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Macbeth - Shakespeare, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Inglese

Appunti dettagliati del corso, presi nelle lezioni frontali

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2024/2025

Caricato il 24/06/2026

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matilde-ginevra-sitran 🇮🇹

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MACBETH INTRODUZIONE
In “Macbeth”, una delle tragedie che appartiene alla fase maggiore di Shakespeare, l’elemento tragico diventa
sempre più compatto, pur sopravvivendo degli elementi comici (che però sono molti meno e meno influenti).
E’tra le opere più brevi di Shakespeare e questo ci consegna un’esperienza drammatica molto particolare,
perché c’è una fortissima accelerazione degli eventi, la natura pienamente tragica dell’opera si palesa molto
prima rispetto alle altre due opere analizzate.
Il protagonista, un po’ come Otello, è un soldato. La prima volta che si menziona Macbeth nell’opera è perché
si è distinto sul campo di battaglia in difesa del re cui è fedele. È quindi una presentazione positiva, non
ambigua. Se vogliamo trovare un filo conduttore con Otello, potremmo dire che anche qui viene presentato
come un buon soldato valoroso e fedele, che poi attraverso una serie di eventi si trasforma in qualcosa di molto
lontano dal modo in cui ci viene descritto all’inizio
Otello è vittima di una figura latamente diabolica come Iago (che ha come modello il vice medievale, ed ha
degli elementi fortemente diabolici di manipolazione della realtà) e tutto avviene all’interno di una dimensione
privata e comunque razionale. In “Macbeth” irrompe molto prepotentemente l’elemento irrazionale, il
confronto con ciò che sembra trascendere i confini dell’umana natura, e in qualche modo suggerire una
dimensione al di là dell’umano (quasi anche aldilà della natura così come la conosciamo), che non abbiamo
incontrato nelle altre opere.
In “Macbeth” ci sono le streghe, sono loro che aprono il dramma. Le streghe sono le rappresentanti di questa
zona di confine tra l’umano e il non umano. Le streghe non appartengono al divino, afferiscono a un mondo
soprannaturale di cui non è troppo precisata la natura. Ce ne accorgiamo dal fatto che per esempio hanno la
barba. Sembrerebbe una cosa buffa, ma in realtà serviva anche a suggerire un’indistinzione di genere, il loro
essere a cavallo tra più generi. Per il pubblico elisabettiano questa coincidenza di generi era vista con molto
sospetto, quasi come mostruosa. Sono di certo capaci di compiere magie, ma soprattutto consegnano delle
profezie.
Le profezie sono l’anticipazione di qualcosa che accadrà. Il mondo antico ricorreva costantemente a questo
espediente: l’Odissea con Ulisse che deve andare nell’altro mondo per avere da Tiresia la notizia che ce ne
vuole prima che torni a casa. La cosa importante è che nella tradizione antica la profezia è quasi sempre
affidabile: Tiresia che dice a Edipo qual è la ragione per cui c’è la peste a Tebe, una volta che ha formulato la
sua profezia, nessuno può dubitare, perché c’è una concezione religiosa che garantisce l’attendibilità della
profezia. Nella tradizione classica le profezie sono sempre vere, non si può profetizzare una cosa che poi non
avviene. In “Macbeth” la faccenda si complica, ma in generale nella cultura elisabettiana, anche a causa della
crisi religiosa che aveva in qualche modo scosso le fondamenta delle certezze religiose, le profezie venivano
spesso usate a scopo di manipolazione. Il fatto che la profezia potesse essere uno strumento di manipolazione
non è presente in “Macbeth”; c’è però il fatto che le profezie delle streghe, non solo non sono molto chiare,
ma hanno un’ambiguità linguistica e retorica che ne fa delle figure minacciose nel loro uso del linguaggio,
ancora prima che nel loro uso di magia vera e propria.
Cosa fanno le streghe in quest’opera? Fanno una serie di profezie al soldato Macbeth su tutti i titoli che riceverà:
profetizzano a Macbeth che lui sarà barone di Cawdor prima e re dopo, e poi dicono all’amico Banquo che lui
non sarà re, ma sarà padre di re, il che significa che Macbeth non sarà padre di re. Ragioniamo sulla modalità
in cui le streghe si impossessano dell’immaginario di Macbeth: appena rientra all’accampamento dopo
l’annuncio delle streghe, viene nominato barone di Cawdor. Questo dà veridicità alla voce delle streghe. Ma
questo è anche il motivo per cui Macbeth e sua moglie decidono di uccidere il re. Invece di aspettare e di
vedere se si sarebbe verificata la seconda profezia, decidono di agire, perché se era vera la prima sarà vera
anche la seconda. È una “self-fulfilling prophecy”, quindi una profezia che si realizza perché siamo noi che,
avendo ricevuto il suggerimento dalla profezia, facciamo ciò che serve per realizzarla.
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MACBETH INTRODUZIONE

In “Macbeth”, una delle tragedie che appartiene alla fase maggiore di Shakespeare, l’elemento tragico diventa sempre più compatto, pur sopravvivendo degli elementi comici (che però sono molti meno e meno influenti). E’tra le opere più brevi di Shakespeare e questo ci consegna un’esperienza drammatica molto particolare, perché c’è una fortissima accelerazione degli eventi, la natura pienamente tragica dell’opera si palesa molto prima rispetto alle altre due opere analizzate. Il protagonista, un po’ come Otello, è un soldato. La prima volta che si menziona Macbeth nell’opera è perché si è distinto sul campo di battaglia in difesa del re cui è fedele. È quindi una presentazione positiva, non ambigua. Se vogliamo trovare un filo conduttore con Otello, potremmo dire che anche qui viene presentato come un buon soldato valoroso e fedele, che poi attraverso una serie di eventi si trasforma in qualcosa di molto lontano dal modo in cui ci viene descritto all’inizio Otello è vittima di una figura latamente diabolica come Iago (che ha come modello il vice medievale, ed ha degli elementi fortemente diabolici di manipolazione della realtà) e tutto avviene all’interno di una dimensione privata e comunque razionale. In “Macbeth” irrompe molto prepotentemente l’elemento irrazionale, il confronto con ciò che sembra trascendere i confini dell’umana natura, e in qualche modo suggerire una dimensione al di là dell’umano (quasi anche aldilà della natura così come la conosciamo), che non abbiamo incontrato nelle altre opere. In “Macbeth” ci sono le streghe, sono loro che aprono il dramma. Le streghe sono le rappresentanti di questa zona di confine tra l’umano e il non umano. Le streghe non appartengono al divino, afferiscono a un mondo soprannaturale di cui non è troppo precisata la natura. Ce ne accorgiamo dal fatto che per esempio hanno la barba. Sembrerebbe una cosa buffa, ma in realtà serviva anche a suggerire un’indistinzione di genere, il loro essere a cavallo tra più generi. Per il pubblico elisabettiano questa coincidenza di generi era vista con molto sospetto, quasi come mostruosa. Sono di certo capaci di compiere magie, ma soprattutto consegnano delle profezie. Le profezie sono l’anticipazione di qualcosa che accadrà. Il mondo antico ricorreva costantemente a questo espediente: l’Odissea con Ulisse che deve andare nell’altro mondo per avere da Tiresia la notizia che ce ne vuole prima che torni a casa. La cosa importante è che nella tradizione antica la profezia è quasi sempre affidabile: Tiresia che dice a Edipo qual è la ragione per cui c’è la peste a Tebe, una volta che ha formulato la sua profezia, nessuno può dubitare, perché c’è una concezione religiosa che garantisce l’attendibilità della profezia. Nella tradizione classica le profezie sono sempre vere, non si può profetizzare una cosa che poi non avviene. In “Macbeth” la faccenda si complica, ma in generale nella cultura elisabettiana, anche a causa della crisi religiosa che aveva in qualche modo scosso le fondamenta delle certezze religiose, le profezie venivano spesso usate a scopo di manipolazione. Il fatto che la profezia potesse essere uno strumento di manipolazione non è presente in “Macbeth”; c’è però il fatto che le profezie delle streghe, non solo non sono molto chiare, ma hanno un’ambiguità linguistica e retorica che ne fa delle figure minacciose nel loro uso del linguaggio, ancora prima che nel loro uso di magia vera e propria. Cosa fanno le streghe in quest’opera? Fanno una serie di profezie al soldato Macbeth su tutti i titoli che riceverà: profetizzano a Macbeth che lui sarà barone di Cawdor prima e re dopo, e poi dicono all’amico Banquo che lui non sarà re, ma sarà padre di re, il che significa che Macbeth non sarà padre di re. Ragioniamo sulla modalità in cui le streghe si impossessano dell’immaginario di Macbeth: appena rientra all’accampamento dopo l’annuncio delle streghe, viene nominato barone di Cawdor. Questo dà veridicità alla voce delle streghe. Ma questo è anche il motivo per cui Macbeth e sua moglie decidono di uccidere il re. Invece di aspettare e di vedere se si sarebbe verificata la seconda profezia, decidono di agire, perché se era vera la prima sarà vera anche la seconda. È una “self-fulfilling prophecy”, quindi una profezia che si realizza perché siamo noi che, avendo ricevuto il suggerimento dalla profezia, facciamo ciò che serve per realizzarla.

