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Lezione Imagery Mentale - Psicologia Cognitiva Applicata
Tipologia: Sbobinature
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Imagery mentale visiva: processo cognitivo che permette di ‘’vedere con l’occhio della mente’’ in assenza di stimoli esterni appropriati. In italiano, in questo ambito, abbiamo un vocabolario limitato in quanto utilizziamo la parola immaginazione per descrivere due processi mentali diversi. Traduciamo con immaginazione sia la parola imagery, che imagination. Con il termine imagery si intende la capacità di generare e usare una rappresentazione mentale. Con la parola imagination ci riferiamo in inglese alla capacità di fantasticare, pensare a qualcosa che non è reale. In psicologia cognitiva quello che si analizza non è l’imagination, ma l’imagery, quindi la capacità che permette di generare e usare rappresentazioni mentali, per esempio di immaginare mentalmente la nostra città, o un determinato percorso o strada. Le immagini mentali riguardano tutti e cinque i sensi, noi ci occuperemo solo di immagini mentali visive.
Utilizziamo le immagini mentali (IM) visive quando:
L’imagery mentale è particolarmente coinvolta nella creatività. Tra questi due processi vi è una stretta relazione. Vi sono dei resoconti forniti da artisti, piuttosto che da scienziati, nei quali è ben evidenziato come nel loro processo creativo abbia giocato un ruolo particolarmente importante il ricorso all’imagery mentale visiva. In questa tabella, sono indicati una serie di artisti e scienziati che hanno riportato a parole di aver utilizzato l’imagery mentale nel processo creativo. L’elenco non è esaustivo in quanto queste sono le persone che lo hanno dichiarato in un’intervista, è molto probabile che altri artisti abbiano utilizzato le immagini mentali, ma non lo abbiamo dichiarato in modo esplicito. Nell’area a sinistra sono presenti le aree come scienze, filosofia, arte, ecc… Dall’altra parte ci sono elenchi di individui creativi. In questa diapositiva, sono elencati diversi autori che hanno dichiarato ed evidenziato di aver utilizzato le immagini mentali nel loro processo creativo. Una dichiarazione molto nota è la descrizione data da Einstein di come aveva sviluppato la teoria della relatività. Egli afferma di aver utilizzato l’imagery mentale visiva, e di aver immaginato di viaggiare affianco a un fascio di luce.
Tante evidenze scientifiche sottolineano che l’imagery mentale visiva è utilizzata nel processo di navigazione nell’ambiente circostante. Per esempio la prestazione in compiti di rotazione mentale è predittiva della capacità di orientarsi nell’ambiente, quindi le persone brave a ruotare mentalmente un qualcosa sono anche molto brave a orientarsi. Ci sono anche studi su pazienti con deficit acquisiti della capacità di imagery mentale visiva, per esempio pazienti con neglect immaginativo, che hanno difficoltà navigazionali. Queste ed altre evidenze scientifiche supportano l’idea che l’imagery mentale sia particolarmente coinvolta nella navigazione.
Per comprendere cosa intendiamo per imagery mentale involontaria, è molto interessante questo studio del 2013 pubblicato su Current Biology. È uno studio di risonanza magnetica funzionale in cui è stato utilizzato un approccio moderno definito analisi di pattern multivariati, in particolare hanno utilizzato un approccio più popolare, ovvero l’utilizzo di algoritmi di machine learning al fine di decodificare il contenuto delle informazioni a partire dall’attività stimata all’interno di una regione cerebrale. L’analisi di pattern multivariati mediante l’utilizzo di algoritmi di machine learning (classificatori), è diventato molto popolare perché sono stati effettuati molti studi che hanno messo in evidenza come questa tecnica sia capace di identificare partendo dall’attivazione nella corteccia visiva l’immagine rappresentata tra tante altre. Quindi, a partire dall’attività in corteccia visiva io posso stimare con un ottimo grado di correttezza se una persona stava vedendo una banana, piuttosto che una pallina ecc… I partecipanti dell’esperimento mentre erano nell’apparecchio di risonanza magnetica vedevano delle immagini che si muovevano in senso orario o anti orario e il soggetto doveva giudicare la direzione del movimento. Il soggetto poteva vedere delle spirali colorate, o delle immagini in bianco e nero (banana, pallina da tennis, ecc..). I risultati di questo esperimento ci dimostrano che l’imagery può essere involontaria. L’approccio di analisi di pattern multivariati in cui si utilizza l’algoritmo di machine learning consiste in una fase di apprendimento nella quale si fornisce all’algoritmo di classificazione dei pattern di attività cerebrale stimati in diverse condizioni sperimentali (in questo caso la percezione del giallo, rosso, verde e blu). Il classificatore in questa fase stima e cerca di capire quali sono i parametri che meglio distinguono fra le diverse condizioni sperimentali, in questo caso quali parametri meglio distinguono tra percezione del verde, del giallo, del rosso e del blu. Successivamente c’è una fase in cui si va alla capacità dell’algoritmo di classificare in maniera corretta un insieme di pattern diverso da quello che è stato utilizzato nella fase di apprendimento. In questo caso specifico quello che l’algoritmo ha preso dalla percezione dei colori verrà utilizzato per vedere se questo algoritmo riesce a classificare le immagini presentate in questo esperimento in bianco e nero.
