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Il linguaggio verbale, fonologia, fonetica, morfologia e sintassi.
Tipologia: Sintesi del corso
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La linguistica è il ramo della scienza che studia la lingua, e il linguista è colui che studia l’intenzionalità del messaggio che la lingua vuole trasmettere. La linguistica permette di capire come è strutturata una lingua e la divide su 3 livelli:
VI. Discretezza = la differenza tra le unità della lingua è assoluta, c’è un confine preciso tra un elemento ed un altro; VII. Onnipotenza semantica = con la lingua è possibile esprimere qualsiasi contenuto. Questo concetto non è però del tutto corretto, poiché non tutti i messaggi espressi in qualunque metodo di comunicazione possono essere tradotti in un messaggio linguistico. Si può parlare dunque di plurifunzionalità della lingua, ossia la lingua permette di adempiere ad una lista molto ampia di funzioni. VIII. Riflessività = con la lingua si può parlare della lingua stessa. La lingua che “parla” si chiama metalingua, mentre quella di cui si parla si chiama lingua-oggetto; IX. Produttività = con la lingua è sempre possibile creare nuovi messaggi (combinando in una nuova maniera significanti e significati), parlare di cose nuove e/o di cose inesistenti (associando messaggi già esistenti a situazioni nuove). Un esempio di produttività può essere fatto utilizzando i cosiddetti TYPES e TOKENS; X. Ricorsività = è quel fenomeno per cui al risultato di una regola/procedimento è possibile riapplicare immediatamente tale regola. Questo procedimento, date certe condizioni, è riapplicabile per un numero teoricamente infinito di volte. XI. Distanziamento dallo stimolo = possibilità di poter formulare messaggi relativi a cose lontane nel tempo e nello spazio. Di solito noi parliamo di cose non presenti nella situazione e nell’ambiente circostante, di esperienze in assenza di tali esperienze; XII. Trasmissibilità culturale = ogni lingua è trasmessa per tradizione all’interno di una società o cultura. Le convenzioni, le regole e il patrimonio lessicale passano di generazione in generazione per insegnamento/ apprendimento spontaneo; XIII. Complessità sintattica = i messaggi linguistici possono presentare un alto grado di elaborazione strutturale; XIV. Equivocità = il codice pone corrispondenze multiple fra gli elementi di una lista (es. significanti) e quelli di un’altra (es. significati). Detto ciò possiamo dire che la lingua è un codice che organizza un sistema di segni, arbitrari ad ogni loro livello, capaci di esprimere qualunque tipo di esperienza “esprimibile” e posseduti come conoscenza interiore che permette di produrre infinite frasi con un numero finito di elementi.
L’analisi della lingua si effettua facendo riferimento a 3 dicotomie, teorizzate da Ferdinand de Saussure ed inserite nel libro “Cours de linguistique générale”, ottenuto confrontando i quaderni di appunti dei suoi allievi. Le tre dicotomie riguardano:
Le lingue possono essere classificate in base alla loro tipologia. La tipologia linguistica si occupa di individuare cosa c’è di uguale e di diverso nel modo in cui le diverse lingue sono organizzate e strutturate. La tipologia è strettamente collegata agli universali linguistici , proprietà ricorrenti nella struttura delle lingue, sia sotto forma di elementi invarianti necessariamente posseduti dalle lingue, sia sotto forma di un repertorio di possibilità a cui le lingue si rifanno in modo diverso l’una dall’altra. Gli universali possono essere:
Sono foni in cui vi è una ripetuta occlusione momentanea.
Vi è un’unica occlusione momentanea.
Sono foni in cui vi è un avvicinamento degli organi articolatori senza un’ occlusione.
L’aria proveniente dai polmoni viene fatta fuoriuscire dalla bocca sui lati, a causa della parziale ostruzione della cavità orale da parte della lingua.
Caratterizzati da una prima parte occlusiva e da una seconda parte fricativa.
Le vocali vengono rappresentate in uno spazio trapezoidale che rappresenta l’apertura della bocca. A sinistra abbiamo le vocali non arrotondate, mentre a destra abbiamo quelle arrotondate.
