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linguistica generale, Schemi e mappe concettuali di Linguistica Generale

appunti del corso di linguistica generale

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 28/11/2023

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Linguistica generale
La linguistica
La linguistica è una disciplina che studia le affinità, le differenze e i funzionamenti delle
lingue, cercando di spiegarne i motivi. E’ detta generale in quanto si occupa dei principi
generali delle strutture delle lingue.
Partendo proprio dal termine generale, si afferma che tutte le lingue del mondo sono
imparabili, anche nella stessa quantità di tempo. I bambini, specialmente, ne sono capaci,
infatti se uno di loro nasce in una qualsiasi nazione, ne imparerà la lingua, ovunque egli
nasca. Lo stesso bambino, nello stesso periodo di tempo, può esprimersi in francese, italiano,
cinese. Dietro a ciò esiste un meccanismo biologico innato che ci permette di imparare a
parlare, a cui si aggiunge la similarità che le lingue condividono.
Ma quante lingue esistono nel mondo oggi? Secondo un censimento nel mondo si parlano
circa 7000 lingue. La loro distribuzione non è omogenea: in Nigeria, ad esempio, sono stati
registrati duecento dialetti, ma questo Paese ha adottato l’inglese come lingua ufficiale per
facilitare la comunicazione.
Per poter giungere a questo dato si è dovuto ricorrere ad elementi extralinguistici, come il
numero degli Stati del mondo rappresentati dall’ONU, nella quale ne sono rappresentati 193,
e all’approssimazione. La conta degli Stati è ingannevole in quanto tutti sono plurilingue (la
Svizzera parla tre lingue, francese, tedesco e italiano). Se si volesse considerare il rapporto
lingue e Stati (7000: 200) il risultato indicherebbe che ognuno di essi debba avere 35 lingue
ciascuno, ma nella realtà non si dimostra tale.
Per studiarle nella loro uguaglianza e diversità i linguisti adottano l’osservazione empirica ed
esaminano i comportamenti linguistici dei parlanti. Inoltre i linguisti raggruppano le lingue
in base alle loro famiglie, ossia cercando l’antenato comune delle lingue sorelle (quelle che
condividono alcuni tratti in comune). Qui la linguistica diventa genealogica per poter
riassettare il coacervo di sistemi linguistici. Talvolta l’antenato comune è testimoniato da
documenti o testi scritti antichi, ma nel caso della famiglia indoeuropea gli studiosi sono
dovuti partire dalle lingue sorelle per risalire ad esso, quindi con un metodo induttivo. La
classificazione per lingue è impiegata per tutte loro.
A sua volta l’indoeuropeo è una macro divisione e può essere suddiviso ancora (germanico,
romanzo).
L’italiano e i dialetti
Per un caso fortuito in Italia esistono esattamente 35 lingue diverse native.
1. l’italiano “standard”;
2. 20 parlate italo-romanze sorelle dell’italiano (dialetti);
3. 15 parlate di minoranza di antico insediamento, parlate da secoli in Italia (occitano,
franco-provenzale, francese, Hochdeutsch, ladino, friulano…)
Questo plurilinguismo endogeno si somma al plurilinguismo di nuova immigrazione, in
conseguenza del costante e sempre crescente afflusso di migranti che giungono nel nostro
Paese (arabo, rumeno, albanese).
L’italiano “standard” è la lingua madre usata in qualsiasi tipo di comunicazione, dal formale
al più neutro, da una conferenza pubblica ad una conversazione familiare, Ad esso si
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Linguistica generale

La linguistica

La linguistica è una disciplina che studia le affinità, le differenze e i funzionamenti delle lingue, cercando di spiegarne i motivi. E’ detta generale in quanto si occupa dei principi generali delle strutture delle lingue. Partendo proprio dal termine generale, si afferma che tutte le lingue del mondo sono imparabili, anche nella stessa quantità di tempo. I bambini, specialmente, ne sono capaci, infatti se uno di loro nasce in una qualsiasi nazione, ne imparerà la lingua, ovunque egli nasca. Lo stesso bambino, nello stesso periodo di tempo, può esprimersi in francese, italiano, cinese. Dietro a ciò esiste un meccanismo biologico innato che ci permette di imparare a parlare, a cui si aggiunge la similarità che le lingue condividono. Ma quante lingue esistono nel mondo oggi? Secondo un censimento nel mondo si parlano circa 7000 lingue. La loro distribuzione non è omogenea: in Nigeria, ad esempio, sono stati registrati duecento dialetti, ma questo Paese ha adottato l’inglese come lingua ufficiale per facilitare la comunicazione. Per poter giungere a questo dato si è dovuto ricorrere ad elementi extralinguistici, come il numero degli Stati del mondo rappresentati dall’ONU, nella quale ne sono rappresentati 193, e all’approssimazione. La conta degli Stati è ingannevole in quanto tutti sono plurilingue (la Svizzera parla tre lingue, francese, tedesco e italiano). Se si volesse considerare il rapporto lingue e Stati (7000: 200) il risultato indicherebbe che ognuno di essi debba avere 35 lingue ciascuno, ma nella realtà non si dimostra tale. Per studiarle nella loro uguaglianza e diversità i linguisti adottano l’osservazione empirica ed esaminano i comportamenti linguistici dei parlanti. Inoltre i linguisti raggruppano le lingue in base alle loro famiglie, ossia cercando l’antenato comune delle lingue sorelle (quelle che condividono alcuni tratti in comune). Qui la linguistica diventa genealogica per poter riassettare il coacervo di sistemi linguistici. Talvolta l’antenato comune è testimoniato da documenti o testi scritti antichi, ma nel caso della famiglia indoeuropea gli studiosi sono dovuti partire dalle lingue sorelle per risalire ad esso, quindi con un metodo induttivo. La classificazione per lingue è impiegata per tutte loro. A sua volta l’indoeuropeo è una macro divisione e può essere suddiviso ancora (germanico, romanzo).

