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MEDIOEVO: ISTRUZIONI PER L’USO
PARTE TERZA
LE FONTI
Per fonti si intendono tutti i resti del passato, materiali e immateriali, scritti e non scritti, prodotti intenzionalmente per lasciare memoria di sé e delle proprie azioni oppure sono il semplice risultato meccanico delle azioni umane (leggi, lettere, poesie, monete, ecc…). La storia si fa con la CRITICA DELLE FONTI: esse sono da interpretare secondo metodi complessi, che sono stati elaborati e perfezionati nel corso di secoli. Fare ricerca storica significa dunque avere a che fare con le fonti: lo studioso del passato (lo storico) può infatti entrare in diretto contatto con l’oggetto del suo studio (la storia) solo attraverso la mediazione (seppur fallace, incompleta ed enigmatica) dei resti giunti fino a noi (fonti). Queste devono essere analizzate sempre tenendo in considerazione la loro tradizione e la storia delle loro interpretazioni (=interpretazioni precedenti).
1. PAOLO DIACONO, STORIA DEI LONGOBARDI La storia (drammatica) delle invasioni longobarde ci è nota da pochissime fonti: quella di spicco tra tutte è “Historia Langobardorum” , scritta più di 200 anni dopo (VIII secolo circa) da un monaco di origine longobarda, Paolo Diacono. (TESTO PAG 52) La semplicità interpretativa di questo testo di tipo narrativo (= scritto con l’intenzione di raccontare una storia) è solo apparente: ci sono alcuni passaggi cruciali, ancora oggi oggetto di discussione interpretativa. Questi sono:
- morte di Clefi →INTERREGNO. Durante questo, alcuni nobili romani furono uccisi mentre altri furono costretti a pagare un tributo ai nuovi dominatori.
- descrizione della conquista longobarda come caratterizzata da stragi e distruzioni;
- dopo l’ elezione di Autari torna a parlare della popolazione romana e dice che questa viene divisa tra gli “ospiti longobardi”. = I Longobardi vengono indicati con il termine “hospites” (ospiti), un chiaro riferimento all’istituto dell’hospitalitas che prevedeva guardia dei confini imperiali in cambio di “⅓”. Per Paolo Diacono questo “⅓” deve essere letto come un tributo in natura (= obbligo di versare ai Longobardi ⅓ dei loro raccolti) esteso prima ai soli nobili, poi a tutto il resto della popolazione. Al contempo però è difficile che in quelle condizioni di violenza (esplicitate nel secondo passaggio) potesse essere organizzato un regolare prelievo di questo tributo in natura. SPECIFICITÀ TERMINOLOGICHE
- “hospites” = non può essere tradotto dal latino letterario come ospiti, ma deve essere letto a fonte della tradizione giuridica del patto di hospitalitas;
- “nobili” (latino) = Paolo Diacono scrive questo termine che al tempo di quanto viene redatto il testo (=Alto medioevo) indica i guerrieri longobardi o franchi che possedevano grandi quantità di terre. Noi (contemporanei) sappiamo invece di dover leggere questo termine con il significato di “classe senatoria romano-italica”. CHI, COME, PERCHÈ Per comprendere come facesse Paolo a conoscere queste informazioni, redatte 200 anni dopo gli eventi, sarebbe necessario conoscere la figura di Paolo Diacono (biografia), le motivazioni (politiche, culturali, personali) che lo spinsero a scrivere questa opera e i quadri culturali di riferimento della sua epoca e del suo ceto sociale. Possiamo ricavare informazioni rispetto a questi tre ambiti di indagine, sia con ciò che Paolo ci dice apertamente (= informazioni intenzionali ), sia con ciò che egli NON dice ma che lascia intendere (= informazioni preterintenzionali ):
- per la sua biografia abbiamo solo un testo scritto da Paolo stesso, all’interno del quale sappiamo le informazioni della sua vita che egli ha voluto fornire intenzionalmente (dunque non tutte) o che credeva essere quelle necessarie così come la sua formazione di monaco gli aveva insegnato (paragrafo sotto);
- L’assenza di un racconto di origine mitica della popolazione longobarda (presente invece nelle storie dei Franchi, presentati come discendenti dei troiani e dunque fatti risalire ad Enea) sostituita dalla narrazione della storia della propria famiglia (antenato Leupichis venuto in Italia insieme ad Alboino), ci fa comprendere come la tradizione longobarda fosse ancora vitale in Paolo e nella cultura dei ceti dominanti del regno di Pavia (da dove proviene Paolo), anche se la religione ariana e la lingua longobarda erano state abbandonate da tempo.