La Fonologia è quel ramo della linguistica che studia l’organizzazione ed il funzionamento dei suoni nel sistema linguistico. I suoni del linguaggio vengono realizzati concretamente attraverso i foni. Quando i foni hanno valore distintivo, ossia si oppongono ad altri foni nella formazione di parole si dice che funzionano da fonemi. Un fonema è una classe di foni dotata di valore distintivo, ossia foni che permettono di opporre due parole che si distinguono solo per un fono. Foni diversi che costituiscono realizzazioni diverse di uno stesso fonema, ma prive di valore distintivo, si chiamano allofoni. Una coppia di parole uguali per tutto tranne che per un solo fonema, identificano una coppia minima. In poche parole: la fonetica studia come vengono prodotti i suoni, senza interessarsi al significato, ed ha come unità minima il [fono]; la fonologia studia come sono organizzati i foni e come essi funzionano all’interno di un determinato sistema linguistico, ed ha come unità minima il /fonema/, ossia un fono con valore distintivo. Si può dire anche che il fono è la realizzazione pratica e concreta del fonema.
La Morfologia è quell’ambito della linguistica che si occupa di studiare la struttura interna delle parole. Per parola si intende la combinazione minima di elementi minori dotati di significato che possa rappresentare da sola un segno linguistico compiuto, oppure comparire come unità separabile costitutiva di un messaggio. Se proviamo a scomporre le parole in pezzi più piccoli dotati comunque di significato proprio troviamo i morfemi. I morfemi sono unità minime di prima articolazione dotate di significato (sono le più piccole unità della lingua dotate di significato proprio). Simile alla distinzione che in fonologia si fa tra fonema, fono e allofono, in morfologia si possono distinguere morfemi, morfi ed allomorfi. I morfi sono la realizzazione concreta dei morfemi e sono indipendenti dalla loro analisi funzionale e strutturale. A livello pratico al posto di dire “il morfema del singolare è -e” sarebbe più corretto dire “il morfema del singolare è rappresentato dal morfo -e”. L’allomorfo è ciascuna delle diverse forme in cui si può presentare uno stesso morfema. Varia il significante ma non il significato e la funzione. Gli allomorfi possono essere di tre tipologie, a seconda di ciò che li condiziona:
uomi—>uomini);
Detto ciò le parole composte possono essere di 3 tipi: I. Composti copulativi (dvandva), quando entrambe le parole sono la testa (es. CASSAPANCA, è un tipo di cassa ma anche un tipo di panca); II. Composti endocentrici (tatprusa), quando la testa è una e si trova all’interno della parola composta (es. CAPOSTAZIONE, è un tipo di capo); III. Composti esocentrici (bahuvrihi), quando la testa è fuori dal composto. Spesso in questi composti il primo elemento è un verbo (es. APRIBOTTIGLIE, la testa è fuori dal composto e può essere per esempio “oggetto”—> oggetto apribottiglie).
Sono quelle “parole” formate dalle iniziali delle parole che compongono una struttura lessicale. Esempio LASER = L ight A mplification by S timulated E mission of R adiation. Altri esempi possono essere UFO, IPA, IVA, ONU, SOS.
Quando da una parola si ricava un’altra parola si parla di derivazione (es. PLAY—>PLAY-ER, LOVE—>LOVE-R… dal verbo si ricava l’agente. GIOCARE—>GIOCA-TOR-E…). Se si segue il processo inverso si parla di retroformazione (es. LASER<—LASER, laser è l’oggetto, to lase significa usare il laser)
Si parla di prestito quando una lingua bersaglio prende in prestito da una lingua fonte una parola per varie ragioni. In molti casi la parola presa in prestito è quella associata ad un oggetto referente (es. kiwi è stata presa perché era il nome associato al frutto). Alcune lingue cercano di evitare il prestito linguistico e preferiscono creare parole nuove (es. cinese, croato ed islandese). A volte il prestito è adattato alla morfologia della lingua bersaglio (es. かき, kaki, frutto giapponese, viene reso in Italia come CACHI al plurale, e CACO al singolare). In alcuni casi non è necessario adattare una parola poiché già nella lingua fonte suona come suonerebbe nella lingua bersaglio (es. SAUNA, che si pronuncia come in italiano anche nella lingua fonte).
