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Riassunto "MEDIOEVO ISTRUZIONI PER L'USO" Senatore, Sintesi del corso di Storia Medievale

Riassunto completo del testo "Medioevo istruzioni per l'uso" - seconda edizione

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

In vendita dal 03/06/2019

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RIASSUNTO “MEDIOEVO ISTRUZIONI PER L’USO” FRANCESCO
SENATORE
CAP.1 IL SOGGETTO STUDENTE E LE INSIDIE DEL NOSTRO LINGUAGGIO.
1. Luoghi e popoli
Immaginando che stati e popoli, nel corso dei secoli, siano rimasti sempre uguali a stessi, si
presuppone un’idea di continuità sbagliata e dannosa per la conoscenza del passato, di qualcosa che
è diverso da noi. Stati e popoli vengono considerati come enti dotati di propria individualità e, come
un individuo, anche uno stato e un popolo siano il risultato di una complessa interazione tra il
patrimonio “genetico” e i condizionamenti dell’ambiente e delle esperienze.
Nel Medioevo sono esistiti molti stati e popoli, le cui aggregazioni non sembrano avere
corrispondenze nel nostro presente: stati e popoli, quindi, che possono essere scomparsi nel corso
dei secoli. Ad esempio, gli attuali gallesi e scozzesi sono considerati identici ai celti del V secolo, di
cui si sa poco, che non furono sottomessi dagli angli e dai sassoni dopo il disfacimenti della
dominazione romana. Questa immagine darebbe l’impressione di una storia che non cambia in
nulla, perché i popoli restano uguali, sia quando riescono a riunirsi in uno stato (es. l’Italia), sia
quando non ci riescono (il Galles, la Padania): la storia è molto più complessa. Popoli e stati sono il
prodotto della storia, e lo sono anche i loro nomi: non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso
nome e viceversa: non ci sono quindi equazioni meccaniche.
2. Stati e stato
Da quasi un secolo gli storici insistono sulla totale diversità degli “stati” del passato rispetto a quelli
attuali: alcuni negano l’esistenza di qualcosa che si possa chiamare “stato” tanto in età medievale
quanto in età moderna, altri affermano che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo
occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, dotato di caratteri precisi: la piena
sovranità su un territorio delimitato da confini, difeso da ingerenze esterne (stati confinanti) e
interne (es. quella ecclesiastica), il monopolio della forza e del diritto ( sono leggi solo quelle
dell’autorità statale che, mediante tribunali, giudica e condanna chi non le rispetta), il controllo
delle principali risorse di interesse pubblico (come mari e corsi d’acqua), un apparato burocratico
stabile e indipendente da condizionamenti che non siano quelli della legge statale. Questo modello
di Stato è un’entità che non trova precedenti, nello stato medioevale. Prendiamo ad esempio lo
“stato” carolingio ( VIII IX secolo): era amministrato da funzionari locali, i COMITES o conti,
rappresentanti diretti dell’imperatore nelle circoscrizioni territoriali a loro affidate, i COMITATUS
o contee. Secondo la formula HOSTE, VIA AC PLACITO, il conte adunava l’ESERCITO quando
necessario e i suoi emissari controllavano che tutti gli uomini liberi della sua circoscrizione
obbedissero alla chiamata alle armi; curava la manutenzione delle STRADE E
FORTIFICAZIONI PUBBLICHE; presiedeva il PLACITUM , l’udienza dove venivano giudicati
i colpevoli di reato. Inoltre, il conte, per mantenere se stesso e suoi collaboratori, costringeva
uomini liberi a lavorare per l’interesse pubblico, a fornire derrate alimentari e fieno, a ospitare
gratuitamente il suo seguito o i suoi guerrieri e giudici. Si tende ad etichettare queste funzioni come
“pubbliche”, ma non si tratta di un funzionario statale come lo conosciamo oggi, non ha una
formazione scolastica e professionale, forse era analfabeta, non aveva una sede stabile, perché non
poteva controllare un territorio senza percorrerlo di continuo. Il conte carolingio era semplicemente
un guerriero che doveva dare ordini e farli rispettare. Il suo è un contesto orale, basato su rapporti
personali e non sullo scritto, per lui lo “stato” era la fedeltà giurata al suo imperatore, che lo
ricambiava con fiducia e benefici, era la protezione militare assicurata ai suoi vassalli, cioè ai suoi
migliori guerrieri che lo accompagnavano e, in generale a tutti gli uomini liberi del so territorio. Il
suo “stato” è fatto di persone e forza militare. La parola “pubblico” veniva usata, di solito, da pochi
alfabetizzati del tempo, tutti ecclesiastici ( quindi sacerdoti e vescovi) o monaci (i laici che vivono
nella preghiera, da soli come eremiti, o in comunità come cenobiti) che scrivevano le leggi che
l’imperatore inviava ai suoi conti, i cosiddetti capitolari. Con la parola “pubblico” ci si richiamava
alla tradizione del passato, dell’impero romano, quando azioni e decisioni degli uomini erano
spesso condizionate tanto dalla realtà quanto da suggestioni: chi conosceva la storia romana sapeva
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RIASSUNTO “MEDIOEVO ISTRUZIONI PER L’USO” FRANCESCO

SENATORE

CAP.1 IL SOGGETTO STUDENTE E LE INSIDIE DEL NOSTRO LINGUAGGIO.

  1. Luoghi e popoli

Immaginando che stati e popoli, nel corso dei secoli, siano rimasti sempre uguali a sé stessi, si presuppone un’idea di continuità sbagliata e dannosa per la conoscenza del passato, di qualcosa che è diverso da noi. Stati e popoli vengono considerati come enti dotati di propria individualità e, come un individuo, anche uno stato e un popolo siano il risultato di una complessa interazione tra il patrimonio “genetico” e i condizionamenti dell’ambiente e delle esperienze. Nel Medioevo sono esistiti molti stati e popoli, le cui aggregazioni non sembrano avere corrispondenze nel nostro presente: stati e popoli, quindi, che possono essere scomparsi nel corso dei secoli. Ad esempio, gli attuali gallesi e scozzesi sono considerati identici ai celti del V secolo, di cui si sa poco, che non furono sottomessi dagli angli e dai sassoni dopo il disfacimenti della dominazione romana. Questa immagine darebbe l’impressione di una storia che non cambia in nulla, perché i popoli restano uguali, sia quando riescono a riunirsi in uno stato (es. l’Italia), sia quando non ci riescono (il Galles, la Padania): la storia è molto più complessa. Popoli e stati sono il prodotto della storia, e lo sono anche i loro nomi: non sempre un popolo ha mantenuto lo stesso nome e viceversa: non ci sono quindi equazioni meccaniche.

