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Indice Prefazione (pag. 3) Catullo, un poeta sentimentale (pag. 4) appendice: La Lesbia di Catullo (pag. 5)
appendice: approfondimento su Rosalba Pennabea (pag. 6) L’uomo vive dove risiede l’anima (pag. 7) Intimo rifugio (pag.8) Carme XXXI, Ritorno a Sirmione (pag.9) appendice: approfondimento su Salvatore lo Leggio (pag. 11) Carme CI, In morte del fratello (pag.12) appendice: approfondimento su Enzo Mandruzzato (pag. 16) Cos’è la poesia lirica? (pag.17) La novità (pag. 20)
Carme L (pag. 24) appendice: approfondimento su Guido Ceronetti (pag. 28) approfondimento su Nemesi (pag. 29)
L’amicizia oggi e ai tempi dei romani (pag. 30) Ancora (pag. 33) Carme XIII, Invito a cena (pag. 34) Carme LXXVII (pag. 37) appendice: approfondimento su Marco Celio Rufo (pag. 41)
Carme LI, Sembra simile a un Dio (pag. 43) Postfazione (pag. 47)
a Verona intorno all’anno 84 a.C. , e morì a Roma intorno all’anno 54 a.C. Le fonti riguardanti sono piuttosto contrastanti, (come si può notare nell’iscrizione presente sul pilastro portante una statua del busto di Catullo, che oggi si trova in Piazza Carducci a Sirmione SB) infatti oscillano tra l’84/87 per la data di nascita e tra il 54/ per la data di morte, non vi sono date certe, però sono pervenute alcune testimonianze che confermavano le date 84 e 54 a.C., così sono state prese queste per buone. Apparteneva alla gens Valeria , famiglia altolocata della Gallia Cisalpina; egli abitava in una villa a Sirmione, nella quale fu ospitato Cesare. In quell’occasione essendo Catullo molto in confidenza con Cesare non si trattenne dal giudicare i suoi costumi sessuali. Nel 65 a.C. si trasferì a Roma dove venne a contatto con la politica romana e lì verificò la corruzione che si era diffusa e così diventò anticonformista e prese parte a circoli intellettuali d’avanguardia, come quello dei Neoteroi (v. approfondimento in appendice). Incontrò sempre in quel contesto Clodia (v. approfondimento in appendice), matrona romana, moglie di Quinto Metello Celere e sorella del tribuno della plebe Publio Cornelio Clodio Pulcro , se ne innamorò e la soprannominò Lesbia , nome dell’sola di Lesbo, come omaggio alla poetessa greca Saffo del VII sec. a.c. : questa poetessa sopraffina aveva infatti cantato d’amore in maniera elegante e raffinata e aveva dato libero sfogo così alla propria sofferenza stemperandola nella perfezione formale. Catullo venne sedotto dalla sua bellezza, eleganza, essendo anche più
grande di Catull0 di 10 anni. Si dedicò all’ otium attirando così su di sè molte critiche, tralasciando in questo modo la politica. Nel 57 a.C. Catullo si allontanò da Roma e con Gaio Memmio giunse in Bitinia ma sentì quasi subito la mancanza di Roma. Compì quest’atto per mettere alla prova se stesso e provare la lontanza da Lesbia, che lo stava facendo soffrire troppo. Infine tornò a Sirmione , dove nel 54 a.C. morì. Egli viene definito un raffinato poeta elegiaco latino che rappresentò l'amore e l'amicizia con passione ma anche con elegante leggerezza.
