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Medioevo: istruzioni per l'uso - Francesco Senatore, Appunti di Storia Medievale

Il riassunto è veramente approfondito. Si può benissimo studiare tutto da questo file risparmiando molto tempo e denaro. II volume vuole essere un sostegno per lo studente universitario alle prese con la storia medioevale, una disciplina percepita spesso come particolarmente "difficile". Aiuta ad affrontare tre ordini di difficoltà: la prima è legata al soggetto dello studio, lo studente, che spesso interpreta male i testi perché gli mancano le categorie e i concetti necessari per farlo. Il primo capitolo lo aiuta a formarsi l'apparato interpretativo corretto. Il secondo capitolo è pensato per aiutare a comprendere qual è l'oggetto dello studio, "il Medioevo", e come si definisce di conseguenza la disciplina che lo pone al proprio centro, la "storia medioevale". Come si sa, infatti, l'idea di Medioevo è fortemente deformata dal nostro immaginario letterario, cinematografico e persino scolastico: in effetti il Medioevo, come civiltà caratterizzata da peculiarità specifiche, non esiste

Tipologia: Appunti

2023/2024

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Francesco Senatore
Medioevo: istruzioni per l'uso
l. Il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio
1.1 Luoghi e popoli
Il testo si concentra sul tema dello studente e le insidie del linguaggio, ponendo l'attenzione sui
modi in cui i nomi di stati e popoli, apparentemente immutabili nel tempo, possono creare
confusione nella comprensione storica. Attraverso l'esempio degli stati europei dall'epoca medievale
ai giorni nostri, si nota come i confini e le caratteristiche di questi territori si siano continuamente
trasformati. Tuttavia, la percezione comune li interpreta spesso come entità autonome e stabili,
paragonandoli a organismi viventi con una propria identità. Questo equivoco è alimentato dalla
forza del linguaggio, che rende difficile separare mentalmente termini come "napoletano" o
"inglese" dal loro significato contemporaneo. Lo studente, senza accorgersene, può cadere in questa
trappola interpretativa, dimenticando che lo studio della storia implica necessariamente il confronto
con realtà profondamente diverse dalle nostre. La continuità apparente dei nomi di popoli e territori
nasconde realtà culturali, sociali e politiche eterogenee, che non possono essere ridotte a mere
equazioni come anglosassoni uguale inglesi o longobardi uguale italiani. Inoltre, il rischio maggiore
si manifesta nell'approccio romantico alla storia, che cercava di rintracciare le origini di un’identità
nazionale o locale attraverso un processo retrospettivo, come avveniva nel periodo romantico,
quando si stabilivano connessioni dirette tra gli angli e sassoni del medioevo e gli inglesi moderni.
Questa prospettiva è ancora influente, anche se implicitamente, nella mentalità di chi studia la storia
e utilizza atlanti o testi storici. Un ulteriore livello di complessità è dato dalla varietà di stati e
popoli medievali che non hanno alcuna corrispondenza con il presente. Lo sguardo odierno tende a
trascurare queste realtà, dimenticando che la storia avrebbe potuto seguire percorsi completamente
diversi. Non esisterebbe, ad esempio, il Regno Unito nella sua forma attuale, e i suoi confini o
strutture istituzionali avrebbero potuto essere radicalmente diversi. Spesso, però, ragioni politiche
moderne portano a rispolverare antiche identità per rivendicazioni locali o per motivi celebrativi,
come nelle sagre paesane, contribuendo a perpetuare l’errore. L’idea che gli abitanti del Galles o
della Scozia di oggi siano identici ai celti del V secolo è un’illusione che deriva dalla scarsa
conoscenza storica e dall’errata equivalenza tra popolazioni moderne e antiche. Simili dinamiche si
riscontrano anche in Italia, dove il localismo contemporaneo esalta le “radici” come i longobardi o i
sanniti per opporsi all’identità nazionale, ricalcando il nazionalismo risorgimentale, che assumeva
che gli italiani fossero sempre esistiti, almeno dal Medioevo. Tale concezione staticistica della
storia produce una narrazione monotona, dove i popoli sembrano restare invariati nel tempo, sia che
riescano a creare uno stato unitario sia che rimangano frammentati. La realtà storica è invece molto
più complessa e dinamica. Popoli e stati sono creazioni storiche, come lo sono anche i loro nomi,
che spesso hanno subito cambiamenti significativi. Non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso
nome, né i territori sono rimasti associati alle stesse popolazioni. Lo studio della storia richiede
quindi una comprensione profonda di queste trasformazioni, evitando generalizzazioni e
semplificazioni meccaniche come quelle citate. Atlanti e testi scolastici cercano di trasmettere
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Francesco Senatore

Medioevo: istruzioni per l'uso

l. Il soggetto studente e le insidie del nostro linguaggio

1.1 Luoghi e popoli

Il testo si concentra sul tema dello studente e le insidie del linguaggio, ponendo l'attenzione sui modi in cui i nomi di stati e popoli, apparentemente immutabili nel tempo, possono creare confusione nella comprensione storica. Attraverso l'esempio degli stati europei dall'epoca medievale ai giorni nostri, si nota come i confini e le caratteristiche di questi territori si siano continuamente trasformati. Tuttavia, la percezione comune li interpreta spesso come entità autonome e stabili, paragonandoli a organismi viventi con una propria identità. Questo equivoco è alimentato dalla forza del linguaggio, che rende difficile separare mentalmente termini come "napoletano" o "inglese" dal loro significato contemporaneo. Lo studente, senza accorgersene, può cadere in questa trappola interpretativa, dimenticando che lo studio della storia implica necessariamente il confronto con realtà profondamente diverse dalle nostre. La continuità apparente dei nomi di popoli e territori nasconde realtà culturali, sociali e politiche eterogenee, che non possono essere ridotte a mere equazioni come anglosassoni uguale inglesi o longobardi uguale italiani. Inoltre, il rischio maggiore si manifesta nell'approccio romantico alla storia, che cercava di rintracciare le origini di un’identità nazionale o locale attraverso un processo retrospettivo, come avveniva nel periodo romantico, quando si stabilivano connessioni dirette tra gli angli e sassoni del medioevo e gli inglesi moderni. Questa prospettiva è ancora influente, anche se implicitamente, nella mentalità di chi studia la storia e utilizza atlanti o testi storici. Un ulteriore livello di complessità è dato dalla varietà di stati e popoli medievali che non hanno alcuna corrispondenza con il presente. Lo sguardo odierno tende a trascurare queste realtà, dimenticando che la storia avrebbe potuto seguire percorsi completamente diversi. Non esisterebbe, ad esempio, il Regno Unito nella sua forma attuale, e i suoi confini o strutture istituzionali avrebbero potuto essere radicalmente diversi. Spesso, però, ragioni politiche moderne portano a rispolverare antiche identità per rivendicazioni locali o per motivi celebrativi, come nelle sagre paesane, contribuendo a perpetuare l’errore. L’idea che gli abitanti del Galles o della Scozia di oggi siano identici ai celti del V secolo è un’illusione che deriva dalla scarsa conoscenza storica e dall’errata equivalenza tra popolazioni moderne e antiche. Simili dinamiche si riscontrano anche in Italia, dove il localismo contemporaneo esalta le “radici” come i longobardi o i sanniti per opporsi all’identità nazionale, ricalcando il nazionalismo risorgimentale, che assumeva che gli italiani fossero sempre esistiti, almeno dal Medioevo. Tale concezione staticistica della storia produce una narrazione monotona, dove i popoli sembrano restare invariati nel tempo, sia che riescano a creare uno stato unitario sia che rimangano frammentati. La realtà storica è invece molto più complessa e dinamica. Popoli e stati sono creazioni storiche, come lo sono anche i loro nomi, che spesso hanno subito cambiamenti significativi. Non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso nome, né i territori sono rimasti associati alle stesse popolazioni. Lo studio della storia richiede quindi una comprensione profonda di queste trasformazioni, evitando generalizzazioni e semplificazioni meccaniche come quelle citate. Atlanti e testi scolastici cercano di trasmettere

queste complessità, ma spesso chi li legge ricade in errori interpretativi, consolidando preconcetti che ostacolano la reale comprensione del passato.