  1. Stati e stato Da quasi un secolo gli storici insistono sulla totale diversità degli “stati” del passato rispetto a quelli attuali: alcuni negano l’esistenza di qualcosa che si possa chiamare “stato” tanto in età medievale quanto in età moderna, altri affermano che l’unico vero stato sia quello esistito nel mondo occidentale dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, dotato di caratteri precisi: la piena sovranità su un territorio delimitato da confini, difeso da ingerenze esterne (stati confinanti) e interne (es. quella ecclesiastica), il monopolio della forza e del diritto ( sono leggi solo quelle dell’autorità statale che, mediante tribunali, giudica e condanna chi non le rispetta), il controllo delle principali risorse di interesse pubblico (come mari e corsi d’acqua), un apparato burocratico stabile e indipendente da condizionamenti che non siano quelli della legge statale. Questo modello di Stato è un’entità che non trova precedenti, nello stato medioevale. Prendiamo ad esempio lo “stato” carolingio ( VIII – IX secolo): era amministrato da funzionari locali, i COMITES o conti, rappresentanti diretti dell’imperatore nelle circoscrizioni territoriali a loro affidate, i COMITATUS o contee. Secondo la formula HOSTE, VIA AC PLACITO , il conte adunava l’ESERCITO quando necessario e i suoi emissari controllavano che tutti gli uomini liberi della sua circoscrizione obbedissero alla chiamata alle armi; curava la manutenzione delle STRADE E FORTIFICAZIONI PUBBLICHE ; presiedeva il PLACITUM , l’udienza dove venivano giudicati i colpevoli di reato. Inoltre, il conte, per mantenere se stesso e suoi collaboratori, costringeva uomini liberi a lavorare per l’interesse pubblico, a fornire derrate alimentari e fieno, a ospitare gratuitamente il suo seguito o i suoi guerrieri e giudici. Si tende ad etichettare queste funzioni come “pubbliche”, ma non si tratta di un funzionario statale come lo conosciamo oggi, non ha una formazione scolastica e professionale, forse era analfabeta, non aveva una sede stabile, perché non poteva controllare un territorio senza percorrerlo di continuo. Il conte carolingio era semplicemente un guerriero che doveva dare ordini e farli rispettare. Il suo è un contesto orale, basato su rapporti personali e non sullo scritto, per lui lo “stato” era la fedeltà giurata al suo imperatore, che lo ricambiava con fiducia e benefici, era la protezione militare assicurata ai suoi vassalli, cioè ai suoi migliori guerrieri che lo accompagnavano e, in generale a tutti gli uomini liberi del so territorio. Il suo “stato” è fatto di persone e forza militare. La parola “pubblico” veniva usata, di solito, da pochi alfabetizzati del tempo, tutti ecclesiastici ( quindi sacerdoti e vescovi) o monaci (i laici che vivono nella preghiera, da soli come eremiti, o in comunità come cenobiti) che scrivevano le leggi che l’imperatore inviava ai suoi conti, i cosiddetti capitolari. Con la parola “pubblico” ci si richiamava alla tradizione del passato, dell’impero romano, quando azioni e decisioni degli uomini erano spesso condizionate tanto dalla realtà quanto da suggestioni: chi conosceva la storia romana sapeva

influenzare i potenti di allora, dall’imperatore ai suoi conti, dando significato più elevato a quello che facevano.

  1. La psicologia dei personaggi L’idea che la guerra sia il frutto della malvagità umana risulta banalizzata. È indispensabile conoscere la psicologia umana, la sua mentalità, che cambiano nel tempo, così come mutano i contesti materiali e culturali in cui l’uomo opera. Non possiamo leggere il passato sulla base dei nostri giudizi di valore, assumendo come condannabili e negative tutte le manifestazioni dell’aggressività umana. In passato, guerra e violenza non erano dei disvalori in sé e, all’opposto, la vita umana non ha sempre avuto il valore assoluto che le attribuiamo oggi. In realtà gli eventi storici hanno ragioni, condizionamenti, sviluppi molto diversi e bisogna scoprire la complessità dell’agire umano, nel passato e nel presente. Guardando alle azioni di Alarico (invasione dell’impero romano d’occidente), di Carlo Magno (attacco ai Longobardi per estendere il proprio territorio), secondo due presupposti impliciti, l’uomo sarebbe rimasto identico a se stesso negli anni e chi intraprende una guerra senza giusto motivo è giudicato malvagio e si comporta come tale, senza nessun’altra giustificazione. Alarico saccheggiò Roma nel 410 per una rappresaglia: egli si sentiva un alleato tradito, un alleato di Roma: i visigoti di cui era capo erano da una generazione FOEDERATI, cioè alleati dell’impero, al quale garantivano un preziosissimo supporto militare. Le tribù federate combattevano insieme all’esercito imperiale, vivevano nell’impero, si relazionavano con genti di lingua latina e greca e collaboravano con funzionari civili e militari romani. Alarico si sentiva un ospite (istituto della HOSPITALITAS nella tarda antichità)che però avrebbe potuto all’occorrenza salvare l’impero dai nemici. La forza militare barbarica era diventata indispensabile per l’impero romano e, per questo, il prezzo della sua prestazione era in continuo rialzo. Alarico pretendeva da qualche tempo un risarcimento per una spedizione militare che gli era stata affidata e che non aveva avuto seguito, con suo danno. Aspirava inoltre a cariche più prestigiosa e remunerative nell’amministrazione romana, come quella di MAGISTER UTRIUSQUE MILITIAE, comandante generale di fanteria e cavalleria. In occasione del sacco di Roma, pur di tenerlo lontano, i senatori presero con lui questo impegno. Quindi Alarico nel 410 non voleva fondare un regno dei Visigoti, e non aveva alcun territorio da estendere: voleva solo fare carriera nell’impero, come altri barbari, utilizzando il consueto canale militare. I Visigoti non avevano ancora un territorio, ma solo l’autorizzazione ad insediarsi nell’ILLIRICO (penisola balcanica), e non si erano nemmeno sedentarizzati. Erano solo alla ricerca un insediamento soddisfacente. Carlo Magno, invece, un territorio ce l’aveva, ma non attaccò i Longobardi per una semplice espansione militare. Aveva contratto un debito con il Papa, che aveva riconosciuto a lui e a suo padre, Pipino il Breve, la funzione di PATRITIUS ROMANORUM, protettore dei Romani, dove romani erano coloro che non vivevano nel regno longobardo d’Italia, ma nelle regione rimaste bizantine, come Roma e Lazio. Carlo e Pipino diventano i difensori della chiesa di Roma dagli attacchi longobardi, che da due secoli dominavano ampie aree della penisola.
  2. Anacronismo, compagno della ricerca storica Anacronismo significa proiettare caratteri del presente sul passato. È un paragone errato che, tuttavia, può aiutare a capire le differenze. Lo storico del Novecento, Marc BLOCH definisce, la storia come “la scienza degli uomini nel tempo”, quindi, l’etimologia di anacronismo, “contro tempo o tempo sbagliato”, significano l’opposto. In tal senso, sono un ostacolo ancora più grande nella comprensione del passato concetti come “stato” e “pubblico”. Gli storici ricorrono a molte aggettivazioni e specificazioni, descrittive o interpretative, per sottolineare le differenze fra le organizzazioni politiche nel tempo. Per la parola STATO (es. romano barbarico, carolingio, feudale..) la storia, a differenza di scienze “dure” che usano un linguaggio tecnico (simboli e numeri) come la fisica, costringe lo storico a servirsi di metafore, paragoni e perifrasi del linguaggio corrente, adopera direttamente il termine del passato senza tradurlo per cercare di evitare le insidie del nostro linguaggio. Usa il nostro linguaggio del presente, imperfetto rispetto al passato, quindi anacronistico, ma è necessario, perché anche l’età più lontana viene compresa e raccontata con le parole di oggi: è il presente che spiega il passato, attraverso la nostra cultura, esperienza e il nostro linguaggio.

