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Letteratura per l'infanzia ed ed. alimentare - Elaborato per tesi di Martina Milone sull' EDUCAZIONE ALIMENTARE, Tesi di laurea di Didattica Pedagogica

Paragrafi sul rapporto letteratura per l'infanzia - educazione alimentare tratti dalla mia tesi di laurea triennale sull' Educazione alimenatare.

Tipologia: Tesi di laurea

2015/2016
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Caricato il 29/01/2016

martinamilone
martinamilone 🇮🇹

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1. LA LETTERATURA PER L’INFANZIA COME STRUMENTO
PEDAGOGICO NELL'EDUCAZIONE ALIMENTARE
La narrazione è da sempre uno strumento per trasmettere ai più piccoli
quei messaggi necessari per la crescita e la comprensione del mondo: “il
bambino grazie alla fiaba, alle semplici storie che ascolta in famiglia, ai
ricordi dei grandi che lo colpiscono viene educato, nella vita quotidiana
della sua infanzia (e poi accedendo ai servizi educativi), ad elaborare
mappe cognitive. Si impara a pensare attraverso a questi costrutti
mentali, che gli permettono di dar luogo ad una all’inizio elementare
visione delle cose, anche in rapporto alle condizioni e sollecitazioni
emotive che quelle stesse storie suscitano in lui o in lei”
1.
I racconti possono contribuire allo sviluppo psicologico del bambino in
diverse aree:
A livello linguistico: apprendendo nuovi vocaboli ed elementi
linguistici, tempi verbali, modalità narrative ecc…
A livello emotivo/affettivo: il bambino si affeziona ai personaggi
e si immedesima nella loro situazione, vivendo in prima persona
le loro emozioni;
A livello sociale/morale: la fiaba o la favola da modo di
conoscere varie modalità relazionali (ad esempio: la
collaborazione e la solidarietà se modalità relazionali positive, o
1 Duccio Demetrio “Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura”, Mimesis Edizioni, Milano
2012
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1. LA LETTERATURA PER L’INFANZIA COME STRUMENTO

PEDAGOGICO NELL'EDUCAZIONE ALIMENTARE

La narrazione è da sempre uno strumento per trasmettere ai più piccoli quei messaggi necessari per la crescita e la comprensione del mondo: “il bambino grazie alla fiaba, alle semplici storie che ascolta in famiglia, ai ricordi dei grandi che lo colpiscono viene educato, nella vita quotidiana della sua infanzia (e poi accedendo ai servizi educativi), ad elaborare mappe cognitive. Si impara a pensare attraverso a questi costrutti mentali, che gli permettono di dar luogo ad una all’inizio elementare visione delle cose, anche in rapporto alle condizioni e sollecitazioni emotive che quelle stesse storie suscitano in lui o in lei” 1 . I racconti possono contribuire allo sviluppo psicologico del bambino in diverse aree:

  • A livello linguistico: apprendendo nuovi vocaboli ed elementi linguistici, tempi verbali, modalità narrative ecc…
  • A livello emotivo/affettivo: il bambino si affeziona ai personaggi e si immedesima nella loro situazione, vivendo in prima persona le loro emozioni;
  • A livello sociale/morale: la fiaba o la favola da modo di conoscere varie modalità relazionali (ad esempio: la collaborazione e la solidarietà se modalità relazionali positive, o (^1) Duccio Demetrio “Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura” , Mimesis Edizioni, Milano 2012

la gelosia e l’ inganno se negative), permette di venire a contatto con personaggi con personalità spiccate e differenti e ciò da inizio ad uno spunto di riflessione sul dialogo bene-male e su come è o non è giusto comportarsi. La fiaba può avere valenza evolutiva , poiché permette di riprodurre quelle fasi fondamentali della crescita, dello sviluppo individuale, divenendo metafora della storia dell’umanità e che ha come fine ultimo quello di aiutare il bambino di ampliare il proprio punto di vista; e una valenza terapeutica : la narrazione può aiutare grandi e piccini nel superamento di alcuni blocchi emotivi, ansie, paure, dolori… in poche parole, ci aiuta a riscoprire le risorse indispensabili per la crescita. “Come nella vita, anche nelle storie c’è un principio attivo. Il loro pregio consiste nell’inviare dei messaggi espliciti e dei messaggi impliciti e raggiungere così sia l’intelligenza sia il cuore. Alcuni messaggi parlano alla ragione, altri ai sentimenti. Alcuni fanno appello alla consapevolezza, altri all’inconscio. Per questa doppia struttura, una superficiale e una profonda, una visibile e l’altra invisibile, una reale e l’altra metaforica, le storie che si raccontano ai bambini possono essere “lette” in maniera diversa da ascoltatori di età diversa da ascoltatori di età diverse. Oppure dalla stessa età ma con esperienze differenti. L’ascoltatore assorbe ciò che gli serve in un determinato momento e lascia cadere ciò di cui non ha bisogno o per cui non è ancora pronto^2 ”. (^2) Anna Oliverio Ferrarsi “ Prova con una storia ”, RCS Libri S.p.A., Milano 2005-