1.2 Stati e stato

Le insidie del linguaggio e degli strumenti che utilizziamo per comprendere il passato si manifestano in modo ancora più evidente quando ci spostiamo dalla dimensione geografica ed etnica a quella della definizione di stato o, più precisamente, di regno. Da almeno un secolo, gli storici insistono sulla completa differenza tra gli "stati" del passato e quelli attuali, tanto che alcuni negano l’esistenza stessa di qualcosa che possa essere chiamato "stato" prima dell’Ottocento. Lo stato moderno, quello che si è sviluppato nel mondo occidentale durante il XIX secolo e nella prima parte del XX, è dotato di caratteristiche ben definite: piena sovranità su un territorio con confini stabili, il monopolio della forza e della legge, un apparato burocratico indipendente e stabile, e il controllo delle principali risorse pubbliche. Questo Stato, inteso con la maiuscola, è una costruzione astratta e impersonale che prescinde dagli individui che lo rappresentano, dal sovrano o presidente al più umile dei funzionari. Nel Medioevo, invece, parlare di stati è un’operazione molto più complessa e, secondo alcuni, fuorviante, poiché le organizzazioni politiche e sociali dell’epoca avevano natura, funzioni e struttura profondamente diverse. Per esempio, lo "stato" carolingio, che si estendeva su vasti territori nel corso dell’VIII e IX secolo, era amministrato localmente da figure come i conti, funzionari nominati dall’imperatore per governare le contee. I poteri del conte si esprimevano attraverso funzioni specifiche come il comando militare, la gestione delle infrastrutture pubbliche e la presidenza delle assemblee giudiziarie. Tuttavia, descrivere queste attività come funzioni "pubbliche" rischia di creare un’errata equivalenza con l’attuale concetto di amministrazione statale. In realtà, il conte carolingio non aveva una formazione istituzionale, non rispondeva a un quadro normativo omogeneo e non disponeva di uffici o sedi stabili. Il suo potere derivava principalmente dalla forza militare e dai legami personali, e la sua autorità si basava sulla fedeltà giurata all’imperatore e sul controllo diretto degli uomini liberi del territorio che governava. I confini di una contea non erano rappresentati su mappe, ma erano definiti da elementi naturali o da memorie collettive, testimoniati all’occorrenza dagli abitanti del luogo. Il conte era, in sostanza, un guerriero che esercitava la sua autorità attraverso la parola e i rapporti personali piuttosto che attraverso un sistema burocratico o legale. Nonostante questo, i pochi letterati del tempo, tutti ecclesiastici o monaci, utilizzavano termini come "pubblico" nei documenti ufficiali, richiamandosi alla tradizione dell’Impero romano. Questo richiamo aveva un significato ideologico e simbolico, influenzando in parte anche la percezione che i contemporanei avevano delle proprie azioni e istituzioni. Tuttavia, il divario tra le strutture politiche medievali e lo Stato moderno resta incolmabile: il primo si fondava su relazioni personali e militari, il secondo su un sistema giuridico, burocratico e territoriale rigorosamente definito. La rappresentazione che oggi abbiamo del passato, spesso influenzata dal nostro linguaggio e dai nostri strumenti interpretativi, tende a confondere queste differenze, attribuendo a istituzioni medievali caratteristiche che esse non potevano possedere. È proprio questa rappresentazione a rivelarsi un ostacolo per la comprensione autentica della storia, che richiede invece uno sforzo continuo per calarsi nella specificità di epoche e contesti profondamente diversi dal nostro.

1.3 La psicologia dei personaggi

sesso e dall’età del singolo. Per gran parte della storia umana, infatti, un povero, uno schiavo, una donna, un neonato hanno avuto un valore assai inferiore a quello di un guerriero maschio adulto, nell'ambito concreto della vita sociale, ma anche in quello della vita affettiva. Proprio così: anche l'amore più tenero e scontato, quello per un figlio appena nato, magari oggetto di aspettative familiari e dinastiche, non si esprimeva con l'intensità e l'esclusività di oggi. Prima di giudicare il passato, cui era del tutto estranea l'attuale concezione dei diritti umani e della loro inalienabilità, bisogna comprenderlo. Allo stesso modo, per fare un altro esempio, fino alla prima metà del Novecento l'«estensione del proprio territorio» o del «proprio potere» erano comunemente considerati un fattore positivo, il segno del successo di un individuo, di un popolo, di uno Stato e non un obiettivo politico di cui, eventualmente, vergognarsi. Per Alarico, saccheggiare Roma non significava sconfiggere l'impero romano impadronendosi della sua capitale. Egli non voleva né era in grado di concepire un progetto militare e politico di questa portata. Altrimenti, una volta presa Roma, si sarebbe proclamato imperatore, o quanto meno si sarebbe fermato un po' più di tre giorni in quella città. Al contrario, la sua era una semplice rappresaglia, perché egli si sentiva come un alleato tradito, e un alleato di Roma era senza alcun dubbio. I visigoti che egli guidava erano da oltre una generazione foederati (alleati) dell'impero, al quale garantivano un indispensabile supporto militare. Le tribù federate, infatti, combattevano insieme con l'esercito imperiale, anche se non erano inquadrate in esso stabilmente. I federati, che pur mantenevano la loro organizzazione sociale e la loro diversità culturale, vivevano all'interno dell'impero, avevano a che fare quotidianamente con genti di lingua latina e greca, collaboravano con funzionari civili e militari romani. Alarico non si sentiva e non era un invasore, ma piuttosto un ospite ora gradito, ora sgradito, che all'occorrenza poteva salvare l'impero dai suoi nemici. La forza militare barbarica era infatti diventata indispensabile per l'impero romano, e questo era ben noto a personaggi come Alarico, che alzavano continuamente il prezzo delle loro prestazioni. Così, da alcuni anni, Alarico pretendeva un risarcimento per una spedizione militare che gli era stata affidata e che non aveva avuto seguito, con suo danno. Inoltre, aspirava a qualche carica più prestigiosa e remunerativa nell'amministrazione romana, come quella di magister utriusque militiae, comandante generale di tutte le forze militari (fanteria e cavalleria). Effettivamente, i senatori romani presero con lui un impegno del genere in occasione del sacco di Roma, pur di allontanarlo dalla città. Alarico nel 410 non voleva affatto fondare un regno dei visigoti, voleva invece fare carriera nell'impero, come altri barbari, utilizzando il canale consueto per le genti barbariche, quello militare, e cercandosi interlocutori tra i personaggi più potenti della corte imperiale o del Senato.