della industrializzazione della fine del XVIII secolo iniziata in Inghilterra, i cambiamenti di ambito produttivo, quindi degli strumenti e delle tecniche, erano molto più modesti e lenti e, in alcuni casi estremi, praticamente inesistenti (es. la raccolta di prodotti spontanei della natura, come i mitili, fin dalla Preistoria) nonostante alcune innovazioni tecniche. Come la produzione, anche il commercio prima della industrializzazione ha dovuto tener conto di alcuni condizionamenti rimasti identici per millenni: meteorologia, orografia, corsi d’acqua, distanze, forza di uomini e bestie. Quindi possono esserci periodizzazioni diverse a seconda della prospettiva adottata e delle aree geografiche considerate. E’ piuttosto diffusa l’introduzione di una nuova epoca, di transizione, tra Antichità e Medioevo: il TARDO ANTICO, dal III al VI secolo, da Diocleziano a Giustiniano. Come l’inizio, anche la fine del Medioevo è incerta. Schematizzando:

  • Medioevo convenzionale : dal V al XV secolo
  • (^) Partizione italiana: dal V al XI secolo = ALTO MEDIOEVO dal XI al XV secolo = BASSO MEDIOEVO
  • Partizione inglese e tedesca: dal V al X secolo = ALTO MEDIOEVO dal X al XIII secolo = PIENO MEDIOEVO dal XIII al XV secolo = TARDO MEDIOEVO
  • Periodizzazioni alternative: dal III al VI secolo = TARDOANTICO dal XIV al XVIII secolo = ANCIENT REGIME ( termine francese che indicava un complesso di fenomeni riguardo alcune particolarità di origine lontana, come i privilegi del clero e della nobiltà; richiama anche all’esigenza di rinnovamento / abolizione di strutture giuridiche ed economiche delle campagne europee basso medievali e moderne ritenute arretrate da alcuni osservatori settecenteschi. Talvolta indica la lunga durata delle strutture politiche e sociali formate nel XIV e XV secolo).

2.4 Geografia della storia medievale Individuare il soggetto del Medioevo risulta più complesso: non è esistita una civiltà medievale in un periodo medievale vero e proprio. La disciplina della storia medievale che si studia oggi si occupa della storia dell’Europa occidentale, in particolare della penisola italiana. Per Europa Occidentale s’intende un concetto culturale: centro d’interesse è l’Occidente – civiltà occidentale, che sarebbe nata dall’incontro latino germanico, profondamente segnata dall’esperienza del cristianesimo, che avrebbe avuto il suo centro politico nell’Impero, poi nei grandi regni basso medievali, e che avrebbe sottomesso fra XVI e XIX immense aree del globo esportando i suoi modelli istituzionali, economici, culturali e religiosi. Il legame genetico fra questi fenomeni è solo una costruzione ideologica, non sono compresi nella categoria “origine della civiltà occidentale”. Tuttavia, il concetto di civiltà occidentale, spesso sovrapposto a quello di Europa, conserva una certa ambiguità ed è oggetto di contestazioni. Grande spazio nello studio medievale ha la storia d’Italia, con particolare attenzione al primo “re d’Italia” Arduino d’Ivrea, alla guerra della Lega Lombarda contro Federico Barbarossa e alla rivolta del Vespro contro Carlo I d’Angiò, episodi di eroico rifiuto dello straniero e letti, durante il Risorgimento e dopo l’unità, come elementi che rafforzano il senso di appartenenza ad una tradizione comune.

2.5 La disciplina: problemi di focalizzazione e metodo di studio Il Medioevo è un contenitore di vari periodi storici e la categoria “storia medievale” è, a sua volta, un contenitore di diverse discipline. Il problema della focalizzazione è legato alla difficoltà a liberarsi dagli ex-fatti, cioè di fatti o questioni che oggi nessuno studioso considera più come prioritari o corretti: ne consegue l’accumulazione e contrapposizione di interpretazioni. Per un metodo di studio efficace ed efficiente è necessario ricercare i concetti fondamentali, comprenderli e memorizzarli.

2.6 L’idolo delle origini: come limitarne i danni

La storia si studia per conoscere le origini del nostro presente. Utilizzando un’espressione latina: POST HOC, PROPTER HOC: ciò che viene dopo è causato da ciò che viene prima. March Bloch ha parlato di “idolo delle origini” rispetto all’ossessione che porta a ricercare le origini dei fenomeni storici: non nega la possibilità di ricostruire le origini, ma si oppone all’identificazione delle origini con le cause: un fenomeno del presente o del passato dovrebbe essere analizzato e compreso nel tempo in cui si è manifestato e solo dopo ne andrebbero ricostruite le origini. Le cause sono l’oggetto d’indagine privilegiato della ricerca storica. Cercare cause e origini è un’operazione complicata che necessita di tempo e metodo. Per spiegare un fenomeno è necessario liberarsi dalla schiavitù della cronologia ed interrogarsi, chiedendosi il COSA, QUANDO, DOVE, COME e PERCHE’.

2.7 Il Medioevo come paradigma dell’antimoderno Le parole Medioevo e medievale sono nate come definizioni sbrigative, e negative, nel XV secolo. Medievale indica ciò che è oscuro e arretrato: è ciò che non è moderno. Medievale e moderno, come giudizi di valore, sono speculari: sono cioè categorie del nostro linguaggio, a prescindere dal loro significato cronologico convenzionale. Il Medioevo “immaginario”, presenta valori come cavalleria, eroismo, lealtà, amicizia, devozione alla donna amata, già esaltati nella letteratura propriamente medievale. Questi aspetti non sono legati necessariamente ai secoli medievali, anzi: alcuni non sono nemmeno da attribuire a quel periodo, altri potrebbero addirittura essere estesi al presente. È essenziale non confondere il Medioevo paradigma dell’antimoderno, quello immaginario con tanti diversi Medioevi di cui si occupa la ricerca storica studiando il periodo dal V al XV secolo.