- Paolo raccolse le informazioni narrate nella sua Historia da fonti della tradizione orale, come ad esempio la saga delle origini longobarde: questa fu raccontata a voce per secoli e successivamente messa per iscritto nella storia di Paolo (e non solo) con inevitabili adattamenti circostanziali. Altre fonti sono un’opera di Gregorio Magno, ma anche il “Secondo di Non o di Trento” redatto da un chierico di origine italiana, da cui Paolo riprende la descrizione della crudele conquista longobarda che questo aveva vissuto in prima persona. ≠ A questo proposito è interessante evidenziare la parte finale del testo in precedenza citato (pag 58: “C’era però…”): è evidente che questo non possa averlo scritto un chierico testimone delle atrocità dell’operato longobardo. È dunque da attribuire a Paolo la sua composizione, quasi a nostalgicamente rievocare la pace e la giustizia che un tempo regnavano con i longobardi. PAOLO DIACONO (ricostruzione della sua vita ad opera di alcuni storici) Originario di una nobile famiglia longobarda stanziatasi in Friuli, Paolo visse la sua vita nella reggia di Pavia (PRIMA delle guerre tra franchi e longobardi) e divenne poi monaco benedettino a Montecassino. Egli assistette alla fine del regno longobardo (773-774, Carlo Magno) e alla rovina della sua famiglia a causa del fratello che aveva partecipato ad una ribellione anti franca. Si trasferì per 50 anni alla corte di Carlo Magno, ambiente culturale che sicuramente influenzò la sua visione delle cose: essendo divenuto monaco benedettino,
A sostegno della filologia:
- la PALEOGRAFIA, la disciplina che studia la scrittura;
- la CODICOLOGIA, studio della struttura fisica del manoscritto;
- la BIBLIOGRAFIA, lo studio delle edizioni a stampa. 2. IL COCCIO DELLA CRYPTA BALBI (fonte materiale) (FOTO PAG 63) La foto ritrae un piatto tondo in ceramica dal diametro di 25,5 cm, risalente al VII secolo e di origine africana (in particolare proveniente dalla regione dell’attuale Tunisia). La ceramica da mensa africana si diffuse in tutto il Mediterraneo in maniera notevole, soprattutto tra I e VII secolo. Caratteristiche particolari: si tratta di una lavorazione della ceramica definita “sigillata”, perché la decorazione su di essa era ottenuta quando l’impasto era ancora morbido. A seconda delle differenze dell’impasto, delle forme e delle decorazioni, la ceramica sigillata viene distinta per periodi di produzione e per tipi: in questo caso si tratta di una sigillata africana D datata tra 600-700. Il piatto in questione o meglio, alcuni suoi frammenti di cocci, sono stati ritrovati dagli archeologi nel 1993 in uno strato di terra accumulato all’interno della crypta Balbi , così chiamata perchè adiacente al teatro costruito a Roma da Lucio Cornelio Balbo. Questo è un “reperto guida” all’interpretazione dei dati, per due motivi:
- il piatto consente la datazione del terreno in cui si trova (rispetto al piatto, si pensa VII secolo);
- ma soprattutto, se un piatto prodotto in Africa si trova a Roma vuol dire che qualcuno ce lo ha portato per i soldi e il desiderio di acquistarlo di qualcun’altro. Attraverso di esso è cioè possibile RICOSTRUIRE L’ECONOMIA del passato. IL METODO STRATIGRAFICO Partendo dall’assunto che lo strato di terra superficiale è necessariamente più “giovane” rispetto a quello che si trova più in profondità, gli archeologi hanno sviluppato un metodo che consente di ricavare tantissime informazioni a partire da un semplice scavo: questo metodo è definito "metodo stratigrafico”. Attraverso l’utilizzo del metodo stratigrafico applicato allo scavo della crypta Balbi , e senza privilegiare nessuna epoca storica rispetto alle altre, gli archeologi hanno ricavato informazioni preziosissime riguardo la storia della cripta, ossia delle sue trasformazioni e distruzioni operate nel corso dei secoli:
- impianto originario ad opera di Lucio Balbo;
- ristrutturazione e trasformazione della cripta in latrine (“bagni pubblici”) del II secolo;
- abbandono e distruzione della cripta in età tardo antica (V-VI secolo);
- scripta utilizzata come luogo di sepoltura (VI);
- nuovo abbandono (tra VII-VIII);
- impianto per produzione di calce, ricavata dallo scioglimento marmi antichi (VIII-IX);
- distruzione a causa di un terremoto (IX);
- costruzione di un bagno annesso ad un monastero (intorno all’anno Mille);
- area divenuta un giardino decorativo del Conservatorio di Santa Caterina della Rosa in età rinascimentale e moderna;