L’italiano e i dialetti

Per un caso fortuito in Italia esistono esattamente 35 lingue diverse native.

1. l’italiano “standard”; 2. 20 parlate italo-romanze sorelle dell’italiano (dialetti); 3. 15 parlate di minoranza di antico insediamento, parlate da secoli in Italia (occitano, franco-provenzale, francese, Hochdeutsch, ladino, friulano…) Questo plurilinguismo endogeno si somma al plurilinguismo di nuova immigrazione, in conseguenza del costante e sempre crescente afflusso di migranti che giungono nel nostro Paese (arabo, rumeno, albanese). L’italiano “standard” è la lingua madre usata in qualsiasi tipo di comunicazione, dal formale al più neutro, da una conferenza pubblica ad una conversazione familiare, Ad esso si

affiancano i dialetti. A differenza di ciò che si crede, i dialetti non derivano dall’italiano, bensì dal latino e dai volgari. Dopo il crollo dell’Impero Romano nel 476, il latino cominciò a differenziarsi da regione a regione e il registro popolare, in particolare, si diffuse capillarmente dando origine a tante varietà di volgari, che si svilupparono in lingue romanze. Solo uno di questi volgari prevalse nel contesto italiano per ragioni sociali, culturali, economiche e politiche: il fiorentino. Il letterato Pietro Bembo lo indicò chiaramente come lingua unitaria nel suo trattato Prose della volgar lingua (1525) rifacendosi al fiorentino del 1300 delle “3 corone” (Dante, Petrarca, Boccaccio). Mentre l’italiano veniva modellato su questo modello, i dialetti proseguirono il loro cammino indipendentemente. Sfatando una credenza, non è affatto vero che i dialetti siano minori dell’italiano: sul piano linguistico sono uguali ad esso. Alcuni dati esaminati tra il 1987 e il 2015 inquadrano le percentuali di nativi italiani che si esprimono solo in italiano, sia in italiano che in dialetto oppure solo in dialetto. Nel 1987: ● il 41, 5% dei nativi italiani parla solo italiano; ● il 32% parla sia italiano che dialetto; ● il 24, 9% parla solo dialetto. Mentre nel 2015: ● il 45, 9% parla solo italiano; ● il 32,2% sia italiano che dialetto; ● il 14,2% solo dialetto. Da queste informazioni si può ipotizzare che la percentuale concernente i nativi italiani che si esprimono solo in dialetto sia costituita dagli anziani e dalle persone senza titolo di studio. Nel periodo che stiamo vivendo stiamo assistendo a notevoli cambiamenti: innanzitutto mai prima d’ora la nativizzazione dell’italiano si è espansa così tanto in Italia dal 1861 ad oggi; il dialetto ha cambiato la sua area d’uso restringendosi a situazioni familiari o informali; il bilinguismo (nativi italiani che si esprimono in italiano e in altra lingua) è un fenomeno in crescita; i dialetti persistono in quasi tutte le regioni.

La scrittura e il prestigio delle lingue

Una caratteristica fondamentale delle lingue è che sono indipendenti dalla scrittura in quanto le lingue sono primariamente orali. Non hanno bisogno di essa per esistere. La scrittura comunque non è inutile per loro, ma rappresenta una modalità aggiuntiva per la lingua. Nelle società odierne la scrittura è diventata strettamente necessaria per poter comunicare senza ricorrere alla voce, come in email destinate ad un docente, o nella semplice messaggistica quotidiana. Nel mondo più di un terzo delle lingue non è scritta, ad esempio quelle native del Sud America; in più, esistono 700 milioni di analfabeti che sanno parlare una lingua, ma non scriverla. Partendo dal presupposto della linguistica che tutte le lingue materne hanno uguale potenza e potenzialità comunicative, che nessuna lingua è più bella dell’altra, come mai l’inglese è prestigioso, lo vogliono parlare tutti? Se si pensasse ad un fattore morfologico, o sintattico, come causa della supremazia linguistica dell’inglese, si cadrebbe in un pregiudizio erroneo.