2.8 Il feudalesimo, un mostro inafferrabile? Come medievale, anche il termine FEUDALE ha assunto una connotazione ancor più negativa. Nel nostro linguaggio FEUDALESIMO è sinonimo di anti-Stato, di esercizio abusivo di potere in territorio sottratto all’autorità pubblica, di subordinazione eccessiva all’altro e d’irrazionalità. Anche feudale si oppone a moderno e, di conseguenza, si sovrappone a medievale. Accanto a quest’uso generico di feudalesimo, si pone un’immagine, errata, della PIRAMIDE FEUDALE, ossia della divisione del territorio in feudi, attuata da Carlo Magno, tra VASSALLI, VALVASSORI, VALVASSINI, secondo un criterio di interdipendenza (i valvassori dipendevano dai vassalli; i valvassini, invece, dai valvassori). Si tratta di una rappresentazione falsa ed illogica. Giovanni Tabacco definisce il feudalesimo come un MONSTRUUM inafferrabile, perché è una delle questioni più complesse della ricerca storica. Il termine FEUDALESIMO risale al XVIII secolo, definendo feudale l’insieme di rapporti politici e sociali del passato, l’ancient regime, che gli illuministi volevano riformare. Nel 1789, tra i primi atti dei rivoluzionari francesi, vennero aboliti i diritti feudali, ossia tutte quelle regole e privilegi lontani, come e contribuzioni e i monopoli che assoggettavano i contadini. Nell’ 800 fu il filosofo tedesco KARL MARX ad accentuare la connotazione negativa del termine feudale riferendosi alle condizioni di sfruttamento dei contadini da parte dei feudatari. Un’accezione differente del termine avviene nel corso del 900, in due tipi di significato: uno STORICO GIURIDICO, l’altro di tipo SOCIOLOGICO - ANTROPOLOGICO. Il primo nasce dal legame personale, detto vincolo vassallatico – beneficiario, fra un signore e un guerriero e si basa su uno scambio paritario: il guerriero (vassallo) assicura al signore fedeltà e servizio militare; in cambio, il signore gli assicura protezione e un beneficio, cioè un possesso terriero: un feudo, che non è un dono, ma una concessione vitalizia fatta durante la cerimonia di omaggio. Il secondo definisce, invece, un intero periodo storico, nel quale Bloch distingue una prima età feudale (IX-XI secolo) e una seconda (XI-XIII secolo), caratterizzato dalla diffusione di legami personali a tutti i livelli: dall’uso della terra come strumento che lega un contadino al suo padrone, al frazionamento dei poteri pubblici fra più soggetti. Altri studiosi parlano, dal punto di vista sociologico, di “mutazione feudale”, una trasformazione che sarebbe avvenuta verso il Mille. A seguito del collasso dei regni post- carolingi, i poteri pubblici si frammentarono e finirono nelle mani di forti signori locali che, grazie al seguito di vassalli e al controllo di un castello o territorio fortificato, si facevano obbedire e riuscivano a trasmettere questi poteri ai loro eredi, per

diventò monaco benedettino a Montecassino, il regno finì e la sua famiglia andò in rovina a causa della ribellione antifranca a cui prese parte suo fratello. Visse poi alla vivace corte di Carlo Magno e quando rientrò in Italia l’Historia fu l’ultima opera che scrisse. Era un monaco cattolico, ma anche un longobardo, per questo risulta condizionato dagli eventi: da una parte condanna l’arianesimo dei primi longobardi, gli eccidi dei romani e il saccheggio delle chiese durante l’invasione; dall’altra, in quanto longobardo, era fiero della storia del suo popolo e riteneva opportuno tramandarla ai posteri. Nel testo i longobardi si definiscono HOSPITES, cioè ospiti, termine che proviene da HOSPITALITAS, un istituto tardo antico con il quale ai nuclei di barbari insediati nell’impero romano si assegnava un terzo delle terre confiscate ai proprietari romani. Paolo non racconta di un’origine mitica dei Longobardi: ad essi bastava sentirsi un popolo venuto dal Nord, estraneo al mondo romano, e sapere di far parte prima di una stirpe, poi di una famiglia specifica. Raccontandoci la storia della sua vita e della sua famiglia, Paolo fornisce delle informazioni INTENZIONALI (come una cronaca), cioè riferite per una precisa volontà; al tempo stesso le sue parole danno informazioni senza che se ne rendesse conto e, quindi, PRETERINTENZIONALI (come nel caso di un resto archeologico). Paolo raccolse tradizioni orali della storia dei Longobardi, attingendo alle opere di papa GREGORIO MAGNO,che ebbe un ruolo di primo piano nei rapporti con i Longobardi, e di SECONDO di NON o di TRENTO, un chierico di origine italica. Anche nell’1800 si discuterà sul destino dei romani in occasione dell’invasione longobarda, in particolare un saggio di Alessandro Manzoni del 1822, secondo il quale l’invasione avrebbe asservito i romani, cioè i futuri italiani, rispetto ai longobardi, che non si fusero con i popoli indigeni. In realtà questa lettura ha dei limiti evidenti, perché in nessun passo si riferisce esplicitamente che l’intera popolazione romana sia stata schiavizzata; inoltre i romani del 568 non sono gli italiani del 1822: anche per sole ragioni di numeri non possono aver sterminato e reso schiava l’intera popolazione. Le affermazioni di Paolo Diacono conservano un fondo di verità: l’invasione longobarda fu violenta, i ceti dirigenti, quello senatoriale fu decimato, costretto alla fuga e privato di diritti politici, perché il controllo delle risorse economiche e del territorio passò tutto ai guerrieri longobardi. Dopo dieci anni senza un re, il cosiddetto INTERREGNO, i capi longobardi elessero re AUTARI, con l’appellativo di FLAVIO (prenome usato da tutti i successivi longobardi) restauratore della monarchia e segno di un’esigenza di una più stabile organizzazione territoriale.

