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Lucano e Giovenale appunti, Appunti di Latino

Stile, lingua, opere di Lucano e Giovenale

Tipologia: Appunti

2024/2025

Caricato il 04/01/2026

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LUCANO
1. Un momento di ripensamento e revisione di forme e contenuti
Dopo l'Eneide, riconosciuta subito come poema nazionale romano, l'epica latina subì un
ripensamento. L'eccellenza di Virgilio divenne un modello monumentale con cui gli autori
successivi dovettero confrontarsi, spesso prendendo strade diverse. Alcuni si allontanarono
dal modello per ragioni ideologiche, mentre altri lo venerarono, ma tutti dovettero
confrontarsi con esso.
Non casualmente infatti Ovidio, primo epico dopo Virgilio, innovò fortemente il genere
contaminando le sue Metamorfosi con altri generi letterari e introducendo molteplici punti di
vista narrativi, tecnica già in parte presente nell’Eneide.
La prima età imperiale vide la produzione di numerosi poemi epici, ma di molti restano solo
frammenti o i nomi degli autori. Si sviluppò l’epica storica, come il Bellum Actiacum di Gaio
Rabirio, le Res Romanae di Cornelio Severo e un poema sulle imprese di Germanico di
Albinovano Pedone.
In età neroniana si affermò anche l’epica mitologica, con opere come i Troica di Nerone e
l’Ilias Latina, un compendio ridotto a mille esametri dell’Iliade, importante per la diffusione
del mito troiano durante il Medioevo, poiché in Occidente si smise di leggere il greco.
1.2 Lucano: biografia e Bellum civile
Marco Anneo Lucano nacque a Cordova nel 39 d.C., figlio di Marco Anneo Mela, il fratello
minore di Seneca. Fu educato a Roma alla scuola del filosofo stoico Anneo Cornuto e
completò la propria formazione ad Atene.
Grazie al suo talento e all’influenza dello zio, Lucano entrò presto nella cerchia di amici di
Nerone, recitando le Laudes Neronis durante i Neronia del 60 d.C.
Tuttavia, secondo la tradizione antica, fu l’invidia che causò la sua caduta in disgrazia
presso Nerone. In realtà, è più probabile che le sue forti simpatie repubblicane lo
allontanarono dal favore dell’imperatore, soprattutto dopo l’allontanamento di Seneca dalla
corte nel 62 d.C. Nel 65 d.C., Lucano partecipò alla congiura di Pisone contro Nerone.
Quando la cospirazione fu scoperta, Lucano, insieme ad altri cospiratori, fu condannato al
suicidio. Tacito, in Annales XV, 70, ci racconta che Lucano, mentre moriva dissanguato, con
lucidità ricordò un carme che aveva scritto, in cui descriveva un soldato ferito che moriva
come lui. Lucano recitò quei versi come le sue ultime parole.
La sua opera principale, Bellum civile (conosciuto anche come Pharsalia), è un ampio
poema epico-storico in 8060 esametri che narra la guerra civile tra Cesare e Pompeo.
L’opera ci è giunta incompleta, interrompendosi bruscamente al libro X, che inizia con la
rivolta di Alessandria contro Cesare.
È probabile che l’opera dovesse essere composta da dodici libri, come l’Eneide di Virgilio,
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LUCANO

1. Un momento di ripensamento e revisione di forme e contenuti

Dopo l' Eneide , riconosciuta subito come poema nazionale romano, l'epica latina subì un ripensamento. L'eccellenza di Virgilio divenne un modello monumentale con cui gli autori successivi dovettero confrontarsi, spesso prendendo strade diverse. Alcuni si allontanarono dal modello per ragioni ideologiche, mentre altri lo venerarono, ma tutti dovettero confrontarsi con esso.

Non casualmente infatti Ovidio , primo epico dopo Virgilio, innovò fortemente il genere contaminando le sue Metamorfosi con altri generi letterari e introducendo molteplici punti di vista narrativi, tecnica già in parte presente nell’ Eneide.

La prima età imperiale vide la produzione di numerosi poemi epici, ma di molti restano solo frammenti o i nomi degli autori. Si sviluppò l’ epica storica , come il Bellum Actiacum di Gaio Rabirio, le Res Romanae di Cornelio Severo e un poema sulle imprese di Germanico di Albinovano Pedone. In età neroniana si affermò anche l’ epica mitologica , con opere come i Troica di Nerone e l’Ilias Latina, un compendio ridotto a mille esametri dell’Iliade, importante per la diffusione del mito troiano durante il Medioevo, poiché in Occidente si smise di leggere il greco.