dialoga con un gruppo di amici in italiano standard cambia repentinamente lingua, passando ad un dialetto. La dilalia è un fenomeno che nella società attuale si è espanso notevolmente, coinvolgendo numerose fasce sociali. Altre varietà linguistiche sono i pidgin e le lingue creole. I pidgin non sono vere lingue, non sono materne. Si formano in particolari ambienti lavorativi nei quali i due individui che si trovano a dover lavorare insieme devono cercare un linguaggio per poter comunicare. Nessuno dei due condivide una lingua comune, ma si sforzano di utilizzare un lessico di base che faciliti i loro rapporti. Di consuetudine il lessico è di base inglese o francese. Si crea una nuova lingua temporanea. I pidgin nascono e muoiono, non hanno vita lunga, neanche si diffondono all’infuori dell’ambito lavorativo. Le lingue creole possono essere presentate come i rari casi in cui i pidgin si sviluppano e si estendono. Queste vengono create ex novo a partire da una lingua esistente, in altre parole. Un caso esemplare è il linguaggio haitiano, nell’America Centrale. Originariamente Haiti era una colonia francese, quindi la lingua predominante era il francese. Nei secoli la lingua venne a contatto con quella del territorio e da questa contaminazione l’haitiano si evolse con una grammatica propria. Divenne una lingua vera, materna, diversificandosi dall’originale. In Italia una varietà linguistica è rappresentata dall’italiano regionale. Non sono tanto i termini a farci comprendere la provenienza da una determinata regione, ma quanto le sue strutture tipiche o la sua fonetica, che ci identificano. A volte non li avvertiamo come dialettali perché nascono dal sostrato dialettale, quindi davvero molto sottile. “ La Paola ”, “ lo sai che quella ” sono espressioni tipicamente regionali (milanese e campano rispettivamente), sono sempre italiani, ma regionali. Ma ciò non significa che siano scorretti, anzi sono una varietà.

Le variazioni

1. Diatopia

La diatopia è la variazione linguistica dipendente dalle diverse aree geografiche in cui ci si ritrova. Per un esempio chiaro, si esamina il termine tram (italiano standard). A Torino e a Salerno lo si chiamerà pullman, a Roma addirittura autobus.

2. Diafasia

La variazione diafasica (di registro) si forma attraverso le vie comunicative e dipende dai parametri, dal destinatario, dalla situazione, dal contenuto e dal rapporto col destinatario (anche emittente-ricevente). I registri sono formali, informali e neutri, ma possono anche esistere infinite gradazioni di questi. ● registro formale: viene utilizzato in un contesto pubblico o con estranei. E’ più cortese e spesso si trova il condizionale che esprime richieste implicite meno impositive, o assertive. La costruzione della frase è più esposta. Gradirei un caffè.

● registro neutro: è usato maggiormente quando si ha una certa confidenza col destinatario/ricevente, tra amici o in famiglia ad esempio. E’ un poco meno cortese, ma non particolarmente formale. La costruzione della frase è impersonale. Un caffè, per favore? ● registro informale: l’indicativo (più impositivo) caratterizza quest’ultimo registro, esponendosi di più. Il condizionale non è presente. Si restringe ad un ambito familiare. Me lo fai un caffè? Le variazioni diafasiche cambiano anche in base al contenuto del messaggio o del testo perché possono implicare linguaggi specialistici (sottocodici), tecnici. vale a dire linguaggi non comuni e con parole dai significati particolari. La Costituzione italiana è un testo di legge limpido, formale, ma essendo giuridico non può esimersi dall’utilizzare termini tecnici propri di questa disciplina.

3. Diastratia

La diastratia riguarda la variazione del linguaggio dal punto di vista sociale e della scolarizzazione, e dell’alfabetizzazione. I reduci della prima guerra mondiale parlavano l’italiano popolare, che mescolavano frasi dialettali e quel poco di italiano burocratico che avevano appreso all’italiano mai usato. Questi non avevano un’alta istruzione, pertanto il loro linguaggio risultava sgrammaticato, scorretto. Oggi si sta imponendo l’uso del “ che ” che sostituisce tutte le forme oblique nel parlato spontaneo per via della sua semplificazione. Questa struttura viene impiegata specialmente dalle persone che non hanno molto a che fare con la scrittura. Trattando dell’analfabetismo, in Italia è quasi scomparso (ci si avvicina allo 0%): nel 1861 se ne registravano fino all’80%, dato che è andato calando soprattutto dal secondo dopoguerra. Il dato non fotografa in modo attendibile la situazione reale poiché, primo, essendo un’intervista, l’analfabetismo può essere dichiarato o meno, secondo, perché può essere imparziale (l’intervistato dichiara di saper porre una firma o di gestire solo un determinato tipo di testo). Un ente, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), svolge indagini internazionali periodiche coinvolgendo numerosi paesi. Considera il livello di lettura degli intervistati, tra i 16 e i 65 anni, e li cataloga in cinque livelli. Si parte dall’uno (il più basso: il lettore non riesce a fare inferenze) e si arriva al cinque (il più alto). Secondo la Literacy Proficiency l’Italia è classificata nelle ultime posizioni in Europa. Solo il 30% degli Italiani raggiunge il livello 4 / 5, il resto è sotto il livello 3. E’ così alto il dato in quanto non comprende solo gli analfabeti, ma anche coloro che per motivi di lavoro o di piacere non leggono e non scrivono più, essendo il loro livello di scolarizzazione lontano. La lontananza incide sulle loro abilità. Sull’aspetto tecnico sono capaci di leggere e scrivere, ma dal punto di vista funzionale si rivela il contrario (analfabetismo funzionale). Gli individui con queste connotazioni solitamente hanno un uso dell’italiano regionale.

