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IL RISO LEOPARDIANO COMICO, SATIRA, PARODIA
IL NULLA E IL RISO
Il nichilismo nega la realtà delle cose riducendole ad apparenze, la metodologia ontologica nega essere stesso identificandolo col nulla. Leopardi smaschera la contraddizione, distrugge le idee platoniche e ogni principio di immutabilità , proclamando, con intrepida , spietata coerenza, il nulla
- e a cui fatalmente ritornano: Dio è il nulla , e un nulla è anche il soggetto che percepisce , patisce la nullità del tutto. Fra i testi Analizzati da Severino, un passo celebre dello Zibaldone. Tutto è nulla al mondo ,anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in una ora inquieta conoscerò la vanità e lo irragionevolezza e immaginario. Misero me, è vano , è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e annullerà ,lasciandomi in un vòto universale ,e in una indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi. Nello Zibaldone la riflessione si articola in passaggi e nessi più speculativo – filosofici, toccando gli estremi della prova ontologica “in negativo”: In somma il principio delle cose , e Dio stesso è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non esiste ragione assoluta perché possa non essere , o non essere in quel talo modo. E tutte le cose sono possibili ,cioè non esiste ragione assoluta perché una cosa qualunque ,non possa essere , o essere in questo o quel modo. E non esiste divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, né differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili […] Certo è che distrutte le forme Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio. Dunque nella negatività radicale , che coinvolge il principio delle cose , la natura dello essere, sicché si è potuto parlare, motivatamente, di <> leopardiana. Ma, accertata questa illimitata negatività , Severino finisce poi col ridurre la poesia di Leopardi – o meglio la idea che egli ha della poesia – a mera funzione interna al processo nichilistico, sia che si configuri come menzogna, <> consolatore della infelice esistenza umana, sia che venga anteposta alla filosofia nel compito di condurre alla verità, ossia allo smascheramento delle illusioni: in entrambi i casi la poesia non rappresenterebbe qualcosa di effettivamente “altro” rispetto al nichilismo, non gli opporrebbe alcuna resistenza o rifiuto. Fin qui la tesi di Severino , cui Givone risponde con ontologia del nulla. Il nichilismo è fermo al conflitto – generatore della intera storia umana – tra mondo vero e mondo falso, tra mondo delle illusioni vitali e mondo della verità che distrugge la vita; il nichilismo – sottraendo allo sguardo che vede il nulla, e che invece è, parte inseparabile del nulla – in realtà <>; nel nichilismo ,infine,<<Unsinn, il non senso originario, riverbera sulle cose che sono una luce fredda che le depotenzia e svuota,semmai predisponendole alla manipolazione o , secondo la più autentica lezione nichilistica che lega tecnica e poesia nel segno artificiale e arbitrario, ai giochi immaginari>>. II Della analogia e convergenza dei percorsi mentali tra meditazione sul nulla e teoria del riso ,è già prova quella prima pagina dello Zibaldone che ,trattando del ridicolo (ossia di ciò che genera il
riso), applica le stesse distinzioni e lo stesso linguaggio – anzi proprio lo stesso lessico – usati per i ragionamenti intorno alla poesia. Si legge fra altro: Esiste una differenza grandissima tra il ridicolo degli antichi comici greci e latini di Luciano e quello dei momenti massimamente francesi. La differenza si conosce benissimo e dà negli occhi immediatamente. Ma quanto analizzarla e diffinire in che consista , a me pare che sia questo, che quello degli antichi consistea principalmente nelle cose , e il moderno nelle parole […]Quello degli antichi era veramente sostanzioso ,esprimeva sempre e mettea sotto gli occhi per dire così un corpo di ridicolo , e i moderni mettono ombra uno spirito un vento un soffio un fumo. Quello empieva di riso , questo appena lo fa gustare e sorridere, quello era solido, questo fugace, quello durevole materia, questo al contrario. […] E quando anche non ci fossero immagini