1.2 Lucano: biografia e Bellum civile

Marco Anneo Lucano nacque a Cordova nel 39 d.C ., figlio di Marco Anneo Mela, il fratello minore di Seneca. Fu educato a Roma alla scuola del filosofo stoico Anneo Cornuto e completò la propria formazione ad Atene.

Grazie al suo talento e all’influenza dello zio, Lucano entrò presto nella cerchia di amici di Nerone , recitando le Laudes Neronis durante i Neronia del 60 d.C. Tuttavia, secondo la tradizione antica , fu l’invidia che causò la sua caduta in disgrazia presso Nerone. In realtà, è più probabile che le sue forti simpatie repubblicane lo allontanarono dal favore dell’imperatore, soprattutto dopo l’allontanamento di Seneca dalla corte nel 62 d.C. Nel 65 d.C., Lucano partecipò alla congiura di Pisone contro Nerone.

Quando la cospirazione fu scoperta, Lucano, insieme ad altri cospiratori, fu condannato al suicidio. Tacito, in Annales XV, 70, ci racconta che Lucano, mentre moriva dissanguato, con lucidità ricordò un carme che aveva scritto, in cui descriveva un soldato ferito che moriva come lui. Lucano recitò quei versi come le sue ultime parole.

La sua opera principale, Bellum civile (conosciuto anche come Pharsalia ), è un ampio poema epico-storico in 8060 esametri che narra la guerra civile tra Cesare e Pompeo. L’opera ci è giunta incompleta, interrompendosi bruscamente al libro X, che inizia con la rivolta di Alessandria contro Cesare. È probabile che l’opera dovesse essere composta da dodici libri , come l’Eneide di Virgilio,

e che la narrazione si sarebbe estesa almeno fino alla battaglia di Munda (45 a.C.) o a quella di Filippi (42 a.C.). Lucano si basò su fonti come i libri di Tito Livio sulla guerra civile e le opere storiche di Seneca il Retore e di Asinio Pollione. Tuttavia, Bellum civile non ha la pretesa di essere un’opera storica attendibile : include, infatti, eventi non veritieri, come la partecipazione di Cicerone tra le forze pompeiane alla battaglia di Farsàlo.

Oltre al Bellum civile , Lucano scrisse altre opere: una tragedia Medea , un poemetto mitologico dedicato a Orfeo, un epos sulla guerra di Troia, le Silvae e dei libretti per pantomimi. Nonostante la sua morte prematura, Lucano lascia un’impronta significativa nella letteratura epica romana, soprattutto con il suo poema che descrive l’epica della guerra civile, ma sempre con una narrazione più drammatica e non storica.

1.3 La suddivisione del Bellum civile

Libro I

Dopo il proemio, in cui trovano spazio anche gli elogi di Nerone (sulla cui interpretazione la critica non è concorde), Lucano espone le cause della guerra civile. La narrazione si apre con Cesare che attraversa il Rubicone (gennaio del 49 a.C.): il terrore si diffonde a Roma, dove presagi paurosi fanno prevedere la catastrofe.

Libro II

Dopo aver riportato i lamenti del popolo che, ricordando le stragi dei tempi di Mario e Silla, afferma che lo scontro tra Cesare e Pompeo ne provocherà di peggiori, il poeta narra dell'incontro notturno tra il cesaricida Bruto e Catone il Giovane. Il primo è incerto se impegnarsi in una guerra che comunque porterà all'instaurazione del dominio assoluto del vincitore, ma il secondo lo persuade a combattere comunque, scegliendo la causa repubblicana difesa da Pompeo. Cesare incalza e Pompeo fugge dall'Italia.

Libro III

Il fantasma di Giulia, figlia di Cesare e prima moglie di Pompeo, appare in sogno al marito, rinfacciandogli le nuove nozze con Cornelia e predicendogli sventure. Cesare entra vittorioso a Roma, mentre Pompeo raduna le forze alleate (presentate con un catalogo tipico del genere epico). L'azione si sposta a Marsiglia, conquistata da Cesare dopo una violenta battaglia navale.

Libro IV

Durante la campagna di llerda in Spagna, gli eserciti nemici fraternizzano, rendendosi conto dalla disumanità della guerra civile, ma in breve le ostilità riprendono. Seguono vari episodi di guerra, tra cui spicca il suicidio di massa dei cesariani guidati da Vulteio, per non cadere nelle mani dei nemici, e la sconfitta di Curione in Africa.

Libro V

Il senato, riunitosi in Epiro, invia il pompeiano Appio a consultare l'oracolo di Delfi, che emette però una profezia ambigua. Cesare, per ricongiungere le proprie truppe a quelle di Antonio, si fa traghettare di notte dal barcaiolo Amicla; durante la traversata li sorprende una terribile tempesta, da cui si salvano fortunosamente. Intanto, dopo aver detto addio a

civile non racconta un mito di fondazione , come la nascita di Roma nell’ Eneide , ma una spietata rappresentazione della guerra civile tra Cesare e Pompeo, che portò alla distruzione delle istituzioni repubblicane.