Le categorie in questione sono i sistemi logografici (o non fonetici) e i sistemi fonografici/fonetici. I primi non hanno basi fonetiche, se non come minimo morfemi, le unità minime di prima articolazione (per questo motivo si tratta più di morfografia); i sistemi fonografici rappresentano i suoni del linguaggio (unità di seconda articolazione), richiamandosi in certi casi all’inventario fonematico di una certa lingua e si basano su sillabe, consonanti, consonanti e vocali o tratti articolatori. Il sistema sillabico (sillabografia) contiene caratteri che rappresentano una combinazione di fonemi diversa, non riproduce consonanti o vocali, ma sillabe consonantiche. Da considerare il ruolo dell’ortografia che è anch’essa imperfetta per rendere i suoni in quanto non segue il passo evoluzionario delle lingue ( light→lite ). I legami culturali e storici incidono sul rapporto scrittura-lingua, ma non quelli di necessità.

I segni

I segni sono i metodi di comunicazione che usiamo, in altre parole l’unità fondamentale della comunicazione che contiene un significato. I principali tipi sono gli indici, i segnali, le icone, i simboli e i segni.

● gli indici, chiamati anche sintomi, sono motivati naturalmente e non intenzionali e si basano sul rapporto causa o condizione scatenante > effetto (es. starnuto = avere il raffreddore), ● i segnali sono motivati naturalmente e usati intenzionalmente (es. sbadiglio volontario = sono annoiato); ● le icone, dal greco eikòn (immagine), sono motivati analogicamente e sono intenzionali, si basano sulla similarità di forma o struttura e riproducono le proprietà di un oggetto (es. carte geografiche, mappe, fotografie), sostanzialmente il significato è veicolato dalla forma del contenuto; ● i simboli sono motivati culturalmente e sono intenzionali (es. nero/bianco= lutto); ● i segni non sono motivati, basati su una mera convinzione ( o del tutto immotivati) e sono intenzionali (es. messaggi linguistici, suono al telefono di una linea occupata). Anche le onomatopee sono segni arbitrari e da paese a paese, da lingua a lingua, sono diversi. In sintesi i segni arbitrari e intenzionali di una lingua non hanno nessun motivo e nessuno elemento che ci faccia capire perché “bottiglia” si chiami “bottiglia”. Il linguaggio verbale è composto da segni linguistici, prodotti intenzionalmente dall’emittente e interpretati dal ricevente perché riconducibili ad un codice (linguaggio/lingua).

Come impariamo a parlare?

Innanzitutto, bisogna descrivere il significato e il significante per poter capire come si realizzi una qualsiasi interazione fra l’emittente (colui che trasmette un messaggio, o un segnale) e il destinatario (colui che riceve il messaggio/segnale). Il significato è un concetto astratto che contiene il contenuto di un messaggio, ed è veicolato da un elemento linguistico o un segno. E’ socialmente condiviso e valido per tutti nella comunità di una data lingua. Il significante è il modello di segnale, o segnale-tipo, o ancora modello di suono, che comprende gli elementi comuni a tutti i parlanti di una lingua. E’ anch’esso astratto come il significato. Poi troviamo il senso ed il segnale: il senso è il piano del contenuto (ciò che abbiamo in mente), ossia il valore che una data persona, in una data situazione, dà ad un segnale. Oppure l’associazione di contenuto che ognuno assegna ad un segnale e che possono variare a seconda dell’esperienza, dei sentimenti di ciascuno di noi, pertanto non sono legati al significato. Il segnale, invece, è il piano dell’espressione e rappresenta ciò che abbiamo in mente. Facciamo un esempio pratico. Immaginiamo un padre con suo figlio, un neonato, nel momento in cui lo corica nella culla e che esclama “ Adesso a nanna! ”. Quando il padre lo fa addormentare dicendogli “ Adesso a nanna! ” il genitore potrebbe riferirsi ad un momento di relax che non è legato al significato, ma ad un’associazione di senso personale derivante dall’esperienza quotidiana. Se ci limitassimo a comunicare attraverso questi segnali o sensi diversi non riusciremmo a comprenderci, si genererebbe l’incomunicabilità perché ognuno di noi li assocerebbe ad un contenuto diverso. Si afferma che bisogna passare dal piano concreto a quello astratto. In altre parole il procedimento astratto da attuare si risolve in questo modo, operando sia sul piano dell’espressione che sul