1.4 L'anacronismo, compagno della ricerca storica

Se i nomi di luoghi e popoli sembrano eterni protagonisti della storia medievale, concetti come "stato" o "pubblico" rappresentano un ostacolo ancor più grande, portando all’anacronismo: attribuire al passato caratteri inesistenti in quel tempo. "Anacronismo" significa "contro tempo", opposto alla storia, definita da Marc Bloch come "scienza degli uomini nel tempo". Per evitarlo, gli storici hanno differenziato la parola "stato" con aggettivi come stato carolingio, feudale, territoriale, composito o moderno, ma il termine continua a evocare lo Stato odierno che pervade la nostra vita. Anche altre discipline, come fisica o biologia, usano un linguaggio tecnico, mentre lo storico è costretto a metafore e paragoni, con tutte le ambiguità del linguaggio corrente. Soluzioni come usare termini originali (curtis, arimanno) o preferire espressioni meno fraintendibili (comitatus anziché contea) aiutano a estraniarsi dal presente, ma non eliminano il problema: il linguaggio

stesso, nostro unico strumento, è inevitabilmente anacronistico. La difficoltà della storia sta proprio qui: comprendere il passato con i concetti del presente. Essere consapevoli di ciò significa assumersi il rischio di interpretazioni imperfette. Tuttavia, l’anacronismo non è sempre un nemico. Può aiutare nella comprensione del passato attraverso analogia e contrasto. Ad esempio, spiegare le funzioni del comes carolingio paragonandolo a un funzionario pubblico moderno ne evidenzia sia le somiglianze (ruolo pubblico) sia le differenze (un guerriero legato da fedeltà personale all’imperatore). Allo stesso modo, le motivazioni di Alarico nell’attacco a Roma possono essere comprese per contrasto, poiché il suo concetto di conquista differisce dalla nostra idea di dominio territoriale. Per comprendere la storia, è inevitabile muoversi tra passato e presente, ma non per cercare le origini del presente. È piuttosto il presente, con la nostra cultura, esperienza e linguaggio, a spiegare il passato. Questo "anacronismo buono", però, non sempre aiuta gli studenti, che devono conoscere sia il passato sia il presente per comprenderli. I testi ricorrono spesso all’attualità per ancorare concetti lontani alle esperienze degli studenti. Per esempio, affermazioni come «l'impero carolingio era diviso in circoscrizioni affidate a funzionari pubblici, i comites» o «i longobardi scesero in Italia dalla Pannonia, attuale Ungheria» implicano che lo studente sappia cosa significhino "circoscrizione", "funzionario pubblico" e dove sia l’Ungheria. Ciò richiede conoscenze basilari di diritto pubblico e geografia, spesso carenti. Per questo, è fondamentale studiare con un dizionario della lingua italiana o medievale e un atlante storico, strumenti basilari ma spesso trascurati.

1.5 Per concludere: fatti e questioni

Stati, popoli, concetti, motivazioni, valori e sentimenti sono costantemente fraintesi e ricondotti alla nostra esperienza, il che spiega la noia percepita nello studio della storia. Se i protagonisti sembrano uguali a noi, se i loro contesti e motivazioni appaiono identici a quelli odierni, viene meno l’interesse per storie lontane nel tempo, al punto che guardare un film può sembrare più interessante. Questo spiega il contrasto tra il fascino che il Medioevo esercita nell’immaginario collettivo, ricco di cavalieri, dame, castelli, invasioni, santi e streghe, e la difficoltà con cui la storia medievale è accolta nelle scuole e nelle università. Sebbene questa visione idealizzata del Medioevo non vada demonizzata, poiché rappresenta un elemento del nostro presente e può stimolare l’interesse per una conoscenza più approfondita, non ci si può fermare a queste suggestioni se si frequenta l’università, che implica una volontà di approfondimento. Ogni forma di conoscenza richiede impegno e fatica, e queste riflessioni non rappresentano una formula magica per superare facilmente un esame di storia medievale, ma intendono rendere lo studio meno insensato e più produttivo. Lo studente deve affrontare due operazioni fondamentali: memorizzare fatti e comprendere questioni. Ad esempio, per argomenti come "I visigoti" o "L'impero carolingio", occorre memorizzare frasi come «Alarico, re dei visigoti, saccheggiò Roma nel 410» e «Carlo Magno fu incoronato imperatore nell’800. Il suo impero era diviso in circoscrizioni affidate a funzionari pubblici, conti, duchi e marchesi». La memorizzazione, però, non è meccanica: richiede un contesto di conoscenze generali e specifiche in cui collocare le informazioni, come sapere dove si trovava

Il Medioevo, per questi umanisti, non era un periodo con una propria identità e specificità, ma un contenitore di opere da rifiutare, un’epoca che non meritava considerazione, limitandosi a essere un ponte tra due età più importanti. Tale giudizio negativo non prendeva minimamente in considerazione gli aspetti politici, economici o sociali del periodo, che venivano del tutto ignorati. Una reale identificazione del Medioevo come periodo storico definito avvenne soltanto più tardi, tra il XVI e il XVIII secolo, con l’affermarsi di studi approfonditi e sistematici. La definizione si cristallizzò nel XVII secolo grazie al manuale Historia medii evi del tedesco Christof Keller, noto come Cellarius, pubblicato nel 1688. Questa partizione in storia antica, medievale e moderna si impose nell’insegnamento e nella ricerca e rimane valida ancora oggi, sebbene sia generica. La scelta di Keller, nata da esigenze pratiche, diede un nome definitivo al periodo. Il Medioevo, dunque, nacque quasi per caso, un po’ come un soprannome che persiste anche quando perde il suo significato originario. Così come esistono malintesi che accompagnano nomi e identità, esiste un Medioevo che nacque nel XV secolo come concetto storiografico, suggestione e paradigma negativo, a prescindere dal Medioevo reale. Questo concetto vive una vita autonoma rispetto al periodo storico che gli studiosi cercano di ricostruire e che i docenti hanno il compito di insegnare. Si potrebbe pensare che la soluzione sia semplice: basterebbe definire con esattezza cosa fu il Medioevo, quali furono i suoi caratteri e in cosa si differenziò da altre epoche. Tuttavia, il problema risiede nella stessa natura del Medioevo, che non fu una civiltà unitaria né un’epoca con caratteri omogenei chiaramente distinguibili dai periodi precedenti o successivi. Se si cerca un’unica civiltà medievale, questa non esiste, ma esistono molti Medioevi, alcuni più brevi e altri più lunghi rispetto al periodo convenzionale. Definire il Medioevo solo come un periodo compreso tra il 476 e il 1492 è corretto ma insufficiente, poiché esso non può essere ridotto a una civiltà univoca, ma piuttosto a un insieme di realtà molteplici.