3.3 Un coccio e la fine dell’età antica (la fonte materiale) L’archeologia è una scienza ausiliaria della storia, fondamentale nell’analisi dei resti del passato e, quindi, delle FONTI MATERIALI, come un piatto. Esempio specifico è un piatto tondo di ceramica usato per mangiare, prodotto nel VII secolo da officine africane, nell’attuale Tunisia, quindi un’antica provincia romana dell’Africa proconsolare. Una squadra di archeologi ha rinvenuto nel 1993 sul pavimento dell’esedra della CRYPTA BALBI, ossia il sotterraneo di Lucio Cornelio Balbo, partigiano di Augusto, quasi 100.000 cocci di ceramica identificata come SIGILLATA AFRICANA D tipo HAYES 109, databile tra il 610/620. È detta SIGILLATA perché la decorazione si otteneva con matrici adoperate come sigillo sull’impasto ancora morbido. Era una ceramica molto diffusa nel Mediterraneo tra la fine del I e l’inizio del VII secolo d.C, quindi tra età imperiale e tardo antico. Tra migliaia, sono stati rintracciati 4 cocci, perché il piatto era rotto e il resto è stato ricostruito. L’importanza di questa identificazione permette la datazione dello strato di terreno e fornisce qualche indizio rispetto all’economia del passato: se un piatto prodotto in Africa è arrivato a Roma, vuol dire che qualcuno ce l’ha portato ed è stato comprato da qualcun altro che aveva il denaro. Lo strato di terreno in cui il cumulo di detriti è stato trovato risale alla metà del VII secolo. Il cosiddetto METODO STRATIGRAFICO è un ‘indagine che permette di datare gli strati del terreno: prima della sua diffusione, gli archeologi cercavano di ripristinare le forme originarie degli edifici del passato, depurandole da aggiunte successive. Oggi, invece, si studiano le trasformazioni senza ripristinare lo stato originario. Grazie al metodo stratigrafico sono state identificate 10 fasi di utilizzazione:

  1. l’impianto originario di Balbo;
  2. ristrutturazione dell’esedra nel II secolo d.C, con la costruzione di latrine;
  3. (^) abbandono e distruzione nel tardo antico (V-VI sec.);
  1. l’area diventa luogo di sepoltura (VI sec.);
  2. nuovo abbandono tra VII e VIII secolo;
  3. costruzione di una calcara, ossia un impianto di produzione di calce, ricavata dallo scioglimento di marmi antichi, tra fine VIII e inizi IX sec.;
  4. un terremoto distrugge definitivamente il monumento nel IX secolo;
  5. costruzione di una balneum, ossia un bagno, nelle vicinanze di un Monastero attorno al Mille.
  6. In età rinascimentale e moderna viene sistemata l’area a giardino del Conservatorio di Santa Caterina della Rosa;
  7. Il conservatorio viene abbandonato nel 1937 e il sito, a seguito di demolizioni, venne sottoposto a sondaggi archeologici nel giardino nel 1961.

Sei di queste fasi interessano i secoli medievali, soprattutto quelli più scarsi di fonti scritte: indicatori di una decadenza economica e culturale, che non avvenne nel giro di poco tempo, sono proprio i momenti di abbandono, di trasformazione in luogo di sepoltura o discarica, di distruzione dei marmi per ricavarne calce. Le fonti materiali, spesso trovate in luoghi inaspettati e non menzionati dalle fonti scritte, devono essere datate e, a questo scopo, l’archeologo deve tenere traccia di tutte le “prove” che può ricavare da uno scavo, mantenendo memoria scritta e fotografica di tutti i momenti della sua ricerca. Identifica un’unità stratigrafica, ossia un campione da analizzare per colore e consistenza numerato e fotografato e, in seguito, lo confronta con i dati già in possesso. Sottoterra si trovano svariati tipi di reperti, anche quelli all’apparenza più semplici da datare, come iscrizioni, graffiti e monete, ognuno da trattare in maniera differente. Rispetto a monete e altri reperti, i cocci di ceramica sono giunti a milioni, perché è un materiale indistruttibile, e si trovano un po’dovunque: piatti, anfore o lucerne rotte si gettavano via, non potevano essere riciclati. Da una sequenza stratigrafia dell’esedra della CRYPTA BALBI, elaborata da Lucia Saguì, con una analisi del terreno che procede dall’alto verso il basso e, quindi, a ritroso, si è potuto stabilire, grazie alla presenza massiccia di sigillata africana, che il deposito ricchissimo di frammenti di ceramica e altri reperti, risale di certo alla seconda metà del VII secolo: pochi pezzi non sarebbero stati sufficienti, perché oggetti del genere potevano essere utilizzati anche dopo la cessazione della loro produzione. L’eccessiva quantità di monete e la datazione omogenea dei reperti fanno pensare che il deposito, definito BUTTO, cioè un immondezzaio che è più alto nel luogo più vicino al lancio, sia avvenuto in un periodo breve, forse per un’inondazione del Tevere. Inoltre è fondamentale ricostruire tipi diversi di ceramica per altri periodi e stabilirne la datazione. Dalla stratigrafia, l’archeologo passa alla ricostruzione storica, adoperando altre fonti che possono anche essere utilizzate per conoscere l’economia e la società del VII secolo. La presenza, nella cripta di Balbo, di sigillata africana proveniente dalla Tunisia, di unguentari forse della Palestina, di lucerne dalla Sicilia, di anfore e contenitori alimentari che provenivano da tutto il Mediterraneo fanno pensare ad una rete commerciale su lunghe distanze che includeva tra i centri produttivi anche Roma. È probabile che le anfore contenessero l’olio dell’Africa e il prestigioso vino di Samo: la situazione economica romana, si potrebbe dedurre, non era così drammatica. Il drastico calo demografico, il decadimento urbanistico, le invasioni barbariche inflissero gravi danni alla struttura economica del Mediterraneo ma forse non la distrussero completamente. L’archeologia ha rilanciato la cosiddetta questione pirenniana, dal nome dello storico belga Henry Pirenne, oggi rifiutata, secondo cui il sistema economico e commerciale antico non finì con le invasioni germaniche nel V secolo, ma con l’espansione islamica, nella seconda metà del VII secolo perché, a suo giudizio, ruppero l’unità economica del Mediterraneo, interrompendo i commerci a lunga distanza, con conseguente scomparsa dall’Occidente dei mercati orientali e della moneta d’oro. In realtà la sua tesi è stata contestata per aver tratto conclusioni generali da poche attestazioni documentarie riguardo solo ad alcune aree geografiche: ad esempio, non è detto che persistenze e cambiamenti rilevati interessassero allo stesso modo e nello stesso momento tutte le città. Riguardo Roma, il BUTTO della CRYPTA sembra dare ragione a Pirenne, perché gli strati dei secoli successivi al VII non contengono oggetti di svariata provenienza: il Medioevo a Roma inizierebbe nell’VIII secolo. Nella ricerca storica ed archeologica generalizzare le conclusioni è rischioso, ma inevitabile. Problema comune a chi tratta la fonte scritta e chi quella materiale e proprio passare dal piano del