anni, e a darlo alle stampe nel 1916 ( Cours de la linguistique général ). Secondo un’analisi filologica questa prima edizione non è propriamente corretta, ma quelle successive presentavano una maggiore esattezza. La più famosa è quella tradotta da Tullio de Mauro negli anni ‘70. Nel suo Cours Ferdinand de Saussure formalizza il doppio binario delle individualità e generalità sociali nella parole , che corrisponde all’uso della lingua quotidiana, o normale. Gli usi della lingua sono infinitamente vari e diversi, concreti, individuali e imprevedibili, e anche creativi. Questi devono essere ricondotti ai modelli/alle forme e che interpretiamo perché tutti noi parlanti la stessa lingua (la langue ), il sistema sociale che ci permette di identificare i segni di una lingua e anche di connetterli (non parliamo per segni isolati; le regole di connessione dei segni). Tra i due livelli, la langue e la parole , c’è un continuo rapporto che dalla parole fa nascere gli usi e, se si stabilizzano, possono entrare nella langue , e diventare socialmente accettabili. Anche questi due elementi non possono essere scissi: hanno l’uno bisogno dell’altro, la langue dà la linfa alla parole. E’ da qui che derivano le innovazioni, dagli usi quotidiani e linguistici. La langue è il sistema, o anche il codice, linguistico socialmente condiviso dalla comunità di quella lingua. E’ tutta la lingua possibile. I parlanti possiedono solo un frammento di questa; non possono dominarla assolutamente. Alcune aree sono condivise da tutti, altre sono più specializzate e condivise solo da una porzione di persone con particolari interessi. Ciò che viene usato nella parole deve essere anche nella langue , deve avere una forma per essere capito. Le forme vengono stabilite dai parlanti della lingua. Sono loro a fare e disfare le lingue, in particolar modo quelli più autorevoli (politicamente, culturalmente). L’uso che ne fanno definisce i segni della lingua, che può anche crearne di nuovi o aggiungere nuovi sensi ad essi. Nell’ultimo può succedere che risultando tanto diversi dall’originale diventino un significato separato. I suffissoidi -poli e -gate ne sono un esempio chiaro. Il primo si è diffuso a partire dallo scandalo di Tangentopoli nel 1992, in Italia. I partiti politici pretendevano somme ingenti dette tangenti dagli appalti pubblici con le imprese, originando un sistema di corruzione. Il termine era spesso attribuito alla città di Milano visto che lo scandalo si era propagato da lì, ma con l'avanzare del tempo si staccò e passò a indicare un sistema di corruzione in generale. Il suffissoide -poli è diventato un nuovo segno dell’italiano, derivato dal vecchio che rappresentava la città, dal greco polis. Non era più interpretabile con quello vecchio. -gate è affine a -poli ma prima, a differenza di quest’ultimo, non esisteva. E’ nato nel 1972 con lo scandalo Watergate , durante le elezioni presidenziali statunitensi. Vennero a galla alcune intercettazioni illegali nel Comitato democratico nazionale da parte di delegati del Partito Repubblicano. Travolto nel pieno della campagna elettorale dall’evento, Nixon si dimise. Da allora il termine è stato usato in altre parole per indicare imbrogli o truffe. In italiano è un suffisso completamente nuovo. Questi esempi dimostrano come i segni di una lingua riescano ad essere condivisi e a stabilizzarsi solo se un ampio gruppo di parlanti li usi e se siano anche molto diffusi e frequenti sul territorio nazionale.

Non esiste un apparato culturale che stabilisce i criteri di una lingua, ma i suoi padroni, i parlanti. Lo fanno in base alle loro esigenze linguistiche e alla forza culturale dei gruppi di parlanti. Come per le lingue di prestigio, le forme che si impongono e che hanno più fortuna sono quelle usate dai gruppi di prestigio.

L’arbitrarietà

Se osserviamo tutte le lingue del mondo non esiste solo una varietà intralinguistica, ma anche interlinguistica e che non c’è nessuna ragione per cui un determinato segno sia in rapporto con un determinato referente. Il referente è l’elemento extralinguistico cui il segno rimanda nel mondo esterno. Può essere concreto, astratto, immaginario, religioso. Il rapporto tra segno e referente è totalmente arbitrario: non c’è niente nel referente “cane” che ci obblighi a chiamarlo “cane”, oppure “telecomando” con “telecomando” (rapporto segno-referente). L’arbitrarietà indica proprio un legame che si instaura in maniera non spontanea, per convenzione, perché non esiste una ragione motivata. Il “cane” è “cane” perché i parlanti di una lingua lo hanno deciso parlando e piano piano è entrato nell’uso. Può sembrare inaudito ma anche le onomatopee sono arbitrarie. Essendo segni decisi da una comunità, variano a seconda del codice dei parlanti, eppure i suoni sono gli stessi: per i cani “italiani” si riproduce il loro abbaiare con bau bau , ma quelli “ inglesi ” con wolf wolf. Richiamano tutti lo stesso referente, ma gli associano segni diversi. Esistono quattro tipologie di arbitrarietà che sono:

**1. segno-referente

  1. segnale-significante
  2. senso-significato
  3. significato-significante**

Segnale-significante (rapporto forma e sostanza significante)

In questa casistica si considerano i tratti distintivi, o significanti, delle lingue. Analizziamo le consonanti lunghe, o doppie, nella lingua italiana. Tra calo e callo avvertiamo una differenza fonica. Calo è pronunciato con la a lunga, callo con la a corta. Con questi cambiamenti fonetici e grafici cambia anche il significato di questi segnali. Si chiama lunghezza consonantica. Altri esempi sono sono / sonno , velo / vello , tono / tonno. Ma in altre lingue il significante è rappresentato dalla lunghezza vocalica. I termini inglesi beat e bit sono molto rappresentativi. Beat ha una vocale lunga a differenza di bit. Data questa variazione di significanti, per gli stranieri come anche per noi è complicato riprodurre suoni che per noi non sono significanti, non riusciamo a riconoscerli. In termini linguistici la vocalica è l’espressione, i segnali nativi sono i suoni che costituiscono la sostanza del piano dell’espressione (segni). Il rapporto tra segnali e significanti è arbitrario; è stato deciso dai parlanti e dai fattori storici e culturali. Per un altro esempio in francese l’accento non è significante perché esso cade sempre sull’ultima sillaba, mentre in tedesco, italiano e inglese è un tratto distintivo.