A questo punto c’è però una nostra sospensione: era veramente un destino che sarebbe arrivato, o se è una nostra suggestione e ci siamo messi nella condizione di ottenere ciò che volevamo? Se pensiamo in questo modo, “Macbeth” è un’opera che ragiona proprio sul libero arbitrio, sulla nostra capacità di decidere, di agire, aldilà dei condizionamenti che subiamo dall’esterno. È un’opera che ha che fare con l’impossibilità di stabilire una verità, che ha a che fare con la natura equivoca del linguaggio che può essere manipolato. “Equivocation” è una parola chiave in “Macbeth”; l’equivocation era una pratica religiosa sperimentata dai gesuiti inglesi dopo il fallimento del complotto delle polveri. I cattolici in Inghilterra nel 1604 volevano far esplodere il parlamento con il re Giacomo I dentro. Era la tecnica che usavano per non dichiarare il falso ed era basata sulla teoria della riserva mentale: dinanzi alla domanda di un inquisitore si rispondeva ad alta voce con solo una parte della risposta e si aggiungeva il resto a mente. Erano delle frasi che nella parte udibile garantivano la sopravvivenza, ma poi a mente veniva aggiunto ciò che serviva a salvare la propria anima dall’abiura della propria fede, o dall’aver mentito sulla propria fede. Il piano fallisce, ma dopo questo fallimento i cattolici se la passano ancora peggio di prima: iniziano a esserci una serie di processi in cui è coinvolto in particolare un tale di nome Herny Garnet, che è citato in “Macbeth”. Il fatto che in “Macbeth” sia citato un evento storico come il complotto delle polveri, ci aiuta con la datazione, perché l’opera deve essere per forza successiva. Se Shakespeare, a questa altezza storica, decide di costruire un dramma che ha così tanto a che fare con il modo in cui il linguaggio plasma la nostra volontà e il nostro stare al mondo, era anche perché nelle dispute religiose il linguaggio con cui si articolava il proprio stare al mondo era diventato di estrema importanza. Perché ci sono le streghe in “Macbeth”? Giacomo I era un grande fan delle streghe, al punto di aver scritto un trattato, che si chiama “Demonology”, dedicato all’incontrovertibile esistenza delle streghe. Nell’Inghilterra dei primi anni del ‘600, c’è proprio una discussione pubblica sull’esistenza delle streghe. C’è un dibatto tra Giacomo I (che è Giacomo I d’Inghilterra e Giacomo IV di Scozia) che è assolutamente convinto dell’esistenza delle streghe, e il cardinale Reginald Pole che provava a introdurre degli elementi di ragionevolezza a proposito delle streghe, dicendo che spesso il potere che alcune donne esercitavano all’interno di una comunità era legato proprio al fatto della forte credenza popolare dell’esistenza di quei poteri magici. Quindi, se ci sono così tanti riferimenti alle streghe era anche per rispondere a un interesse di Giacomo I perché molto probabilmente le prime rappresentazioni del dramma sono avvenute proprio in presenza di Giacomo I, quindi in un teatro al chiuso. In realtà, ciò che sappiamo è che questo testo dovrebbe essere stato scritto più o meno nella seconda metà del 1606, e che il testo utilizzava come fonte le famose Cronache di Holinshed, questa enorme cronaca della storia d’Inghilterra che era stato il punto di riferimento di Shakespeare per tutti i suoi drammi storici. Tuttavia, nel caso dei drammi storici della prima e della seconda tetralogia, Shakespeare aveva attinto alla storia inglese; in questo caso invece aveva attinto alla parte relativa alla Scozia. Perché Shakespeare decide di riprendere questo pezzo della storia scozzese, in un’opera che non è un dramma storico ma è proprio una tragedia? Perché ci sono sia elementi pubblici che elementi privati (il personaggio di lady Macbeth), perché nella storia scozzese c’era un personaggio di nome Banquo del quale Giacomo I si dichiarava diretto discendente. Quindi, omaggiare Banquo, cioè inserendo questo personaggio in “Macbeth”, era anche un modo per i King’s Men, la compagnia di Shakespeare, di omaggiare Giacomo I. La figura storica di Macbeth regna in Scozia dal 1040 al 1057, quindi ci troviamo in un tempo decisamente anteriore anche a quello riscoperto da Shakespeare nei drammi storici. Anche in questo brano delle Cronache di Holinshed si parla di Macbeth che ha ucciso il predecessore, Duncan, che però non è un regnante anziano, come in “Macbeth”, ma è un re giovane. In Holinshed si dice che Macbeth regna per un decennio più o meno saggiamente, e che soltanto negli ultimi anni diventa crudele e sanguinario fino ad essere deposto da Malcolm, il figlio di Duncan. Abbiamo quindi una fortissima condensazione temporale nella versione che Shakespeare decide di offrirci, perché la parte in cui Macbeth regna in modo saggio non c’è proprio nel dramma: non appena si impossessa della corona e viene incoronato, Macbeth è quasi immediatamente ossessionato dalla paura di perdere il proprio potere, anche perché lo hanno profetizzato le streghe che non sarà la sua stirpe a continuare

corpo, erano anche quelle più facili da corrompere con desideri. Non è un caso che le donne di potere nella cultura occidentale erano rappresentate come donne lussuriose o lascive (Cleopatra e Didone), come se ci fosse una sorta di correlazione diretta tra una certa intemperanza nel desiderare un ruolo pubblico e una certa facilità di costumi legata al rifiuto di questo ruolo di sottomissione maschile. Questa è una premessa utile per capire il personaggio di lady Macbeth. Lady Macbeth nella fonte era madre di figli, mentre in “Macbeth” non lo è, e questo aggrava ulteriormente la sua posizione, perché almeno in quanto madre avrebbe avuto un’attenuante (se non è neanche madre non c’è nemmeno l’attenuante della maternità); o forse lo è stata (madre), ma non lo è più. Fatto sta che lady Macbeth è nel dramma decisamente la figura più diabolica, molto più di Macbeth che sembra eterodiretto, cioè guidato da istanze altre (le streghe e la moglie), quindi gode di uno statuto più neutro. È una rappresentante delle forze oscure del male senza alcuna attenutane, di alcun tipo. Lei e mezza battuta di un’altra sono gli unici personaggi femminili di questo dramma a totale dominanza maschile. È un dramma in cui domina la parte maschile e la stessa lady Macbeth, nel tentativo di uniformarsi a questo binomio che il dramma sembra suggerire tra potere e mascolinità, a un certo punto decide di rinunciare al suo sesso, come se fosse quella l’unica possibilità di incarnare il potere. Ricordiamo che c’è stata una regina come Elisabetta I che aveva rappresentato un modello di femminilità percepito come minaccioso, la quale nel firmare i suoi documenti ufficiali, oscillava tra una rappresentazione maschile e una rappresentazione femminile. Era femminile quando doveva rassicurare i suoi sudditi e dichiarare la sua fedeltà; maschile quando doveva affermare la sua forza e il suo potere contro i suoi nemici. Quindi poteva essere Prince o Princess, King o Queen, a seconda della circostanza. Oscillazione politicamente utile, ma forse per la cultura del tempo quantomeno un po’ disorientante. Il testo principale che abbiamo di “Macbeth” è quello che si trova nell’in-folio del 1623, dove però è presentata una versione dell’opera che molto probabilmente è una versione adattata per la scena da Thomas Middleton. Era stato portato in scena un “Macbeth” di Shakespeare che forse non aveva avuto molto successo, e dopo un po’ di anni, un altro drammaturgo prende lo stesso copione, in questo caso Middleton, travasa alcune parti della sua opera “The witch”, in particolare alcune canzoni, all’interno del testo shakespeariano e quello che ne viene fuori è questo testo in cui la presenza delle streghe è ancora più forte. “The witch” di Middleton era stato rappresentato dalla compagnia di Shakespeare ed era stato censurato. Quindi, non potendolo più mettere in scena, Middleton o Shakespeare o entrambi hanno recuperato alcune parti di quest’opera all’interno della nuova versione di “Macbeth” da mettere in scena più in là. Sicuramente noi abbiamo traccia di una rappresentazione di “Macbeth” al Globe Theater, nell’aprile del 1611, ma molto probabilmente l’opera era stata già messa in scena per Giacomo I. Sappiamo che era già stata messa in scena e lo scopriamo nel momento in cui Macbeth va una seconda volta dalle streghe. Quando Macbeth va dalle streghe la seconda volta, il suo grado di alterazione è aumentato significativamente (le streghe dicono “something wicked this way come”), trova Ecate e ci sono le tre famose profezie di Macbeth che sembrano tutte positive, anche se non lo sono (tra cui quella secondo cui sarà ucciso da uomo non nato da donna – cioè nato da un parto cesareo, nel senso che è stato estratto dal corpo di un uomo; la seconda profezia dice che Macbeth non avrebbe avuto nulla da mettere finché il bosco di Dunsinane non si sarebbe mosso – il bosco a un certo punto si muove e non è magia). Nel frattempo, ad un certo punto c’è una sfilata dei regnanti che seguiranno e uno di questi ha in mano uno specchio. Che senso aveva portare uno specchio in scena? Permettere a qualcuno di specchiarsi; se c’era Giacomo I in sala, il volto di Giacomo I si sarebbe aggiunto a quello di tutti gli altri re discendenti fino al presente, e tutto il pubblico avrebbe visto il volto di Giacomo I in scena grazie allo specchio. Questo espediente dello specchio ci fa credere che la versione che noi abbiamo ereditato nell’in-folio del 1623 non era tanto una delle versioni andate in scena nel teatro pubblico, il Globe, ma una versione andata in scena in un teatro privato in cui c’era Giacomo I.