2.2 La periodizzazione: problemi di ricerca e di studio

Periodizzare significa interpretare: dividere la storia in periodi non è mai un’operazione neutra, ma il frutto di un’attività interpretativa che riflette la visione dello storico e il suo modo di leggere i fenomeni del passato. Uno dei primi compiti dello storico è stabilire la cronologia dei fenomeni di cui si occupa, e nel caso del Medioevo, gli storici italiani tendono a suddividerlo in due grandi fasi: l’alto Medioevo, che comprende i secoli dal V all’XI, e il basso Medioevo, che va dall’XI al XV. Questa bipartizione individua nel primo periodo una fase caratterizzata da stagnazione demografica ed economica, segnata dalla difficoltà di costruire nuove forme istituzionali dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, mentre il basso Medioevo rappresenta l’epoca della crescita demografica ed economica e della nascita di formazioni statali più stabili e durevoli. Questa divisione, per quanto semplificata, costituisce un utile punto di riferimento iniziale per lo studente. In altre tradizioni storiografiche, come quella anglosassone o tedesca, è preferita una tripartizione: alto o primo Medioevo (V-X secolo), pieno o alto Medioevo (X-XIII secolo) e basso o tardo Medioevo (XIII-XV secolo). Sebbene le espressioni come "pienomedievale" o "tardomedievale" possano comparire anche nei manuali italiani, è raro che questi termini siano accompagnati da una chiara definizione dei caratteri peculiari di ciascun periodo. La distinzione tra alto e basso Medioevo non si limita a una semplice questione cronologica o descrittiva, ma riflette una differenza più profonda che riguarda le fonti e i metodi di ricerca

disponibili per gli storici. Occuparsi di alto Medioevo o di basso Medioevo significa quasi praticare due discipline diverse, poiché le fonti a disposizione degli studiosi variano notevolmente. Durante l’alto Medioevo, le fonti tipologicamente disponibili sono simili a quelle della storia antica: atti legislativi delle autorità maggiori, come imperatori, papi o re, opere scritte in latino, tra cui cronache, epistolari, testi letterari e storiografici, nonché resti materiali, come edifici, sculture, dipinti, oggetti e monete. Tuttavia, documenti giuridici, come testamenti, contratti o compravendite, e documenti patrimoniali, come inventari di beni, sono estremamente rari o quasi del tutto assenti, in particolare nei secoli VI e VII. Nel basso Medioevo, invece, la quantità e la varietà delle fonti aumentano in modo considerevole, grazie a una diffusione molto più ampia dell’uso della scrittura in tutti gli ambiti della vita sociale e politica. Questo periodo ci ha lasciato una grande mole di documenti scritti, tra cui atti notarili, registri amministrativi, giudiziari e fiscali, censimenti, prediche, verbali, lettere, diari e altre testimonianze di autori appartenenti a diversi contesti sociali e culturali. La differenza nella disponibilità e nella tipologia delle fonti ha conseguenze significative sul lavoro degli storici. Gli studiosi dell’alto Medioevo sono costretti a restringere gli argomenti di studio e a integrare le fonti scritte con materiali provenienti da altre discipline, sviluppando un approccio interdisciplinare e ampliando il proprio campo d’indagine geografica e tematica. Ad esempio, per studiare l’impatto delle invasioni longobarde in Italia, non è sufficiente limitarsi alle pochissime fonti scritte disponibili; è necessario ricorrere ad altre discipline, come l’archeologia, l’antropologia culturale, l’etnografia e l’agiografia. Le testimonianze materiali, come i resti ossei, i residui alimentari, il polline, gli oggetti di uso quotidiano e i toponimi, possono fornire informazioni fondamentali per ricostruire aspetti della società e della cultura dell’epoca. Gli storici del basso Medioevo, pur beneficiando di una maggiore ricchezza di fonti, si trovano di fronte alla necessità di specializzarsi, data l’enorme quantità di informazioni disponibili. La ricchezza di documentazione consente loro di approfondire temi specifici, concentrandosi su singoli territori, periodi, questioni o tipologie di fonti. Le differenze tra le modalità di ricerca sull’alto e sul basso Medioevo si riflettono anche nella struttura dei manuali universitari. Le sezioni dedicate al basso Medioevo tendono a essere più dettagliate e articolate, semplicemente perché disponiamo di molte più informazioni su questo periodo. Gli studenti spesso incontrano difficoltà nel tentativo di organizzare cronologicamente le molteplici storie dei vari stati europei ed italiani, dalle complesse vicende dinastiche dell’Inghilterra, della Francia, degli stati iberici o dell’Impero, fino alle infinite guerre tra i comuni e le signorie italiane del Trecento e Quattrocento. I manuali, per rendere più accessibile l’argomento, distinguono solitamente tra osservazioni generali e casi specifici: ad esempio, il fenomeno generale delle signorie cittadine in Italia viene presentato accanto alle storie di singole signorie, come quella dei Visconti di Milano. Allo stesso modo, i processi di rafforzamento delle monarchie europee sono affiancati da elenchi di istituzioni e vicende dinastiche dei principali stati. Nello studio della storia medievale, lo studente deve selezionare con attenzione quali informazioni ritenere essenziali, poiché non tutto è ugualmente rilevante in ogni contesto. Per esempio, un argomento come il passaggio dal comune alla signoria è fondamentale e non può essere ignorato, mentre dettagli più specifici, come le vicende della signoria scaligera a Verona, possono essere sacrificati, a meno che non abbiano una particolare rilevanza geografica o tematica, come nel caso

determina la periodizzazione e anche il contenuto e la forma di un manuale di storia medievale. La storia di Diocleziano, di Costantino e dell’economia "statale" dell’impero romano è presente in tutti i manuali di storia medievale, pur con approfondimenti diversi, perché l’età medievale non può essere separata in modo netto dall’età antica. Lo stesso accade per la fine del Medioevo: nelle trattazioni di storia moderna, che iniziano dal XIV secolo, l’epidemia di peste nera del 1348 è considerata un punto di separazione, anche se questa divisione non è stata sempre adottata in ambito universitario. Questo rende più complesso lo studio della storia medievale, soprattutto se consideriamo che in un manuale universitario si alternano capitoli che narrano fatti politici e descrivono istituzioni, con capitoli che si soffermano su strutture a lunga durata, come la crescita demografica o le crisi che durano secoli. I manuali trattano spesso l’economia nell’alto Medioevo, con focus sul sistema curtense, e la crescita commerciale e urbana nei secoli centrali, o la demografia nel tardo Medioevo, in relazione alla crisi del XIV secolo. Questi argomenti vengono trattati come mini-monografie, dato che trattano storie con velocità e durata diversa rispetto agli eventi politici. Inoltre, usano un linguaggio che proviene da discipline complementari, come la storia economica, la demografia e la storia del diritto. In questo contesto, l’utilizzo di dizionari e vocabolari specifici del Medioevo è molto utile, soprattutto per comprendere termini legati a fenomeni economici e sociali come la rotazione delle colture, la conduzione agricola, i rendimenti agricoli, la transumanza, la crescita demografica, il ciclo malthusiano, la stagnazione economica, e altri concetti che possono sembrare distanti dalla narrazione storica tradizionale.

2.4 Geografia della storia medievale

La storia medievale si caratterizza per la sua eterogeneità e la difficoltà di definire un "oggetto" univoco di studio. A differenza della storia romana, che ha come chiaro riferimento lo Stato romano, il Medioevo non ha una civiltà che possa essere facilmente identificata con il periodo storico che ne porta il nome. La storia romana ha un punto di riferimento geografico preciso: le regioni conquistate da Roma o con cui entrò in contatto. Anche se nel corso dei secoli ci furono grandi trasformazioni, il concetto di civiltà romana, pur evolvendo, rimase coerente, così come il suo oggetto di interesse, l'Impero Romano. Al contrario, il Medioevo abbraccia una vasta gamma di aree geografiche e politiche che non si presentano come un'entità coerente, rendendo più difficile la sua definizione. Nei manuali di storia medievale si osserva una certa discontinuità, con una trattazione che si sposta da un'area all'altra, a seconda delle epoche e delle tematiche, senza un filo conduttore che le leghi tutte in modo evidente. Tra i temi imprescindibili ci sono quelli legati all'area latino-germanica, come le invasioni barbariche, l'Impero carolingio, la riforma della Chiesa, la lotta per le investiture e le crociate, ma anche vicende locali, come la storia dell'Italia medievale, i Comuni e la lotta contro Federico Barbarossa, la nascita del regno di Sicilia e la formazione degli stati regionali italiani. Tuttavia, molte aree restano ai margini della trattazione: il Meridione d'Italia nell'Alto Medioevo, la storia dell'Impero bizantino post-Giustiniano, l'Europa orientale e l'Asia. A volte, il mondo islamico viene trattato con attenzione solo quando entra in conflitto con l'Occidente, come nelle incursioni dei saraceni o nelle crociate, ma senza un vero approfondimento storico del contesto islamico stesso, che viene invece presentato dal punto di vista dell'Occidente, come antagonista. L'Occidente, inteso come civiltà, è dunque il vero centro della storia medievale che viene insegnata nelle scuole, con un focus particolare sull'Europa occidentale e, soprattutto, sulla penisola italiana. L'Europa occidentale, però, non deve essere vista come un concetto geografico in senso stretto, ma come un concetto culturale, che racchiude la civiltà nata dall'incontro tra le