Se si decidesse di cambiare anche uno solo di questi segni, dovremmo inventare un nuovo codice interamente perché in questo caso non è facile da mutare. Da una singola variazione può dipendere un sistema nella sua completezza. L’arbitrarietà e la forza della massa parlante rendono possibili i mutamenti di sensi e significati. Inoltre l’arbitrarietà fa sì che le comunità sviluppino i significati di cui hanno bisogno. In Italia distinguiamo tanti tipi di pasta (fusilli, gnocchi, tubetti), mentre per gli eschimesi tanti tipi di neve (sciolta, fitta). Le lingue si differenziano sul piano dell’espressione (i segnali) e selezionano un certo numero di segnali e significanti a seconda della storia, della cultura e della variazione diatopica. La varietà linguistica è un prezzo da pagare affinché le lingue funzionino; è per questo che non esiste una lingua universale. Da un altro punto di vista, la varietà è un vantaggio. Ogni lingua racchiude una cultura, una mentalità e storie proprie perché le forme rispecchiano la cultura della comunità che le ha create. F. de Saussure denomina la massa parlante come una massa creatrice di segni. Non li decide volontariamente, ma in base alle sue esigenze spontanee, che rappresentano il bisogno di nuovi contenuti. L’onnipotenza semantica si esplica anche nella capacità di tradurre qualsiasi tipo di codice in qualsiasi lingua, qualsiasi lingua in qualsiasi segno. Possiamo esprimerci nel linguaggio verbale traducendo i segni del pentagramma musicale: battito, nota, tempo, ad esempio. La riflessione metalinguistica è l’analisi semantica di una parola nei suoi vari significati. Pazziare può assumere accezioni come divertirsi, scherzare, giocare e raggirare, oppure con galera si possono intendere sia un tipo di imbarcazione, sia la prigione.

Lo schema di Jakobson

La lingua è funzionale per alcuni scopi, come la comunicazione. Ogni suo scambio comunicativo si dica abbia una funzione. Secondo il linguista Roman Jakobson la lingua ne ha sei prevalenti. ● EMITTENTE : funzione emotiva (interiezioni). Nel linguaggio tecnico della linguistica, l’aggettivo emotivo non si riferisce alle emozioni, ma quanto al fatto che l’enunciato o il testo esprimono prevalentemente il punto di vista del parlante. Ha funzione emotiva un diario personale, ad esempio. L’attenzione si ricalca per la maggior parte sull’emittente;

MESSAGGIO : funzione poetica. Costituisce il contenuto di un’informazione esplicata attraverso la messa in rilievo della forma. Quindi il contenuto in sé non ha molta importanza rispetto alla forma, ma è efficace grazie ai significanti. La funzione viene soprannominata poetica perché, similmente alla poesia, deve adottare una metrica che si adatti ad entrambi. Nelle pubblicità si ricorre spesso alla rima per la strategia di mercato di attrarre clienti ( captatio benevolentiae ); ● CODICE : funzione metalinguistica. Sostanzialmente riguarda gli aspetti grammaticali di una lingua secondo il codice di riferimento; ● CANALE : funzione fàtica (frasi di contatto). Ci si occupa di mantenere il contatto col ricevente/destinatario. In primo piano si pone il rapporto di comunicazione, o anche il semplice parlare in sé (es. Sei ancora lì? , A domani! ); ● CONTESTO : funzione referenziale (libro di chimica). Si collega ad un mondo extralinguistico fornendo dati sulla realtà esterna, come un testo descrittivo o anche un volume di scuola; ● RICEVENTE : funzione conativa (vocativo, imperativo). Ha lo scopo principale di rivolgersi direttamente all’altro interlocutore. In questa categoria rientrano gli inviti, le richieste e gli ordini. Lo schema di Jakobson per spiegare le funzioni che può assumere una lingua potrebbe apparire stretta per tutte le funzioni possibili. E’ difficile poter identificare la funzione prevalente di un testo dato che sfugge alla formalizzazione stretta, risultando imperfetta.

Rapporti sintagmatici e paradigmatici

Adesso ci addentriamo nella lingua in sé, non ce ne occupiamo più solo esteriormente. I segni di una lingua devono essere combinati tra loro per rendere un testo comprensibile e per riuscire a veicolarlo. Ciò significa che i segni di una lingua non sono né unici né isolati. Per combinarli insieme ricorriamo a due tipi di struttura che ogni lingua condivide: i rapporti sintagmatici e i rapporti associativi-paradigmatici. I rapporti sintagmatici prevedono un rapporto orizzontale dei segni che li seguono e che li precedono. Si svolgono a livello delle strutture ed esprimono le potenzialità di un sistema, che effettivamente esistono. Bisogna isolare, o distinguere, i segni all’interno di una frase tra i vari: lo si può definire come un lavoro di segmentazione sintagmatico, oppure di esclusione dei segni. Questo tipo di rapporto è in grado di condizionare la formazione della frase perché, mano a mano che si avanza, si devono operare alcune scelte, che possono essere possibili o meno. Prendiamo in esame una frase senza dividerla come dovremmo: siamoandatiadascoltareilconcertodimusicaclassica Questa frase appare come una sequenza senza distinzioni perché è ciò che un individuo potrebbe sentire non conoscendo il codice di una comunità. In italiano il lavoro di distinzione dei segni è più difficile. L’ampia mobilità degli elementi all’interno di una frase non permette di riconoscere i segni immediatamente rispetto alla fissità delle parole che troviamo in inglese e tedesco.