Ottone afferma che è compito principale del re esaltare le chiese di Dio e che, anzi, è il motivo per cui egli è stato elevato al ruolo imperiale. Dopo l’arenga segue la NARRATIO, in cui si narra come si è arrivati a quella specifica decisione. 3.5 Un mulino amalfitano nell’ XI secolo (la fonte documentaria: il contratto notarile) L’Archivio di Stato di Napoli conservava, in grafia curiale amalfitana, una pergamena distrutta dal fuoco nel 1943, quando i documenti furono incendiati da una pattuglia di soldati tedeschi. Sebbene l’originale sia andato distrutto, Riccardo Filangieri nel 1917 la pubblicò in una raccolta di documenti prodotti ad Amalfi che, prima che i normanni la conquistassero, era un piccolo stato costiero che si rese autonomo dall’impero bizantino cui apparteneva. Il documento riferisce di un contratto privato del 1034 o 1049, una PERMUTA tra Giovanni e sua figlia Maria: il padre avrebbe scambiato con lei una cassa e una coperta di lana in cambio della quota di mulino ad acqua della figlia, vicino ad Amalfi. L’editore ha integrato le parti poco leggibili consultando documenti simili: ciò perché il contratto è stato redatto da un notaio, un professionista della scrittura che gode di pubblica fiducia e che, quindi, può rendere validi e pubblici gli atti che scrive. Ad Amalfi era detto SCRIBA, come Giovanni in questo caso, oppure, dalla seconda metà dell’XI secolo, CURIALE. Nel Medioevo i notai si tramandavano a vicenda una serie di forme attestanti l’autenticità dei loro atti, come la grafia e le formule di testo. Ad Amalfi la grafia curiale amalfitana era una grafia usata solo dai curiali. Ogni notaio imparava a scrivere e redigere contratti facendo l’apprendista presso un altro notaio. In alcuni periodi e zone i notai avevano un proprio segno di riconoscimento subito dopo una firma. Un’altra disciplina ausiliaria della diplomatica è la cronologia, essenziale per la critica delle fonti e per stabilire se la datazione si opera di un falsario e, in tal caso, non verrebbe comunque ignorata. L’atto non contiene una datazione completa: si parla sono della metà del mese di febbraio, seconda indizione. Nel Medioevo gli anni erano divisi in cicli di quindici, numerati quindi da 1 a 15, poi si ricominciava. L’anno dell’indizione iniziava il 1°settembre e terminava il 31 agosto seguente. L’autore indica come datazione dell’atto più probabile il 1049, anno di seconda indizione. Le parti del contratto sono due sconosciuti: Maria e il padre Giovanni, cui si aggiunge una sorella. Cassa e coperta erano l’eredità di Anna, la madre di Maria e di Giovanni: mediante testamento, Anna lasciava alle due figlie e al marito i suoi beni, senza dividerli. Ora, tramite permuta, Giovanni prende il mulino mentre cassa e coperta vanno alle due sorelle. Tramite questa documentazione, abbiamo un’idea della società, dell’economia e della mentalità amalfitana dell’XI secolo e possiamo conoscere il “diritto privato” dell’epoca, una materia di cui il potere pubblico non si occupava e che era regolata da consuetudini locali, tramandate specialmente da notai. Nel Medioevo il diritto era prodotto dalla società stessa, che lo trasmetteva ai posteri e lo trasformava in modi e tempi diversi da una zona all’altra. L’atto presente formule prolisse, per evitare ripensamenti o eventuali contestazioni: servono a ribadire eventuali limiti dell’azione giuridica, ma anche a garantire l’irrevocabilità della cessione. Nella parte finale si esplicita la sanzione prevista in caso di inosservanza del patto: la SANCTIO, consiste in 30 bisanti (moneta d’oro bizantina) che Maria deve versare se non rispetta la transazione. Anche se la somma è sproporzionata rispetto al valore dei beni permutati, l’atto non avrebbe validità senza una sanzione: ancora una volta si presenta una formula. Il testo rispecchia sia le cultura professionale, pratica, di Giovanni, sia le sue conoscenze linguistiche. Il suo latino è una lingua artificiale, inventata da anonimi specialisti della scrittura in una società che, nonostante il carattere orale, necessita della scrittura. Giovanni infatti sbaglia l’ortografia, coniuga male i verbi e, a volte, introduce neologismi. L’atto era redatto in due originali, uno per ciascuna parte: ad Amalfi c’era quindi un piccolo archivio personale. In questi secoli, in tutta Europa, la scrittura si sta estendendo ad una pluralità di situazioni: familiari, politiche e sociali. Dalla resa grafica si può intuire il grado di apprendimento del soggetto. Attraverso la lingua italiana, la lessicografia, la dialettologia si possono analizzare e valorizzare dati riguardanti periodi, aree geografiche e contesti sociali di cui non esistono tracce scritte in volgare. In questo strano latino la notizia più interessante è la cessione di una parte di mulino la cui proprietà, nel ducato di Amalfi, era divisa in quote, a loro volta indicate in durata. Tale quota passava poi in eredità, in questo caso da Maria, alla sorella e al padre Giovanni. Spese e ricavi del mulino si dividevano tra i vari proprietari in ragione della quota che possedevano. Inoltre non esistevano ancora i cognomi, ma solo i patronimici, affermando quindi d’essere figlio o figlia di qualcuno. In tal modo si teneva

memoria della discendenza, perché la genealogia è considerata nobilitante. Una donna COMITISSA, all’inizio di una genealogia, era segno di nobiltà trasmessa anche per via femminile. La pergamena arriva a Napoli per una via interessante, ricostruita così dall’editore: faceva parte di un monastero benedettino femminile di S.Maria di Fontanelle di Amalfi; nel 1581 passò al locale monastero della Santissima Trinità. L’ultima monaca di questo istituito portò con sé tutte le pergamene in una casa di Agerola nel 1909 e fu a lei che lo Stato italiano sottrasse tutta la documentazione per poi finire in fumo nel 1943. La pergamena finisce in un monastero perché, quando un bene, passava ad un altro proprietario, questo riceveva tutta la documentazione legata al bene. Gli archivi ecclesiastici e religiosi, cioè cattedrali e monasteri, sono fondamentali per lo studio della storia europea fino all’XI secolo e la conservazione fino ad oggi di documenti giuridici. Le organizzazioni laiche, invece, come le cancellerie dei regni, svilupparono questa capacità più tardi.