tradizioni latino-germaniche e l'influenza del cristianesimo. Questa civiltà ha avuto il suo centro politico nell'Impero Romano e nei regni che ne sono successivi, e in epoca moderna e contemporanea ha esteso la sua influenza su gran parte del globo. La "civiltà occidentale" è tuttora utilizzata come elemento di identità per molte aree del mondo, in particolare per l'Europa e le sue ex-colonie, come gli Stati Uniti. Tuttavia, il concetto di civiltà occidentale è ambiguo e oggetto di dibattito, soprattutto alla luce delle sfide moderne, come il processo di integrazione europea, che solleva interrogativi su cosa significhi essere "occidentali" e su quali siano i limiti geografici e culturali dell'Occidente stesso. L'Unione Europea, ad esempio, si identifica con l'Europa come area di civiltà? La Turchia è parte di questa civiltà? La religione cristiana è ancora un elemento decisivo dell'identità europea? Questi interrogativi non vengono affrontati esplicitamente nei manuali di storia, ma emergono in modo sottinteso, in particolare quando si discute di eventi come l'espansione dell'Occidente, il ruolo di Carlo Magno, o la nascita dell'Europa medievale. Parlarne richiederebbe una riflessione che potrebbe deviare dal focus strettamente storico e rischiare di introdurre un'impostazione ideologica che non sarebbe appropriata in un contesto di studio scientifico della storia. Allo stesso modo, l'attenzione per la storia dell'Italia è evidente, ma anche qui la selezione dei fatti e degli eventi da trattare è influenzata da fattori culturali e ideologici, risalenti soprattutto al periodo del Risorgimento e dopo l'Unità d'Italia. In quel periodo, la storia medievale veniva interpretata come una preparazione alla formazione dell'unità nazionale, con particolare enfasi su episodi come la guerra contro Federico Barbarossa, letti come simboli di resistenza contro l'invasore straniero. Ancora oggi, alcuni manuali di storia continuano a enfatizzare questi eventi, a volte con un focus eccessivo su dettagli che non sempre sono rilevanti per la comprensione storica. Ad esempio, l'accento posto sulla guerra tra i Comuni e Federico Barbarossa, con l'enumerazione degli scontri e dei protagonisti, finisce per distogliere l'attenzione dai motivi più profondi e dalle questioni politiche sottostanti. La stessa cosa accade con altri episodi, come la rivolta del Vespro in Sicilia, per la quale si continua a ripetere l'aneddoto che la ribellione fu scatenata da un'offesa a una donna siciliana da parte di un francese, anche se oggi si sa che questa spiegazione è infondata. Questi "ex fatti", legati a visioni ideologiche passate, continuano a sopravvivere nei manuali e rischiano di influenzare negativamente la percezione che gli studenti hanno degli eventi storici, portandoli a ricordare dettagli superficiali anziché le cause reali di quegli eventi. Per esempio, la rivolta siciliana non si spiega con la leggendaria offesa alla donna, ma con questioni politiche e sociali più complesse, che rimangono la causa principale del conflitto. La selezione dei contenuti nei manuali è, dunque, una questione complessa che dipende dalle priorità culturali e ideologiche di ciascun periodo storico. Gli studenti, in questo contesto, sono chiamati a fare delle scelte, a selezionare ciò che è davvero rilevante e a comprendere che la storia medievale non può essere ridotta a una semplice galleria di eventi eroici e di battaglie tra civiltà. Occorre sforzarsi di guardare la storia in modo critico, cercando di interpretare i fatti nella loro complessità e senza cadere nelle semplificazioni che la tradizione ha imposto per lungo tempo.

2.5 La disciplina: problemi di focalizzazione

Il manuale di storia medievale esplora molteplici aspetti della storia, oscillando tra diverse discipline come la politica, la religione, l’economia, la cultura, la medicina, la tecnologia e altre. Non si limita alla storia dell’Occidente, ma spazia anche a civiltà lontane, come quella asiatica al tempo dell’espansione mongola. Il concetto di "Medioevo" è dunque un contenitore di periodi storici diversi, che variano a seconda dell’interpretazione e della prospettiva adottata. Inoltre, la

L'affermazione che il passato spiega il presente è molto diffusa ed è una delle ragioni principali per cui si studia la storia: per conoscere le origini delle istituzioni politiche, sociali, economiche, della nostra cultura e dei problemi che ci riguardano, come è comune trovare in molti manuali scolastici di storia. La storia, quindi, ci permette di spiegare il presente attraverso il passato. Questo tipo di approccio si collega a una visione del rapporto di causa-effetto tra gli eventi storici, esemplificata dalla locuzione latina post hoc, propter hoc, che significa che ciò che accade dopo è causato da ciò che è venuto prima. Per comprendere l’evento successivo, quindi, bisogna risalire alle sue cause, alle origini. Mare Bloch, storico che abbiamo già citato, ha definito l'«idolo delle origini» questa ossessione di ricercare a tutti i costi le origini dei fenomeni storici. Bloch suggerisce invece che un fenomeno storico, che sia una istituzione, una struttura economica o un evento culturale, andrebbe prima compreso nel contesto in cui si manifesta, senza subito ricercare a tutti i costi le sue origini. Secondo Bloch, non è che negasse la possibilità di rintracciare le origini di un fenomeno, ma si opponeva all’idea di confondere le origini con le cause stesse. Le origini, spiega, sono semplicemente un inizio che spiega il fenomeno, ma non devono essere considerate come la causa che spiega tutto. In altre parole, l'errore sta nel pensare che conoscere l'origine di un fenomeno possa spiegare il fenomeno stesso, senza considerare la complessità del contesto in cui esso si sviluppa. Un esempio che Bloch faceva per rendere questo concetto più chiaro era quello relativo alle migrazioni barbariche del V e VI secolo. Le prime tribù germaniche avevano avuto dei contatti con lo Stato romano fin dal II secolo a.C., ma ciò non significa che questi primi contatti possano spiegare le invasioni del V secolo. Si tratta infatti di contesti e soggetti storici molto diversi, e quindi quell’informazione non è utile a spiegare le migrazioni che seguirono. Passando alle cause, esse sono oggetto principale della ricerca storica. Non è però facile individuare con certezza le cause di un fenomeno storico, poiché le cause possono essere molteplici, concomitanti o difficili da reperire, ma soprattutto perché i fatti umani non si possono spiegare con la stessa certezza delle reazioni chimiche. In chimica, due sostanze reagiranno sempre allo stesso modo, mentre nella storia le stesse cause possono avere effetti molto diversi a seconda dei contesti. Inoltre, anche quando si arriva a una spiegazione verosimile di un fenomeno storico, basata su dati storici concreti, non è possibile riprodurre quella situazione in laboratorio, a dimostrazione che le leggi della storia non sono simili a quelle della scienza naturale. Per questo motivo è errato pensare che la storia sia una “maestra di vita”, come spesso si sente dire. Se con questa affermazione si intende che conoscendo il passato si possano ricavare lezioni infallibili per il presente, allora si sta adottando una visione erronea. Questo tipo di concezione si basa su un’idea meccanicistica e rassicurante dei fatti umani, come se essi fossero sempre determinati da leggi rigide e prevedibili, ma la realtà è che la storia è sempre complessa, ambigua e imprevedibile. Per esempio, conoscere le origini romane di Milano non è sufficiente per spiegare l’assetto urbanistico della città attuale, né si può spiegare una storia d’amore finita male indicando una sola causa, o ancora fare previsioni affidabili sulla base di eventi passati che appartengono a contesti molto diversi. Talvolta si dimentica che anche il passato è stato complesso e imprevedibile, e che le difficoltà che incontriamo nel cercare cause e origini sono legate proprio alla natura ambigua della storia. Nonostante queste difficoltà, non bisogna rinunciare a cercare cause e origini, ma è importante comprendere che si tratta di un compito complesso, che richiede tempo e metodo. Nei manuali scolastici, l’organizzazione cronologica e ordinata degli eventi storici può dare l'impressione che tali eventi siano inevitabili e che ogni fatto storico fosse la causa del successivo, in una catena che porta inevitabilmente al presente. Questo approccio può indurre gli studenti a vedere la storia come un flusso meccanico e determinato, senza capire che i