facilmente il bambino, specchiandosi nel racconto come in uno specchio, sarà indotto a pescare nelle proprie risorse superando il problema che lo affligge”^3. Il percorso di educazione alimentare attraverso le letture che riporterò, prevede una divisione in fasce di età dei bambini:

  • 3-5 anni
  • 6-7 anni
  • 8-10 anni nonostante ciò, la linea metodologia è comune, così come la scelta dei testi: le differenze riguarderanno solo le tecniche didattiche a seconda dell’età. Tale metodologia si compone in lettura ad alta voce e conversazione nel gruppo. Durante la lettura ad alta voce, sono importanti alcuni piccoli elementi, indispensabili al fine dell’ intervento educativo:
  1. buon rapporto tra l’adulto e l’ascoltatore. È complicato ascoltare qualcuno che non ci ispira fiducia;
  2. il linguaggio non verbale. Il tono di voce, la presentazione, il gesticolare, ci consentono di creare un legame d’intimità e vicinanza emotiva con i più piccoli;
  3. assenza di interferenze (tv e radio accese);
  4. lettura espressiva. Il modo in cui raccontiamo la storia rende il racconto suggestivo, aiutando così il bambino a mantenere l’interesse, la partecipazione e a guidarlo con più facilità verso il messaggio che vogliamo trasmettere. (^3) Anna Oliverio Ferrarsi “ Prova con una storia ”, RCS Libri S.p.A., Milano 2005-

La discussione in classe, invece, aiuta i ragazzi a sostenere un ragionamento e un confronto, seguiti da attività ludiche che hanno come obiettivo quello di approfondire la tematica affrontata.

2. Il cibo nelle fiabe classiche Le fiabe classiche si caratterizzano dalle storie più moderne per il loro linguaggio molto più crudo, per via della loro funzione, più che intrattenitrice era di trasmissione di regole e di moralità, per dirla semplice, venivano raccontate per “mettere in guardia” i più piccoli. Il cibo possiamo considerarlo a tutti gli effetti un motore di quasi tutte le narrazioni del passato e si presenta sotto varie forme e significati diversi: la mancanza di cibo rappresenta la paura della morte e da il via ad alcune situazioni, in altri frangenti il cibo può diventare premio, può simboleggiare la tentazione, il presagio di qualche pericolo o rappresentare un dono di scambio. «Guardando il repertorio fiabesco della tradizione, le pietanze più gustose rivelano particolari lati oscuri, assurgendo a strumento nelle mani di biechi personaggi e diventando l’esca perfetta con cui solleticare il palato dell’ignaro protagonista. Pensiamo a Hänsel e Gretel, messi all’angolo da un apparente peccato di gola. Dico apparente perché più che di gola, potremmo parlare di fame, vista la condizione sociale dei protagonisti e la situazione storica in cui tali racconti sono nati. Il medioevo delle carestie è pur sempre sullo sfondo: spesso è la mancanza di cibo il motore della vicenda, una condizione che addirittura costringe i genitori ad abbandonare i figli nel bosco, come accade ai già citati Hänsel e Gretel o a Pollicino e ai suoi fratelli. Di conseguenza, l’opulenza alimentare diventa un miraggio, un colpo di fortuna a cui difficilmente si può resistere^4 ». (^4) Martina Russo, “ Oltre le briciole ” , pubblicato il 1 luglio 2013, mensile Andersen

Questa casa è chiaramente un abbaglio, una seduzione dell’inconscio e simboleggia il rischio che si incorre quando ci facciamo insidiare dalle cose, all’apparenza, facilmente raggiungibili. I due fanciulli, spinti dalla fame e dalla paura, cadono nella trappola tesa da una vecchia strega: «Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso. Ma la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l'arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa. Era proprio felice che Hänsel e Gretel fossero capitati lì». Alla fine del racconto, dopo aver sconfitto la strega e aver preso possesso di alcune sue ricchezze, i due possono finalmente fare ritorno a casa: « Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide, poiché‚ non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché‚ non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere^6 ». Il pentolino magico – Fratelli Grimm (^6) Jacob e Wilhelm Grimm, Hansel e Gretel, http://www.grimmstories.com