Che concezione avevano quelli di Londra della Scozia? Selvaggia. Se noi pensiamo alla Scozia come un luogo selvaggio, dove con selvaggio intendiamo una natura fuori controllo, è più facile ambientare lì le streghe che a Piccadilly Circus; è un frame più credibile e plausibile. Arcaica perché sembra quasi appartenere a una fase precedente dello sviluppo urbano, quindi un contesto più rurale rispetto all’urbano, che ha a che fare con qualcosa anche di profondo, inconscio, molto diverso dall’urbano, dal razionale, dalla civilizzazione. Segreto: un luogo che può custodire della magia, che ha un’aurea di mistero sufficiente a rendere plausibile l’esistenza delle streghe. Un luogo che si conosce ma non così tanto, in modo che si possono proiettare su quel luogo delle istanze proprie; percepito paesaggisticamente come misterioso, con delle tradizioni misteriose, abbastanza vicino e contemporaneamente percepito culturalmente come diverso. “Macbeth” ha a che fare con tutta una serie di sentimenti, ambizioni, pulsioni che sono un po’ lontane da noi, ma ci riguardano anche (rapporto più ravvicinato di alterità). Paesaggisticamente, la Scozia poteva rappresentare per la cultura elisabettiana un luogo altro, su cui proiettare cose che non avvengono nella civilizzata Londra o Inghilterra, ma che possono avvenire in un contesto rurale e arcaico, quindi abitato da forze naturali. Un paesaggio che continua a ospitare un rapporto privilegiato tra umani e il mondo della natura che era più difficile oggettivamente ambientare in una grande città elisabettiana. Il paesaggio in “Macbeth” è quasi un personaggio, che i personaggi sembrano delle varianti del paesaggio. È un’opera in cui, a differenza delle precedenti, c’è una grande attenzione a quello che potremmo definire l’elemento simbolico della natura. A parte la brughiera, l’elemento cupo suggerito dal paesaggio scozzese in generale, c’è quasi sempre la natura ad annunciare con alcuni dei suoi fenomeni cosa sta per succedere. I tuoni e i lampi annunciano le streghe. I personaggi che stanno per arrivare e scoprire che il re è stato ucciso vedono nel mondo naturale, nel paesaggio intorno a loro, i primi segni di un disordine naturale che racconta il disordine morale degli uomini. Qui il paesaggio, in generale la natura, comunica, come se avesse un suo linguaggio simbolico. È interessante perché c’è anche una rappresentazione della natura per nulla idilliaca, o da genere pastorale; la natura è un personaggio ambiguo, equivoco che può dare messaggi altalenatati e diversi. Quello che proprio sembra non esserci in Macbeth è l’orizzonte religioso. Proprio perché ci troviamo in un’opera che sembra quadi arcaica, sembra quasi che ci troviamo in un mondo pagano, precristiano, in cui alcuni fondamenti della religione non sembrano svolgere un ruolo fondamentale di riferimento. Questo in parte spiega anche perché alcuni comportamenti immorali sono possibili, proprio perché manca quella cornice che dovrebbe teoricamente garantire un comportamento etico-morale. ATTO 1

  1. Come ci dice la didascalia della prima scena, le prime figure che incontriamo in questa opera di Shakespeare sono le witches. Consideriamo che soltanto nelle didascalie e nei prefissi queste figure sono indicate come witches, perché tra di loro si indicano come “weird sisters”. “Weird” assume il significato che ha oggi, “strano”, soltanto nell’800. Qui “weird” indica un significato a metà tra il fato e gli eventi, quindi è un modo in cui si sottolineava al pubblico dell’epoca che erano delle figure che avevano a che fare con il fato. Il fato (concetto ereditato dalla cultura classica) tecnicamente è un pronunciamento; ognuno di noi ha un pronunciamento, cioè è stato pronunciato un fato ed è stato già deciso qual è il suo destino. Pensiamo quale corto circuito interessante si creava all’epoca tra questa concezione del fato dell’antichità e la dottrina della predestinazione. Anche quello in qualche modo metteva in discussione la libera scelta dell’uomo, il significato delle azioni umane. In un contesto che sembrava privare le azioni umane di qualunque significato, le opere cattoliche non avevano più senso perché si era tutti già predestinati e questo toglieva rilevanza al libero arbitrio, cioè alle scelte compiute da uomini e donne.

TUTTE: Il rospo chiama. Tutti elementi e animali tipici dell’immaginario della strega. Tutte e tre insieme intonano un distico settenario a rima baciata: il bello è brutto e il brutto è bello, voliamo attraverso la nebbia e l’aria fetida. Gli opposti coincidono. Per “bello” e “brutto” non dobbiamo intendere una questione semplicemente estetica, ma tutto il portato morale e simbolico di ciò che è bello e ciò che è brutto. Vi è anche l’allitterazione della “f”, il ritorno di uno stesso suono all’interno di uno stesso verso o più versi, che suggerisce il volo. Potremmo tradurre questo anche come “bene è male e male è bene”. C’è una totale sospensione dell’opposizione dei contrasti: tutto coincide con tutto. Un mondo del genere non è un mondo rassicurante, un mondo in cui non abbiamo la certezza di ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è bene e ciò che è male. È altrettanto significativo che l’aria in cui volano le streghe è fetida. Siamo sempre all’inizio del dramma, potrà accadere qualcosa di positivo in un’aria così fetida? In qualche modo ci stanno già dando tutte le sfumature morali di quali saranno i valori circolanti e messi in discussione nell’opera, attraverso un elemento che ancora una volta possiamo definire paesaggistico: un paesaggio pieno di una nebbia fetida. Attraverso un elemento paesaggistico riceviamo questa idea di un mondo moralmente opaco, lurido, fetido. Con questo inizio ci aspettiamo che qualunque cosa può accadere. Questa sospensione del bene e del bene è la chiave di accesso di tutto il dramma.

