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levi racconta il noi, Dispense di Letteratura

appunti e lezioni frontali in aula

Tipologia: Dispense

2022/2023

Caricato il 23/02/2025

estreja80
estreja80 🇮🇹

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La narrazione ha il ruolo di mediare le profonde sensazioni che Levi racconta. La narrazione collettiva, che inizia
col NOI e poi scivola verso l’IO, è uno scavo, un addentrarsi infondo ai pensieri ed alla personalità di chi ha vissuto
questa tragedia.
Il ricordo, per quello che il ricordo presuppone, non può essere un ricordo collettivo; gli eventi, le azioni, sono
collettive, ma ciascuno l ricorda a modo proprio.
La testimonianza, con il ricordo, è legata a questa dimensione. La letteratura gli da forma, in positivo o in negativo,
essa può anche deformare.
Questa deviazione della realtà in Levi è messa in atto dalla procedure imparate nei laboratori di chimica, egli guarda
agli eventi come si guarda un esperimento, e da qui deriva il distacco della narrazione.
Nelle parole di Levi non c’è disprezzo ne tantomeno odio verso i carnefici, non c’è la voglia di una vendetta brutale.
C’è la voglia di raccontare le cose nella maniera più significativa possibile; significativa, non oggettiva.
Ciò che è accaduto dentro è più importante di ciò che accadeva fuori, non troveremo mai, infatti, descrizioni
dettagliate di atti violenti, ma ne troveremo di come l’uomo veniva ucciso dentro.
CAPITOLO III: INIZIAZIONE
Con i luoghi in questo romanzo si crea un rapporto particolare, è come se leggendolo si dia un peso diverso ai luoghi
fisici che si possono eventualmente visitare.
La letteratura va intesa come uno strumento di interpretazione del mondo. Levi sapeva bene che la narrazione
richiedeva l’esplicitare ciò che altrimenti non si sarebbe potuto dire. Levi da verità a ciò che difficilmente può essere
raccontato: la violenza psicologica.
Noi lettori percepiamo, grazie al romanzo, il peso delle sue sofferenze.
Il negazionismo, in ciò, si inserisce come frutto di ignoranza culturale, e Levi ne è particolarmente preoccupato. Era
quella infatti la minaccia più grande fatta loro dalle SS: “non vi crederà nessuno”.
Levi si chiede, anche molto più in la nel tempo, come sia possibile che qualcuno non creda.
Questo capitolo ci pone difronte alla, blasfema, “pedagogia del lager”; qui l’IO è al centro della narrazione.
Fame, sete e sonno sono i bisogni a cui Levi ed i suoi compagni sono stati ridotti. Nel campo si dorme, m non ci si
riposa mai, si va a dormire con il terrore che qualcosa possa accadere.
In questo capitolo viene fatta notare l’assenza del cucchiaio per bere la zuppa, Levi descrive l’angoscia di questa
assenza, ma mai l’assenza stessa.
La vicenda diventa qui preponderantemente individuale.
Viene fatto notare come tutti parlino una lingua diversa, riferendosi esplicitamente alla vicenda biblica della “torre
di babele”, vi è difatti una citazione biblica precisa e testuale: “la confusione delle lingue”.
Quando Levi descrive il pane, utilizza tutte le lingue della babele del campo, sta presentando un esempio concreto di
questo plurilinguismo di costrizione.
Nei lavatoi concorre una nuova forma di tortura, essi sono un luogo sporco, pieno di fango a terra, dove l’acqua esce
altrettanto sporca, ma le pareti sono piene di ammonimenti sull’importanza della pulizia, dell’igiene, ai fini della
sopravvivenza.
Per sopravvivere lavarsi in quell’acqua sporca serviva a poco, ma per il benessere psicologico, per il mantenimento
dell’IO, esso era un procedimento utile.
“Il lager è una macchina per ridurci in bestie, ma noi bestie non dobbiamo
diventare.”
Il ricordo funge qui da elemento per preservare la dignità.
Il fine ultimo del ricordo è quello di prevenire la possibile ripetizione dell’errore.
Ci sono tre modi di affrontare la Shoah:
1. DIARI (memorie)
2. ROMANZI (rielaborazione)
3. LIBRO DI STORIA (cronachismo)
Levi non concepisce “Se questo è un uomo” come romanzo, ma come memoria, il romanzo ha sempre un certo
corrispettivo con l’immaginazione, con il verosimile.
Vale più la memoria che la fictio.
Il rapporto con la verità è quello più integro, più diretto.
Alcuni prigionieri lavoratori presso le camere a gas, presso i forni, misero in atto un movimento di ribellione, di
resistenza, pur sapendo che in quel campo ci sarebbero morti, decisero che la vendetta migliore era quella di
raccogliere prove, documenti, foto dei forni in azione, e sotterrarli per testimoniare ai posteri.
Queste persone hanno mantenuto vivo il ricordo con un atto di ribellione.
La vendetta è il racconto.
“Bisogna sopravvivere per raccontare”
Nel campo è difficile sapere che giorno è, quanto tempo sia passato, l’unico riferimento temporale è dato dalle
stagioni, dall’inverno traditore, e l’estate che riaccende la speranza alla sopravvivenza.
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La narrazione ha il ruolo di mediare le profonde sensazioni che Levi racconta. La narrazione collettiva, che inizia col NOI e poi scivola verso l’IO, è uno scavo, un addentrarsi infondo ai pensieri ed alla personalità di chi ha vissuto questa tragedia. Il ricordo, per quello che il ricordo presuppone, non può essere un ricordo collettivo; gli eventi, le azioni, sono collettive, ma ciascuno l ricorda a modo proprio. La testimonianza, con il ricordo, è legata a questa dimensione. La letteratura gli da forma, in positivo o in negativo, essa può anche deformare. Questa deviazione della realtà in Levi è messa in atto dalla procedure imparate nei laboratori di chimica, egli guarda agli eventi come si guarda un esperimento, e da qui deriva il distacco della narrazione. Nelle parole di Levi non c’è disprezzo ne tantomeno odio verso i carnefici, non c’è la voglia di una vendetta brutale. C’è la voglia di raccontare le cose nella maniera più significativa possibile; significativa, non oggettiva. Ciò che è accaduto dentro è più importante di ciò che accadeva fuori, non troveremo mai, infatti, descrizioni dettagliate di atti violenti, ma ne troveremo di come l’uomo veniva ucciso dentro.