Anche in questa fiabe, l’elemento che da vita a una ricca trama intrecciata è la fame. I protagonisti di questa storia sono un padre e una figlia che soffrono gli effetti di una disastrosa carestia in paese: «Avvenne una gran siccità: nei campi non nacque un filo d'erba, e non ci fu più da lavorare per nessuno dei due. Avevano un gruzzoletto, messo prudentemente da parte nel buon tempo, e per parecchi mesi poterono tirare innanzi, vivendo quasi a pane e acqua». Un giorno appare una strana signora che darà loro un oggetto che cambierà per sempre la loro esistenza, un pentolino magico: «Mentre parlavano comparve sulla soglia una donna scarna, allampanata, che pareva il ritratto della fame. -Fate la carità, buona gente! -Siamo più miseri di voi, - rispose il padre. - Rivolgetevi altrove. La ragazza invece prese la pagnottella che doveva essere il suo desinare di quel giorno e la porse alla vecchia: -Mangiatela voi per me. -Grazie, figliola. Intascata la pagnottella, la vecchina cavò di sotto lo scialle unto e stracciato una padellina nuova di rame: -Tieni, figliola; non ho altro; forse ti servirà. E andò via. La ragazza si rimise a canterellare, picchiando con le nocche delle dita sulla padellina, che dava un bel suono; poi, per gioco, la posò sul focolare spento e, ridendo, disse al padre: -Che volete? Una costoletta? Una frittata? E non aveva ancora finito di parlare, che una fiammata si accese, e la padellina cominciò a friggere, spandendo attorno un odore che avrebbe risuscitato un morto. -Oh, che miracolo, figliola mia! Siamo ricchi!

Quando il cibo scarseggia nella vita reale, le fiabe danno la possibilità di sognare tavole imbandite di ogni delizia. Anche in questa fiaba vi è un principio in cui fanno da padrona la fame e la povertà, ma grazie ad un pentolino magico, tale scenario si trasformerà radicalmente: «C'era una volta una povera fanciulla pia, che viveva sola con sua madre; e non avevano più nulla da mangiare. Allora la fanciulla andò nel bosco e incontrò una vecchia che già conosceva la sua povertà, e che le regalò un pentolino. Doveva dirgli: -Cuoci la pappa, pentolino!- e il pentolino cuoceva una buona pappa dolce di miglio; e quando diceva: -Fermati, pentolino!- il pentolino smetteva di cuocere. La fanciulla lo portò a casa a sua madre: la loro miseria e la loro fame erano ormai finite, ed esse mangiavano pappa dolce ogni volta che volevano. Un giorno che la fanciulla era uscita, la madre disse: -Cuoci la pappa, pentolino!-. Quello fa la pappa ed ella mangia a sazietà; ora vuole che il pentolino la smetta, ma non sa la parola magica. Così quello continua a cuocere la pappa, e la pappa trabocca e cresce e riempie la cucina e l'intera casa, e l'altra casa ancora e poi la strada, come se volesse saziare tutto il mondo, ed è un bel guaio e nessuno sa come cavarsela. Infine, quando non restava una sola casa intatta, ritorna a casa la fanciulla e dice: -Fermati, pentolino!- e il pentolino si ferma e smette di fare la pappa; e chi volle tornare in città, dovette farsi strada mangiando^8 ». Il cibo in abbondanza simboleggia la ricchezza: le tavole dei ricchi vengono descritte come imbandite di qualsiasi cibo pregiato, fanno parte (^8) Jacob e Wilhelm Grimm, Il pentolino magico, http://www.grimmstories.com

di questi vini, cacciagione e pesce. Quelle dei personaggi poveri sono caratterizzati da alimenti più essenziali, il pane, primo fra tutti, scuro e grezzo, i legumi e qualche verdura; tutto ciò marca la grande differenza sociale tra le due categorie. Pinocchio – C. Collodi Anche in Pinocchio lo scenario è sempre lo stesso: il protagonista vive con il padre, Geppetto, in un realtà molto modesta. Nel famoso capitolo “L’Osteria del Gambero Rosso”, Collodi descrive una ricca cena del Gatto e la Volpe a base di pesce e carne, a differenza di quella di Pinocchio… «Entrati nell’osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva appetito. Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato! La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre, si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca. Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un cantuccio di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo, col