Lucano, dunque, rovescia il modello virgiliano, opponendosi ai miti augustei e al poema celebrativo. Questo atteggiamento di contestazione è evidente fin dal proemio dell’opera, in cui Lucano espone la materia con toni di denuncia:

Guerre piu atroci delle civili (bella ... plus quam civilia) sui campi d'Emazia [= Tessaglia] cantiamo e il crimine divenuto diritto, e un popolo potente voltosi con la destra vittoriosa contro le sue stesse viscere, e schiere consanguinee, e infranta l'unità dell'impero, una lotta con tutte le forze del mondo sommosso per compiere un comune misfatto, avverse a ostili insegne

Lucano dice “Guerre più atroci delle civili” e descrive una lotta fratricida , dove il popolo romano è diviso non solo politicamente , ma anche nella propria stessa famiglia , con Pompeo che è genero di Cesare, avendo sposato la figlia Giulia. A differenza dell’ Eneide , che inizia con il celebre arma virumque (le armi e l’uomo), sottolineando la dolorosa missione di Enea per trovare il posto nel Lazio, dove fondare una nuova città, cioè Roma, Lucano denuncia proprio il dissolvimento dell’unità di Roma, evocando una guerra che distrugge le stesse radici familiari e sociali della nazione.

Il Bellum civile si distingue per la tragicità della materia trattata, in particolare le guerre intestine e quelle tra parenti, che solitamente erano prerogativa della tragedia. Lucano, sviluppando temi già accennati da Virgilio, le trasforma in oggetto centrale del suo poema. L’epica di Lucano prende le distanze dallo scopo celebrativo delle epiche precedenti, assumendo toni cupi e disperati, senza spazio per una visione provvidenziale.

Il senso di ineluttabilità del destino e la malvagità del fato, che cospira contro Roma, si avvicinano più al clima delle tragedie di Seneca che all’ Eneide. Quando Lucano scrive il poema, la storia imperiale sembra già aver minato le fondamenta della politica augustea.

Per queste ragioni, gli studiosi definiscono il Bellum civile una " anti - Eneide " e Lucano un " anti - Virgilio ". L’ Eneide è fondata su una missione provvidenziale, guidata dagli dei, mentre nel Bellum civile il mondo è dominato da un fato maligno, descritto come invida fotorum series ("il malevolo susseguirsi dei fati"). In questo poema, gli dèi sono assenti , segnando una novità per l’epica: la battaglia di Farsalo, che Lucano definisce il " funerale del mondo ", è il simbolo della cieca fatalità. Lucano argomenta che, se gli dei fossero davvero benigni e reggessero il mondo, non avrebbero permesso il trionfo di Cesare senza intervenire.

Tra i popoli che sopportano un dominio la sorte peggiore è la nostra [= di noi Romani] perché ci vergogniamo di servire. Certamente non abbiamo dèi, perché intere generazioni governa il cieco caso; mentiamo che Giove esiste. Guarderà dal sommo dell'etere [= del cielo] le stragi tessaliche [= stragi a Farsàlo, in Tessaglia] e avrà in pugno le folgori! ... Gli dei non si curano delle cose mortali.

Qui Lucano, nel Libro VII , deplora la sorte di Roma, accusando un destino cieco e malvagio che guida gli eventi. Nei versi, descrive l’indifferenza degli dèi verso le stragi a Farsalo, battaglia che viene definita “funerale del mondo”, che segnano l'inizio della fine per Pompeo e la Repubblica.

La battaglia rappresenta un conflitto non solo tra generi (Pompeo e Cesare), ma tra le forze distruttive incarnate da Cesare e la legalità repubblicana difesa da Pompeo. Nonostante il simbolo della potenza ordinatrice di Giove, gli dèi non intervengono a fermare l’empietà, segnando l’indifferenza divina.

Per questo, Emanuele Narducci definisce Lucano uno "stoico che ha perso la fede", poiché la catastrofe narrata nel poema prova che gli eventi non sono guidati da una mente razionale e che gli dèi, se esistono, non si preoccupano degli uomini.

Sebbene gli dèi siano distanti, Lucano include elementi sovrannaturali nel poema, come digressioni mitologiche (ad esempio, la nascita dei serpenti in Libia e il mito di Ercole e Anteo), visioni e profezie (come quella di Nigidio Figulo e l’oracolo di Delfi), e pratiche magiche (come la strega Eritto).