Seguendo le scelte populiste del fratello mutò il proprio nome da Claudia in Clodia, secondo la pronuncia popolare del nome che prevedeva la chiusura delle vocali; e con tale secondo nome è nota alla storia e citata dall'oratore Cicerone nel suo epistolario. Secondo quanto riferisce Apuleio, la Lesbia di Catullo, così chiamata in onore di Saffo, poetessa dell'isola greca di Lesbo, è da identificare con una Clodia. Il poeta preferì cantare del suo amore per questa donna senza riferirne il nome. Nell'Ottocento lo studioso tedesco Ludwig Schwabe identificò Lesbia con Clodia Metelli nella sua ricostruzione della vita del poeta; più recentemente è stato sostenuto che non si possa sapere se Lesbia sia stata Clodia Metelli o una delle sue sorelle. Ci sono due correnti di pensiero tra gli studiosi: alcuni credono le vicende amorose con Lesbia siano realmente accadute e altri invece, che non sia nemmeno esistita. Catullo da Lesbia , Lawrence Alma-Tadema, 1865
Nata a Foggia è autodidatta. Pur non seguendo i canoni di una scuola in particolare, è in grado di esprimere la sua sensibilità artistica attraverso la pittura (acrilico, ad acquerello a carboncino a matita) con un vivo senso del colore con contorni nitidi e precisione di linee nella rappresentazione. Prevale il gusto figurativo per il paesaggio, i ritratti e le nature morte. L’uomo vive dove risiede l’anima
Mahatma Gandhi con questa frase afferma con poche e semplici parole che esiste un luogo fondamentale per l’esistenza dell’uomo, che di certo non si trova dove risiede il corpo ma dove vive la sua anima. Ognuno di noi come Catullo ha un proprio e personale “luogo dell’anima”, un luogo dove ci si trova bene, ci si sente al sicuro, come in una seconda casa, un luogo speciale e unico che conosciamo solo noi, che rimanda la nostra mente a momenti indimeticabili e quindi a ricordi, luogo reale o irreale, in cui a volte vorremmo rifugiarci per scappare dalla realtà. Per “luogo dell’anima” personalmente credo si intenda un luogo piacevole, dall’accezione positiva ma potrebbe anche essere un luogo malinconico, che suscita dolore, perchè significativo e profondo. Catullo infatti aveva ben due “luoghi dell’anima” sia la città di Sirmione e sia la città di Bitinia. La prima è una città che a Catullo sta veramente a cuore e di cui sente una forte e struggente mancanza (come si può notare nel carme XXXI “ritorno a Sirmione” che verrà accennato in seguito). La seconda invece è una città che simboleggia un grande lutto per il poeta, infatti è il luogo in cui è stato sepolto il fratello, ma che viene considerato anche un luogo positivo d’incontro, l’unico luogo in cui può metaforicamente riaverlo e sentirlo vicino (come si può leggere nel carme CI “in morte del fratello” che in seguito verrà analizzato).
Anch’io come Catullo ho un “luogo dell’anima”, laddove risiede il mio cuore oltre alla mia anima: il SALENTO, il mio cosiddetto “habitat naturale”. https://www.youtube.com/watch?v=Vg-0DFNTBm INTIMO RIFUGIO In una sera fredda, seduta, dinanzi a rosse fiamme ipnotizzanti, A riaffiorò alla mia mente il ricordo di calde serate estive, frizzanti, A con l’aria fresca tra i capelli, B vagando per strade e per sentieri, C e con la mente sgombra dai molti pensieri. C Rammentar que’ luoghi, quell’aria pulita, profumata di mare, D che per un sol minuto ora vorrei riassaporare… D mi causa sempre un melanconico sentimento, E cerco invano di dimenticare, di lasciar cadere nell’oblìo, F le dolci sensazioni che in Meridione ho vissuto io. F Ma come tanti dicono, ed è vero, che all’amor non si comanda, G è vano ogni mio sforzo, chè il mio cuor ostinato mi rimanda, G a te, Terra dei due mari, a te natìo Salento, E sebben più di mille chilometri tu sia lontano H è come se fossi sempre qui con me, a portata di mano. H Spongano, oh mio bel paesino, I sei distante eppur vicino, I dell’anima mia, estremo intimo rifugio. L Mare blu, sole d’oro e caldo vento E ti porto nel cuore, mio amato Salento! E
Paene insularum, Sirmio^1 , insularumque ocelle, quascumque in liquentibus stagnis marique vasto fert uterque Neptunus^2 , quam te libenter quamque laetus inviso, vix mi ipse credens Thuniam atque Bithunos liquisse campos et videre te in tuto. 1 Sirmione è un promontorio sul Garda dove la famiglia di Catullo possedeva una villa.