importante che l’uomo possedeva, quasi un sacrilegio, vista l’importanza che ricopre all’interno di alcune fedi religiose. « Hai certamente sentito parlare di quella fanciulla che calpestò il pane per non sporcarsi le scarpe, e delle sofferenze che dovette subire. È una storia scritta e stampata ». Protagonista di questa fiaba è Inger, una ragazzina di umili origini che ha sempre manifestato un carattere molto indisponente. Cresciuta, andrà a servire una famiglia benestante che la accoglierà come se fosse una figlia. La padrona la invita ad andare a trovare la sua povera madre e le offre un grosso pezzo di pane bianco da portarle in dono. La ragazza accetta e con il vestito migliore e le scarpe nuove, si incammina verso il sentiero… « Inger si mise il vestito migliore e le scarpe nuove, poi sollevò un poco la gonna e si incamminò, con attenzione, per non sporcarsi i piedi, e per questo era da lodare. Ma quando arrivò dove il sentiero passava tra la palude e dove c'era acqua e fango per un bel pezzo di strada, gettò il pane sul fango con l'intenzione di camminarci sopra e attraversare il fango senza bagnare le scarpe; ma mentre stava con un piede sul pane e con l'altro sollevato, il pane affondò sempre più, con lei sopra, e così scomparve, rimase solo il fango nero e gorgogliante ». Dopo essere sprofondata nella palude, il diavolo, riconoscendo la sua attitudine malvagia, la porta con sé, per usarla come statua della porta dell’ingresso. Come punizione ella dovrà rimanere rigida come una statua, senza possibilità di movimento e patendo la fame, con il pane ben attaccato sotto ai piedi.

«Era una bambina peccatrice!» dissero «non ha rispettato i doni del Signore, ma li ha calpestati: la porta della Grazia non verrà forse mai aperta per lei^11 ». Passano gli anni e la madre, tormentata dalla fine della fine di Inger, muore: ora la ragazza può finalmente rivederla mentre sta accedendo al Regno dei Cieli e scoppia in un lungo pianto. Un raggio di luce brilla in nel baratro e Inger si trasforma in un uccello e può finalmente godere della bellezza del mondo. Mangia sempre poche briciole di pane, lasciando il resto agli altri uccelli, dopo aver distribuito l’equivalente di tutti i grammi che pesava il pane bianco in briciole, la ragazza si trasforma in una rondine che vola verso il cielo. Raperonzolo Come detto in precedenza, il cibo nelle fiabe simboleggiava spesso la tentazione e il presagio di una nuova sventura. Il nome Raperonzolo deriva dalla voglia di raperonzoli della madre durante la gravidanza: « Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. "Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra s': "Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno." Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli (^11) H. C. Andersen, “La fanciulla che calpestò il pane”, tratto da “ Fiabe ” di C. Andersen, Mondadori

sorso, il cui valore nutrizionale è indubbiamente messo da parte in favore di queste magiche proprietà^13 ». Fin dalle prime pagine del romanzo, ci imbattiamo in Alice, che beve tutto d’un fiato una boccettina su cui è scritto “Bevimi” , rimpicciolendosi a dismisura: «Era una bevanda deliziosa (aveva un sapore misto di torta di ciliegie, di crema, d'ananasso, di gallinaccio arrosto, di torrone, e di crostini imburrati) e la tracannò d'un fiato. Che curiosa impressione! - disse Alice, - mi sembra di contrarmi come un cannocchiale! Proprio così. Ella non era più che d'una ventina di centimetri d'altezza, e il suo grazioso visino s'irradiò tutto pensando che finalmente ella era ridotta alla giusta statura». per passar per quell'uscio, ed uscire in giardino. Prima attese qualche minuto per vedere se mai diventasse più piccola ancora^14 ». Alice non somiglia affatto ai bambini protagonisti della letteratura vittoriana, bambini spesso malaticci e poco vitali; è una bambina curiosa, con grande spirito d’iniziativa, sveglia e vitale, golosa ed affamata di vita e di tutto ciò che la circonda. Talmente tanto golosa da inghiottire pasticcini e bon bon fino a pagarne le conseguenze. Il cibo è inteso, letteralmente, come momento di crescita (alto-basso, lungo-corto), è un elemento magico che non rappresenta mai un reale nutrimento: non ha, infatti, un vero e proprio valore nutrizionale, rompe gli schemi dettati dalle fiabe classiche, non è fonte di rassicurazione, non serve a sopravvivere, anzi, li conduce spesso verso dolori e sofferenze. Si avvicina, perciò, all’ idea che hanno i bambini del cibo, i (^13) Martina Russo, “ Oltre le briciole ” , pubblicato il 1 luglio 2013, mensile Andersen (^14) Lewis Carrol, “Alice nel paese delle meraviglie”, a cura di Dino Ticli (ebook)

quali non lo vedono come motore del corpo umano, ma come qualcosa che o è buono, o è cattivo.