondo Contini, Dante rappresenta il capostipite di questa linea, è comprensibile dalla definizione che il critico dà alla “Divina Commedia”, ovvero, un’“ enciclopedia di stili ”, che si presenta, così, in contrapposizione alla lingua e allo stile del Petrarca che, invece, sono unitari e omogenei. La lingua e lo stile di Dante, nella Divina Commedia in particolare, sono all’insegna della varietà e della pluralità , quindi si può parlare anche di tradizione macaronica , espressionistica , plurilinguistica. In questo modo, si utilizzano nella scrittura diverse varietà linguistiche e di stili che interferiscono e si mescolano tra di loro, originando un plurilinguismo. Questa tendenza alla mescolanza di diversi livelli linguistici e stilistici si ritrova anche in Folengo (esponente degli irregolari del rinascimento). Folengo è l’autore del “Baldus”, un poema in versi scritto in latino maccheronico , in cui latino e volgare convivono in stretta simbiosi; una sorta di contaminazione tra latino e italiano; in particolare la grammatica e la sintassi appartengono al latino, mentre il lessico al volgare. Questo filone linguistico e stilistico rimane lontano rispetto all’altro che è rappresentato dal monolinguismo di tipo classicista, il cui massimo rappresentante nel Trecento è Petrarca. Nel Cinquecento, su indicazione di Bembo ne “Le prose della volgar lingua”, si riprendono le caratteristiche della poesia di Petrarca, perciò le poesie vengono scritte tenendo come riferimento il modello petrarchesco. In questo tipo di cultura i dialetti perciò tendono ad essere messi da parte (c’è una riscoperta del dialetto con Belli e Porta nell’Ottocento). Il discorso sul plurilinguismo di Contini va anche fuori l’Italia guardando ad autori di altre nazioni che hanno considerato soluzioni plurilinguistiche; i “ pastiche ” della letteratura straniera. Tra questi autori si ritrova Raber , nell’ambito del rinascimento francese e Joyce in ambito anglofono. Quando si dice che il linguaggio è maccheronico significa, allora, che si tratta di un linguaggio approssimativo, artificiale, costituito di lessico in parte volgare e in parte latino , ma con morfologia, sintassi e metrica latine.
utilizzato per una funzione mimetica per introdurre la varietà linguistica della Roma del tempo, la Roma fascista; dall’altra parte c’è una funzione satirica nei confronti del regime mussoliniano. Il “Pasticciaccio” è un romanzo è la forma accrescitiva di “pastiche” (letto pastich) = “pasticcio”; con questa definizione Gadda si riferisce al pasticcio come pietanza o piatto caratterizzato da una varietà di ingredienti mescolati insieme, che metaforicamente rappresenta la varietà linguistica utilizzata nella scrittura del romanzo. Per quanto riguarda la definizione di “ scrittore macaronico ” è importante soffermarsi sulla lettura della parte di testo riferita alla presentazione del cadavere della vittima. L’assassino si è particolarmente accanito con la vittima (Liliana), mozzandogli con un coltello le arterie. Agli occhi degli investigatori queste arterie vengono presentate come “maccheroncini” color rosso, che non rinviano solo al formato di pasta ma anche alla “poetica maccheronica”. Oltre all’uso dei dialetti Gadda utilizza nel romanzo anche le lingue classiche ; avendo studiato al liceo classico, lo scrittore, conosce bene il latino e il greco e li utilizza spesso nelle sue opere. Non utilizza solo il latino classico, ma anche quello medievale, maccheronico, ecclesiastico. Gadda utilizza nei suoi testi, romanzi e racconti, anche una serie di latinismi e grecismi , oltre a parole prese in prestito dalla letteratura straniera, prevalentemente inglesismi e francesismi , in “Eros e Priapo” prevalgono gli inglesismi rispetto ai francesismi; queste parole inglesi vengono utilizzate dallo scrittore come una polemica contro la poetica linguistica del Fascismo. Il Fascismo dal punto di vista linguistico appare “antico” rifiuta l’uso delle parole straniere, gli inglesismi