  1. Arrivano il re Duncan, Malcolm e altri personaggi con un capitano ferito/sanguinante. C’è qualcuno che sta venendo dalla battaglia e sta riportando al re l’esito della battaglia. MALCOLM: Coraggioso amico! Racconta al re ciò che sai della ribellione nel momento in cui hai lasciato la battaglia. ( c’è stata una ribellione contro re Duncan) Il CAP racconta questa battaglia in fase di stallo dicendo che era come due nuotatori esausti che si aggrappano l’uno all’altro e cercano di soffocarsi; Poi dice: ‘’ Nessuna parola è abbastanza forte, ma tutte le parole sono troppo deboli, perché il coraggioso Macbeth’’ (questa è la prima volta, a parte la menzione che ne hanno fatto le streghe, che vediamo citato Macbeth; prima era solo Macbeth, adesso abbiamo un aggettivo accanto a lui che è “coraggioso”, e si sottolinea nella parentesi che lui proprio se lo merita questo nome) – ‘’ lui sì che se lo merita questo nome - prendendo in giro la fortuna che sembrava ridere al nemico, brandisce il suo acciaio ancora fumante dal caldo sangue sparso e riesce a fendere in due dall’ombelico alla mascella e ne conficca il capo sui nostri parapetti’’. Come a dire “nessuna parola è abbastanza forte per rendere l’idea di quanto è coraggioso Macbeth. Questa è la prima presentazione più completa di Macbeth come soldato coraggioso che disprezza/disdegna la fortuna (questo è importante perché significa che non crede alla fortuna: si intende le fortune e le sfortune, un’altra figura del fato). Bravo, coraggioso, cruento (quanto ci si aspetta che sia, a proposito di stereotipi culturali, un soldato scozzese). RE DUN: Degno nobiluomo, meritevole di ogni cosa! Continua il resoconto della battaglia. RE DUN: Il barone di Cawdor è morto. La scena si conclude con Duncan che dice: ‘’ciò che ha perso (colui che prima era barone di Cawdor) adesso lo ha vinto Macbeth’’ Ross ha il compito di riportare a Macbeth che il suo nuovo titolo è barone di Cawdor. Ricordiamo quello che avevano detto le streghe: “the battle’s lost and won”. Quindi qui Duncan sembra ragionare con le categorie umane “c’è ci vince e c’è chi perde”, mentre le streghe ci hanno ricordato che vincere e perdere sono la stessa cosa, per questo in qualche modo non riusciamo ad aderire a pieno a questo riconoscimento.
  2. La terza scena vede il ritorno delle tre streghe, stavolta precedute solo dal “thunder”. Entrano le tre streghe, anche in questo caso interpretate da uomini.

Un primo fortissimo elemento di disordine è un tuono seguito da un lampo (il primo segno che abbiamo in scena, ancora prima delle streghe), e poi le streghe che ci raccontano il modo in cui si vendicano degli umani che le offendono, degli incantesimi che sono capaci di fare 1° STREGA: Sappiamo che la strega ha deciso di vendicarsi di questa donna che non le ha dato le castagne e di andare fino ad Aleppo, dove il marito si è imbarcato. Tra l’altro “I’ll do, I’ll do, I’ll do” può indicare anche l’atto sessuale. 2° S: Ti presto il vento. Per fare cosa? Per farlo naufragare. Questo rafforza lo stereotipo secondo cui le streghe fossero in grado di modificare i fenomeni atmosferici. E questo è importante perché in un’opera in cui i fenomeni atmosferici sono così parlanti, cioè raccontano così tanto del dramma, sapere che le streghe venivano ritenute capaci di modificare i fenomeni atmosferici è rilevante; è come se ogni volta che vediamo qualcosa di strano nella natura possiamo legittimamente sospettare che ci sia lo zampino di una strega. 3° STREGA: E io te ne darò un altro. Progettano insieme la vendetta, vogliono far naufragare la barca. Parte un rullo di tamburi e la terza strega dice: ‘’Un rullo di tamburo! Un rullo di tamburo! Arriva Macbeth!’’ A questo punto le streghe vengono descritte come “dancing in a circle”, era un cliché all’epoca e lo è ancora di più oggi anche grazie a “Macbeth” TUTTE: ‘’Le sorelle del fato, mano nella mano, che vanno per terra e per mare, così vanno in girotondo, tre volte intorno a te, e tre volte intorno a me e altre volte tre fino a nove’’ Silenzio. L’incantesimo (l’incanto, il sortilegio), è scattato/arrivato. “Charming”, con il significato attuale di “affascinante”, letteralmente è colui che incanta. Entrano Macbeth e Banquo. Più o meno quello che intuiamo è che Macbeth e Banquo stanno tornando dalla battaglia e sulla loro strada incontrano le streghe. MACBETH: questo giorno è insieme brutto e bello. Prima battuta in scena, parla come parlano le streghe, sembra già retoricamente contagiato dalla sospensione morale delle streghe, come se l’incantesimo fosse già in azione. BANQUO: ‘’ Cosa sono queste, così avvizzite e così selvagge nelle loro vesti, al punto che loro non sembrano abitanti della terra eppure sono su di essa?’’ - Finora le streghe le abbiamo sentite parlare, mentre adesso attraverso Banquo abbiamo una descrizione dell’impressione che fanno le streghe, di come si presentano e di come sono conciate. Intanto guardiamo la scelta delle parole: “what are these”. “What” non è una parola che usiamo per le persone, sarrebbe dovuto essere “who”. Quindi, dall’inizio sospende il giudizio sulla natura umana o meno delle streghe. Sono sulla terra, ma non sono abitanti residenti della terra, nel senso che sembrano stare sulla terra, ma provenire, o quantomeno andare e venire, da un altro mondo: ‘’ Siete viventi che gli umani possono interrogare? Sembrate capirmi. Poggiate ciascuna all’unisono il dito grinzoso sulle labbra scarne (perché lo fanno? Forse non voglio parlare con Banquo). Dovreste essere donne eppure le vostre barbe mi impedisce di crederlo. Nell’aspetto fisico, le streghe sono rinsecchite, vestite in modo selvaggio, non sembrano abitanti della terra, ma sembrano ragionare. Hanno questo dito sulla loro bocca e hanno la barba, altro elemento di confusione legata al genere in questo caso. MACBETH: Parlate se potete, cosa siete? Ancora una volta si usa una parola che mette in discussione il loro statuto umano. Tutte lo salutano prima come Conte di Glamis, poi come Conte di Cawdor (che è ciò che diventerà) e poi come colui che diventerà Re. Non è un caso che queste profezie siano tre e siano presentate con