I risultati dimostrano che il codificatore può predire dall’attività fmrI in V1 (solo in V1 è statisticamente significativo) il colore di otto oggetti presentati in bianco e nero che rappresentavano quattro diverse categorie di colore, e lo può predire in completa assenza di stimolazione cromatica (immagini in bianco e nero). Sulla base di questo apprendimento che il codificatore aveva fatto sulle immagini colorate (le spirali colorate), il codificatore in V1 riesce anche a predire quali immagini la persona stava osservando sulla base del colore. Quindi tali risultati sono il prodotto di qualche processo che avviene in maniera automatica, e non dalla volontà. Questo esperimento conferma l’esistenza dell’imagery mentale involontarie, come nel caso in cui qualcuno ci presenta uno stimolo in bianco e nero, per alcuni stimoli si attiverà automaticamente il colore, come nel caso della visione della banana.
Lo studio delle immagini mentali ha conosciuto una serie di dibattiti e veti posti sullo studio dell’imagery dovuti alla natura molto privata e soggettiva di questo aspetto della cognizione umana. Il comportamentismo proprio per questo motivo ha vietato lo studio di tale processo cognitivo. Tali dibattiti si sono risolti da poco e oggi grazie alle nuove tecniche e all’avvento del neuroimaging la ricerca ha messo in evidenza il ruolo cruciale dell’imagery mentale nella condizione umana, nel comportamento ma anche nei disturbi mentali e nei trattamenti clinici per tali disturbi. Le immagini mentali in quanto rappresentazione interna sono un oggetto di studio antichissimo, il filosofo greco Aristotele si era occupato di rappresentazioni mentali interne e nel ‘De anima’ e ‘De memoria’ parla di immagini mentali nei termini di rappresentazioni interne, sottolineandone la funzione per la memoria. Egli utilizza il termine Φαντάσματα (fantasmata) per riferirsi a quelle che oggi chiamiamo immagini mentali e ritiene che i fantasmata siano analoghi ai disegni su tavolette di cera. Secondo Aristotele il ricordare va a coinvolgere in maniera importante l’utilizzo del richiamo delle immagini mentali del passato, ma le immagini mentali hanno un ruolo cruciale nel pensiero, tanto che Aristotele arriva ad ipotizzare che sia impossibile pensare senza fantasmata. Cicerone nella sua opera il ‘De oratore’ fa riferimento a una tecnica che utilizza l’imagery mentale per migliorare la memoria e le capacità dell’oratore. Questa mnemotecnica chiamate metodo dei loci sarebbe da attribuire a Simonide di Ceo. Simonide di ceo aveva preso parte a un banchetto e per sua fortuna fu chiamato fuori e nel momento in cui lui era fuori il palazzo crollò seppellendo i commensali. Siccome i volti dei commensali erano sfigurati il poeta riuscì a identificarli ricordando il posto in cui erano seduti, mettendo a punto questa mnemotecnica. Il Metodo dei loci consiste nell’associare un qualcosa all’immagine di una certa posizione di un ambiente, a un certo luogo. Le immagini mentali visiva iniziano ad essere studiate in maniera scientifica con la nascita della psicologia come scienza, con l’istituzione del primo laboratorio di psicologia a Lipsia. Le immagini mentali sono oggetto di studio in questo periodo tramite la tecnica dell’introspezione. Lo strutturalismo deriva dalle idee di Wundt e gli strutturalisti affermavano che l’esperienza cosciente si presenta sotto forma di percezioni, idee e sentimenti e l’interesse dello psicologo
In un altro studio di attivazione, di risonanza magnetica funzionale, del 2000 condotto da O’Craven e Kanwisher, chiedevano ai partecipanti di percepire delle foto durante la risonanza, e queste foto potevano essere immagini di attori famosi o luoghi del campus universitario. Nella condizione di imagery si chiedeva ai partecipanti di immaginare sentendo solo un nome o un personaggio famoso o un luogo del campus. I risultati dimostrano che le aree cerebrali attive per le facce e per i luoghi sono simili sia nella condizione percettiva che immaginativa, avvalorando l’idea della sovrapposizione de substrati neurali tra tali processi cognitivi (percezione e imagery). Nella figura sono mostrate le attivazioni per le facce e per i luoghi sia per la percezione che per l’imagery. Si attiva soprattutto l’area fusiforme per le facce (FFA). Per quanto concerne i luoghi, vi è un’impressionante somiglianza nelle attivazioni per la percezione dei luoghi e per l’immaginazione dei luoghi. In particolare si attiva l’area ippocampale. Un altro studio importante che ha dimostrato