fenomeni storici sono il risultato di molteplici fattori complessi. Molti storici e filosofi hanno riflettuto sul rapporto tra passato e presente e sul concetto di causa, ma non è questo il luogo per entrare nei dettagli di tali riflessioni. Ciò che ci interessa qui è come queste riflessioni influenzano l'approccio degli studenti alla storia medievale. Infatti, quando gli studenti si preparano per l'esame di storia, tendono a cadere nell'errore di vedere la storia come una sequenza meccanica di fatti, legati tra loro da un vincolo di necessità. Questo approccio porta a uno studio che non prende in considerazione la complessità degli eventi e delle loro cause. Invece, gli studenti dovrebbero liberarsi dall’«idolo delle origini» e dalla «schiavitù della cronologia», cioè dal bisogno di apprendere la storia seguendo una sequenza lineare e di trovare un’unica causa per ogni fenomeno. Prima di imparare i fatti storici in un ordine cronologico, dovrebbero chiedersi subito, di fronte a un fenomeno storico, che cos’è esattamente questo fenomeno. Per esempio, quando si studia la prima crociata, lo studente dovrebbe cercare subito di definire cosa fu quella crociata, senza perdere tempo con i dettagli o le cause immediate. Una volta che si è definito il fenomeno, si può poi passare a riflettere sulle sue cause (spirituali, culturali, economiche) e sulle sue origini (per esempio, la spedizione normanna in Sicilia, la reconquista in Spagna o le paci di Dio in Francia). Una definizione sintetica di ciò che è la prima crociata, con indicazioni sulla data e sul contesto geografico, dovrebbe essere fissata nella mente dello studente, che dovrebbe poi passare ad analizzare le cause e le origini dell’evento. Ad esempio, si dovrebbe anche distinguere tra l’idea di crociata, che nasce successivamente, e le crociate stesse del XI secolo. Queste riflessioni dovrebbero avvenire senza legarsi troppo alla cronologia dettagliata che, se seguita pedissequamente, può indurre in errore. La narrazione fluida del manuale storico, infatti, favorisce la concezione che gli eventi accadano in un ordine inevitabile, ma in realtà è più utile operare una sorta di smontaggio del testo, suddividendolo in concetti fondamentali e cercando di fissarli nella memoria attraverso risposte precise alle domande di base: chi, cosa, dove, quando, perché. Questo approccio aiuterà lo studente a comprendere meglio i fenomeni storici e a ricordarli senza cadere nell’errore di imparare la storia a memoria senza comprenderne il significato profondo.

2.7 Il Medioevo come paradigma dell'antimoderno

Nel linguaggio comune, il termine medievale porta con sé una connotazione negativa, associata a oscurità, arretratezza e irrazionalità. È il periodo che si contrappone al moderno, come qualcosa che non è mai davvero passato. La parola medievale si distingue dal termine antico, che è più legato alla dimensione temporale, rappresentando un'epoca ormai conclusa e ammirata per il suo fascino e la sua storicità. Medievale, invece, è visto come il negativo che resiste al progresso, un concetto che riaffiora in modo contrastante rispetto alla realtà moderna. La percezione del Medioevo come oscuro e primitivo è storicamente legata alla nascita stessa del termine nel XV secolo, quando veniva utilizzato per designare un’epoca di declino rispetto ai fasti dell'Antichità. Il concetto di modernità si è sempre definito rispetto all'opposizione con il Medioevo. Questo schema di pensiero ha trovato una sua rappresentazione anche in vari racconti letterari e cinematografici, dove si immagina un ritorno a una civiltà medievale a causa del crollo della nostra società. Questa visione del Medioevo è spesso caratterizzata dall'idea che il futuro possa essere un ritorno alla miseria e alla barbarie, con la natura che riprende il controllo sull'uomo, e la civiltà che regredisce in uno stato di caos, ignoranza e superstizione. In questa visione, gli uomini vengono descritti come assediati da malattie, violenza, bestie feroci e forze oscure, rispecchiando un’immagine distorta del passato. Anche nei piccoli disagi quotidiani, come un treno in ritardo o una regola di comportamento che ci

applicato prima dell’XI secolo, periodo in cui si verificano significativi cambiamenti nel modo in cui il potere era esercitato. La relazione vassallatica-beneficiaria, che si sviluppò nel regno dei Franchi sotto Carlo Magno, non era una struttura di potere pubblico, bensì un accordo militare e personale tra il signore e il vassallo. Carlo Magno, ad esempio, non governava secondo un sistema feudale, ma selezionava i suoi funzionari pubblici tra i suoi vassalli, che ricevevano terre in cambio di servizi militari. Le terre erano considerate un “beneficio” e non una proprietà permanente, quindi revocabile in qualsiasi momento. Con la disgregazione del potere pubblico nei regni post-carolingi tra il X e l'XI secolo, il potere politico cominciò a essere esercitato dai signori terrieri che si impadronirono di funzioni pubbliche, mescolando i poteri pubblici e privati. Questo periodo, definito “anarchia signorile”, segnò un cambiamento significativo rispetto all’organizzazione del potere sotto Carlo Magno. Successivamente, a partire dall'XI secolo, il sistema di vassallaggio si trasformò: non legava più singoli individui, ma interi poteri territoriali, ed emerse una forma di feudalesimo più strutturata. Il feudo, che veniva concesso dal signore feudale al suo vassallo, non era solo un territorio, ma un’entità complessa che includeva giurisdizione, diritti fiscali e anche diritti di monopolio. Un feudatario, che possedeva una terra, doveva offrire la sua fedeltà al sovrano e prestare servizio militare. Il feudatario esercitava potere sui contadini del suo territorio, ma non era l’unico a imporre tasse, poiché anche il re e la Chiesa avevano i loro diritti fiscali. Il sistema feudale del basso Medioevo non era arbitrario o illegale, ma organizzava in modo razionale la gestione del potere territoriale. Questo sistema non si limitava alla sottomissione dei contadini, ma coinvolgeva vari ceti sociali, dai nobili agli ecclesiastici, ai mercanti. Tuttavia, non tutte le terre erano amministrate dai signori feudali: molte città avevano una certa autonomia, e molte terre erano gestite direttamente dal re o dai suoi funzionari. Nonostante le sue difficoltà e le sue contraddizioni, il sistema feudale aveva una sua razionalità, che differiva però da quella del moderno Stato centralizzato. Per gli studiosi moderni, quindi, il feudalesimo non può essere definito come un monolitico sistema di potere, ma va considerato come una serie di fenomeni che si sono evoluti nel tempo e che avevano caratteristiche diverse a seconda del periodo e del luogo.

