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rmo L'editoria, come molte altre attività umane, è fatta di nuovi usi di vecchie forme. Il libro a stampa emulò il manoscritto, il digitale emula la stampa. La forma del libro Per quanto consapevoli della novità e delle potenzialità connesse alla stampa a caratteri mobili, i primi tipografi avevano un solo modello al quale rifarsi: il manoscritto. Da subito si resero vi sono state difformità che necessitavano di soluzioni tipografiche diverse da quelle adottate dai copisti. Nel mondo dei manoscritti un uomo commissiona a un altro la copiatura di un testo esistente; in alcuni casi è lo stesso autore che commissiona a copisti professionisti la stesura di una o più copie di una propria opera, per donarle ad amici o protettori. Il copista consegna dunque un esemplare il cui contenuto è ben noto al committente. Il percorso è diretto, e non richiede particolari accorgimenti volti all'identificazione dell'opera. I manoscritti, infatti, non hanno titolo. Essi iniziano con una descrizione del testo contenuto, che è altra cosa dal titolo. “Incipit opus..." Una frase discorsiva dichiara l'opera e l'autore, mentre una fettuccia di carta con il titolo abbreviato scritto corsivamente, applicata in modo da spuntare fra le pagine o dal piatto anteriore della legatura, consente di individuare quel testo fra tutti gli altri, nella biblioteca del committente. Con la nascita del libro a stampa si pongono subito problemi quantitativamente e qualitativamente diversi. Ogni testo viene prodotto in più copie e non per altrettanti committenti che hanno ordinato al tipografo quel testo, bensì per acquirenti ipotetici, futuri, lontani e non conosciuti. Ogni singolo esemplare di ogni edizione prenderà la sua strada verso questa o quella bottega di libraio, dove potrà restare anche per mesi o per anni in attesa di un acquirente. Tutto ciò comporta problemi di magazzino, stoccaggio, spedizione, smistamento e tutto questo comporta l’immediata riconoscibilità di un libro rispetto ad un altro, ciò senza essere per forza costretti a sfogliare le prime pagine del volume e leggere l'incipit. Questo si poteva risolvere con il titolo e la copertina, ma in realtà il percorso che condusse a queste soluzioni non fu né rapido né lineare. Il colophon Sin dal tempo delle tavolette babilonesi alla fine di uno scritto viene indicato, insieme con titolo e autore dell'opera, il nome dello scriba, assieme ad altre informazioni. Spesso i manoscritti d'età medievale vedevano il codice concludersi con frasi estranee al testo vero e proprio, formule di saluto, congedo e autocelebrazione dell'amanuense, figura che in alcuni casi poteva anche coincidere con il miniatore dell'opera. Erano formule standard, ma numerosi furono i copisti che seppero infondervi qualcosa di personale, affidando il proprio nome a un gesto che sfidasse la fuga del tempo. Sul modello dei secoli precedenti, fu soprattutto l'ultima pagina dei libri a stampa a venire occupata da queste formule, chiamate "colophon", cioè, in greco, cima, vertice. Non si conosce l'origine dell'uso di questo nome, però il termine swbscriptio diede invece origine al vocabolo impiegato con modesto successo in italiano come sinonimo di colophon: sottoscrizione. Il più antico colophon a stampa è quello del Salterio stampato da Fust e Schoeffer nel 1457, dove a consolazione di successive generazioni di tipografi e correttori di bozze, figura anche il primo refuso nella storia della stampa, spalmorum pet psalmorum. La formula di sottoscrizione, stampata in inchiostro rosso, spiega succintamente al lettore le tecniche di produzione, fornisce brevi notizie sui due soci stampatori e si completa con la marca tipografica dei due. Merita però notare come i primi tipografi fossero assai prudenti nello stampare colophon sulle Bibbie: il catalogo del British Museum registra 14 Bibbie da quella di Gutenberg a quella stampata nel 1475 a Venezia da Nicolò da Francoforte, e di queste soltanto 3 recano indicazioni tipografiche, rispettivamente quelle di Fust e Schoeffer (1462), di Sweynheym e Pannartz (1471) e del solo Schoeffer (1472). È, forse, l'indizio di una prudenza e diffidenza reciproche fra tipografi e autorità ecclesiastiche? Eppure, la maggior parte della ricca produzione di testi sottoposti al magistero della Chiesa riporta colophon.