la sovrapposizione tra imagery e percezione visiva, è uno studio di Kreiman e colleghi del 2000. È uno dei rari studi fatti sugli esseri umani in cui è stata utilizzata una tecnica di registrazione dei singoli neuroni, impiantando degli elettrodi nelle aree del lobo temporale mediale, incluso ippocampo e amigdala, nei pazienti che soffrivano di crisi epilettiche farmaco resistenti con lo scopo di scoprirne l’origine. Hanno chiesto ai partecipanti una serie di immagini appartenenti diverse categorie: oggetti, animali, facce, ecc.. e di immaginare anche questi stessi elementi. È emerso che, come possiamo osservare nella figura, la parte cerchiata in rosso risponde in maniera selettiva e la sua attività è presente in maniera superiore nella condizione di baseline quando una persona vede o immagina un animale, e non risponde quando vede o immagina un oggetto, un’automobile o del cibo. Questo neurone aumenta la sua attività in maniera selettiva sia per la percezione o l’imagery solo di animali.
Bisiach e Luzzatti (1978). Questi due pazienti presentavano deficit sia percettivi che immaginativi. Con questo studio si dimostra per la prima vota l’esistenza del neglect immaginativo, un disturbo che comporta una difficoltà nell’elaborale la parte contro lesionale dell’immagine mentale non dovuto a deficit di memoria. I.G. , una donna di 86 anni, presentava lesioni ischemiche nella regione frontale e temporo parietale destra; N.V., un avvocato di 72 anni, lesione nella regione temporale posteriore e parietale inferiore destra. Neglect percettivo + immaginativo. Ad entrambi i soggetti è stato richiesto di descrivere la piazza del Duomo di Milano, che loro ben conoscevano, da un certo punto di vista: essi trascuravano gli elementi posti nell’emi spazio sinistro. Quando i soggetti dovevano descrivere la piazza dal punto di vista opposto essi riportavano gli elementi prima negletti, ma non riferivano i dettagli precedentemente descritti. N.V. mostrava una simile prestazione anche quando descriveva lo studio dove aveva trascorso gran parte della sua vita. Questo studio dimostra una certa sovrapposizione tra imagery mentale visiva e percezione Se l’imagery e la percezione visiva sono così simili, perché non le confondiamo? Ci sono alcuni pazienti, come quelli affetti dalla sindrome Danton (una cecità corticale acquisita in cui vi è una sorta di diniego per questa cecità, si parla di anosoagnosia), che possono scambiare le immagini mentali visivi per qualcosa che esiste realmente e che stanno percependo davvero: scambiano in alcuni casi le immagini mentali visive per percezione. Caso di H.S. (Goldenberg et al., 1995) :
generiche e non vanno dritte al punto, in quanto la donna cerca di colmare l’assenza di conoscenze che arrivano al cervello per via di questa sua cecità corticale. In un’altra intervista emerge che la paziente riconosce che le sue sensazioni visive non sono come una normale percezione visiva e non accetta la possibilità che queste sue sensazioni visive siano solo ed esclusivamente immagini mentali. Goldenberg dà alla paziente un pettine e lei riesce a riconoscerlo dal tatto. Egli successivamente chiede se sta vedendo il pettine e lei risponde che lo vede veramente poco, in quanto dalla vista non può supporre in maniera definitiva che sia un pettine. Afferma inoltre che ciò che vede è debole, vago, lontano e sfocato. Goldenberg le chiede se lo vede come un’immagine concreta e reale, ricevendo dalla paziente una risposta affermativa. HS riconosce che le sensazioni visive che ha sono diverse da una normale percezione visiva, ma non accetta la possibilità che stia esperendo solo delle immagini mentali. Inoltre la paziente ha questa intatta capacità di generare immagini mentali visive, ed è probabile che questo suo diniego della cecità acquisita possa risultare dalla confusione tra immagini mentali visive e percezioni reali. Nella vita di tutti i giorni, in assenza di patologia non confondiamo immagini mentali e percetti reali, soprattutto se ci riferiamo ad immagini di tipo volontario. Questo perché nell’imagery mentale visiva volontaria, c’è un atto di volontarietà ed è qualcosa che creiamo in maniera consapevole. La percezione visiva è un qualcosa che ci capita ma non c’è una volontà. È vero che imagery mentale visiva e percezione visiva hanno dei substrati neurali in comune, però la questione non è semplice, in quanto vi sono degli studi che mettono in evidenza che i substrati neurali tra questi due processi non sono del tutto sovrapponibili.