3. Le fonti e i metodi

3.1 Le fonti

La storia si costruisce grazie alle fonti, che comprendono qualsiasi traccia del passato, materiale o immateriale, scritta o non scritta, prodotta intenzionalmente da chi ci ha preceduto per ricordare le proprie azioni o come risultato delle attività umane. Le fonti includono leggi, lettere, poesie, monete, edifici, tombe, leggende, nomi di luoghi, ecc. Tuttavia, la storia non si fa solo con le fonti, ma con la loro critica, poiché esse spesso sono mute o ambigue e necessitano di un’interpretazione accurata, che è frutto di metodi complessi sviluppati nel corso dei secoli. Questi metodi richiedono una formazione specifica che si acquisisce con l’esperienza e lo studio approfondito, cosa che uno studente alle prime armi difficilmente può padroneggiare completamente. Nonostante ciò, avvicinarsi a qualche fonte può essere utile anche a chi è agli inizi, per comprendere la complessità della storia e della storiografia. In questo capitolo si analizzeranno alcune fonti per mostrare sia i materiali con cui gli storici lavorano, sia i metodi adottati per analizzarli, coinvolgendo altre discipline. Saranno approfondite anche questioni fondamentali della storia medievale, quelle che non si possono ignorare. Le fonti scelte, senza alcuna pretesa di completezza, sono quelle che hanno influenzato la ricerca storica medievale. Non sarà data una definizione rigorosa delle diverse

tipologie di fonti, poiché queste vengono classificate in vari modi. Ad esempio, una serie editoriale intitolata "Tipologia delle fonti del Medioevo occidentale" ha raggiunto quasi novanta volumi, trattando ogni tipo di fonte, dalle monete alle ossa, ognuna delle quali richiede un approccio specifico. La ricerca storica, quindi, implica un continuo confronto con le fonti, che sono sempre una mediazione incompleta e talvolta deformata dal passaggio attraverso la tradizione e successive interpretazioni. Lo studioso della storia non ha altra modalità di accesso al passato se non tramite queste tracce, che possono essere state modificate nel tempo. Inoltre, è essenziale considerare anche la storia dell'interpretazione della fonte, un aspetto che arricchisce la ricerca storica. La storia insegnata nei manuali, pur essendo utile come primo approccio, è una sintesi generale che raccoglie informazioni diverse, prospettive e interpretazioni di epoche e contesti diversi, ma non corrisponde alla concreta pratica storiografica. I manuali sono una guida che aiuta a orientarsi nel passato, ma per approfondire davvero un argomento, è necessario un impegno personale che metta in discussione e arricchisca la conoscenza.

3.2 Un monaco e l'invasione dei longobardi (la fonte narrativa)

I Longobardi, una popolazione germanica, invasero la penisola italiana nel 568, segnando profondamente il contesto sociale e istituzionale dell’Italia. La principale fonte narrativa che ci racconta questa invasione è la Historia Langobardorum , scritta due secoli dopo da Paolo Diacono, un monaco longobardo. L’opera descrive l’elezione del re Clefi, uomo nobile della loro nazione, avvenuta a Ticino nel 573, il quale si macchiò di numerosi crimini, uccidendo o cacciando molti potenti romani. Dopo un breve regno di un anno e sei mesi, Clefi fu assassinato da un giovane del suo seguito. Alla sua morte, i Longobardi rimasero senza un re per dieci anni, periodo noto come interregno, durante il quale il potere fu esercitato dai duchi. Ogni duca controllava una città, e il territorio italiano fu sottoposto a violenze e saccheggi: chiese spogliate, sacerdoti uccisi, città distrutte e popolazioni decimate. I romani sopravvissuti furono ridotti a tributari, obbligati a cedere un terzo dei loro raccolti ai Longobardi secondo un sistema di hospitalitas. Dopo dieci anni di anarchia, nel 584, i Longobardi elessero re Autari, figlio di Clefi, al quale attribuirono l’appellativo di Flavio per qualificare la sua dignità, un prenome che sarebbe stato usato dai successivi re longobardi. Durante il regno di Autari, i duchi cedettero metà dei loro beni per costituire un patrimonio reale, che garantisse la sopravvivenza del re, del suo seguito e delle persone a lui legate. Paolo Diacono sottolinea che, in questo periodo, nonostante l’oppressione delle popolazioni sottomesse, nel regno dei Longobardi vi fosse una straordinaria assenza di violenze, rapine e ingiustizie, permettendo a chiunque di viaggiare in sicurezza. Questa descrizione contrasta con il caos iniziale dell’occupazione, dipingendo un quadro di ordine e stabilità sotto il regno di Autari. Tuttavia, l’apparente semplicità del testo di Paolo Diacono è ingannevole. Le informazioni fornite sono il risultato di un’elaborazione culturale e narrativa che riflette non solo i fatti storici, ma anche le intenzioni dell’autore e i modelli letterari della sua epoca. Paolo, scrivendo due secoli dopo gli eventi, seleziona attentamente le notizie e utilizza termini tecnici, come hospitalitas e hospites , che rimandano a istituti della tarda antichità. Per comprendere il significato delle sue parole, è necessario considerare il contesto storico e culturale in cui viveva e scriveva. Per esempio, il termine nobilium Romanorum , usato per descrivere i nobili romani, richiama una classe senatoriale dell’Italia del VI secolo, caratterizzata da un’elevata cultura e da un ruolo di vertice nella società, nonostante avesse perso il controllo militare, passato ai capi barbari. Paolo Diacono non offre dettagli precisi sul destino di questa classe, ma suggerisce che fu decimata, costretta alla fuga o

il tempo in cui è stata messa per iscritto è stata analizzata con i metodi della ricerca etnografica e antropologica, formati nello studio di popolazioni primitive e di cultura orale. Il punto in cui Paolo riferisce dell’abbondante popolazione italica prima dell’invasione (qui more segetum excreverant) è stato riconosciuto come un’iperbole ricavata da un’opera di papa Gregorio Magno, aspro detrattore delle violenze longobarde. L’esagerazione è contraddetta da Paolo stesso in un altro luogo della sua opera, oltre che dalle prove di un generalizzato calo demografico nell’Italia della metà del VI secolo. Altra fonte di Paolo Diacono è Secondo di Non o di Trento. Proprio quei passaggi cruciali commentati (in particolare Reliqui…efficiuntur e Populi tamen…partiuntur) sono stati attribuiti stilisticamente a un’opera, non pervenuta, di questo autore, un chierico di origine italica morto nel