riconosciamo un significato come per s- ; con un’altra espressione, sono significanti con un loro significato. Breccia è il nucleo semantico sul quale ci concentriamo e dal quale partiamo per arrivare al significato della parola originaria. Questi segni scomposti in unità più piccole si chiamano morfemi, che possono essere lessicali, extralinguistici o metalinguistici (che rimandano alla grammatica). In italiano la scomposizione in segni più piccoli è molto ricorrente, mentre in altre lingue non avviene sempre. Esistono alcune parole dette monomorfematiche che non possono essere scomposte, come per , tra , il , di e via dicendo. La seconda articolazione prevede un’ulteriore segmentazione delle parole in fonemi, le unità minime di suono. In sé non hanno significato, ma sono riconoscibili come unità di significanti combinati tra loro. I fonemi possono comporre i segni attraverso alcuni suoni significanti. Ad esempio arpa nella seconda articolazione viene divisa nel seguente modo: a-r-p-a , dove troviamo i fonemi /a/ , /r/ , /p/. Condividono lo stesso suono ma non sono segni portatori di significato. Es. Ieri notte non sono riuscita ad addormentarmi per il rumore. I articolazione Ieri= monomorfemica nott-e= morfema non= monomorfermica s-ono= morfema riusci-t-a= morfema; -t- è il morfema del participio passato ad= monomorfemica addormentar-mi= morfema per= monomorfemica il= monomorfemica rumor-e= morfema II articolazione i-e-r-i= 4 fonemi n-o-tt-e= 4 fonemi; la -tt essendo lunga equivale ad un unico suono n-o-n= 3 fonemi s-o-n-o= 4 fonemi r-i-u-sc-i-t-a= 7 fonemi; -sc vale come unico suono a-d= 2 fonemi a-dd-o-r-m-e-n-t-a-r-m-i= 12 fonemi p-e-r= 3 fonemi i-l= 2 fonemi r-u-m-o-r-e= 6 fonemi

Fonetica e fonologia

La fonetica è una branca della linguistica che studia i suoni linguistici del linguaggio o delle lingue nella loro particolare sostanzialità, ovvero i segnali.

Si occupa di tre campi: la produzione, la percezione e l’acustica. La produzione, chiamata anche fonetica articolatoria, riguarda la maniera nella quale i suoni delle lingue vengono prodotti materialmente dall’apparato fonatorio. La percezione studia come vengono uditi e percepiti i suoni nel percorso udito-cervello. L’acustica si occupa delle caratteristiche acustiche o fisiche del suono in base ai parametri fisici delle nostre produzioni. La fonologia talvolta viene associata alla fonetica, ma in realtà non sono sinonimi. Infatti la fonologia studia come si passi dai suoni ai fonemi e come si rendano significanti alcuni suoni fonetici. Si tratta dei fonemi che costituiscono la forma astratta del significante.

I suoni linguistici

Il nostro apparato fonatorio è capace di produrre una quantità innumerevole di suoni, ma nel corso del tempo abbiamo scelto, come parlanti delle lingue, solo una parte della sostanza fonica. Abbiamo adottato quelli che ci risultavano più funzionali ai meccanismi di articolazione e di percezione uditiva e più facili da tradurre nella catena fonica. Molti suoni ricorrono nelle lingue nonostante la grande varietà. L’essere umano non dispone di un apparato apposito per la fonazione. Essa dipende da organi la cui funzione è diversa: polmoni, faringe, lingua, denti servono per la respirazione e l’assunzione degli alimenti. Brevemente il processo di fonazione attraverso la quale articoliamo le parole può essere schematizzato come segue: polmoni→trachea→glottide (corde o pliche vocali)→ faringe→bocca. Alcuni suoni, non esistendo nel nostro apparato fonologico, non siamo capaci di riprodurli, come le nasali francesi oppure lo schwa in tedesco. Se ci dovessimo limitare alla fonte per un suono, sentiremo solo un suono flebile, pertanto la bocca diventa il nostro risuonatore che, in base alle forme assunte, modifica i suoni. La lingua può muoversi sia orizzontalmente che verticalmente; può toccare i denti e gli alveoli oppure anche le labbra, ma quest’ultimo è un fenomeno assai raro. La sua mobilità interna è grande, anche se non può muoversi in tutte le direzioni. A seconda del cambiamento della forma della bocca con la lingua o della presenza di ostacoli od ostruzioni, la fuoriuscita del suono varierà e sarà diverso. Inoltre l’articolazione dei suoni è molto condizionata da ciò che precede e da ciò che segue. I movimenti che seguiamo non sono mai gli stessi perché così si risparmia energia articolatoria. Bisogna considerare ora la grandezza del condotto vocalico che è ineguale da individuo a individuo, ma per semplificazione, lo si analizza in base all’età e al sesso. Se il condotto vocalico è grande come quello di un uomo, prendendo in considerazione un’unità di tempo (un millisecondo), le corde vocali vibreranno un numero di volte piuttosto basso per via della grandezza del condotto e per il tragitto più lungo. La sua bassa frequenza determina il tono di voce relativamente basso negli uomini. Sempre nella stessa unità di tempo, ma esaminando il condotto vocalico di una donna, risulta più piccolo e, di conseguenza, la sua frequenza sarà più alta di quella di un uomo; nei bambini è ancora più alta di questa, avendo il condotto vocalico ancora più piccolo. Quando parliamo le pliche vocali sono costantemente tese. La loro frequenza con cui queste vibrano determina la frequenza di voce; a sua volta la frequenza di vibrazione è data da un numero di volte in cui vibrano in una data unità di tempo.

