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appunti e lezioni frontali in aula
Tipologia: Dispense
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La narrazione ha il ruolo di mediare le profonde sensazioni che Levi racconta. La narrazione collettiva, che inizia col NOI e poi scivola verso l’IO, è uno scavo, un addentrarsi infondo ai pensieri ed alla personalità di chi ha vissuto questa tragedia. Il ricordo, per quello che il ricordo presuppone, non può essere un ricordo collettivo; gli eventi, le azioni, sono collettive, ma ciascuno l ricorda a modo proprio. La testimonianza, con il ricordo, è legata a questa dimensione. La letteratura gli da forma, in positivo o in negativo, essa può anche deformare. Questa deviazione della realtà in Levi è messa in atto dalla procedure imparate nei laboratori di chimica, egli guarda agli eventi come si guarda un esperimento, e da qui deriva il distacco della narrazione. Nelle parole di Levi non c’è disprezzo ne tantomeno odio verso i carnefici, non c’è la voglia di una vendetta brutale. C’è la voglia di raccontare le cose nella maniera più significativa possibile; significativa, non oggettiva. Ciò che è accaduto dentro è più importante di ciò che accadeva fuori, non troveremo mai, infatti, descrizioni dettagliate di atti violenti, ma ne troveremo di come l’uomo veniva ucciso dentro.
“I giorni si somigliano tutti” non riconoscere il tempo è sintomo della trasformazione dell’uomo in bestia. Siamo difronte ad un eterno presente, non si ha la possibilità di pensare al tempo, i pensieri sono relegati ai bisogni dell’oggi: mangiare oggi, dormire oggi, non morire oggi. Questo è un comportamento tipico degli animali, non dell’uomo. Il cielo regola l’ora, il tempo. Il campo è fatto di servi e padroni (riferimento alla fenomenologia?), e di padroni che sono anch’essi servi. “La paura muove gli uni(servi), e l’odio gli altri(padroni).” In questo capitolo Levi si riferisce ad un compagno con il numero, non con il nome. Egli è un sommerso, un mussulmano, uno della zona grigia, probabilmente anch’egli non ricorda il suo stesso nome. Torna qui il tema della natura hobbesiana, homo homini lupus , quando Levi fa notare come questo uomo che uomo non lo è più, nella sua cieca obbedienza tipica di una bestia da soma, è pericoloso per se e per gli altri. Per un momento Levi racconta di una fantasia di fuga, ma non la mette mai in atto, “guai a sognare”, sognare rende il risveglio più traumatico. Questo ragazzo, questo numero, con cui lavora, finisce con causarli una ferita, e Levi, che per fortuna non si è rotto l’osso, viene portato in infermeria. L’infermeria nel campo si chiama KA-BE, e nel kabe non ci si cura, chi guarisce guarisce, chi si aggrava viene ucciso. Kabe è una sospensione del tempo, ma non è un posto sicuro, anche qui avvengono le selezioni per le camere a gas. Si sa dell’esistenza delle camere all’interno del campo, ma nessuno le ha mai viste, sono una sorta di mito, un destino costantemente presente, ma cieco. Non c’è ne tempo ne spazio qui, non si sa nemmeno come si muore.