Paene^ ìnsularum, Sìrmio, insulàrùmque ocèlle, quascumque^ ìn liquentibùs stàgnis marìque vasto fèrt uterque Nèptùnus, quam tè libenter quàmque laetus ìnvìso, vix mi^ ìpse credens Thýniam^ atque Bìthýnos liquìsse campos èt videre tè^ ìn tùto! Delle isole e penisole gioiello, o Sirmione, di quante ne sostiene, tra laghi risplendenti e mare aperto, l’uno e l’altro Nettuno, con che voglia, con che gioia e piacere ti rivedo! Salvatore Lo Leggio
trimetro giambico scazonte ( zoppicante)
Di ritorno dalla Bitinia, Catullo si reca sul lago di Garda e parla qui della sua villa come se fosse una donna, con espressioni più adatte a descrivere la sensualità femminile piuttosto che la bellezza di un luogo; per questo sembra che stia pensando a Lesbia. In risalto è quindi la grande affettività che ha per un luogo. Sirmione è una penisola sul lago La villa di Sirmione è per Catullo un luogo di pace, perché lì si sente padrone, dopo essere stato esule; anche il tono del carme sembra esaltare questo sentimento di proprietà, grazie all'uso di particolari aggettivi e sostantivi: la stessa villa è vista come una donna; poi utilizza dei termini per dare risalto all'esultanza che
di Garda, dove, secondo studi, restano i resti del basamento originale della villa dei parenti di Catullo: c'era un ampio giardino circondato da portici coperti, molte stanze, costruita sfruttando la pendenza del terreno per raccogliere l'acqua, provvista di un ingresso monumentale arredato con statue. La prima fase della costruzione (quella del basamento) sembra risalire all'età di Augusto e di Tiberio (dal 31 a.C. al 37 d.C.), mentre la ristrutturazione è del V secolo. prova nel momento del suo ritorno, che è un sentimento momentaneo. La poesia ebbe molto successo e fu anche ripresa da Carducci in “Sirmione”, in cui cita lo stesso Catullo e Lesbia, stralcio poetico che ho voluto riportare come frase in esergo.
Il professor Lo Leggio è infatti convinto che Catullo sia siciliano, di Campobello di Licata, lo stesso paese da cui lui stesso è originario. Non si sa bene da cosa abbia ricavato questa certezza, forse da alcune fonti storiche inedite o da ricerche su antiche epigrafi, ma ritiene che Catullo in realtà avesse scritto le sue poesie in siciliano, ai tempi di Catullo non è che il dialetto siciliano fosse così diffuso, pertanto il poeta preferì esprimersi in versi latini.
Multas per gentes et multa per aequora vectus advenio has miseras, frater, ad inferias, ut te postremo donarem munere mortis et mutam nequiquam alloquerer cinerem. Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum. Heu miser indigne frater adempte mihi, nunc tamen interea haec, prisco quae more parentum tradita sunt tristi munere ad inferias, accipe fraterno multum manantia fletu, atque in perpetuum, frater, ave atque vale.
Mùltas pèr gentès et mùlta per aèquora vèctus àdvenio^ hàs miseràs, fràter, ad ìnferiàs, ùt te pòstremò donàrem mùnere mòrtis èt mutàm nequì quam^ àlloquerèr cinerèm, quàndoquidèm fortùna mihì tete^ àbstulit ìpsum, hèu miser ìndignè fràter adèmpte mihì. Nùnc tamen ìnterea^ haèc, priscò quae mòre parèntum tràdita sùnt tristì mùnere^ ad ìnferiàs, àccipe fràternò multùm manàntia flètu, àtque in pèrpetuùm, fràter, ave^ àtque valè! Dopo essere stato sospinto di gente in gente e di mare in mare sono qui (giungo), o fratello, per (portarti) queste amare spoglie e per risarcirti con un ultimo dono e per parlare invano alla tua cenere muta. Dal momento che la sorte mi ha portato via te, proprio te. Ahi povero fratello indegnamente strappatomi, ora tuttavia, intanto, queste (offerte) che secondo l'antica usanza degli avi ti sono state portate come triste dono funebre (per il funerale), accetta(le), madide (come sono) di molto pianto fraterno (molto grondanti di pianto fraterno), e per sempre, fratello, ti saluto, addio!