- abbandono del Conservatorio intorno agli anni 30 del Novecento. Sei delle dieci fasi cadono nei secoli medievali, e a prima vista, l’abbandono, la trasformazione in luogo di sepoltura o discarica e la distruzione dei marmi per ricavare calce, sembrano essere la prova di una terribile decadenza economica e culturale. In realtà per capire i tempi e i motivi di queste trasformazioni dobbiamo andare oltre un semplice e riduttivo giudizio di “decadenza”: è qui che subentrano l’archeologia e il metodo stratigrafico. La cosa fondamentale da fare quando si procede ad uno scavo archeologico è documentare fotograficamente i vari momenti dello scavo, cosicché questi possano essere utilizzati in futuro. Ogni strato di terreno, identificato e diversificato dagli altri dal colore e dalla sua consistenza, è un’ unità stratigrafica. Ogni unità stratigrafica è l’effetto di un evento (naturale o artificiale) più o meno rilevante che ha modificato l’aspetto o la struttura del sito. Sottoterra si trova di tutto, ma niente deve essere dato per scontato: le monete potevano infatti circolare anche molto tempo dopo essere state emesse, e la loro presenza in uno strato di terreno permette di datarlo (il terreno) ad un periodo posteriore rispetto a quello in cui queste sono state prodotte. Lo stesso vale per i piatti di ceramica sigillata africani, ma mentre il periodo di coniazione di una moneta è ricostruibile più facilmente dell'effige dell’autorità che l’ha emessa, per datare e fasi di produzione della ceramica sono stati necessari studi più complessi. Schema della sequenza stratigrafica della cripta: Gli archeologi hanno proceduto dall’alto verso il basso, dunque a ritroso nella successione storica (dalla fase 10 alla fase 1) e nel 1993 sono arrivati alla 5a, all’interno della quale sono stati ritrovati un’enorme quantità di reperti, tra cui il piatto di ceramica sigillata africano. Questo, insieme ad altri frammenti a lui simili, hanno permesso di datare l’unità stratigrafica alla seconda metà del VII secolo. Se un determinato tipo di ceramica è stato datato in
CHI ERA DHUODA
Dhuoda era la moglie di Bernardo, conte di Barcellona e duca di Settimania (regione costiera Francia meridionale) ed imparentato con gli imperatori carolingi, per questo assunse anche la carica di responsabile del tesoro alla corte di Ludovico il Pio (figlio di Carlo Magno). Bernardo apparteneva dunque all’” aristocrazia imperiale ”, quell’aristocrazia caratterizzata da:
- un legame personale con l’imperatore (per parentela o per fedeltà vassallatica);
- da enormi ricchezze (latifondi di proprietà o benefici);
- dal controllo/protezione esercitati sulle masse di contadini;
- dal possesso di clientele vassallatiche;
- dall’esercizio di cariche pubbliche (conte, duca, ciambellano, ecc…). Di conseguenza, sposando Bernardo, anche Dhuoda apparteneva all’aristocrazia imperiale. Nel testo indica il giorno del suo matrimonio come “terzo giorno prima delle calende di luglio, dell’undicesimo anno di regno di Ludovico il Pio” = 29 giugno 824. = Datazione secondo il sistema romano: giorno del mese definito contando i giorni che mancano al successivo (le calende) e l’anno in base all’autorità pubblica (anni di regno di Ludovico). Questa formula di datazione non è molto comune all'interno delle opere letterarie, ma al contrario è molto diffusa nei documenti pubblici (es. documenti emanati dagli imperatori). Ciò testimonia che Dhuoda era appassionata di numerologia e solita a questi tipi di calcoli, che si ripetono all’interno del testo anche in passi successivi. Le date che Dhuoda tiene a ricordare nel testo: matrimonio, primo figlio, secondo figlio. LE MOTIVAZIONI DIETRO IL MANUALE ➔ Bernardo (marito di Dhuoda) e Giuditta (nuova moglie di Ludovico) accusati di essere amanti dai primi due figli dell’imperatore, Lotario e Pipino, che attribuivano a loro la colpa della decisione di Ludovico di dividere l’impero tra tutti i suoi figli. ➔ Morte di Ludovico = ripresa dei conflitti tra i fratelli per la spartizione del regno: Lotario + Pipino II vs Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. ➔ 842: GIURAMENTI DI SALISBURGO. ➔ 843: TRATTATO DI VERDUN. ➔ Lotario sconfitto da Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. Guglielmo si era schierato con Pipino, di conseguenza dopo la sua sconfitta decise di sottomettersi a Carlo il Calvo (nuovo imperatore). Per provare la sua fedeltà, decise di inviare il figlio Guglielmo a Carlo come ostaggio e di trasferire il suo secondo figlio (neonato e ancora non battezzato, concepito dopo la morte di Ludovico il Pio) con sé in Aquitania, lasciando Dhuoda da sola. = La solitudine, la privazione di un figlio appena nato e l’apprensione per Guglielmo alla corte di Carlo il Calvo, spingono Dhuoda a progettare questo testo (per cui impiega ben 14 mesi) che dunque è strettamente connesso alle sue vicende interpersonali: non a caso lo scopo dell’opera è proprio educare il figlio a distanza. Il manuale, nell’ottica di Dhuoda, doveva essere uno specchio nel quale guardarsi, una guida da consultare continuamente nonostante la” massa di impegni mondani e secolari” che opprimono il figlio alla corte regia.