Fenomeno per cui una lingua bersaglio prende da una lingua fonte la struttura di una parola/ produzione sintattica e se ne serve adattandola alla sua lingua (es. in tedesco EISENBAHN significa ferrovia e l’italiano, per creare la parola FERROVIA ha mantenuto la stessa struttura usata in tedesco, nonostante fosse una struttura estranea all’italiano. Tedesco= testa a DX e struttura a SX; Italiano= testa a SX e struttura a DX).
Servendosi della morfologia è possibile dividere le lingue in diverse tipologie morfologiche, individuando dei tipi linguistici. Questa divisione viene effettuata a seconda di com’è fatta una parola in una data lingua, del rapporto tra parole e morfemi e dal tipo di morfemi che formano le parole. In tutto si individuano 4 (3+1) tipologie morfologiche: I. Lingue isolanti : lingue in cui la struttura delle parole è molto semplice, una parola è generalmente composta da un solo morfema e dunque il rapporto parole:morfemi (indice di sintesi) è di 1:1. In queste lingue morfologia e sintassi coincidono. Esempio di lingua isolante è il vietnamita. II. Lingue agglutinanti : lingue in cui le parole hanno una struttura complessa. Le parole sono la combinazione di più morfemi, che possono essere collegati fino a formare catene molto lunghe (radice+affissi). In queste lingue i morfemi hanno una sola funzione ed ogni affisso rappresenta una sola categoria grammaticale. Un esempio di lingua agglutinante è il turco. III. Lingue fusive : lingue con parole abbastanza complesse, costituite da una base semplice o derivata e da uno o più affissi flessivi. Questi affissi sono spesso morfemi cumulativi, ossia che rappresentano più di una categoria grammaticale ed assumono diverse funzioni. Un esempio di lingua fusiva è l’italiano. IV. Lingue polisintetiche : lingue con la struttura delle parole più complessa. Le parole sono formate dall’unione di più morfemi, e al loro interno possono essere presenti anche 2 o più radici lessicali. Le parole tendono spesso a corrispondere a frasi intere. Un esempio di lingua polisintetica è il groenlandese. Questa categoria è stata recentemente messa in discussione.
La sintassi si occupa della struttura delle frasi e studia come si combinano tra loro le parole all’interno di esse. Le parole, infatti, si combinano tra loro secondo leggi e rapporti anche molto complessi.
Inizialmente veniva considerata superflua perché di carattere puramente stilistico, ma questo cambiò quando nel 1957 il linguista Noam Chomsky pubblicò “Le strutture della sintassi”. In questo modo Chomsky divise in due la linguistica: da un lato c’era la linguistica generativa (sostenuta da Chomsky) e dall’altro quella non generativa. Alla base della linguistica generativa c’è l’idea che la lingua umana sia basata sulla sintassi e che essa sia qualcosa di genetico. I generativisti sono stati gli unici a sviluppare una teoria della sintassi ed hanno modificato i metodi di studio e di analisi di quest’ultima.
Per analizzare la struttura delle frasi bisogna capire il modo in cui le parole ed i gruppi di parole si organizzano tra loro. Il principio di base è anche qui, come per fonologia e morfologia, quello della segmentazione. Tra i metodi di analisi più usati c’è l’analisi in costituenti, che rappresenta le concatenazioni fra gli elementi della frase scomponendola in pezzi sempre più piccoli (costituenti). Data una frase, la prima scomposizione si attua confrontando la frase con una più semplice con la stessa struttura. Riusciamo così a trovare i costituenti principali e poi, andando avanti, anche gli altri costituenti fino ad arrivare alle parole, dove l’analisi finisce. Esistono vari modi per rappresentare quest’analisi, uno di questi è l’indicatore sintagmatico ad albero (metodo non più utilizzato dai generativisti), che permette di rappresentare visivamente i rapporti gerarchici tra i costituenti. I rapporti tra le parole possono essere di concordanza o di dipendenza. L’albero è costituito da nodi da cui partono dei rami, i nodi rappresentano i livelli di analisi della sintassi e ciascuno ha un simbolo che identifica la categoria del costituente di quel livello. L’analisi in costituenti consente di individuare 3 sottolivelli di analisi sintattica: le frasi , i sintagmi e le parole. I più importanti sono i sintagmi, definiti come la minima combinazione di parole che funzioni come unità nella struttura della frase. I sintagmi sono costruiti a partire da una “testa”, ossia l’elemento minimo che da solo può costituire il sintagma. La testa attribuisce la categoria.