  • CAPITOLO III: INIZIAZIONE Con i luoghi in questo romanzo si crea un rapporto particolare, è come se leggendolo si dia un peso diverso ai luoghi fisici che si possono eventualmente visitare. La letteratura va intesa come uno strumento di interpretazione del mondo. Levi sapeva bene che la narrazione richiedeva l’esplicitare ciò che altrimenti non si sarebbe potuto dire. Levi da verità a ciò che difficilmente può essere raccontato: la violenza psicologica. Noi lettori percepiamo, grazie al romanzo, il peso delle sue sofferenze. Il negazionismo, in ciò, si inserisce come frutto di ignoranza culturale, e Levi ne è particolarmente preoccupato. Era quella infatti la minaccia più grande fatta loro dalle SS: “non vi crederà nessuno”. Levi si chiede, anche molto più in la nel tempo, come sia possibile che qualcuno non creda. Questo capitolo ci pone difronte alla, blasfema, “pedagogia del lager”; qui l’IO è al centro della narrazione. Fame, sete e sonno sono i bisogni a cui Levi ed i suoi compagni sono stati ridotti. Nel campo si dorme, m non ci si riposa mai, si va a dormire con il terrore che qualcosa possa accadere. In questo capitolo viene fatta notare l’assenza del cucchiaio per bere la zuppa, Levi descrive l’angoscia di questa assenza, ma mai l’assenza stessa. La vicenda diventa qui preponderantemente individuale. Viene fatto notare come tutti parlino una lingua diversa, riferendosi esplicitamente alla vicenda biblica della “torre di babele”, vi è difatti una citazione biblica precisa e testuale: “la confusione delle lingue”. Quando Levi descrive il pane, utilizza tutte le lingue della babele del campo, sta presentando un esempio concreto di questo plurilinguismo di costrizione. Nei lavatoi concorre una nuova forma di tortura, essi sono un luogo sporco, pieno di fango a terra, dove l’acqua esce altrettanto sporca, ma le pareti sono piene di ammonimenti sull’importanza della pulizia, dell’igiene, ai fini della sopravvivenza. Per sopravvivere lavarsi in quell’acqua sporca serviva a poco, ma per il benessere psicologico, per il mantenimento dell’IO, esso era un procedimento utile. “Il lager è una macchina per ridurci in bestie, ma noi bestie non dobbiamo diventare.” Il ricordo funge qui da elemento per preservare la dignità. Il fine ultimo del ricordo è quello di prevenire la possibile ripetizione dell’errore. Ci sono tre modi di affrontare la Shoah:
  1. DIARI (memorie)
  2. ROMANZI (rielaborazione)
  3. LIBRO DI STORIA (cronachismo) Levi non concepisce “Se questo è un uomo” come romanzo, ma come memoria, il romanzo ha sempre un certo corrispettivo con l’immaginazione, con il verosimile. Vale più la memoria che la fictio. Il rapporto con la verità è quello più integro, più diretto. Alcuni prigionieri lavoratori presso le camere a gas, presso i forni, misero in atto un movimento di ribellione, di resistenza, pur sapendo che in quel campo ci sarebbero morti, decisero che la vendetta migliore era quella di raccogliere prove, documenti, foto dei forni in azione, e sotterrarli per testimoniare ai posteri. Queste persone hanno mantenuto vivo il ricordo con un atto di ribellione. La vendetta è il racconto. “Bisogna sopravvivere per raccontare” Nel campo è difficile sapere che giorno è, quanto tempo sia passato, l’unico riferimento temporale è dato dalle stagioni, dall’inverno traditore, e l’estate che riaccende la speranza alla sopravvivenza.