3.6 Federico II e la distinzione tra regnum e sacerdotium (fonte legislativa) L’imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, Federico II, promulgò il cosiddetto LIBER AUGUSTALIS (libro di Augusto) nel 1231: è una raccolta di leggi del regno di Sicilia, detto anche Costituzioni di Melfi, dove furono emanate. Il PROEMIO rappresenta la giustificazione del potere di re Federico nel regno di Sicilia, costituito dall’Italia meridionale e dall’isola, fondato nel 1130 dal nonno normanno Ruggiero II d’Altavilla. Il re di Sicilia ha il potere di legiferare perché ha ricevuto da Dio il compito di combattere la malvagità degli uomini, manifestata dalle origini con Adamo ed Eva con il peccato originale, propagandosi a tutta la loro discendenza. La fede cristiana impregnò il periodo medievale in ogni aspetto della vita. Il Proemio presenta 3 nuclei principali: il primo è il racconto biblico della Genesi con la creazione del mondo, divisa in 2 momenti: creazione dell’uomo e della donna, Adamo ed Eva, la loro ribellione, la loro condanna a vivere sulla terra come esseri mortali a cui sono subordinate tutte le creature; il secondo nucleo è la giustificazione, appunto, del potere imperiale; nel terzo si spiegano perché si promulgano le leggi destinate al regno di Sicilia, di cui ne ha bisogno, e si ordina di rispettarle. Il Proemio inquadra la concezione del potere temporale come il rapporto tra REGNUM, cioè potere politico del re, e SACERDOTIUM, il potere religioso del sacerdote. L’azione politica deve essere conforme alle Sacre Scritture. Il Proemio riporta alcune citazioni letterali della Bibbia, che definiscono ulteriormente il compito del re attraverso due parabole evangeliche: quella dell’amministratore cacciato dal suo padrone perché ha sperperato i suoi beni, contrapponendogli i prìncipi che devono rendere conto delle loro buone azioni a Dio; quella dei talenti nascosti sotto terra, che Federico farà invece fruttare. Inoltre, attraverso la metafora del sacrificio del vitello a Dio per il perdono dei peccati, Federico viene presentato come colui che deve provvedere alla legislazione della Sicilia conformandosi alla parola di Dio: rispondendo alla propria vocazione, è stato chiamato al vertice dell’impero e Gesù Cristo l’ha dotato di particolari talenti, cioè domini e virtù da far fruttare. Un’altra parte che rinvia alle Sacre Scritture è la Lettera ai Romani di Paolo di Tarso, riguardo la necessità del potere temporale: poiché l’autorità veniva da Dio, da Lui erano stabilite le autorità di quel tempo e a loro ci si doveva sottomettere dando a ciascuno ciò che gli era dovuto, a Cesare quel che era di Cesare. Regnum e sacerdotium sono separati e connessi allo stesso tempo. Nel IV secolo, il cristianesimo divenne religione dell’impero e, quindi, impero e religione collaborano. Al tempo di Federico il papa romano era capo assoluto di un’unica “sacrosanta chiesa”, quella Cattolica romana, organizzata gerarchicamente sotto l’autorità del pontefice, infallibile perché santa, custode dell’ortodossia persecutrice delle eresie. Il papa doveva indirizzare le azioni dell’imperatore, anche condizionandole, e di tutti i PRINCEPS GENTIUM, ossia i sovrani dei singoli stati europei. Una notevole differenza quindi dai tempi di Ottone, quando regnum e sacerdotium si sovrapponevano e confondevano: il papa era capo di una delle chiese che Ottone proteggeva, ma non interferiva nella collaborazione quotidiana tra il potere pubblico, i vescovi e gli abati. Innocenzo III, tutore di Federico II, si qualificò per primo come vicario di Cristo, cioè il suo sostituto. La risposta a tale egemonia papale è la sacralizzazione del potere temporale e il Proemio ne è la dimostrazione: parole e concetti ripresi dalla Bibbia dimostrano il diretto collegamento dell’imperatore e re con Dio. A differenza dell’arenga del diploma di Ottone, dove si esprime il proposito di operare per il vantaggio di tutti, il Proemio presenta Federico come l’esecutore della volontà divina e come clui

vennero accusati di aver ricevuto denaro o altri favori per eleggere determinati candidati. E’tutta l’attività di governo dei priori che viene sospettata di appartenere ad uno stesso disegno criminoso: la sola promessa di denaro e altri favori è classificata come reato. In pratica, si sanziona un comportamento per le sue finalità immorali, non per oggettive irregolarità formali. L’atto riporta la sentenza, senza elenco di prove di a loro carico: la condanna avviene senza dibattimento, perché gli imputati non solo non si difesero, ma essere contumace, cioè assente al processo, significava dare prova di colpevolezza. Dal 1250, a Firenze, c’erano due distinti comuni: quello del podestà e quello del popolo. Quest’ultimo era esso stesso un’istituzione, al cui vertice c’era il capitano del popolo, con i suoi consigli e statuti, diversi da quelli del podestà. Da allora questi due sistemi si raccordavano in modi diversi, con frequenti cambi di equilibri politici: non essendoci una costituzione, i movimenti politici generavano continuamente nuove istituzioni che si affiancavano alle vecchie. Nell’atto si nominano gli ordinamenti di giustizia di Giano delle Bella, sostenuti dagli esponenti più intransigenti dl popolo, con lo scopo di escludere dalle cariche pubbliche comunali i MAGNATI, cioè nobili, potenti, che avevano un cavaliere in famiglia o che erano ritenuti tali. Tali ordinamenti discriminavano numerose persone in nome di pace e giustizia, per reprimere le violenze e le sopraffazioni dei magnati. Dante, che aveva un cavaliere in famiglia, si iscrisse perciò ad un’arte, la corporazione, dei medici e degli speziali, ma non esercitò la professione. Gli ordinamenti nascono dall’ideologia popolare del 1302: il crimine, odioso, della baratteria si assimilava alla falsificazione. Con un richiamo alle sacre scritture, l’amministratore corrotto è paragonato ad un avido pastore che non si cura del suo gregge ma lo espone al pericolo di lupi e peste, ignorando valori indispensabili per il suo popolo, quali pace, concordia e fiducia: se non preservati, il popolo puniva la corruzione anche con condanna a morte. Dante era l’unico incriminato dei 6 priori, ed era stato collegato da Paolo da Gubbio al “traffico di influenze” per escludere i Neri dal governo. Si trattava di corruzione, anche senza passaggio di denaro. I Bianchi, che dalla fine del 1299 avevano monopolizzato il priorato, ritenevano opportuna l’esclusione dei Neri per il bene della città, perché essi stessi sostenevano banchieri legati al papa, già condannati per corruzione, e perché l’autonomia fiorentina era minacciata da papa. Dante fu cooptato tra i priori, quindi scelto ed eletto nei consigli come “saggio”. Egli, nell’esilio, abbandonò il partito dei Bianchi, ormai una “compagnia malvagia e scempia”, e pur di non piegarsi a compromessi, scelse di non rientrare in patria.