similitudini, sempre quello motteggiare[degli antichi] era più consistente più corputo, e con più cose che non il moderno […].Ora a forza di motti è reso spirituale anche ridicolo, assottiglianto tanto che ormai non è più né puro liquore ma un etere un vapore, e questo solo si stima ridicolo degno delle persone di buon gusto e di spirito e di vero buon tono , e degno del bel mondo e della civile conversazione. Si può qui intravedere una sorta di anticipazione del riso carnevalesco di cui parlerà Bachtin. Anche Bachtin mette in stretta relazione il comico antico – continuanto in forme diverse nel Medioevo e nel Rinascimento e, in modo supremo , da Rabelais – con la sfera meteriale e corporea ; anche egli contrappone a quella comicità il processo di assottigliamento e “spiritualizzazione” operato dai romantici , ossia da coloro che Leopardi chiama <<.<<Il riso – scrive Bachtin – abbassa e materializza […] Il grottesco ,legato alla cultura popolare, avvicina il mondo alla persona e gli fa prendere corpo, lo mette in relazione con il corpo e la vita corporea (a differenza del processo di appropriazione romantico[…] il riso è ridotto e prende la forma di humour, di ironia e sarcasmo. Cessa di essere riso allegro e gioioso >>. Ma , al di là delle coincidenze , non si dovrà trascurare che Bachtin prende in esame il comico popolare , del carnevale , della <>, della <>, cui attribuisce una funzione sociale e rigeneratrice, mentre Leopardi si riferisce a quello degli scrittori, della letteratura, che aveva sì il requisito della piena esplosione di gioia, senza però approdare ad alcuno effetto di rigenerazione (concetto troppo in contrasto con il pessimismo tragico e totalizzante del poeta). In un passo di poco posteriore a quello appena citato , Leopardi si addentra in analisi fisiologica del riso e della tristezza , degli atti, del modo di muoversi e comportarsi di chi è allegro e di chi è triste. Qui egli parla di allegrezza, termine che – al pari di altri , in determinati contesti e accezzioni , quali sorriso , gioia, diletto – rientra nella medesima area semantica del riso. Ma ciò che importa rilevare è che egli arriva alla descrizione degli aspetti e comportamenti fisici per spiegarsi il caso che stare allegri <>, mentre la tristezza condanna ad isolarsi ,a chiudersi ,a rannicchiarsi – come scrive – in se stessi: Ma io osservo che questa tendenza al dilatamento nella allegrezza, e al ristringimento nella tristezza , si trova anche negli atti della persona occupata dallo uno di questi affetti , e come nella allegrezza egli passeggia nuove e allarga le braccia le gambe , diventa la vita, e in certo modo si dilata col trasportarsi velocemente qua e là ,come cercando una certa ampiezza; nella tristezza si rannicchia ,piega la testa, serra le braccia contro il petto ,cammina lento, e schiva ogni moto vivace e per così dire, largo.
[…] fu notabile provvedimento della natura assegnare a un medesimo genere di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che avevano a ricreare gli altri viventi colla voce , fossero per ordinario in luogo alto; donde ella si spanderebbe intorno per maggiore spazio , e pervenisse a maggiore numero di uditori. E in guisa che aria , la quale si è elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche. Un riso quello dalla natura, consolatorio e tuttavia inquietante perché non se ne capisce la ragione , perché emerge dalla <<infinita vanità dello umana>>.Gli corrisponde , con fatale circolarità , il riso delle creature mortali, laddove esso si identifica con gli <>ancora nel Passero ; il sorriso delle donzelle nelle <>. Il sorriso degli<> è soltanto il ricordo di un sorriso perduto, di una innocenza violata , di una <>. Oggi si ride assai di più che <>, è scritto in Elogio degli uccelli. Ma che riso è? Se è un riso finzione è un artificio , uno strumento per guadagnarsi rispetto e prestigio nella società , una arma di seduzione :<<tanto la persona è gradita e fa fortuna nella conversazione e nella vita , quanto ei sa ridere>>(Zibaldone 3360 – 61 , 5 /9/1823).Se il riso è autentico ,naturale ,riso di gioia schietta non costruito ad arte per fini utilitari , esso si identifica con la