I pazienti con deficit selettivo, ovvero pazienti con difficoltà dell’imagery mentale visiva ma non della percezione visiva e viceversa. Questi casi sottolineano il fatto che i substrati neurali non siano sovrapponibili. Sono stati descritti casi di pazienti con:
Vi sono altre evidenze scientifiche, come per esempio uno studio di risonanza magnetica funzionale, in cui è stato utilizzato il metodo dell’analisi di pattern multivariati. Gli autori hanno chiesto ai partecipanti nella parte percettiva dello studio, di vedere durante l’esperimento una serie di oggetti (10): una borsa, piuttosto che una penna, un violino, ecc. e, nella parte immaginativa dovevano immaginare questi oggetti. Gli autori hanno trovato che l’identità sia di oggetti visti che immaginati, poteva essere decodificata dal pattern di attività Nare, appartenenti alla via visiva ventrale (le aree della figura sulla sinistra). Inoltre, c’era una corrispondenza così forte tra imagery e percezione, che questo ha consentito che si poteva discriminare ogni singolo di questi oggetti immaginati sulla base della risposta durante la percezione di questi oggetti. I risultati suggeriscono che i due processi hanno substrati neurali simili. Però è stato anche dimostrato che la dinamica neuronale sottostante all’interno dei network è differente tra imagery e percezione e questo potrebbe spiegare la differenza tra studi di neuroimaging che dimostrano una sovrapposizione, e quelli neuropsicologici che al contrario trovano una doppia dissociazione. Nella figura A sono riportati gli indici di discriminazione per tutti e 10 gli oggetti, sia durante la percezione, sia durante l’imagery. Si osserva che gli indici di discriminazione sono maggiori durante la percezione, rispetto la condizione dell’imagery, ma soprattutto nella percezione questi indici sono più forti con un gradiente posteriore anteriore. Nell’imagery c’è un gradiente al contrario, ovvero anteriore posteriore. Le aree considerate in questo studio sono indicate nella figura 2 e sono: V1, la corteccia extra striata, la
corteccia laterale occipitale, il solco fusiforme posteriore. Quello che emerge è che nella percezione c’è un gradiente posteriore anteriore, e quindi l’indice discriminativo degli oggetti che le persone vedevano è maggiore in V1 e nella corteccia extra striata, ed è minore in aree anteriori come la corteccia laterale occipitale e il solco fusiforme posteriore. Per l’imagery è il contrario, in quanto l’indice discriminativo è maggiore nelle aree più anteriori (corteccia laterale occipitale e solco fusiforme posteriore) rispetto quelle posteriori. Inoltre è emerso che la struttura delle rappresentazioni è intesa come pattern di similarità tra le risposte a tutti gli oggetti. La struttura delle rappresentazioni era più simile durante l’imagery che durante la percezione, in tutte le aree della via visiva ventrale. Questo emerge nella seguente figura, in quanto si nota che gli indici di correlazione sono maggiori per l’imagery e minori per la percezione. Nel primo caso sono le correlazioni tra V1, la corteccia extra striata, la corteccia laterale occipitale e il solco fusiforme posteriore. Nel secondo caso tra solco fusiforme superiore, V1, la corteccia extra striata e la corteccia laterale occipitale. Ciò sottolinea che la dinamica dei network è differente tra imagery mentale visiva e percezione visiva. Questi studi recenti che utilizzano tecniche di analisi dei pattern multi-voxel (multi-voxel pattern analysis, MVPA) hanno riconciliato le differenze tra i classici studi fMRI (chr hanno evidenziato la sovrapposizione tra i processi) e i dati neuropsicologici (che hanno evidenziato le doppie dissociazioni), evidenziando substrati neurali comuni tra processi di imagery e percezione, ma dinamiche neurali differenti.