distici elegiaci (esametro+pentametro)
offerte votive fatte sulla tomba del fratello deceduto. v.2 (^) miseras inferias : il sostantivo inferiae, -arum indica nello specifico le “esequie” o le “offerte votive” che tradizionalmente devono essere lasciate sulle tombe dei defunti per le divinità dei Mani (ovvero le anime dei defunti o degli antenati). Si nota la figura retorica dell’ipallage, per cui il poeta trasferisce alle spoglie del fratello l’aggettivo miseras (“triste”, “doloroso”) che in realtà descrive il suo stato d’animo. v.3 (^) postremo munere mortis : letteralmente “l’ultimo dono di morte”; Catullo si è recato sulla tomba del fratello per rendere gli onori funebri - intesi qui come doni - al fratello. Il verbo donarem ( dono, donas donavi, donatum, donare ) regge l’ablativo della cosa donata (appunto, il “postremo munere”) e l’accusativo della persona a cui si dona (“te”). v.5 (^) adloquerer : composto ad + loquor , il verbo ( adloquor, adloqueris, adlocutus sum, adloquere ) ha un significato tecnico solitamente utilizzato per invocazioni e ringraziamenti agli dei, nei discorsi militari alle truppe e nelle consolationes , cioè nei discorsi di consolazione. In questo caso, unito all’avverbio nequiquam , contribuisce a dare una sfumatura rituale e religiosa all’addio del poeta al fratello. ulteriormente la crudeltà della sorte; in questo verso e nel seguente si tocca insomma il vertice della tensione drammatica e del dolore intimo del poeta. Si nota nella seconda parte di questo verso l’accumulo di pronomi pronomi personali, come a mimare un dialogo impossibile tra Catullo e il fratello morto. v.8 (^) more parentum : il termine letteralmente indica “l’usanza dei genitori”, ovvero i riti funebri tradizionali, in cui si prevede un’offerta votiva e un sacrificio sulla tomba del parente defunto (solitamente costituito da doni quali cibo, bevande o fiori). Per Catullo si tratta di un rito necessario ma inutile, dal momento che non riporterà in vita il fratello, con cui ormai non ha più la possibilità di parlare; tutto il componimento si basa su questa opposizione tra le formalità del rito funebre tradizionale e l’urgente necessità di un ultimo, impossibile contatto col fratello defunto. v. 11 ave atque vale : formula tradizionale di saluto ai defunti, che normalmente veniva pronunciata durante i funerali; la forma completa è salve, vale, ave. Si tratta dell’ultimo saluto del poeta al fratello.
Varcando tanti mari, passando per tanti popoli giungo fratello alla tua tomba amara, a portarti l’ultimo dono, un’offerta di morte, a parlare alla tua cenere che non risponde, perché il destino mi ti ha preso, ha preso proprio te, mio povero fratello, tu che non meritavi. E anch’io così, come sempre usarono i padri, reco le stesse offerte alle tue esequie, tu accèttale, così grondanti di pianto fraterno; e addio, fratello amato, addio per sempre. Enzo Mandruzzato 1982 Essendo una delle traduzioni più recenti di questo carme di Catullo, ritengo che sia una tra le più facilmente comprensibili, semplice ma profonda. Leggendola, rispetto alle traduzioni di altri è affiorato in me un vuoto, lo stesso che deve aver provato Catullo, causato dalla dolorosa perdita del fratello. Io stessa mi sono sentita coinvolta, avendo perso, in circostanze diverse, un fratello, ma è come se fosse sempre stato parte di me, nonostante non l’abbia mai conosciuto. E’ per questo che posso pienamente comprendere le emozioni del poeta facendole quasi mie.