follia o con ubriachezza allegrezza, con “uscire fuori di sé”; e si manifesta come <>, come<<maligno amaro ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio , il quale sorriso è ultima espressione della estrema disperazione e della somma felicità>>(Zibaldone 87, 1819). È il sorriso dello eroe suicida nel Bruto minore (<> 45); ed è il sorriso del poeta stesso nello autoritratto che sigilla Aspasia: […]Che se di affetti Orba la vita, e di gentile errori ,È notte senza a mezzo il vento, Già del fato mortale a me bastante , E conforto e vendetta è che su erba Qui neghittoso immobile giacendo, Il mare la terra e il cielo miro e sorriso. Un riso vendicativo e sprezzante , quando nasce come reazione alla propria infelicità ; il riso che si misura e si scontra con la pietà , quando nasce dallo spettacolo delle miserie altrui. <<Non so se il riso o la pietà prevale>>. Dice il poeta nella Ginestra , e il riso è per la superbia degli uomini, la pietà per le loro condizione di esseri infelici.^1 Le diagnosi si moltiplicano nelle pagine dello Zibaldone e trovano riscontri e sviluppi in due Pensieri e nelle Operette morali , in particolare nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri e , soprattutto , in Elogio degli uccelli e nel Dialogo di Timandro e di Eleandro. Tutto è follia in questo mondo furchè il folleggiare. Tutto è degno di riso furchè il ridersi di tutto. Tutto è vanità furchè le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze. Si osservi che qui il folleggiare è qui presentato come residua , estrema forma di saggezza: vi è forse il ricordo di Democrito che rideva dei mali del mondo, contrapposto , secondo la tradizione ,a Eraclito , che sulle disgrazie degli uomini piangeva. Di questa coppia archetipica è traccia in una lettera a Giordani del 18 giugno1821: (^1) Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro, sembra che pietà e riso possano congiungersi. Dice Eleandro:<<Ridendo dei nostri mali, trovo qualche confronto ; e procuro recame altrui nello stesso modo. Se questo non mi viene compiuto, tengo pure per fermo che il ridere dei nostri mali sia unico profitto che se ne possa cavare , e unico rimedio che si trovi. Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un sorriso.
Ma dimmi , non potresti tu di Eraclito convertirti in Democrito? La quale cosa va pure accadendo a me che la stimava impossibilissima. Vero è che la Disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli uomini ed alle mie disgrazie , al quale io mi vengo accostumando, quantunque non derivi dalla speranza , non viene però dal dolore , ma piuttosto dalla noncuranza, quale ultimo rifugio degli infelici soggiogati dalla necessità collo spogliarli non del coraggio del combatterla , ma della ultima speranza di poterla vincere, cioè la speranza della morte. Una confessione che, nella chiusa ,ci conduce a una pagina dello Zibaldone, poi ripresa e rielaborata – con una certa perdita di icasticità – nel LXXVIII dei pensieri: Ridere franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissimo, con una o due persone , in un caffè , in una conversazione , in via ; tutti quelli che vi sentiranno o vedranno ridere così , vi rivolgeranno gli occhi , vi guarderanno con rispetto , se parlavano, taceranno , resteranno come mortificati, non ardiranno mai ridere di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice , rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri , come chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire. Fino quasi alla conclusione il testo sembra soltanto uno sviluppo (il riso come arma per imporsi nella società); ma nelle ultime righe ,fulminee e inaspettate , il potere sugli altri viene paragonato al dominio sulla morte(<<chi ha il coraggio di ridere è padrone degli altri ,come chi ha il coraggio di morire>>). Cade la distinzione fra il riso – artifici e riso autentico, fra riso utilitaristico e riso – follia o vendicativa, <>. Un riso si fonde nello altro , nel gongo di una unica verità che è la morte, nella rivelazione di un nulla che cancella ogni discriminante tra le azioni e reazioni umane , lasciando ai mortali solo una scena , la dignità del coraggio senza alcuno scopo.