Lucano, come un pensatore tragico, denuncia il disordine del mondo, che si manifesta nella guerra tra cittadini romani e nel crollo delle istituzioni repubblicane. Prevede che, alla fine, rimarrà solo un governo autoritario. Mentre l' Eneide promette una pacificazione a lungo termine con l'età augustea, Lucano prevede una pacificazione solo sotto il dominio di un padrone.

Il rovesciamento dell' Eneide è evidente anche nella struttura del poema. Un esempio è il libro VI , dove Lucano immagina che Sesto Pompeo vada dalla maga Eritto per un vaticinio sulla guerra. La strega resuscita un cadavere che profetizza la sconfitta di Pompeo, rovesciando il modello virgiliano in cui Enea scende agli Inferi per ricevere un vaticinio di grandezza per Roma. Lucano , invece, non descrive una catabasi (dal greco, la discesa agli Inferi), ma fa irrompere l'inferno sulla Terra, con un'azione contro natura.

Nel libro II, dopo aver riannodato il vincolo matrimoniale con la moglie Marcia, dà prova della sua virtù stoica, rifiutando qualsiasi compromesso morale. Catone, quindi, emerge come il modello di virtù che Lucano idealizza , ma anche come simbolo della purezza e dell'intransigenza di fronte alla corruzione della politica romana.

Catone incarna nel Bellum civile i valori che avevano reso grande la Roma repubblicana , come la virtù e la severità dello stoicismo. Proprio per questo, si schiera dalla parte di Pompeo, in difesa delle istituzioni repubblicane. Sebbene Lucano non narri direttamente la sua morte , si sa che, dopo la sconfitta di Pompeo e la vittoria di Cesare a Tapso , Catone si suicida.

Nel poema, è rappresentato come un personaggio che affronta con determinazione le difficoltà , come l’attraversamento del deserto libico infestato da serpenti, senza mai cedere alla paura o alla debolezza.

Lo stoicismo di Catone si inserisce come una delle strutture ideologiche principali dell'opera, ma, nonostante la sua fermezza, il personaggio non è immune dalla riflessione sul destino.

Catone stesso riconosce che la malvagità del fato e l’indifferenza degli dèi stanno portando Roma alla rovina. La sua lotta è quindi un tentativo di contrastare questa malvagità, ma, pur rimanendo incrollabile nella sua virtù, è destinato a soccombere.

Lucano utilizza il personaggio di Catone per mettere in luce la contraddizione tra la virtù umana e il dominio di un destino crudele, opposto a ogni ragionevole progetto umano. In questo contesto, il poeta suggerisce che la causa dei vincitori (Cesare) è quella che piace agli dei , mentre quella dei vinti (Pompeo, e quindi anche Catone) è condannata a fallire , come esemplificato nella celebre frase: "la causa dei vincitori piace agli dei, quella dei vinti a Catone" (I, v. 128).

1.6 La lingua e lo stile

Quintiliano considerava il Bellum civile più adatto ai retori che ai poeti , riconoscendo in esso una tecnica compositiva che, pur mantenendo alcune caratteristiche tradizionali dell'epica, risulta innovativa.

Lucano segue una narrazione cronologica , selezionando eventi e modulando il tempo del racconto in base alla loro importanza, similmente a Virgilio nell'Eneide. Tuttavia, frequentemente interrompe la narrazione con ampie digressioni , come quella geografica sulla Tessaglia, che permettono a Lucano di inserire la sua dottrina, affrontando argomenti complessi e resi più accattivanti dalla forma poetica.

Lo stile di Lucano, influenzato dalla retorica imperiale , è caratterizzato da frasi brevi e memorabili ( sententiae ), che catturano l'attenzione del lettore, un approccio ereditato da Seneca. Queste frasi, come quella che descrive Cesare, sono incisive e incisive.

Lucano usa questi mezzi stilistici per esprimere l'orrore e la tragicità della guerra civile,

amplificando la tensione attraverso un linguaggio complesso e straordinario. Ad esempio, l'uso di antitesi , ossimori ed enjambement accentua il disordine e la catastrofe della guerra fratricida , creando un nuovo sublime che riflette la realtà assurda e perversa della guerra.

Il linguaggio, quindi, si adatta perfettamente all'atmosfera cupa e macabra del poema , con descrizioni truculente delle morti e delle atrocità, tipiche della tradizione delle tragedie senecane. Lucano usa la violenza e il macabro per denunciare la degenerazione della guerra civile, come nel caso del supplizio inflitto da Silla a Marco Gratidiano , un atto di crudeltà che illustra la perversione della guerra tra romani.

Il Satyricon mescola satira sociale e critica ironica alla Roma imperiale , utilizzando un linguaggio sofisticato e provocatorio che si adatta perfettamente al suo tema principale: la decadenza della società romana.