  1. Secondo narrò le fasi più difficili della conquista, di cui ebbe esperienza diretta, poiché le ostilità con i bizantini durarono a lungo e ulteriori conquiste furono effettuate dai duchi e dai re longobardi dopo il 568. La notizia dell’assoggettamento e il vocabolo hospites risalgono al testo di Secondo. Paolo, subito dopo aver citato i populi adgravati, afferma: C’era però questo di meraviglioso nel regno dei longobardi: non c’erano violenze, insidie, oppressioni ingiuste, furti o rapine; ognuno andava dove voleva, sicuro e senza timore. Questo quadretto idilliaco di pace e giustizia non può essere attribuito a Secondo, che viene contraddetto: è un’affermazione che risale a Paolo, il quale nostalgicamente evoca la pace e la giustizia che regnavano tra i longobardi. Nonostante la condanna delle violenze anticattoliche e l’accettazione del destino del regno longobardo, conquistato da Carlo Magno, Paolo non lascia un giudizio negativo della storia del suo popolo. Paolo, nato a Cividale tra il 720 e il 730 in una nobile famiglia longobarda friulana, aveva vissuto alla corte regia di Pavia prima delle guerre tra franchi e longobardi. Divenuto monaco benedettino a Montecassino, assistette alla fine del regno (774) e alla rovina della sua famiglia, poiché il fratello partecipò a una ribellione antifranca (776). Fu poi per cinque anni alla corte di Carlo Magno, in un ambiente culturalmente vivace. La storia dei longobardi è la sua ultima opera, scritta dopo il rientro in Italia (786-787) e interrotta dalla morte negli ultimi anni del secolo. Tali esperienze lo condizionarono: da monaco cattolico giudicava negativamente l’arianesimo dei primi longobardi, gli eccidi dei romani e il saccheggio delle chiese praticati durante l’invasione; da longobardo, era però fiero della storia del suo popolo e riteneva opportuno tramandarla ai posteri, benché non sembrasse rientrare nel disegno provvidenziale che favorì i franchi, da lui stimati. Gli studiosi dei longobardi e di Paolo Diacono hanno fatto queste considerazioni riflettendo sulle scarne notizie biografiche dell’autore, sulla rappresentazione del suo popolo, sulle contraddizioni nei suoi scritti, sui silenzi e sui confronti con opere sue e di altri. L’opera di Paolo è una fonte per conoscere i longobardi nel periodo di cui parla la sua Historia (dalle mitiche origini del I sec. a.C. al 744) ma anche nell’VIII secolo, essendo fonte del tempo che racconta e del tempo in cui fu scritta. Ma torniamo alla questione iniziale. Che cosa successe ai romani in occasione dell’invasione longobarda? Su questo punto ci sono state molte discussioni, prigioniere di quei tre passaggi fondamentali e di quelle espressioni (nobili Romanorum…populi adgravati). Per Alessandro Manzoni, che scrisse un celebre saggio sui longobardi nel 1822 (Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia), l’invasione provocò il totale asservimento dei romani, ovvero- secondo Manzoni- i futuri italiani, rispetto ai longobardi, che non si fusero con le popolazioni indigene. Questa conclusione, supportata dalla fonte analizzata, aveva conseguenze politiche nell’epoca di Manzoni: per lui e altri, l’identità degli italiani, degni di una nazione unita e indipendente, risaliva alla tradizione romana, stravolta ma non annichilita da un elemento etnico e culturale estraneo, quello longobardo. Il «volgo disperso che nome non ha», come Manzoni definì i romani sottomessi anche dopo la conquista franca del regno longobardo, corrispondeva al popolo

italiano separato in stati e oppresso dallo straniero (il richiamo è ai domini austro-ungarici in Italia). Oggi la lettura manzoniana è giudicata scorretta, perché, pur essendo evidente che l’invasione causò la decimazione dell’aristocrazia senatoria, nessuno di quei passaggi afferma esplicitamente che l’intera popolazione romana fosse ridotta in schiavitù. Inoltre, Manzoni identificava i romani del 568-774 con gli italiani del 1822, un’associazione oggi rifiutata. I romani del tempo non erano neppure i romano-italici o romanici rimasti sotto il dominio bizantino. Inoltre, i longobardi, pur causando devastazioni e stragi, non potevano sterminare o schiavizzare un’intera popolazione per ragioni numeriche. Tuttavia, Manzoni non procedeva per grossolane semplificazioni: la sua analisi delle fonti è seria e le sue argomentazioni hanno ancora interesse. Nei due secoli successivi, però, la storiografia è progredita moltissimo: l’analisi delle fonti narrative è divenuta più raffinata e smaliziata, e queste fonti non sono più centrali nelle ricostruzioni storiche. Il destino dei romani dopo l’invasione longobarda non può essere risolto solo sulla base di quei passaggi, che di più non possono dire, ma deve fondarsi su altre fonti e metodi di indagine. Oggi si ritiene che i longobardi, sebbene più lentamente rispetto ad altre popolazioni germaniche, abbiano seguito le stesse tappe di avvicinamento alla tradizione romana, trasformando una dominazione violenta in un potere territoriale con un apparato di uffici pubblici e una monarchia cattolica relativamente stabile. Le affermazioni di Paolo Diacono, pur contestate, mantengono un fondo di verità: l'invasione fu brutale, i ceti dirigenti romani furono emarginati o privati dei loro diritti, e il controllo delle risorse passò ai guerrieri longobardi. Due secoli di studi storiografici, influenzati da eventi contemporanei come il Risorgimento o i flussi migratori, hanno affinato le tecniche di analisi delle fonti, consentendo di rivalutare il racconto di Paolo alla luce di altre testimonianze. Paolo Diacono, parlando della restauratio regni con Autari nel 584, evidenziò come i longobardi avessero compreso la necessità di un'organizzazione territoriale più stabile, dimostrando un'integrazione iniziale con la tradizione romana. Il re fu chiamato Flavio, un titolo regale derivante dalla gens romana di alcuni imperatori, già usato dai sovrani ostrogoti. Questo termine, suggerito forse da consiglieri romani o germanici, simboleggia un'integrazione tra elementi romani e longobardi, in cui ebbero un ruolo anche i ceti popolari. L'interpretazione dei brani di Paolo richiede metodi interdisciplinari che spaziano dall'analisi testuale alla storia del diritto, passando per archeologia, numismatica e storia delle arti. Questi approcci mostrano i contatti e gli scambi tra romani e longobardi, attenuando il catastrofismo delle descrizioni e provando un'interazione precoce tra le due culture. Un punto fondamentale nello studio delle fonti narrative come quella di Paolo è la filologia, che ricostruisce i testi il più vicino possibile all'originale attraverso la critica del testo. La Historia di Paolo Diacono è stata tramandata da circa cento manoscritti, nessuno dei quali è l'originale, ma tutti analizzati per la loro costituzione materiale, la storia dei copisti e le relazioni tra i vari testimoni. Gli errori comuni nei manoscritti consentono di ricostruire genealogie testuali, distinguendo copie dirette da quelle derivate da antigrafi comuni. Questo lavoro filologico si avvale di discipline come paleografia, codicologia e bibliografia. La Historia è stata pubblicata in edizione critica da Ludwig Bethmann e Georg Waitz nel 1878 nella collana Monumenta Germaniae Historica, un progetto fondamentale per la storiografia europea. Questo e altri lavori di edizione delle fonti hanno reso possibile il progresso nella conoscenza storica, mostrando come i testi di Paolo Diacono siano fondamentali sia per comprendere i longobardi sia per analizzare la cultura dell'VIII secolo. Rimangono tuttavia da approfondire molti aspetti della diffusione dei manoscritti e dell'identificazione degli autori che li hanno utilizzati.