appartenevano ad una nazione straniera e nemica. L’uso dei francesismi , come anche l’uso del dialetto milanese , sono utilizzati dallo scrittore per colpire la borghesia , questo particolare uso linguistico di Gadda rappresenta una frecciata ironica contro l’uso vomitoso della lingua straniera da parte della borghesia; il borghese, infatti, utilizza per lo più la lingua straniera per elevare la propria condizione culturale. Un caso a parte riguarda il ricorso all’utilizzo dello spagnolo; gli spanismi (parole prese dallo spagnolo o dal mondo latino americano) che si ritrovano ne “ La cognizione del dolore ”, sono utilizzati perché le ambientazioni delle vicende del romanzo li richiedono. Molto importanti sono anche le lingue speciali dei linguaggi settoriali ( tecnicismi ) di varie provenienze, tra cui l’ambito scientifico. Gadda prima di essere un letterato è stato un ingegnere; nel 1900 in ambito scientifico opera anche Primo Levi (chimico). Si assiste, così, ad un’apertura anche al linguaggio delle scienze (della biologia, della fisica ecc). Nelle opere di Gadda si prendono in prestito diverse tecniche della biologia, dalla fisica, dalla metereologia; egli parla di “Rosa dei venti”, di “Vortice di depressione ciclonica”. Gadda utilizza anche inversioni lessicali o addirittura conia parole che non esistono. Per inventare nuove parole lo scrittore adotta alcuni procedimenti:
Durante l’avvicinamento dei carabinieri presso la casa di Camilla si incontrano alcuni ostacoli ; a pagina 208 viene presentata prima la reazione delle galline (nei pressi della stazione) che all'arrivo del treno, inscenano (fingono) di essere spaventate (un po' come le Nereidi all'arrivo dei Satiri nel sogno di Pestalozzi), ma in realtà godono di questa apparizione del treno. Ogni giorno queste galline mettono in scena di essere spaventate, recitando a tal punto da fingersi suicide camminando sui binari e andando incontro al treno, e per questo paragonate a Sofonisba, una nobile cartaginese che per non essere consegnata come bottino di guerra al nemico (i romani) aveva preferito uccidersi. C'è poi la presenza del cane del casello che ha i tratti del cane a tre teste dantesco Cerbero; i cui latrati vengono paragonati da Gadda agli irruenti versi del Foscolo di cui non si capisce il senso: " Oltre il casello poi, sul sentiero grigio a fianco il fuggire della breccia, due o tre galline si apprestarono spaventatissime e tuttavia chiotte chiotte, more insolito, a lungheggiare in accelerato zampettamento il binario: a traversarlo indi svolando nel momento più opportuno, i respingenti addosso e sopra ai respingenti i fanali, con quella premeditazione
suicida che le distingue. Il maremmone, cioè maremmano-spinone, si avventò: da credere volesse jugularsi od autoghigliottinarsi nel collare, un sottile anello di ferro dove i peli rabbuffavano, del furibondo: e a catena tesa riprincipiò ringhiare e latrare, scoppi reiteratamente frenetici: come declamasse irruenti versi del Foscolo senza tuttavia comprenderne il senso, e nemmeno il nonsenso, a un pubblico di soprappresi da cascaggine: deliberato ridestarli tutti e richiamarli a purgazione e a vigilia, né perdonar sopore neppure all'ultimo. L'indemoniato idiota, in ciò fare, smarriva di tra incisivi radi e scontorti e la ferità de' canini e licenziava fuor dalle labbra, per fiocchi biancastri a ogni nuovo sussultare della capa, una sua bava poltigliosa come béchamelle: nelle arsi di così rorida rabbia levando al cielo sanguinolenti occhi di belva, quasi a invocare il beneplacito de' superni Bestioni, gli iddii di sua razza, e a propiziarne il nume, e a promuoverne il consenso a' più stolti endecasillabi. "