2.2 Il Satyricon

Il titolo dell'opera di Petronio, Satyricon , deriva dal greco satyrikos (relativo ai Satiri ) e può essere inteso come «libri di storie satiresche», pertanto il titolo completo dovrebbe essere “Satyricon Libri” , probabile riferimento a Ovidio ( Metamorphoseon libri ). Il titolo allude alla licenziosità dei Satiri , figure mitologiche simbolo di comportamento disinibito.

Non si esclude, tuttavia, una connessione con la satura menippea , un genere satirico che mescolava prosa e poesia. Già dal titolo, emerge un'opera difficilmente classificabile in un singolo genere, ma che si distingue per la varietà , la parodia e il trattare tematiche spinte.

Il Satyricon era originariamente un’opera molto lunga, composta da una combinazione di prosa e versi. Ci sono giunti solo frammenti , riguardanti i libri XIV, XV e XVI , e si sa che questi erano preceduti da almeno tredici libri andati perduti e seguiti da altri libri di numero imprecisato.

L’opera può essere considerata una sorta di "Odissea burlesca" , in cui un gruppo di emarginati vive delle avventure. Il protagonista, simile a Ulisse , viaggia per mare e per terra, perseguitato dal dio Priapo , che lo insegue con la stessa ostilità che Poseidone riservava a Ulisse nell'epopea omerica. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’opera fosse composta da ventiquattro libri , ma questa ipotesi non è confermata.

2.3 La trama del Satyricon

Capitoli 1-

I frammenti superstiti iniziano in una non meglio precisata Groeca urbs dell'Italia meridionale (forse Napoli o qualcuno dei centri vicini come Cuma o Pozzuoli ). Il narratore, un giovane di nome Encolpio , è impegnato in un'animata conversazione con il retore Agamennone , relativa alla decadenza dell'oratoria (parodia di un tema di moda tra gli intellettuali dell'epoca: basta pensare al Dialogus de oratoribus di Tacito). Accortosi che l'amico Ascilto lo ha piantato in asso, Encolpio si allontana dalla scuola di retorica, cercando di rintracciarlo; dopo essersi casualmente ritrovati in un bordello , i due tornano alla locanda dove alloggiano insieme all'avvenente giovinetto Gitone , di cui sono entrambi invaghiti.

Capitoli 12-

Gitone fomenta la gelosia tra Ascilto ed Encolpio , che decidono quindi di separarsi - non prima, però, di aver guadagnato un invito a cena, ottenuto tramite il retore Agamennone. Recatisi al mercato per vendere alcune vesti rubate, Ascilto ed Encolpio recuperano, per un caso fortunato, una tunica piena di monete d'oro e tornano alla locanda.

Qui giunge Quartilla , sacerdotessa di Priapo , dio della virilità; la donna pretende e ottiene che i due partecipino a un rito espiatorio , come ammenda per un sacrilegio che avrebbero inconsapevolmente commesso qualche tempo prima nei confronti del dio. Ascilto ed Encolpio , accompagnati da Gitone , si ritrovano dunque coinvolti in un'estenuante e disgustosa orgia. Vengono salvati da un servo di Agamennone , che ricorda loro l' invito a cena.

Capitoli 27-

Inizia qui l'episodio più lungo e meglio conservato del Satyricon , la Cena Trimalchionis («cena di Trimalchione»), dal nome del padrone di casa, un liberto rozzo e ignorante, ma enormemente ricco. Una volta entrati nella casa del liberto, Encolpio e compagni vengono letteralmente sopraffatti dal cattivo gusto e dall' ostentazione pacchiana che caratterizzano il banchetto, popolato da arricchiti rozzi e superstiziosi, che vivono solo del culto del denaro. Con il procedere della cena e delle bevute, il clima diventa sempre più surreale : Trimalchione dà lettura del suo testamento in mezzo alla commozione generale e poco più tardi, dopo un bagno caldo che coinvolge tutti i commensali, il padrone di casa arriva a simulare il proprio funerale , con un tale baccano che le guardie notturne irrompono in casa, sfondando la porta. Approfittando di questo diversivo, Encolpio e compagni riescono a fuggire.

Capitoli 79-

Tornati nella locanda , scoppia una nuova scenata di gelosia tra Encolpio e Ascilto , i quali alla fine affidano all'amato Gitone la scelta del proprio compagno. Gitone sceglie Ascilto , lasciando Encolpio in preda alla disperazione. Quest'ultimo si reca poi in una pinacoteca dove conosce Eumolpo , un poeta squattrinato che dà mostra della propria bravura recitando una Troiae halosis («Presa di Troia») in trimetri giambici: anche Nerone aveva composto un poema così intitolato, per cui in questo episodio si può scorgere una beffa sulle velleità poetiche del megalomane imperatore. Gli astanti non gradiscono e, a forza di sassate, costringono i due alla fuga. Giunti alle terme , vi trovano Gitone , che supplica Encolpio di riprenderlo con sé: Ascilto infatti si è rivelato un uomo violento e brutale.