3.8 Il capitalismo medievale in una lettera di cambio (la fonte contabile) Nell’Archivio di Stato di Prato è conservata una lettera “speciale”, una lettera di cambio, che permetteva di trasferire denaro a distanza. Si tratta di una fonte che ci permette di stabilire dove e quando nacque la banca moderna: secoli XIII-XV, in Italia. Nel Medioevo è fondamentale la figura del mercante banchiere, tra cui Antonio di Neve e Francesco Datini, quest’ultimo un’importante mercante di Prato, che ha documentato tutte le sue attività bancarie, finanziarie e commerciali e che, oggi, sono giunte quasi intatte nell’Archivio di Prato dove egli morì nel 1410. Tra queste una lettera del 5 febbraio 1410, scritta in un volgare toscano, con terminologie tecniche. E’ una lettera di piccole dimensioni, ripiegata più volte e con un sigillo di cera; sul retro si legge solo l’indirizzo, senza altre indicazioni, perché veniva recapitata da corrieri privati, al servizio dei mercanti o dei governi, quindi sapevano dove trovare il destinatario. Il mittente della lettera è Antonio di Neve, che scrive da Montpellier, in Linguadoca (Francia), a Barcellona, in Catalogna (Spagna): a riceverla non è Francesco Datini, ma la sua azienda che aveva sede lì: aveva quindi una compagnia, una rete di società sparse in Europa, importatrici ed esportatrici, svolgendo attività creditizia e commerciale. Sono presenti, inoltre, richiami alla fede, con l’invocazione a Dio, simbolica con la croce, letterale scrivendo in Suo nome, seguita poi dalla data e, in chiusura, da un augurio. Da Montpellier, Antonio di Neve spicca un ordine di pagamento a distanza il cui beneficiario è un certo Gerardo Cattani, un mercante di Lucca ma residente a Barcellona, che ritirerà il denaro presso il banco Datini di Barcellona a cui è, appunto, indirizzata la lettera. La somma trasferita a Cattani tramite i due banchieri, di Neve e Datini, è espressa in due differenti monete, la lira di Barcellona e il franco della Francia; inoltre è indicata prima in lettere, poi ripetuta in numeri per sicurezza, introdotti dal “cioè”. Si chiama lettera di cambio, appunto, perché l’operazione effettuata è un cambio tra due valute, costi di “commissione” inclusi. Non è Antonio di Neve a disporre il

versamento da Montpellier a Cattani, ma un suo cliente di nome Bartolino Bartolini di Parigi, anche lui mercante, che aveva versato la somma ad Antonio di Neve. Bartolini conosceva la compagnia Datini di Barcellona, perché vi lavoro come subalterno tra il 1404 e il 1406, quando si mise in proprio. I soggetti della lettera sono, quindi 4: il datore Bartolini, che versa il denaro nella piazza di Montpellier; il prenditore, Antonio di Neve, che riceve la somma a Montpellier e scrive la lettera di cambio; il beneficiario Cattani, che preleva con la valuta locale di Barcellona presso il pagatore Datini, cioè chi riceve la lettera di cambio e paga il beneficiario. Fu grazie alla lettera di cambio che si poteva viaggiare senza portare con sé i contanti: non ci sono più i mercanti viaggiatori. Gli istituti bancari guadagnavo con il costo delle operazioni. Tra le indicazioni riportate nella lettera figura “a di 16 vista”, cioè doveva essere pagata 16 giorni dopo la sua ricezione. Era una delle convenzioni che le varie piazze commerciali avevano sviluppato spontaneamente e che seguivano l’andamento dei vari cambi tra le varie valute. La lettera di cambio permise di creare, dalla fine del XIV secolo, un unico grande mercato “globale”, nato tra Avignone, Barcellona, Firenze, Napoli e Venezia: nelle principali piazze commerciali europee avevano sede banche di diversi operatori in contatto tra loro come la compagnia di Antonio di Neve e Datini. Tutto si basava sulla fiducia reciproca: gli operatori si conoscevano e si fidavano l’uno dell’altro: la lettera di cambio permetteva anche di pagare un creditore su una piazza in cui il costo del denaro era inferiore, oppure di dilazionare la restituzione di un prestito. Era un documento con immediati effetti giuridici che, data l’enorme quantità di transazioni, era valido, dalla fine XIII secolo, anche senza emissione di un notaio o autorità pubblica: ai mercanti, ora autonomi, bastava riconoscere l’autografo del proprio collega e il suo segno identificativo. Sia di Neve che Datini registrarono l’operazione nei loro libri “contabili”, adottando un linguaggio formalizzato, lo stesso con cui si registra un addebito sul conto corrente dell’azienda di Bartolino di Nicholayo e compagni, abitanti a Parigi: “deono dare”, sono quindi debitori di 617 franchi da versare a Cattani. Si leggono altre parole, come “prima”: vuol dire che la lettera è stata spedita per sicurezza in due copie di cui questa era la prima. La registrazione è eseguita dal vicedirettore del fondaco Datini di Barcellona che accettò la lettera, che poteva anche essere rifiutata: Datini poteva anche rifiutare il pagamento se il datore (Bartolini) o il traente (Neve) non fossero stati affidabili. La cronologia medievale si rivela complessa: la data di accettazione è il 15 febbraio 1409, ma la lettera datava 5 febbraio 1410. Non è un errore: a Firenze e nel banco Datini di Barcellona il 1410 sarebbe iniziato il successivo 25 marzo, fino al 24 marzo i fiorentini avrebbero continuato a datare 1409. Questo perché l’anno non iniziava ovunque sempre il 1° gennaio e ogni luogo d’Europa aveva i suo usi cronologici, oltre che monete, unità di peso e misura propri e differenti e che i mercanti sapevano gestire. Esistevano anche differenze di unità di misura anche per le monete, dato che a quel tempo le valute circolavano liberamente anche oltre i confini delle autorità emittenti. I mercanti-banchieri convertivano tutte le monete reali in monete convenzionali, fittizie, per poter fare i conti. Tutte le operazioni erano registrate in monete di conto che, in base all’andamento del mercato, avevano corrispondenze variabili nelle monete reali. La seconda registrazione della lettera testimonia la prima attestazione della girata cambiaria, che consentiva di passare ad altri la somma ricevuta con lo stesso titolo, cioè lo stesso documento: Gerardo Cattani scrive che la somma accreditatagli dalla lettera di cambio va “girata”ad un altro mercante, Jacopo Accettanti, che viene pagato non dal banco di Datini, ma dalla Banca pubblica di Barcellona, che versa materialmente la somma. Cattani approfitta della lettera di cambio ricevuta sulla piazza di Barcellona per estinguere un debito che aveva con Accettanti ed evitare costi di altro trasferimento finanziario. Una fonte documentaria come questa si rivela essenziale per ricostruire la storia della banca e del capitalismo medievale, del commercio e della finanza, oltre che del linguaggio specifico mercantile, considerando che molti documenti contabili, pubblici e privati sono andati dispersi o distrutti nel tempo. Il sistema bancario emerge come una “infrastruttura” indispensabile. Il sistema creditizio, oltre che interessare soggetti quali mercanti-banchieri, quindi professionisti del denaro, era messo a disposizione anche di altri clienti, primo fra tutti lo STATO. Re ed imperatori si rivolgevano abitualmente ai mercanti banchieri per richiedere prestiti considerevoli, soprattutto a mercanti italiani, per trasferire denaro in entrata, per prelievi fiscali e in uscita, per stipendi, acquisti di beni e finanziare guerre. Spesso non riuscivano a restituire il prestito e i banchi che lo avevano concesso fallivano: il banco dei Bardi e Peruzzi fallì perché il re