MAC dice che sono sparite nell’aria e che il loro corpo si è sciolto come fosse fiato nel vento. Vorrei fossero rimaste. Banquo e Macbeth, si interrogano sullo statuto sovrannaturale di queste figure. Macbeth torna a parlare della profezia: I tuoi figli saranno re. BAN: Tu sarai re. MAC: E anche barone di Cawdor, non era così? È importante che Macbeth sottolinei questa faccenda, perché proprio dopo aver ottenuto il titolo capisce che il titolo di re non gli deve capitare, ma lo deve reclamare perché è il suo destino. Arrivano Ross e Angus mandati dal re, ringraziano Macbeth per tutto quello che ha fatto e soprattutto gli portano la notizia che il ringraziamento del re si consustanzia nel fatto che lui ha detto a Ross di rivolgersi a Macbeth con il titolo di “Thane of Cawdor” BANQUO: Può il diavolo dire la verità? E’ un po’ l’ossessione del dramma, cioè queste figure vagamente diaboliche, che sembrano avere a che fare con il male più che con il bene, possono dire la verità? Il diavolo può dire la verità? Mac non ci crede perché dice che il conte è ancora vivo, ma ANG spiega che x alto tradimento gli è stato tolto il titolo. MACBETH [aside]: In questo aside, in cui il personaggio parla tra sé e sé, inizia a credere alla profezia delle streghe, è diventato conte quindi: “The greatest is behind” E prova a convincere anche Banquo che oramai hanno la prova vera che le profezie si stanno avverando, chiedendogli se anche lui spera nella profezia delle streghe che hanno detto che i suoi figli saranno re. BANQUO invece mantiene una posizione più cauta: ‘’ q uesto (la promessa), creduto completamente (questa possibilità di diventare re), potrebbe accendere il tuo desiderio della corona oltre a quello del titolo di Conte di Cawdor’’ Vede qual è il pericolo, cioè che la profezia può suscitare un’ambizione che Macbeth non aveva e fargli desiderare la corona, quindi non aspettare che la corona venga a lui ma desiderare la corona. Sembra ricordare un po’ il dibattito tra Giacomo I, che crede ciecamente alle streghe, e il cardinale Reginald Pole che cerca di avere una posizione vagamente razionale, più cauta: è strano, e spesso per convincerci a farci del male, i servi delle tenebre ci dicono delle verità. Il diavolo può dire la verità ma non perché crede nella verità ma perché può strumentalizzare la verità per farci ancora più male. Ci vincono (soggiogano) con inezie oneste/vere (cioè diventare conte di Cawdor) per poterci poi dannare fino alle più profonde conseguente. È il riassunto dell’opera, cioè come si arriva alla dannazione, anche quasi a una dannazione in terra: Macbeth vivrà gli ultimi giorni del suo regno da dannato, così tanto assediato da paure e inquietudini che sarà un dannato in vita. Banquo ci dice che “anche se il diavolo ci dice la verità è per portarci a una dannazione peggiore”. Banquo non sta credendo alla profezia che lo vuole padre di re, ma sta mettendo in guardia l’amico a non credere troppo alle verità del diavolo, che saranno pur vere ma promettono sciagure future. Macbeth a questo punto ragiona da solo. Le streghe avevano detto “the charm’s wound up”, “l’incantesimo è fatto”, e quindi non sappiamo più se è realmente Macbeth o se è il Macbeth già incantato dalle streghe visto che lo abbiamo visto già parlare come loro. Macbeth ci crede totalmente. MACBETH [aside]: Due verità pronunciate come felice prologo all’atto crescente del tema regale. Ringrazia Ross e Angus E poi di nuovo in un aside: il personaggio parla sempre più da solo come se avesse capito che non può più condividere i suoi pensieri sulla profezia con Banquo, perché Banquo ha scelto una via più cauta e prudente nei confronti delle parole delle streghe. Questo adescamento sovrannaturale non può essere né bene né male. Macbeth continua a parlare come le streghe. C’è sempre la stessa struttura, la stessa ripetizione e la sospensione dell’opposizione. Non c’è contraddizione. Se è brutta questa cosa perché

mi ha dato segno di successo esordendo con una verità? Io sono Conte di Cawdor e se è bene, perché cedo a quella suggestione la cui orrenda immagine mi drizza i capelli e fa battere il mio cuore fermo contro le costole, contro natura? Il cuore di Macbeth, contaminato dalle streghe, comincia a battere contro natura, un ulteriore elemento per sottolineare questa contaminazione. Le paure reali sono sempre meno udibili di quelle immaginarie. Il mio pensiero, dove l’omicidio è solo fantasticato (perché sta parlando di omicidio? Perché, fomentato dalle streghe, ha realizzato che l’unico modo per diventare re è uccidere il re), scuote a tal punto la mia misera condizione di uomo che ogni agire è soffocato dall’immaginazione, e niente è, salvo quello che non è (“nothing is but what is not”). Tutte le opposizioni che abbiamo visto finora: bello-brutto, vinto-sconfitto, bene-male. Adesso diventa quasi una battaglia ontologica, che ha a che fare proprio con lo statuto dell’essere: esiste solo ciò che non è. Ci interessa intanto che il lavoro nel dramma svolto fino a questo punto per rendere l’idea di far coincidere gli opposti, del far saltare il principio di non contradizione, qui viene portato al massimo livello con la convergenza tra ciò che è e ciò che non è, dove tutto ciò che è, è ciò che non è. Tutto esiste nella sua negazione, tutto esiste nel suo contrario: la natura nel contro natura, la moralità nell’immoralità. La sospensione di quei pochi riferimenti che abbiamo sulla terra viene fatta saltare andando a scardinare l’elemento base del linguaggio che è la negazione. Se tutto è negazione, niente è negazione, e quindi tutto è possibile. E questo lo dice Macbeth: “niente è, se non ciò che non è”. Questa è un’ossessione di Shakespeare (ricordiamo la frase di Iago “I am not what I am”). E’ anche il segnale dell’intrusione di un elemento diabolico: Dio è ciò che è, si conferma in questa tautologia positiva, mentre il diabolico/diavolo vive nella negazione? Macbeth, che già sta immaginando l’omicidio a differenza di Banquo, ci dà immediatamente l’idea che il personaggio è già cambiato, è già caduto completamente nell’incantesimo/nella trappola delle streghe. Potremmo domandarci, cosa hanno le streghe contro Macbeth? Ma perché noi abbiamo capito cosa ha Iago contro Otello? E’ la rappresentazione della brutalità del fato contro cui non possiamo fare niente. Macbeth riceve il titolo di Conte di Cawdor e si decide di lì a poco che il re sarà ospite come segno di riconoscimento della dimora di Macbeth. Siamo ancora nel I atto.

  1. Il re e altri decidono di partire per Inverness (dove si trova il castello di Macbeth) e Mac si congeda dal re per recarsi prima dalla moglie e dare personalmente la buona notizia dell’arrivo del re. DUNCAN: Mio degno Cawdor! Mostra tutta la stima che ha per Macbeth. MACBETH aside = è il momento in cui il pubblico viene messo a parte e viene informato di un discorso che il personaggio fa tra sé e sé e che spesso ha qualcosa di inconfessabile, qualcosa che rivela le intenzioni segrete del personaggio e che quindi può funzionare quasi come un accenno prolettico – che anticipa. Negli aside i personaggi accennano alle loro più segrete intenzioni. Il Principe di Cumberland (è Malcolm, il figlio primogenito del re)! Questo è un gradino su cui devo inciampare o che devo saltare perché sta sul mio cammino. Avendo totalmente interiorizzato l’idea che lui deve diventare re, il primo nemico per la sua ascesa al trono è il figlio del re. Macbeth ha già completamente fatto sua la profezia o la trappola delle streghe. Le streghe stanno profetizzando il futuro o lo stanno condizionando in modo che lui compia azioni che più assecondano il suo desiderio? Questo è il punto. Macbeth vede le streghe che gli dicono che sarà re perché è quello che profondamente desidera e quindi quando gli viene detto, aderisce automaticamente, mentre Banquo, che è più fedele al re, quando riceve la profezia non reagisce con tanta prontezza. È un’affermazione esterna a Macbeth? O a parlare, a prendere iniziativa, a intraprendere questa ascesa al trono, sono i desideri e le ambizioni nascoste di Macbeth? Stelle, nascondete il vostro fuoco (perché Macbeth sta dicendo alle streghe di nascondere il loro fuoco? Perché una notte senza stelle è una notte buia, nella quale è più facile commettere crimini; è un po’ il far prevalere le tenebre sulla luce), così che la luce non veda i miei desideri neri/malvagi, e profondi/nascosti (ma tirati fuori dalle streghe). Questi versi di Macbeth sono