Capitoli 92-

Il trio costituito dai due amanti e dal vecchio poeta (che, peraltro, non è affatto insensibile al fascino del ragazzino) decide quindi di imbarcarsi e di salpare. Il proprietario della nave, tuttavia, è un certo Lica , che in passato ha subito gravi danni proprio da Encolpio. La situazione sta per precipitare, ma anche per merito dei racconti divertenti di Eumolpo viene raggiunta una tregua ; una tempesta , subito dopo, fa naufragare la nave nei pressi di Crotone.

Capitoli 116-

A Crotone , Eumolpo si fa passare per un ricco possidente , accompagnato da due servi; ciò permette al trio di farsi offrire cene e regali dai cacciatori di eredità. La situazione sembra volgere al meglio, ma Encolpio si scopre impotente e, dopo essersi sottoposto a rituali umilianti , riacquista la virilità per merito di Mercurio. Poiché gli abitanti della città cominciano a sospettare di essere stati ingannati , Eumolpo scrive anche il proprio testamento , nel quale dichiara che la sua (inesistente) eredità andrà

dramotiko (azioni drammatiche) o plòsmota (finzioni), segno di un genere che non aveva una sua definizione precisa. L’incertezza del termine denota anche una certa marginalità del genere, che si sviluppò successivamente alla codifica della letteratura classica da parte di Aristotele e dei grammatici alessandrini (tra il IV e il III secolo a.C.).

Dei cinque romanzi greci superstiti, Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio e le Storie pastorali di Longo Sofista appartengono al II-III secolo d.C. Altri romanzi, come Anzia e Abrocome di Senofonte Efesio e le Etiopiche di Eliodoro , risalgono al II e III secolo d.C.

Il romanzo greco sembrerebbe essere nato dalla storiografia ellenistica , che, pur trattando argomenti storici, si arricchiva di elementi fantastici e sentimentali , come nel caso del corteggiamento di Semiramide da parte di Nino. Il passaggio dalla storia romanzata al vero e proprio romanzo d’amore e avventura appare così come un'evoluzione naturale.

La struttura del romanzo, almeno in base agli esemplari sopravvissuti, segue una formula abbastanza standardizzata. Al centro c'è una storia d’amore tra due giovani, che spesso vengono separati da eventi come guerre , incursioni di pirati , equivoci e gelosie. Nonostante le difficoltà, i protagonisti rimangono fedeli e alla fine si riuniscono , raggiungendo il lieto fine.

Vi sono tuttavia alcune eccezioni, come Leucippe e Clitofonte , che include temi più audaci, come l’ infedeltà del protagonista maschile. Sebbene la maggior parte dei romanzi presentasse un messaggio edificante , il successo di alcuni romanzi, come le Etiopiche di Eliodoro , potrebbe essere stato dovuto proprio a questa struttura moralmente rassicurante.

Va notato che, purtroppo, molti romanzi greci sono andati perduti , ma frammenti di papiri egiziani ci hanno permesso di conoscere l’esistenza di romanzi più audaci e meno raffinati , scritti in un greco meno curato e ricchi di episodi picareschi e scandalosi. Un esempio sono le Storie Fenicie di Lolliano , risalenti alla fine del II secolo, che includono scene di cannibalismo e orge.

Questi testi ridimensionano l’apparente anomalia del Satyricon , che nonostante sembri distaccarsi dai romanzi greci canonici, potrebbe aver avuto influenze da questi " romanzi perduti ", più disinibiti e scandalosi.

2.5 Il mondo di Petronio

Il mondo di Petronio , nei frammenti che ci sono giunti, è popolato da personaggi miserevoli e immorali : truffatori , adulatori , poeti senza futuro , liberti arricchiti , e uomini parassiti. Nessuno di questi è positivo: la società che emerge è quella dei bassifondi , con persone ai margini della legge.

Questi personaggi non esprimono il mos maiorum che l’ aristocrazia romana considerava fondamentale. Petronio , tuttavia, non condanna moralmente queste figure, ma le osserva con ironia e distacco.

Il Satyricon è un’opera eminentemente comica che riflette la realtà , coinvolgendo in particolare gli strati più bassi della società romana , pur senza limitarsi a essi. La lingua di Trimalchione , plebea e volgare , si alterna a quella raffinata di Eumolpo , e le scene di sesso sconvenienti si contrappongono a descrizioni artistiche elaborate tipiche della letteratura ellenistica.

Encolpio , il narratore, è un personaggio ambiguo : da un lato, è un ribaldo pronto a tutto, ma dall’altro è imbevuto di letteratura e retorica , e spesso interpreta le proprie disavventure secondo clichè letterari e filosofici.