metri della poesia lirica erano già presenti nella letteratura latina fin dalle origini ad esempio in parti chiamate cantica (parti sia cantate e sia recitate) della tragedia e della commedia ma la vera e propria poesia lirica giunge a Roma con i poeti neoterici e con Catullo. Un ruolo fondamentale è ricoperto dal genere letterario dell’ epillio e dell’ elegia e dell’ epigramma. Carattere distintivo dell’elegia è il metro: il distico elegiaco, coppia di versi costituiti da esametro e pentametro. L’elegia greca è caratterizzata da una grande varietà di argomenti, con prevalenza di temi militari, politici, gnomicodidascalici, erotico-mitologici. Il mito diventa argomento principale dell’elegia in età ellenistica, attraverso il racconto del quale spesso si spiegano l’origine di un rito, di un’usanza, di un nome. A Roma l’elegia si diffuse con Tibullo, Properzio e Ovidio. Anche molti carmi di Catullo sono in distici elegiaci (specialmente il carme LXVIII). Anche l’epigramma è un componimento in distici, di brevessima estensione. Il termine epigramma (dal greco gramma) e significa iscrizione, cioè scritta in esametri o in distici elegiaci posta sopra (dal greco epi) una lastra sepolcrale, una lapide commemorativa, oggetto offerto in voto; in seguito indicò invece un componimento in pochi versi in cui si trovano una battuta di spirito, una trovata scherzosa e ironica, argomento così conviviale, gnomico, sentenzioso o amoroso. L’epigramma si sviluppò in Grecia, in età ellenistica, con grande varietà di temi, a testimonianza della produzione dell’ Antologia Palatina. Tra i numerosi autori di epigrammi, oltre a Callimaco , si ricordano Meleagro e Filodemo di Gadara. Anche l’epigramma penetra a Roma grazie ai poetae novi e il tema è soprattuto quello amoroso. Numerosi sono gli epigrammi nel Liber di Catullo, di argomento erotico, scherzoso o satirico , uno degli esponenti più importanti è Marziale (I secolo a.C.). L’ultimo genere letterario che trova spazio nell’opera di Catullo è quello della poesia giambica. La poesia era eseguita con l’accompagnamento di uno strumento a corda simile all’ arpa o del flauto , i temi erano vari, il tono realistico, tratto caratterizzante dell’attacco personale, dell’invettiva. In Grecia gli autori di giambi furono Archiloco e Ipponatte (VII-VI secolo a.C.): i loro componimenti erano di carattere erotico, militare, conviviale, assolutamente realistici , che in Ipponatte sfociano in esasperazione grottesca. Il genere giambico ha grande fioritura anche in età ellenistica, in particolare con Callimaco. A Roma il metro Giambico è usato fin dalle origini nella tragedia, nella commedia, nelle satire, ma solo con Catullo la poesia giambica acquisirà spessore, caratterizzata dal metro e da aggressività e poi avrà seguito negli Epodi di Orazio e in alcuni epigrammi di Marziale.
La novità L'esperienza poetica di Catullo matura nell'ambiente dei poetae novi o neoteroi , che dal
dell’epoca, un gruppo di amici scrittori legati dall'omogeneità della classe sociale di appartenenza. Si trattava di persone materialmente agiate, provenienti in maggioranza dalla regione cisalpina. I cosiddetti poeti neoterici non sono dei professionisti, non ambiscono ad un'affermazione. Legati da reciproca amicizia, liberi e spregiudicati nella vita privata, questi poeti avevano in comune il culto della letteratura e l'esigenza di esprimersi con spontaneità e insieme estrema consapevolezza d'arte: contrapponevano, cioè, alla letteratura usata solo per fini etico-politici, l' otium letterario: il piacere di scrivere diventa lo scopo e il fine della vita. Il disimpegno nasce da una forte esigenza di novità e di ridare vita ad una letteratura che con il passare del tempo si era progressivamente inaridita. Privilegiavano gli epilli , i carmina docta (brevi componimenti di argomento poco noto a imitazione di Callimaco e di Euforione), la diretta confessione lirica e le divagazioni leggere ( nugae ) sempre nel più meticoloso rispetto della tecnica metrica. Cercarono l'ispirazione preferita nel tema amoroso (e in questo punti patenti sono le differenze con l'epicureismo). I poetae novi legano strettamente le proprie opere con la cultura ellenistica; trova affermazione la "poesia breve", fatta di pochi versi, ma scritti con stile e profondi di significato. Questa tendenza è particolarmente evidente in Catullo: la brevitas delle poesie, l'elogio teorico, la lunga elaborazione stilistica, le variazioni espressive e le citazioni allusive sono tutti modelli che