1.1 Occlusive bilabiali

Le consonanti occlusive bilabiali possono essere sia sorde che sonore e sono la [p] e la [b]. Nella trascrizione della tabella i suoni sordi sono scritti prima di quelli sonori. Le occlusive in genere devono essere accompagnate da una vocale altrimenti non si percepirebbero. La [p] è sorda e corrisponde alla p in papà ; la [b] è sonora, come in balaustra.

1.2 Occlusive dentali

La punta della lingua tocca tra gli alveoli e i denti, ma in altri casi è più arretrata e tocca solo gli alveoli e la lingua è più piatta. Sono la [t] e la [d]. In italiano, un esempio in cui vengono toccati sia gli alveoli che i denti, lo si trova in timore , invece nel verbo inglese take oppure in tavolo la lingua è più arretrata (in questo ultimo caso vengono anche definite occlusive alveolari). Ta rispetto a ti è meno avanzata perché, come vedremo, la i è una vocale alta anteriore.

1.3 Occlusive retroflesse

La lingua non tocca gli alveoli rimanendo con la punta verso l’anteriorità, ma si flette un po’ all’indietro. Questo suono lo si può ritrovare nel dialetto siciliano, ma non in italiano. E’ indicato dai simboli [ʈ] e [ɖ]. Ad esempio bedda contiene una occlusiva retroflessa.

1.4 Occlusive palatali

La lingua è un po’ schiacciata sul palato e vengono prodotti i suoni sordi [k] e [g].

In napoletano, nella parola chiù , si ottiene questo suono, come anche nella parola caro , però tra i due c’è una lieve differenza: in chiù la lingua è molto vicina al palato, in caro la lingua è ferma e si verifica un’ostruzione a livello del velo. Entrambe sono sorde.

1.5 Occlusive glottidali

Non è presente in italiano, ma in altre lingue sì, come l’inglese (nel cockney londinese) e il tedesco. Si tratta di un colpo di glottide in cui l’aria fuoriesce con un brusco fruscio. Ad esempio la parola bottle presenta il colpo di glottide, accentuato specialmente nel dialetto cockney. Il suo simbolo è [ʔ], ed è indistinto.

1.6 Nasali

Sono tutte consonanti sonore, in cui il passaggio dell’aria dal naso produce il loro suono caratteristico. Sono diffusissimi in francese, ma esistono anche in italiano e, parzialmente, in inglese. Nella parola italiana “ inferno ” mentre articoliamo la sillaba “ in ” il labbro inferiore tocca i denti superiori e si avverte un leggero passaggio dell’aria dal naso. In inglese, al contrario, nella parola “ new ” la lingua tocca solo gli alveoli, è più arretrata in questo caso. Ciò viene chiamato nasale alveo-palatale; non avviene solo in inglese, ma anche in italiano nella parola “ nano ”. Il simbolo per rappresentarlo è [n] oppure [ɲ], per la m [m] oppure [ɱ]. La nasale palatale si distingue dalle altre prima menzionate perché la lingua risulta più schiacciata sul palato, come in “ gnomo ”. Con la nasale velare, presente anche in italiano, avviene il passaggio dell’aria dal naso con l’abbassamento del velo. In inglese la si trova in parole come “ sing ”, “ king ”. Il suo simbolo è [ɳ].

1.7 Vibranti

Sono tutti suoni sonori e si suddividono in monovibranti dentali e ugolari, questi ultimi sono presenti in francese e tedesco. Nelle monovibranti ugolari il velo vibra, ma per noi parlanti italiani risulta difficile la polivibrazione, tranne a inizio parola che ci risulta più facile ( Mitterand , rauchen ).

1.8 Aricate

Le affricate sono consonanti prodotte in due fasi distinte: un’occlusiva e una fricativa. Avviene la chiusura di due organi fonatori nel canale orale, poi un successivo e graduale rilascio dell’aria. Possono essere sia sorde che sonore. Le più frequenti sono [ts], [dz], [tʃ] e [dʒ].

1.9 Fricative

Le fricative sono consonanti che per essere prodotte devono coinvolgere organi che si restringono nella cavità orale. Questi organi si avvicinano, ma non si chiudono. Attraverso la stretta fessura passa l’aria che provoca una frizione. Le fricative sono prolungabili a piacimento a differenza delle occlusive. I suoi simboli sono, ad esempio, tra i tanti, [f], [v], [ʃ], [ʒ].