In questo modo, Petronio non offre solo singole scene di realismo , ma riflette comicamente tutta la società romana , come se il Satyricon fosse una vera e propria rappresentazione del mondo, nella sua totalità. In tal senso, Petronio può essere considerato il precursore della letteratura del " vero " nell’antichità.

In aggiunta al registro comico , c'è un altro elemento centrale nell’opera: il " grottesco ". Questo si esprime attraverso la deformazione esagerata di personaggi e situazioni, che vengono ingigantiti e distorti in una sorta di dramma buffonesco , dove al ridicolo si mescola il paradossale.

Sebbene ci siano scene violente , come percosse , risse e gelosie , tutte si concludono con una risata liberatoria. Persino la morte di Lica , l’unico personaggio che muore nell’opera, è trattata con un epitaffio burlesco , quasi uno scherno sul destino degli esseri umani, come evidenziato dalla frase paradossale: « Ecco come vanno a finire i progetti dei mortali... come l’uomo s’affanna a nuotare ».

2.6 Il personaggio di Trimalchione

Il banchetto di Trimalchione ( Satyricon 27-78 ) è l’episodio più celebre dell’opera, un vero e proprio " racconto nel racconto ", dove il liberto arricchito Trimalchione ospita amici e parassiti a una cena sfarzosa.

Il suo nome stesso, derivato dal prefisso " tri- " e " molchio ", che indica un parvenu (persona arricchitasi molto velocemente) volgare, evoca un uomo che è diventato ricco grazie alla sua furbizia. Trimalchione è un liberto che, superando il suo padrone, ne è diventato l’ erede , e ha accumulato una fortuna ancora maggiore.

La cena di Trimalchione è la parodia di banchetti letterari come quello descritto nel Simposio di Platone , dove si discutono temi filosofici. Trimalchione, invece, rappresenta la negazione di ogni saggezza , un uomo che ostenta il lusso in modo grottesco e che è in tutto e per tutto un ignorante.

Durante il banchetto, si fa portare sulla lettiga , circondato da musicanti , mentre la sala è piena di esagerazioni come orologi che suonano ogni ora per segnare la perdita di tempo e

LA SATIRA, PERSIO E GIOVENALE

3. La satira

La satira , genere letterario romano , compare per la prima volta con Ennio , che la definiva miscellanea , caratterizzata dalla varietà tematica e metrica. Solo con Lucilio (II secolo a.C.) assume una forma definita (l'uso dell' esametro ) e contenuti morali ed etici. In questa fase, il tono era aggressivo , ma con Orazio (I secolo a.C.) la satira si addolcisce, diventando elegante e ironica , esprimendo messaggi morali con benevolenza e comprensione per le debolezze umane. Orazio immaginava il lettore come un interlocutore idealmente posto nella cerchia dei suoi amici.

Con l'era di Nerone , la satira subisce un cambiamento. Persio e Giovenale abbandonano il tono affabile di Orazio per diventare moralizzatori e critici , ispirandosi alla rigorosa visione stoica. Usano l' invettiva tagliente e distruttiva per denunciare i vizi , creando un quadro spietato e pessimistico. Inoltre, la fruizione della satira cambia: dalla lettura individuale di Orazio si passa alla recitazione pubblica , che richiede toni più alti e l'uso di artifici retorici , con il poeta che assume il ruolo di maestro.

3.2 Persio: la biografia

Aulo Persio Flacco nacque nel 34 d.C. a Volterra , città etrusca. Nelle sue satire polemizza con chi esibiva orgogliosamente le proprie origini etrusche, forse un’allusione a qualche membro della sua famiglia. Il suo nome, " Aules ", sembra un compromesso tra il latino Aulus e l’etrusco Aule , suggerendo proprio origini etrusche. Persio rimase orfano di padre a sei anni e, tra i dodici e i tredici anni, fu inviato a Roma per studiare.

A Roma, Persio si legò al filosofo stoico Anneo Cornuto , che fu per tutta la sua vita la figura di riferimento e che lo introdusse allo stoicismo , influenzando il suo rigoroso atteggiamento morale. Persio frequentò personaggi di alto rango contrari al regime di Nerone , come Trasea Peto , Seneca e Lucano. Non è difficile immaginare che, con il tempo, avrebbe potuto essere coinvolto in complotti contro Nerone, ma morì prematuramente nel 62 d.C. , prima di subire tale destino, che colpì i suoi amici.

Quando morì, Persio era ancora agli inizi della carriera poetica. Scriveva lentamente e in modo sporadico. Dopo la sua morte, il maestro Cornuto e l'amico Cesio Basso esaminarono le sue opere, pubblicando le Satire , che, dopo alcuni ritocchi, uscirono nel 62 d.C. e riscossero subito successo.