A partire da pagina 213 si inizia con l'episodio del ritrovamento dei gioielli. A pagina 213 è presente la descrizione della casa della Camilla , in cui il narratore insiste sulla condizione di estrema miseria e indigenza delle ragazze che vivono nelle campagne romane, in contrapposizione alla condizione di ricchezza della città (la ricchezza del palazzo dell'oro o l'opulenza del mercato di piazza Vittorio): " Da quella cabina telefonica e cucinetta ch'era la stanza a terreno salirono, per gradini di peperino grigio, al piano sopra, in una stanza più piccola, irregolare, quanto comportava la testata della scala. Era occupata da tre letti, poco provveduta del rimanente. Il Pestalozzi e il Cocullo, dopo la ragazza, poterono insinuarvisi appena. Un odor di panni, a chiamar panni i lipoidi, gli aminoacidi, l'urea, il sudore insomma di che i panni dei poveri s'imbevono : una finestra con grata e zanzariera: nessun mobile, dopo i tre giacigli, che pareveno le cucce de tre cani, e un minimo stipetto con una scheggia scalenoide posatavi, d'uno specchio già infranto da sempre. " Durante la perquisizione del Pestalozzi, è possibile notare su una parete della casa di camilla (a pagina 214 ) un'olografia raffigurante la Madonna: " A parete, a capo l'uno dei lettini, con il rametto d'olivo dalle foglie accartocciate era appesa nella sua cornice scura un'oleografia da due lire ingiallita nei margini, che il Pestalozzi riconobbe senz'altro. Era la Madonna del Divino Amore, sopra la postèrula di Castel di Leva apparita all'angosciato e sperduto nella notte, che feroci cani perseguivano latrando e stavano per azzannare e sbranare e alla di Lei veduta se ne tennero: e il recinto lo accolse ." L'immagine è quella della Madonna del Divino Amore che aveva salvato un viandante perseguitato dai cani feroci che volevano sbranarlo, aprendogli una porta che avrebbe consentito all'uomo di scappare dalle bestie e salvarsi. Questa olografia è presente in questo punto del romanzo per suggerire il fatto che la fede rappresenta, per queste popolazioni povere, per queste ragazze che soffrono la fame e la miseria l'unica forma di salvezza.
Da pagina 215 a pagina 219 viene descritto l'episodio del ritrovamento dei gioielli. Pestalozzi, animato dal sogno di giungere alla promozione, vuole trovare i gioielli rubati e tenta di individuare il luogo dove possano essere nascosti i gioielli. Ad un certo punto, il Pestalozzi, mette a fuoco un mobile sospetto, un comodino da notte: " Il brigadiere aveva riadocchiato lo stipo. Era per dirle: «voltate i materassi! fate vedere sotto i materassi!» E invece navigò intorno ai letti e venne, dopo il non facile periplo, a piantarsi ritto fra l'ultimo e il muto, in atto quasi d'interrogare il comodino. Tirò lo sportello, s'avvide ch'era provveduto d'una serratura, cosa incredibile per un comodino da notte: era un comodino sui generis. Ne dimanda la chiave. La ragazza Mattonari sotto un materasso la cercò, la trovò: aperse lo stipo, con una tristezza unta nella faccia, come di cittadina vessata, dall'arbitrio. Dei cenci, ancora, robba da donna, un gilè, un par de carzoni lograti ne franarono giù sul pavimento, per la cognizione delusa del sottufficiale: vi erano stati riposti in qualche modo, pressati dentro alla peggio. Lui ne tolse di sua mano un corpetto a maglia, una pelle di coniglio, una sottana celeste chiaro, con zone sbiancate dalla varechina. Due o tre noci rotolaron fuori. Emerse allora dal cenciume, tutto agghindato di calzini frusti, un pitale. Ricolmo di noci, e con più d'un acciacco sulla bombatura smaltata, si vide subito che non doveva essere un Capodimonte, e nemmeno un Ginori. «Ah Gesummio! le noci de mi' nonna!» gridò la Mattonari, quasi a render pregio, in una estrinsecazione di angoscia possessiva, al tesoro: che l'autunno aveva deposto nella capienza del vaso così benigna, en passant: pellegrino che si sdebita senza commiato, avanti l'alba, dell'ospitalità benignamente ricevuta. E fece l'atto, chinandosi, a fianco del brigadiere all'impiedì, di
della giornata, i contatti coi confidenti della polizia non portano a nulla. In serata, Fumi, nell’elenco delle fermate il giorno prima per sospetta prostituzione, nota il nome di una certa Ines Cionini, del Torraccio, pantalonaia disoccupata.