impedisce, ti tiene lontano dal cerchio dorato (la corona), che il fato e un aiuto metafisico sembrano averti già incoronato.’’ Nell’Inghilterra dell’età premoderna era idea diffusa che gli spiriti, i demoni, i diavoli entrassero nella coscienza attraverso l’orecchio. Per uno spettatore dell’Inghilterra elisabettiana questa idea di riversare il proprio spirito nell’orecchio ha già un elemento un po’ demoniaco, un po’ diabolico come pratica; già sembra suggerire una compromissione con il male del personaggio di lady Macbeth. Lei dice “se vieni qui io faccio questo: ti metto un po’ del mio spirito”, come se stesse suggerendo che lei è superiore in ambizione al marito. Per l’epoca lei sta assumendo gli elementi maschili più che femminili: non si sta mettendo nella parte di chi accoglie, o di chi aspetta o di chi ha una posizione nelle retrovie rispetto al marito; lei è pari al marito e persino un po’ superiore perché lei è maggiormente dotata di quella determinazione/ambizione che nel marito sono indebolite dalla gentilezza, che a questo punto deduciamo che lei non ha. Entra un messaggero che dice che il re sta per giungere quella sera stessa. Annuncia anche l’arrivo di Macbeth. Il messaggero esce e lei resta da sola, di nuovo. Le sembra che sia un’occasione imperdibile quella che il re venga addirittura a casa sua e sia ospite (teoricamente sacro). Tuttavia, nell’Inghilterra elisabettiana questa sacralità dell’ospite, e ancora di più del re, era instabile. LM:’’ Il corvo stesso è rauco mentre gracchia il fatale ingresso di Duncan sotto i miei spalti. ‘’ Il corvo è un segnale infausto che la natura sta lanciando → la natura è completamente partecipe dei segnali che dà di ciò che sta accadendo. Si rivolge direttamente agli spiriti: ‘’voi spiriti che vi occupate delle cose mortali, toglietemi il mio sesso (femminile). “Unsex me here” : “toglietemi tutti gli elementi che sono propri del sesso femminile”. Da una parte c’è Eva (l’abbiamo detto), dall’altra parte c’è un’altra figura della storia religiosa: Maria, che incarna i valori opposti. Questo “unsex me” significa liberarsi di tutti quei bias culturali che troviamo in tutta la letteratura occidentale di associare il femminile alla maternità, all’accoglienza, a sentimenti lontani da quelli della violenza e del crimine. LM i sta rivolgendo agli spiriti, è una specie di invocazione spiritica, si sta rivolgendo alle potenze sovrannaturali; anche qui viene da pensare che non sia una prima volta, che ci sia un commercio/un rapporto con queste forze sovrannaturali. ‘’ E riempitemi dalla corona ai piedi della più atroce crudeltà ’’. Siamo solo alla fine del I atto. È il personaggio che ci sta dicendo come si comporterà di qui davanti. ‘’Fate scorrere più denso il sangue nelle mie vene, impedite al rimorso di entrare dentro e di scorrervi. ‘’ Il sangue deve essere più denso in modo da non far scorrere il rimorso nelle vene. ‘’ Nessun istinto naturale di contrizione mi faccia vacillare nello spietato proposito o esitare fra esso e il suo effetto’’. Quindi non solo non vuole esitare nel compiere l’atto, ma non vuole avere esitazioni neanche in ciò che segue l’atto, cioè le conseguenze di quella azione. ‘’ Entrate nel mio seno di donna (si sta rivolgendo sempre agli spiriti) e versatevi fiele invece di latte. Il fiele è una cosa molto amara, esattamente l’opposto del latte materno, dolce e nutriente; il fiele è amaro e avvelena.’’ Quando dice “unsex me” addirittura rinuncia alla dolcezza del proprio latte, è come se facesse un sacrifico di ciò che di femminile resta in lei. ‘’ Ministri dell’assassinio, voi che ovunque invisibili nella sostanza attendete ai misfatti in natura. Viene notte spessa, notte densa (una notte in cui non si vede ciò che accade, si presta all’attuazione dei crimini) ammantata nel tuo fosco vapore notturno. Fuochi dell’inferno, che il coltello affilato non veda la ferita che fa’’. A tal punto deve essere buio che il coltello può infliggere una ferita senza vederlo. È un po’ un modo per non rischiare di pentirsi o di esitare: commettere il crimine senza vederlo. ‘’Né il cielo sbirci la coperta di buio e possa gridare ‘ferma, ferma!’’ L’invocazione è quella degli spiriti che devono prendere il controllo del suo corpo, eliminare tutto ciò che c’è di dolce e di gentile tradizionalmente associato al femminile, e far scendere una notte densa e buia in cui tutti i crimini possono essere commessi impunemente e il cielo stesso non possa vedere ciò che accade e intervenire per fermarlo. Questa è lady Macbeth.

Entra Macbeth e lei si rivolge immediatamente al contenuto della lettera. LM: ‘’Grande Glamis, grande Cawdor, più grande di entrambi è il saluto futuro! Cioè il fatto che diventerà re. La tua lettera mi ha traportato oltre il presente ignorante e io sento ora il futuro in un istante.’’ Perché il presente è ignorante, cioè ignaro? Perché il presente non sa ciò che accadrà nel futuro. MAC annuncia alla moglie che Re Duncan arriverà quella sera e che ripartirà la mattina dopo, questo significa che hanno solo questa notte per eventualmente prendere la scorciatoia, quella che abbiamo vista prima definita come “the nearest way”, la via più breve verso il trono. LM: ‘’O mai quel mattino vedrà il sole.’’ Nella simbologia dell’epoca il re veniva associato al sole, quindi dire che il mattino non vedrà mai il sole, significa che il re non vedrà mai il mattino. ‘’ La tua faccia, mio signore, è come un libro dove gli altri possono leggere strane storie. Per ingannare l’occasione acconciati a essa, mostra il benvenuto nell’occhio (nello sguardo), nelle mani, nella parola.’’ Lady Macbeth sta dando ordini, consigli di dissimulazione a Macbeth. Lei sta dicendo “quando arriverà il re comportati in modo da avere il benvenuto nel tuo sguardo, nella tua mano, nella tua lingua, ‘’ somiglia al fiore innocente, ma comportati come il serpente sotto il fiore”. Evidentissima connotazione del serpente nel giardino dell’Eden. Bisogna accogliere chi sta per arrivare. ‘’ Affida a me l’organizzazione della grande faccenda di questa notte, cosi che alle nostre notti e giorni a venire darà potere e dominio supremi e solo nostri.’’ - the great buisiness”, la grande faccenda di questa notte (l’uccisione del re). Mac vuole rimandare la conversazione a più tardi, lei le dice di esibire un volto sereno, di non avere paura e di lasciare tutto il resto a lei.

  1. Entra il re. Entra anche lady Macbeth che saluta immediatamente il re. Poi escono.
  2. Entra Macbeth, fa uno dei primi importanti monologhi. Notiamo che c’è un approfondimento psicologico del personaggio che non troviamo nelle opere che abbiamo analizzato in precedenza: Iago è perverso e malvagio, ma non ha una vera e propria psicologia; Otello è terribilmente manipolato e sofferente ma non sembra mai davvero in dialogo con sé stesso, con le proprie insicurezze, cioè non abbiamo mai un elemento di profondità del personaggio che medita su sé stesso. “Macbeth” è, non a caso, una tragedia del periodo maturo di Shakespeare, in cui invece vediamo esattamente questo: vediamo un arrovellarsi del personaggio sui suoi limiti, sulle sue paure, sui suoi dubbi, sulle sue ambizioni, sulle sue emozioni, con una profondità inedita, senza precedenti, fino a questo punto. E questo è anche uno dei motivi per cui quest’opera appare ancora oggi straordinariamente moderna: le trame possono invecchiare, ma ciò che resta profondamente moderno è questo scavo nella psicologia che a distanza di 400 anni e più sembra restituirci una visione dell’animo umano in cui possiamo ancora ritrovarci. MAC sta vivendo male questa idea che deve ammazzare il re; vediamo con quanta immediatezza ci viene restituita l’irrequietezza incredibile di questo momento: ‘’Se fosse finito quando è finito, allora sarebbe meglio finirlo/farlo subito. Se la faccenda fosse solo ucciderlo e poi finisce lì, tanto vale farlo subito’’. Se l’assassinio irretisse le conseguenze e appena commesso catturasse il successo, cioè se il successo avvenisse immediatamente dopo l’assassinio, ‘’ se solo questo colpo potesse essere tutto, e tutto finire da qui, su questa sponda e secca del tempo, arrischierei con un balzo la vita eterna.’’ Cioè lo farei se avessi la certezza di avere subito il successo che mi è stato promesso - ‘’Ma per questi casi, disponiamo ancora del giudizio (il giudizio, il ragionamento, la razionalità) e i precetti sanguinari che insegniamo, appresi, tornano a ritorcersi contro chi li creò ‘’ - Un’azione criminale può ritorcersi contro chi l’ha ideata. ‘’ Questa giustizia equanime spinge le nostre stesse labbra a cercare il calice che avvelenammo.’’ Il senso di queste battute è che le azioni malvage spesso si ritorcono contro chi le