3.3 Le Satire di Persio

Le Satire di Persio si aprono (o si chiudono, a seconda dei manoscritti ) con un componimento in coliambi che critica aspramente le mode letterarie del tempo. Il poeta si distacca dalle tendenze dominanti, definendosi " semipaganus ", ovvero "mezzo campagnolo", per enfatizzare la sua origine da Volterra. Essendo un outsider , si sente libero di dire la verità , anche a costo di risultare impietoso e sgradevole.

Per Persio, scrivere satire è una necessità viscerale: l'indignazione per il decadimento morale dei suoi contemporanei lo spinge a un linguaggio violento e moralistico , tipico della tradizione stoica. La sua invettiva non è fine a se stessa, ma intende smascherare il vizioso e proporre una sorta di "terapia d'urto" etica. Il poeta concentra la sua attenzione sulla " realtà quotidiana ", che esplora in modo brutale, senza risparmi.

Persio si trova in una posizione difficile: nonostante il suo moralismo infuocato e il suo senso di superiorità , è consapevole che non viene ascoltato e che non ha l'autorità per impartire lezioni morali. Questo lo porta a un tono rancoroso e aggressivo , che sostituisce la pacatezza della satira oraziana. Persio non cerca di convincere, ma gode nel colpire i viziosi , con una critica del vizio che prevale nettamente sulla proposta di modelli virtuosi.

3.6 Giovenale: le Satire

Nel Giovenale dei primi libri delle Satire , la poesia è soprattutto una valvola di sfogo per il poeta, che esprime un rifiuto furioso della società contemporanea. Con toni spesso eccessivi e rabbiosi, la sua satira si distacca dalle forme più eleganti e pacate della poesia a lui contemporanea, in particolare dalle recitazioni e dall'uso di soggetti mitologici.

Giovenale adotta una visione provinciale e moralista , tipica degli italici di buona famiglia e cultura, arrivati a Roma con speranze che si scontrano con la realtà di una metropoli caotica e corrotta. La sua Roma è dominata dal malaffare e dalla degenerazione , non solo tra i ceti bassi, ma anche tra le famiglie nobili , che si preoccupano solo di godere dei piaceri e dei vizi. Il poeta manifesta un disprezzo profondo per gli arrivisti , i truffatori e i ciarlatani , soprattutto quelli di origine greca o orientale , definiti con disprezzo come " grecucci ". Ma anche le matrone romane non vengono risparmiate dalla sua furia: Giovenale le dipinge come figure lontane dai modelli tradizionali di virtù, mostrando, ad esempio, l’imperatrice Messalina come una ninfomane disposta a esercitare la prostituzione nei lupanari. La sua satira si fa così estremamente critica e rancorosa, con una voce di moralista arrabbiato e deluso , che si sente marginalizzato dalla vita e da una società che non riconosce i suoi meriti.

Nei primi libri delle Satire, Giovenale non propone alcuna visione positiva o soluzione per rifondare la società. Non c’è una scuola filosofica di riferimento come nel caso di Persio , ma un rimpianto per i "bei tempi andati", un’epoca vista come età dell'oro , in cui si seguivano i valori del mos maiorum. Questo sguardo nostalgico verso il passato, però, non fa che alimentare il malanimo e la frustrazione del poeta. La sua prospettiva è totalmente rivolta al passato, senza speranza per il presente o il futuro. Tuttavia, negli ultimi due libri della raccolta ( Satire 10-16 ), il tono di Giovenale si attenua leggermente.

Sebbene non manchino ancora esplosioni di rabbia corrosiva , l'indignazione si trasforma in scherno e derisione. Nella Satira 10, Giovenale cita la figura di Democrito , il filosofo che rideva delle miserie della natura umana e delle beffe del destino, come un modello di distacco e saggezza. In queste satire più tarde emergono anche comportamenti positivi e una certa rassegnazione , che può essere associata alla filosofia stoica dell’ apatheia (apatia), ovvero il distacco dalle passioni, come reazione all’ irrazionalità del mondo che lo circonda.

3.7 Lingua e stile di Giovenale

Lo stile di Giovenale riflette la sua visione negativa della vita e della società. Mentre il linguaggio medio, il sermo , era tipico di Orazio e Persio , adatto a un tono più conciliante o pedagogico, Giovenale lo rifiuta. La sua realtà, contaminata dal viz io e dal crimine , richiede una lingua solenne e elevata per trasmettere l’indignazione apocalittica che pervade il poeta, descrivendo crudelmente eventi e vizi. Giovenale attinge allo stile dell' oratoria , dell' epica (in particolare Lucano ) e della tragedia.