Capitolo II La mattina di giovedì 17 marzo, il commissario Ingravallo, mentre sta salendo su un tram per recarsi a Marino, viene informato dell’omicidio di Liliana Balducci. In viaggio d’affari il marito, Liliana è stata trovata sgozzata, in casa, dal cugino Giuliano Valdarena che, in procinto di trasferirsi a Genova per lavoro, era venuto a salutarla. Ingravallo si reca sul luogo del delitto. Viene appurato che la vittima si trovava sola, nella propria abitazione, al momento del delitto. Ingravallo decide per il fermo di Giuliana Valdarena. Il giorno seguente, 18 marzo, il fermo del Valdarena si tramuta in arresto provvisorio.
Capitolo III Ingravallo verifica la posizione di Giuliano Valdarena, i possibili moventi, la sua relazione con Liliana. La Standard Oil di Roma, presso cui Giuliano è impiegato, conferma il suo trasferimento a Genova, oltre che il suo valore professionale.
Capitolo IV Ventidue ore dopo il delitto, venerdì 18 marzo, rientra a Roma il marito di Liliana, Remo Balducci, assente per un viaggio d’affari. Il Balducci constata la mancanza di un cofano con denaro e gioie e di due libretti di risparmio. Il giorno seguente, sabato 19 marzo, in mattinata, sono messi a confronto Balducci e Valdarena. Durante il confronto sopraggiunge in commissariato don Lorenzo Corpi, padre spirituale di Liliana, che reca con sé il testamento olografo della vittima: oltre alla legittima al marito, Liliana dispone lasciti a favore di vari beneficiari, tra cui Gina (l’ultima della serie di «nipoti» accolte in casa per lenire il trauma della mancata maternità), la domestica Assunta e il cugino Giuliano Valdarena. A quest’ultimo in particolare, Liliana lascia quarantottomila lire, un anello con brillante, una catena d’oro da orologio con ciondolo in opale e altri gioielli di famiglia. Un anello d’oro con brillante e una catena d’oro da orologio - però con un diaspro come ciondolo - oltre a diecimila lire, sono frattanto rinvenuti nell’appartamento del Valdarena, che in serata viene quindi sottoposto a un ennesimo interrogatorio. Valdarena parla dell’ossessione di Liliana per la mancata prole e sostiene che quanto trovato in casa sua gli è stato dato da Liliana stessa, tranne il ciondolo della catena d’orologio; il ciondolo egli l’aveva ritirato successivamente dal gioielliere Ceccherelli, a cui Liliana aveva commissionato la sostituzione dell’opale (considerato porta-jella) con un’altra pietra.
Capitolo V Le deposizioni del gioielliere Ceccherelli e del cassiere capo del Banco di Santo Spirito scagionano Giuliano Valdarena. Domenica 20 marzo è interrogato nuovamente Remo Balducci, che svela l’attaccamento di Liliana per le «nipoti» adottive e le domestiche, verso cui mostrava un’esagerata generosità affinché potessero maritarsi e procreare. Lunedì 21 marzo si svolgono i funerali di Liliana a San Lorenzo al Verano. Al termine, don Lorenzo Corpi racconta a Ingravallo delle «nipoti», una delle quali, Virginia Troddu (già conosciuta dallo stesso Ingravallo), pareva avesse stregato tutti e due i Balducci.