Il modello di Kosslyn è quello più importante ma anche più supportato dalle diverse evidenze scientifiche. Kosslyn ritiene che ci siano sei componenti: le immagini mentali vengono costruite e generate nel buffer visivo è una sorta di schermo mentale su cui viene visualizzata l’immagine mentale. Pensate a un DVD dove ci sono i video delle vostre vacanze, il dvd corrisponde alle
memoria a lungo termine, e se lo inseriamo nel lettore, generiamo le immagini sullo schermo. Similmente accade nel processo di generazione, in quanto tale processo va a generare le immagini mentali sul buffer visivo. Ciò accade normalmente, per esempio se vi dico la parola ‘cane’, generiamo sul visual buffer l’immagine mentale di un cane., accedendo alle informazioni in memoria a lungo termine. Però, se vi mostro la foto di un cane e la tolgo, e vi chiedo di immaginare il cane che vi ho appena fatto vedere, in questo caso state richiamando le informazioni dalla memoria a breve termine.
2. Mantenimento Una volta generata l’immagine mentale sul visual buffer, essa è soggetta a un rapido decadimento, circa dopo 250 millisecondi. Questa durata è davvero troppo breve, dobbiamo mantenere attiva l’immagine sul visual buffer al fine di poter effettuare una serie di operazioni su questa immagine, come ispezionarla, trasformarla, ecc.. Questo processo di mantenimento dell’immagine nel visual buffer mi permette di accedere alle informazioni sul colore delle immagini che ho generato. 3. Ispezione Quante finestre ci sono a casa vostra? Per rispondere a questa domanda avete utilizzato il processo di ispezione di immagini mentali, vi sarete anche mossi all’interno di questa immagine, che è un’immagine multi parte, avete generato l’immagine di una stanza alla volta, ispezionando ogni stanza. Kosslyn ha condotto uno studio nel 1978 in cui si chiedeva a un campione di studenti di guardare una mappa di un’isola, nella quale erano presenti sette punti di riferimento, finché non erano in grado di riprodurla; successivamente venne chiesto loro di rappresentare mentalmente la mappa e di rispondere a delle domande. Venivano forniti loro i nomi di due dei punti e successivamente il loro compito era quello di immaginare un primo punto per giungere fino al secondo. Dai risoltati emerge che i soggetti impiegavano un tempo maggiore per eseguire una scansione della distanza tra due punti lontani rispetto a due punti vicini.
Questi compiti dimostrano che quando l’immagine mentale è visualizzata e mantenuta nel visual buffer, è possibile ispezionarla e spostarsi da una parte all’altra dell’immagine. Infine, questo esperimento dimostra:
Si dimostra che c’è variabilità e si dimostra anche che la vividezza può incidere su compiti che richiedono l’utilizzo di immagini mentali visive, compiti di memoria come quello utilizzato in questo esperimento. Un’altra sorgente di differenze individuali dell’imagery mentale visiva, potrebbe essere a livello dell’efficienza dei diversi processi immaginativi (generazione, ispezione, trasformazione). Vi sono delle evidenze che ci indicano come questi processi immaginativi siano indipendenti, lo sottolineano sia studi su pazienti ma anche su soggetti sani. Per quanto riguarda i soggetti sani sono stati effettuati degli studi per individuare delle correlazioni tra i processi immaginativi e si sottolinea che ci siano delle minime correlazioni tra di essi. Quindi, questi processi fanno capo alla mental imagery, ma hanno una loro indipendenza, ed è per questo che, per esempio, io potrei avere una buona ispezione e non una buona capacità di trasformazione.