LADY MACBETH: Cosa sta facendo qui lady Macbeth? Diabolica e perversa, sta minando la sicurezza di sé di Macbeth sul piano della virilità. Prevedibile, era un’ossessione anche in “Romeo e Giulietta”, figuriamoci se la prova di coraggio non veniva chiamata in causa anche qui. ‘’Era ubriaca la speranza in cui ti eri vestito?’Si è addormentata da allora e si sveglia adesso per sembrare verde e pallida a ciò che libera pensò’’. Vede in Macbeth che la speranza di diventare re si è trasformata in qualcosa di pallido e verde, cioè la paura. ‘’ Alla stessa stregua, ‘’cioè incapace di pensare liberamente, cioè pallida e verde, ‘’ da questo momento io terrò in considerazione il tuo amore’’. Questo è un passaggio fondamentale, perché questo è il momento in cui, diabolicamente, lady Macbeth aggancia/collega la prova di coraggio di uccidere Duncan, alla prova del suo amore per lei. Sposati da tanto tempo, non era così scontato che Macbeth le si rivolgesse con un “my dearest love”; sappiamo del grande amore che Macbeth prova per la moglie quando l’ha chiamata “great partener of greatness (le ha riconosciuto grande valore). Qui, lady Macbeth si gioca la carta più diabolica, quella di collegare questa pochezza di coraggio alla pochezza dell’amore che prova per lei. ‘’Temi tu di essere nell’azione e nel coraggio quel che già sei nel desiderio?’’. Vediamo quanto diabolicamente lady Macbeth, l’abbiamo visto già in Iago, fa leva proprio sulle insicurezze di Macbeth, in questo caso riportandoci un elemento della loro vita privata quotidiana, cioè la debolezza del desiderio di Macbeth, che però noi sappiamo essere una specie di mantello per poi accusarlo in mancanza di azione di coraggio in generale. ‘’Vuoi forse avere ciò che reputi il coronamento della vita e vivere reputandoti tu per primo un vigliacco, lasciandoti a ‘vorrei’ e subito a ‘non oso’, come il misero gatto del proverbio?’’ Il gatto voleva il pesce ma non aveva il coraggio di bagnarsi le zampe. L’accusa di vigliaccheria è esplicita e ha una connotazione di genere molto forte. Mac a questo punto risponde all’accusa della moglie dicendo che lui osa fare tutto ciò che si addice ad un uomo e che non ci sia uomo che osa più di lui. Qui è in gioco la dimostrazione della virilità che abbiamo già visto in “Romeo e Giulietta”. È inevitabile che si arrivi a elementi di tragedia una volta che la questione dell’onore, la peggiore istituzione inventata dall’essere umano, entra in ballo e la difesa del proprio onore diventa un buon motivo per uccidere o commettere crimini. LM: ‘’Quale bestia mai fu che ti indusse a raccontarmi questa impresa? Quando osasti farlo, allora eri un uomo; pur di divenire più di quel che eri, eri pronto ad essere ancora più un uomo. Nel tempo e nel luogo erano propizi come pure tu le bramavi. Adesso queste condizioni ci sono e questo accordo ti disfa, ti annienta’’. Prima c’era “unsex me”, adesso c’è “unmake you”, con questi prefissi che sono uno svuotamento della parola, non una negazione della parola. Adesso la parte più terribile: ‘’io ho allattato e so quanto sia tenero amare il bambino che beve latte da me, eppure mentre mi sorrideva, avrei strappato il mio capezzolo dalle sue gengive senza denti e gli avrei fatto schizzare fuori il cervello se io avessi giurato come tu hai giurato con me.’’ Scopriamo che lady Macbeth è stata madre e che non lo è più. Questo ha dato adito a numerose interpretazioni: questa sua ambizione, questo suo bisogno di affermarsi sul piano del potere potrebbe essere una sorta di compensazione per la frustrazione nel non avere figli, un erede, nel non sentirsi compiuta nella maternità. Sono state fatte molte ipotesi. In questo senso potremmo interpretare l’accusa rivolta a Macbeth di non essere uomo abbastanza, come un’accusa rivolta al fatto che lui non è stato capace di generare un erede. È il motivo per cui è ancora più subdola e fa ancora più male la profezia che Mac sarà re ma non sarà padre di re. Da questo dialogo tra marito e moglie riusciamo a capire una serie di tensioni pregresse tra moglie e marito che riguardano alcuni nuclei fondamentali, anche questi abbastanza universali: l’ansia di tutto il periodo elisabettiano nei confronti dell’erede che non c’è. C’è Enrico VIII che ne ha sposate una quantità da far perdere il conto e che ne ha ammazzate a ripetizione perché non riuscivano a dare un figlio maschio. La stessa Elisabetta, prima si era sottratta da questa prestazione imposta alle donne di dimostrarsi capaci di generare → possibilità di essere esposte del proprio eventuale fallimento davanti

alla dimensione pubblica. Ovviamente era tendenzialmente colpa delle donne se poi non si riusciva a generare l’erede maschio. Quindi in questa assenza dell’erede che ritroviamo in “Macbeth” percepiamo un’ansia condivisa di ordine storico che riguarda tutta la storia della monarchia inglese, dalla guerra delle due rose in poi. L’immagine che ci consegna lady Macbeth ci dimostra anche che gli spiriti sono effettivamente entrati in lei, l’hanno “unsexed”, cioè privata del suo sesso. Se si dice capace di ammazzare il bambino che allatta in nome del giuramento, vediamo che lei sta aderendo a un codice tipicamente maschile, cioè il codice dell’onore, della fedeltà al giuramento. E cerca, proprio sfruttando la propria posizione di donna (quindi teoricamente più debole) che sarebbe capace di un’azione del genere, uccidere un bambino mentre lo si allatta, di convincere il marito a commettere un’azione che le sembra meno grave. È proprio la perorazione demoniaca/diabolica di lady Macbeth per convincerlo a tenere fede al proprio giuramento. MAC teme le conseguenze di un possibile fallimento, ma LADY gli dice che se sarà coraggioso non falliranno e gli spiega il piano: ‘’ mentre Duncan sta dormendo - si addormenterà subito dopo un lungo viaggio come quello che ha fatto - i suoi due attendenti alla sua camera (le due guardie che si occupano di lui), io con vino e bagordi avrò la meglio su loro, così che la loro memoria, custode del cervello, andrà in fumo e il ricettacolo della ragione si muterà in alambicco’’ - al loro risveglio non potranno essere sicuri di ciò che hanno detto o fatto – ‘’E quando dormiranno come maiali le loro nature fracide, ubriache, giaceranno come morte e a quel punto cosa non siamo noi liberi di fare sopra Duncan non vegliato da nessuno? E cosa non potremo attribuire ai due ufficiali ubriachi come spugne, che porteranno la colpa di quella immane carneficina?’’. Questo è un episodio che Shakespeare prende sempre da Holinshed, ma che non si riferiva a re Duncan. Mac dopo aver sentito il piano diabolico dice: ‘’ La tua tempra indomita deve generare soltanto maschi’’ Mac ha ancora paura che verranno scoperti, ma LM lo rassicura che il loro piano funzionerà e lui sembra definitivamente convincersi: ‘’ ho deciso, tendo ogni parte del mio corpo alla terribile impresa, andiamo via e inganniamo il tempo con le belle apparenze; il volto falso deve nascondere ciò che il cuore falso sa’’ ATTO 2

  1. Macbeth inizia a dare segni di una sorta alterazione mentale perché inizia a vedere delle cose che non ci sono. Rimasto da solo, anticipatamente sconvolto per l’azione che è chiamato a compiere, è posto dinanzi a un’immagine che lo inquieta: è l’immagine di un pugnale, “a dagger”, davanti a lui con il manico rivolto verso la sua mano: ‘’lasciati afferrare, non riesco a tenerti eppure ti vedo ancora. Non sei tu visione fatale, sensibile al tatto e alla vista?’’ È molto ricorrente l’uso dell’aggettivo “fatale”, nella doppia accezione, “fatale” in quanto fatale e “fatale” in quanto afferente al fato, al pronunciamento, al destino già deciso, all’inevitabile. ‘’O forse sei solo un pugnale della mente, una falsa creazione, che deriva dal cervello invaso/oppresso dal calore/dalla febbre?’’ Ci viene raccontato quasi fisiologicamente lo stato d’animo di Macbeth, che poco prima dell’azione che deve compiere ha delle visioni inquiete. Vede un pugnale, visione che attribuisce alla febbre. È molto importante, perché fra lady Macbeth sarà ossessionata da visioni che non se ne vanno e perderà completamente i lumi della ragione negli atti successivi. Quindi anche questo potremmo considerarlo un eco prolettico degli sviluppi successivi del dramma_._