Leopardi e i satiri greci e latini
Satura tota nostra est; il detto arcinoto di quintiliano non può significare che questo : il nome e la evoluzione decisiva della “ Textsorte” (tipo di testo )”SATIRA” sono merito dei poeti di Roma ,e specialmente di Lucilio ,Ennio ,Orazio,Persio e Giovenale. Accanto alla denominazione “satiri latini “. Non mi pare necessario spiegarne il senso poiché mi rivolgo , qui , ad un pubblico di ascoltatori e lettori che bene conoscono il Leopardi. Il tema – cornice <<Leopardi e antichità>> richiede ovviamente pure una risposta alle seguenti due questioni:(1) Chi sono glu autori antichi “satirici”, che il nostro poeta ha conosciuti?(2) Fino a che punto ed in quale sensosi possono scoprire le cosidette “interferenze” fra Leopardi e quegli autori di testi in lingua greca e latina , per i quali egli si è servito (o si sarebbe probabilmente servito nel caso che ne avesse parlato) della qualifica di satirico? Ad 1 :Partendo dalle riflessioni e annotazioni dello stesso Leopardi intorno alla teoria della satira ,e confrontandole con i suoi testi di carattere interamente o parzialmente satirico , scopriamo,almeno a mio avviso , una vicinanza al precetto “Rdendo dicere verum” oraziano, ma pure al postulato lucianesco che evidenzia una stretta parentela fra satira e la commeddia. Nella prassi , per lo più assai sarcastica e spiritosa, mi pare di trovare ,tutto sommato , a parte la imitazione lucianesca ,
sublime, di malvagio, in sé , bensì stati di animo , in cui attribuiamo tali parole a cose che sono fuori e dentro di noi. Impossibbile scommessa di Prometeo Lo ottimismo di Prometeo si infrange contro tre esempi che attestano inconfutabilmente la non – perfezione umana nel campo della organizzazione sociale che è rappresentato dalla famiglia. Nel primo episodio , Il Selvaggio del <> si ciba dei propri figli e così medita di fare con la madre <> Il piacere che noi proviamo della satira , della commedia satirica, della raillerie, della maldicenza, o nel farla o nel sentirla , non viene da altro se non dal sentimento o opinione della nostra superiorità sopra gli altri , che si ridesta in noi per le dette cose , cioè dello odio nostro innato verso gli altri, conseguenza dello amor proprio che ci fa compiacere dello scorno e dello abbassamento anche di quelli che in niuno modo si sono opposti o si possono opporre al nostro amore proprio , a’ nostri interessi , che niuno danno , niuno dispiacere, niuno incomodo ci hanno mai recato , e fino anche della stessa specie umana; abbassamento della quale , derisa nelle commedie o nelle satire, lusinga esso medesimo la nostra innata misantropia. E dico innata, perché amore proprio, innato , non può stare senza di lei. Momo è dunque <>, il suo è il<> di chi è consapevole che il male si identifica con essere, mentre Promteo è proteso sempre verso lo impossibile : egli non ride. La sua delusione si misura sulle scuse che adduce per giustificare lo orrore esistente. Una prima volta nello invocare la natura <> dei selvaggi , una seconda in una risposta taciuta <<in forma distinta, precisa e dialettica>>. Ed è qui , tra il secondo e il terzo – tragico – episodio del suicidio londinese , dove la suggestione di Voltaire è addirittura esplicita , che in modo più evidente , Momo assume le fattezze del volterriano manicheo Martin. Alla domanda di Candide :<<Ma per quale fine questo mondo è stato creato ?>> , Martin risponde seccamente :<>. E ancora : Credete voi, dice Candido che gli uomini si siano sempre vicendevolmente straziati ,come lo fanno al presente : che essi siano sempre stati bugiardi, furbi , perfidi, ingrati, assassini, pieni di debolezze, ladri, vili, invidiosi, ingordi, ubriachi, avari, ambiziosi, sanguinari, calunniatori, discoli, fanatici, ipocriti, e pazzi? – Credete voi, dice Martino , che gli Sparvieri abbiano sempre mangiato degli uccelli quando ne hanno trovati? Sì , senza dubbio, dice Candido .E bene soggiunge Martino, se Sparvieri hanno sempre avuto il medesimo carattere , perché volete voi che gli uomini abbiano cambiato il loro? Oh, dice Candio , vi è bene differenza perché il libero arbitrio… così ragionando arrivano a Bordeaux”.