Il modo in cui i sintagmi si combinano tra loro è regolato da alcuni principi che determinano l’ordine in cui gli elementi si susseguono e la gerarchia dei loro rapporti. In particolare si distinguono tre classi di di principi: I. Funzioni sintattiche ; II. Schemi valenziali ; III. Ruoli semantici.
Le funzioni sintattiche riguardano il ruolo che i sintagmi assumono nella struttura della frase. I SN possono assumere il ruolo di soggetto o oggetto, i SP possono valere da oggetto indiretto o complemento, i SV possono valere da predicato. Soggetto, oggetto e predicato sono le 3 funzioni sintattiche fondamentali e a questi si aggiungono numerose categorie di complementi.
Le funzioni sintattiche vengono assegnate a partire da schemi valenziali. Quando dobbiamo esprimere qualcosa solitamente partiamo dalla selezione di un verbo. Quando in una frase è presente un verbo, questo è sempre l’elemento centrale ed è anche quell’elemento che determina la struttura della frase. Questi concetti sono stati introdotti dal linguista francese Lucien Tesnière, che ha elaborato un modello di frase basato sulla valenza verbale. Il modello della valenza è stato elaborato a partire dal modello atomico: il verbo è il nucleo e a questo si aggiungono altri elementi (argomenti o circostanziali) la cui presenza è necessaria affinchè la frase risulti ben formata [il verbo è associato a degli argomenti (o valenze), richiesti dal tipo di significato che il verbo esprime]. In base al numero di argomenti si distinguono: I. Verbi monovalenti (1 argomento); II. Verbi bivalenti (2 argomenti); III. Verbi trivalenti (3 argomenti); IV. Verbi zerovalenti (0 argomenti).
III. Relative , che modificano un costituente nominale della frase ed hanno sempre un nome o un pronome come testa. Esse sono di due tipi: restrittive, che hanno la capacità di restringere (tra tanti elementi solo uno); appositive, si aggiunge un elemento il cui connettivo può essere sostituito con “il quale” (di solito è un inciso “,…,”)
Servendosi della sintassi, così come per la morfologia, è possibile classificare le lingue, più nello specifico basandosi sull’ordine dei componenti della frase. Questo metodo fu introdotto nel 1963 da Joseph Greenberg. I componenti considerati sono il Soggetto, il Verbo e l’Oggetto, che si possono combinare in 6 diversi modi, in ordine di utilizzo abbiamo: SOV, SVO, VSO, VOS, OSV, OVS. I primi quattro ordini comprendono, insieme, circa il 98% di tutte le lingue. Per cercare di spiegare perché molte lingue hanno questa distribuzione degli elementi sono stati proposti 2 principi: I. Principio di precedenza : il soggetto, data la sua maggiore rilevanza, deve precedere l’oggetto; II. Principio di adiacenza : oggetto (modificante) e verbo (modificato) devono essere vicini. Esistono anche a questo livello degli universali implicazionali, come il seguente: “Se una lingua ha l’ordine SOV e se in quella lingua nel sintagma nominale l’aggettivo precede il nome, allora il genitivo (complemento di specificazione) precederà il nome e gli farà da testa”. In base alla posizione reciproca di verbo ed oggetto ed al loro rapporto di dipendenza sono state individuate 2 categorie di lingue:
È quel fenomeno che divide le lingue secondo le marche di caso assegnate al Soggetto (e all’Oggetto). Esistono lingue, infatti, che assegnano a S marche di caso diverse a seconda che sia soggetto di un verbo transitivo o intransitivo. Queste lingue si chiamano ergative ed attribuiscono al S di verbi intransitivi lo stesso caso dell’O di verbi transitivi (assolutivo ), ed al S di verbi transitivi un altro caso (ergativo). Questo sistema ergativo-assolutivo si contrappone ad un altro sistema: quello nominativo-accusativo , che caratterizza lingue in cui i soggetti di verbi transitivi ed intransitivi hanno lo stesso caso (es. latino). Esempi di lingue ergative sono le lingue caucasiche. In alcune lingue è possibile trovare il fenomeno della split ergativity, per cui nel presente c’è un alignment nominativo-accusativo e nel passato diventa ergativo-assolutivo.