Capitolo VI Nel pomeriggio di martedì 22 marzo, i carabinieri di Marino comunicano al commissariato di Santo Stefano del Cacco di aver rinvenuto la sciarpa del rapinatore della Menegazzi: di proprietà di certo Enea Retalli, detto Iginio, abitante al Toraccio (la fermata del biglietto del tram trovato da Ingravallo nell'abitazione della Menegazzi), la sciarpa è stata portata a ritingere ai Due Santi, nel laboratorio-mescita della Zamira, maga ed ex prostituta. Il
laboratorio è noto ai carabinieri di Marino: il maresciallo Santarella e il brigadiere Pestalozzi vi fanno talvolta sosta nei loro giri di perlustrazione in motocicletta. In serata giunge a Santo Stefano del Cacco il brigadiere Pestalozzi, dei carabinieri di Marino, per i ragguagli del ritrovamento della sciarpa. A proposito del Torraccio, Fumi ricorda di aver scorto, la sera precedente il delitto, nell’elenco delle fermate qualche giorno prima per sospetta prostituzione, il nome di una giovane che abitava appunto in quella località. La giovane, Ines Conini, ancora in stato di fermo in commissariato, viene interrogata, alla presenza anche del brigadiere dei carabinieri Pestalozzi. Ines dichiara di avere lavorato nel laboratorio della Zamira e altri particolari sono forniti sul suo laboratorio. Capitolo VII Dopo una pausa, prosegue l’interrogatorio di Ines. La giovane accenna a un’amica di tale Camilla Mattonari, sua collega al laboratorio della Zamira; questa amica della Camilla, abitante della Pavona (Albano Laziale - Castel Gandolfo), era stata a Roma presso dei signori che le avevano fatto la dote e aveva l’aria di volersi vendicar di qualcuno. La descrizione di questa giovane rimanda alla Virginia, la penultima «nipote» dei Balducci. Ines parla anche del proprio fidanzato, Diomede Lanciani, e del di lui fratello Ascanio; racconta che Diomede, elettricista disoccupato, aveva aggiustato a Roma l’impianto elettrico di una contessa che parlava veneziano.
Capitolo VIII La mattina di mercoledì 23 marzo, il brigadiere Pestalozzi si reca al laboratorio della Zamira. Qui una giovane lavorante, Lavinia Mattonari, tenta inutilmente di nascondergli un anello con topazio che porta al dito. A seguito delle minacce di Pestalozzi, Lavinia confessa che l’anello è un prestito della cugina Camilla Mattonari (la collega di Ines Cionini e amica di Virginia).
Capitolo IX Pestalozzi si fa condurre da Lavinia a casa di Camilla, dove rinviene i gioielli della Menegazzi in un vaso da notte: i gioielli le sono stati affidati da Enea Retalli.
Capitolo X Sempre mercoledì 23 marzo, mentre il brigadiere Pestalozzi si reca dalla Zamira, il maresciallo Santarella lascia la tenenza dei carabinieri di Marino alla ricerca di Enea Retalli, a Roma la polizia arresta Ascanio Lanciani, Ingravallo raggiunge la tenenza dei carabinieri di Marino dove gli viene comunicata l'assenza del maresciallo Santarella. Ingravallo chiede di Assunta Crocchiapani che, già a servizio dai Balducci, ha dovuto tornare a casa, a Tor di Gheppio (località d'invenzione, collocata a nord della Pavona), per assistere il padre moribondo. Si reca quindi alla sua abitazione e la accusa di avere assassinato Liliana. Assunta nega con decisione. Così si chiude, incompiuto, il romanzo: «"No, nun so' stata io!" Il grido incredibile bloccò il furore dell'ossesso [Ingravallo]. Egli non intese, là pe' llà, ciò che la sua anima era in procinto d'intendere. Quella piega nera verticale tra i due sopraccigli dell'ira, nel volto bianchissimo della ragazza, lo paralizzò, lo indusse a riflettere: a ripentirsi, quasi.»
La Pavona e la Virginia, non v'è dubbio, sono la destinazione successiva [di Ingravallo] («E la Pavona, la stazione?» chiede giunto in vista di Tor di Gheppio). Don Ciccio, del resto, non sospetta Assunta che di complicità, e nel suo feroce accanimento vuole solo che lei pronunci il nome dell'assassino, di chi forse le ha affidato i gioielli di Liliana. Ma il grido «No, nun so' stata io!» lo induce «a ripentirsi, quasi». E noi, insieme a lui, disgiungiamo finalmente l'immagine della «vergine albana» da quella diabolica e infernale di Virginia. [...] Il lettore condivide la consapevolezza del detective: c'è un colpevole (Virginia, non Assunta) e il giallo ha una soluzione. [...] E c'è una prova inconfutabile. Intorno al 1947-48 Gadda aveva ricavato dal romanzo una sceneggiatura, il Palazzo degli ori , che inchioda l'assassino: nell'ultima scena, Virginia svela la sua follia, mentre nel riquadro luminoso della porta si staglia Ingravallo.