MAC: ‘‘Glamis ha ucciso il sonno e quindi Cawdor non dormirà più’’- Ma chiaramente Glamis e Cawdor sono la stessa persona, sempre Macbeth. LADY MACBETH: Perché pieghi la tua nobile forza a pensare cose che fanno ammalare il cervello? Prendi dell’acqua, cancella le tracce luride dalla tua mano. Macbeth ha commesso un errore, perché quei pugnali andavano lasciati sulle guardie per incolparle. E invece le armi del delitto adesso ce le ha con sé. Lei gli dice di tornare e imbrattare le guardie di sangue. MACBETH: Io lì dentro non ci entro più. Ho paura anche solo di pensare a ciò che ho fatto (figuriamoci se devo vederlo). Non oso guardare di nuovo ciò che ho fatto. LADY MACBETH: Quanto sei debole, poco fermo, nel tuo proposito! Dammi i pugnali, il sonno e la morte non sono che immagini. Cioè, il sonno e la morte si somigliano, sono la stessa cosa, basta immaginare che stanno dormendo. Così l’occhio dell’infanzia che teme un diavolo dipinto. Se caccia ancora sangue lo spalmerò sulla faccia dei servi così da far sembrare colpa loro. Lei esce con i pugnali e si sente qualcuno che bussa. Entrambi sono un po’ spaventati da questo knocking. MACBETH: Bussa fino a svegliare Duncan. Vorrei che tu lo potessi fare! L’atto si conclude con Macbeth che si è pentito dell’azione che ha commesso. Fin qui il registro dell’opera è saldamente tragico, non c’è nessuna concessione al comico, ma nel teatro di Shakespeare questo non è possibile, perché il comico quando meno te lo aspetti arriva sempre.

  1. La terza scena del secondo atto è una delle scene più importanti di “Macbeth”. È una scena comica e molto divertente. Lo deduciamo in qualche modo dal fatto che si sente questo bussare furioso dall’interno ma ad entrare in scena è un “Porter” = portiere, o custode del castello. Decisamente il porter non è un personaggio alto, e per quanto il teatro di Shakespeare non rispetti la divisione degli stili, resta il fatto che un personaggio come il porter molto probabilmente ci consegnerà una scena comica perché appartiene a una classe sicuramente inferiore a Mac e sua moglie, che appartengono all’aristocrazia scozzese. Ci accorgiamo anche che siamo di fronte a una scena comica perché qui incappiamo in un brano in prosa. Finora avevamo avuto solo versi. È quasi l’alba, i due coniugi hanno compiuto il misfatto, si stanno nascondendo e sono spaventati a morte da questi colpi che sentono e che vengono battuti contro le porte del castello. Si immaginano che questo “knocking” sia immediatamente legato all’omicidio. PORTER: Questo sì che è bussare! Se uno fosse portiere dell’inferno ne avrebbe da girare la chiave (cioè girare la chiave per far entrare tutti questi che si meritano l’inferno, quindi c’è una folla evidentemente fuori che sta bussando). Ma dopo tutto ciò che è successo, che noi sappiamo e che il portiere non sa, si sta creando un’identificazione tra il castello e l’inferno. Il portiere sta prendendo in giro quelli che si trovano a bussare e, anche se non sa quello che è accaduto, sta dicendo “questo castello è un inferno”. Bussa, bussa, bussa, in nome di Belzebù. Belzebù è il diavolo. Quindi anche il portiere sembra avere una compromissione, anche se si tratta di una compromissione comica. Alla luce di un personaggio come lady Macbeth, tutto questo insistere sull’inferno ha una connotazione più greve. Ecco un fattore che stipulò sulla carestia e si impiccò. Arrivi giusto in tempo! Hai abbastanza fazzoletti; qui ce ne sarà da sudare. Bussa, bussa. In nome dell’altro diavolo, chi viene ora? Eccone uno che a forza di equivoci spergiurò su un piatto della bilancia contro l’altro, e commise molti tradimenti dinanzi al regno di Dio, ma non riuscì a equivocare con il cielo. Vieni avanti tu e i tuoi equivoci (“equivocator”).

Equivocation è una parola chiave in tutto il dramma, un po’ perché l’equivocation è un giocare, manipolare il linguaggio e le parole, dissimulando e celando il loro vero significato. È in parte ciò che fanno le streghe che costringono costantemente ad interpretare il significato letterale. Ma sappiamo che c’era stato in quel periodo un dibattito politico religioso sull’equivocation che è la pratica cui erano ricorsi i gesuiti durante i processi che erano seguiti al complotto delle polveri, il tentativo di Henry Garnet e dei cattolici di far esplodere il Parlamento con il re dentro per riportare il cattolicesimo in Inghilterra. Sarebbe stato anche in quel caso un regicidio, ma una certa propaganda cattolica da tempo (in Spagna, in Italia e nei Paesi cattolici) aveva formulato l’ipotesi che fosse legittimo, che non costituisse peccato mortale, uccidere un re non cattolico, perché era fatto in nome della vera fede. In questo senso, avevano l’appoggio papale coloro che avevano cercato di far saltare il parlamento con il re al suo interno. Quindi, qui si fa riferimento all’equivocation. È proprio in questa scena comica che troviamo delle spie, delle tracce, intanto utili per la datazione dell’opera, ma poi anche perché l’equivocation è esattamente il potere cui si appellano le streghe. PORTER: Bussa, bussa, bussa. Chi è? Ecco un sarto inglese, viene qui per aver rubato su delle calze francesi. Il portiere si trova davanti a questa folla e sta immaginando che tutti quelli che stanno venendo alle porte siano delle anime spedite all’inferno, e quindi attribuisce delle colpe e delle azioni violente per le quali le persone che ha davanti sono finite all’inferno. Bussa, bussa! Mai della pace? Qui però fa troppo freddo per essere all’inferno. Non farò più il custode del diavolo. Me l'aspettavo che avrei fatto entrare uomini e donne d'ogni professione che su un sentiero fiorito di primule se ne van tutti all'eterno falò. Dopo aver fatto questa specie di gioco, cioè immaginare questo castello come l’inferno alle cui porte bussano tutti i dannati, il portiere apre la porta a Macduff e Lennox, due che hanno accompagnato il re. MAC chiede se hanno fatto tardi e PORTER: Si signore, abbiamo brindato fino al secondo canto del gallo e il bere provoca soprattutto tre cose: MACDUFF: Quali sono le tre cose? PORTER: Naso rosso, sonno e urina. Il registro è decisamente comico; stiamo anche scendendo nel comico degradato. Eravamo nelle altezze metafisiche degli spiriti sovrannaturali, nelle altezze retoriche della tragedia da compiersi, e siamo finiti, come sempre accade con Shakespeare, apparentemente da tutt’altra parte, ma siamo sempre lì. La lussuria, signore, provoca e sprovoca (bere troppo provoca la lussuria, ma poi la indebolisce anche): provoca il desiderio ma si porta via la performance. Ritorna sul tema dell’equivocatio: si potrebbe dire che il bere troppo equivoca con il lussurioso, lo crea e lo disfa, lo accende e lo spegne, lo persuade e lo scoraggia, lo drizza e lo abbassa; in breve a forza di equivoci lo addormenta e lo fa giacere nella menzogna. C’è un chiaro riferimento all’erezione, il tutto equiparato all’equivocazione. Cosa fa l’equivocazione? Mezza frase pronunciata a alta voce e il resto della frase a mente che distrugge il significato della frase precedente. In questa versione comica dell’equivocazione si sottolinea che a forza di equivoci c’è un contenuto di menzogna. Abbiamo visto anche l’irrompere un po’ sorprendente di una scena comica con il porter; scena che sembra abbastanza incongrua rispetto alla tenuta tragica dell’opera fino a quel punto, ma che invece, anche nel suo apparente divergere dalla teleologia tragica (da telos, il fine ultimo, il punto verso il quale tutte le cose tendono al loro compimento), in questa che sembra una piccola deviazione, un inserto comico (si scherza sull’ubriachezza e sui tre sintomi principali dell’ubriachezza: il naso rosso, la disinibizione – l’impotenza, e il bisogno di fare pipì), in realtà il porter continua a insistere sulla parola “equivocation”. L’equivocation è una pratica utilizzata in particolare dai gesuiti, in particolare dai cattolici che erano stati coinvolti nel complotto delle polveri, cioè nel tentativo di uccidere Giacomo I. E’ un punto del dramma che ci permette la datazione del dramma, 1604. Il fatto che ci sia un riferimento significa che l’opera è stata scritta alla luce di quell’avvenimento. In qualche modo ci dà