Molti studi per quanto riguarda le differenze individuali nei processi immaginativi, si sono concentrati in particolare sulla presenza di differenze di genere. Questi studi vanno a valutare se c’è una differenza nella prestazione tra uomini e donne. Molti studi sottolineano il fatto che ci sia una superiorità dei maschi nel processo di trasformazione delle immagini mentali rispetto alle femmine, quindi i maschi sembrerebbero più bravi in questo aspetto e nello specifico in un particolare processo immaginativo: la rotazione mentale. Perché ci sono tali differenze di genere? È complesso rispondere a tale domanda, in generale si attribuisce alle differenze a livello ormonale. Altri autori ritengono che tali differenze possano essere spiegate in base al contesto educativo in cui cresciamo. Forse è anche un insieme di fattori, però gli studi recenti sottolineano molto il ruolo dell’esperienza intesa come contesto educativo e culturale in cui cresciamo. Vi sono infatti delle campagne di sensibilizzazione per combattere alcuni stereotipi tra uomini e donne e capovolgere queste differenze di genere. Per esempio c’è una credenza secondo la quale le donne siano meno portate alle discipline come scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. In realtà questo è frutto di uno stereotipo e la campagna è volta a promuovere queste discipline tra le studentesse. Vi è una percentuale maggiore di uomini che si iscrivono a corsi come scienze, tecnologia, ingegneria e matematica, e una minore percentuale di donne. Questa discrepanza sembrerebbe non essere legata a una scelta dovuta, ma un po’ quella che è stata l’educazione ricevuta che ha favorito gli uomini per certi aspetti e meno le donne in questi campi. Anche le differenze di genere riscontrate nelle rotazioni mentali, che è un processo immaginativo che serve molto nelle discipline scientifiche, potrebbero essere dovute a differenze culturali, come per esempio i giochi a cui siamo esposti da piccoli: per esempio le donne sono esposte maggiormente a giochi di tipo visuo spaziale. È logico che gli stimoli che riceviamo fin da piccoli possono incidere sulle nostre abilità. Vi sono alcuni studi che sottolineano l’assenza di differenze genere nella capacità di rotazione mentale. Gli studi su popolazioni specializzate (per esempio i piloti di aerei) non mostrano
differenze di genere. Ma perché sulla popolazione generale si trovano delle differenze di genere rispetto la rotazione mentale e nelle popolazioni specializzate no? È difficile rispondere a questa domanda, perché da una parte potrebbe essere vero che le persone un po' più brave in alcune abilità come quella delle rotazioni mentali, è possibile che si auto selezionino e intraprendano tale lavoro in quanto sono brave, indipendente dal sesso. Dall’altra parte potrebbe essere anche vero che questo continuo essere esposti a compiti nel mondo del lavoro che implicano le rotazioni mentali sia come una sorta di training cognitivo che migliora le abilità di tutti, uomini e donne, livellandole e non permettendo più l’individuazione di differenze di genere. Quest’ultima ipotesi va con l’idea che se è vero che questa sorta di training che fa sparire le differenze tra uomini e donne, ciò vuol dire che non ci sono delle differenze di genere nella rotazione mentale attribuibili a un aspetto biologico, ma se ci sono, si devono attribuire alle esperienze e alla cultura educativa cui siamo sottoposti. Tutto questo vale per le rotazioni mentali, sappiamo qualcosa su altri processi immaginativi, anche se gli studi effettuati sono pochi. In uno studio che ho effettuato con delle colleghe, abbiamo valutato la generazione, l’ispezione e la trasformazione di immagini mentali, in un gruppo di partecipanti, suddiviso in giovani, adulti e anziani. in questo gruppo di partecipanti abbiamo valutato questi tre processi immaginativi e abbiamo considerato il ruolo delle differenze individuali in termini di differenze di genere (uomini vs donne) e di età (giovani, adulti e anziani). Per valutare la generazione di immagini mentali abbiamo utilizzato dei compiti di generazione di immagini di palazzi e di oggetti. Per valutare l’ispezione, la persona vedeva degli oggetti per 20 sec e poi senza vedere quell’oggetto doveva richiamare alla mente l’immagine con l’occhio della mente, inoltre doveva ispezionarla per rispondere a determinate domande (la figura nel libro è in alto o in basso? A destra o a sinistra?). in un altro compito, senza avere la figura davanti, si chiedeva alla persona di immaginare una certa lettera (scritta in corsivo minuscolo) e di dire se entrava in un solo rigo o in due righe di un foglio mostrato precedentemente. Per valutare il processo di trasformazione sono stati presentati due compiti, uno di folding e uno di rotazione mentale. I risultati mostrano un effetto dell’età su tutti i processi. Gli anziani mostrano una prestazione inferiore per tutti i processi immaginativi rispetto ai giovani e agli adulti. Vi è inoltre una differenza di genere presente sia negli adulti che nei giovani, in quanto gli uomini hanno una prestazione migliore nel processo di trasformazione di immagini mentali rispetto alle donne. Negli altri processi immaginativi non ci sono differenze di genere, la sola differenza di genere è presente per l’ispezione, ma in questo caso la prestazione migliore è eseguita dalle donne, quindi sembrerebbe che per questo particolare processo vi sia un peggioramento negli anziani maschi, rispetto alle