• CAPITOLO IV: KA-BE

“I giorni si somigliano tutti” non riconoscere il tempo è sintomo della trasformazione dell’uomo in bestia. Siamo difronte ad un eterno presente, non si ha la possibilità di pensare al tempo, i pensieri sono relegati ai bisogni dell’oggi: mangiare oggi, dormire oggi, non morire oggi. Questo è un comportamento tipico degli animali, non dell’uomo. Il cielo regola l’ora, il tempo. Il campo è fatto di servi e padroni (riferimento alla fenomenologia?), e di padroni che sono anch’essi servi. “La paura muove gli uni(servi), e l’odio gli altri(padroni).” In questo capitolo Levi si riferisce ad un compagno con il numero, non con il nome. Egli è un sommerso, un mussulmano, uno della zona grigia, probabilmente anch’egli non ricorda il suo stesso nome. Torna qui il tema della natura hobbesiana, homo homini lupus , quando Levi fa notare come questo uomo che uomo non lo è più, nella sua cieca obbedienza tipica di una bestia da soma, è pericoloso per se e per gli altri. Per un momento Levi racconta di una fantasia di fuga, ma non la mette mai in atto, “guai a sognare”, sognare rende il risveglio più traumatico. Questo ragazzo, questo numero, con cui lavora, finisce con causarli una ferita, e Levi, che per fortuna non si è rotto l’osso, viene portato in infermeria. L’infermeria nel campo si chiama KA-BE, e nel kabe non ci si cura, chi guarisce guarisce, chi si aggrava viene ucciso. Kabe è una sospensione del tempo, ma non è un posto sicuro, anche qui avvengono le selezioni per le camere a gas. Si sa dell’esistenza delle camere all’interno del campo, ma nessuno le ha mai viste, sono una sorta di mito, un destino costantemente presente, ma cieco. Non c’è ne tempo ne spazio qui, non si sa nemmeno come si muore.