CARATTERISTICHE DI SCRITTURA
- Dhuoda assume un atteggiamento duplice : da una parte è incerta, condizionata da tutti gli stereotipi di inferiorità femminile che ella stessa cita; dall’altra è consapevole di stare facendo qualcosa di importante.
- Una delle caratteristiche più interessanti del manuale è la “riflessione sulla scrittura” = Dhuoda mentre scrive ragiona sui motivi per i quali scrive, ragione su sé stessa e su che cosa rappresenti questa composizione: la parola con cui più spesso la identifica è “manuale”.
- Quello che però più di tutti bisogna sottolineare è che il manuale è Dhuoda : il manuale non è solo il modo in cui Dhuoda cerca di assolvere il suo compito di madre e di educatrice, ma è un modo per farsi ricordare dal figlio ogni volta che questo ne legge una parte.
- I pronomi che più ricorrono nel testo sono “me e te” , segno della relazione di affetto che la donna cerca e vuole mantenere con il figlio. IL SIMBOLO DELL’EDUCAZIONE Il manuale, nella sua straordinarietà, è di fatto la prova che nel XI secolo le donne dell’aristocrazia franca ricevevano (a casa) un’istruzione religiosa e letteraria, aspetti sempre connessi nel Medioevo. Dhuoda si dimostra in effetti capace di leggere e scrivere in latino, di citare passi delle Sacre Scritture, citare le opere dei Padri della Chiesa e di altri autori A MEMORIA e nel complesso tutto ciò le permette di concepire un testo complesso, misto di prosa e poesia. LA PERSONALITÀ E IL MESSAGGIO I modi con cui Dhuoda nel testo esprime i suoi sentimenti, le sue emozioni e la sua personalità, è enigmatico: anche se l’io dell’autrice è in primo piano, il testo non risulta affatto spotaneo. Al contrario, è un’opera perfettamente costruita, pensata e studiata, ispirata alle numerose opere già composte sul genere dello “specchio dei principi”, molto in voga al tempo. Nonostante ciò, emerge dal testo la fortissima personalità della donna: non solo dal fatto in sé di aver deciso di scrivere il manuale, ma anche dal strutturazione complessiva dell’opera, dal linguaggio utilizzato (definito da molti un latino “erudito” e “stilizzato) e dal messaggio morale e politico che tenta di esprimere. Il messaggio che Dhuoda cerca di tramandare al figlio è imbevuto di una fede sincera, consapevole e sostenitrice dell’azione: operare per Dio è operare per la società. Non a caso secondo Dhuoda nella gerarchia delle obbedienze al primo posto si trova Dio, al secondo Bernardo (il padre) ed infine l’imperatore. = Questo ordine di obbedienza è l’espressione della situazione delicata in cui si trova il figlio:
- Guglielmo è sia vassallo che ostaggio di Carlo allo stesso tempo;
- Bernardo era ancora vicino ai nemici dell’imperatore (Pipino II). Alla fine entrambi moriranno: Bernardo accusato di tradimento; Guglielmo per essersi ribellato a Carlo.
In questo specifico caso, il diploma autorizzava il vescovo di Parma (e i suoi successori) a governare la città come conte di palazzo imperiale (conti = funzionari dell’impero carolingio), con i seguenti poteri:
- deliberare;
- giudicare;
- ordinare, e tutte le altre funzioni che spettavano al potere regio. Si sanciva dunque che il vescovo aveva la giurisdizione totale sul territorio di Parma, ed era autorizzato ad esercitare il suo “districtio” o “bannum” (potere di banno, di comando) su tutto il demanio , ossia su tutto ciò che apparteneva allo stato = può e deve occuparsi delle architetture cittadine e della riscossione e l’imposizione di dazi, può arrestare, multare e addirittura eseguire una sentenza. Al vescovo rispondeva dunque non solo la città, ma anche:
- le persone, fondamentali in quanto la giurisdizione del vescovo è legata ad esse. Sono queste che infatti ricorrono a lui (in quanto autorità su quel territorio) per ogni tipo di questione che li riguarda.
- ma anche beni immobili (fiscali) e servi di famiglia. In assenza di un sistema di prelievo fiscale centralizzato e basato sulla circolazione monetaria, il prelievo fiscale avveniva soprattutto attraverso l’ospitalità forzosa, la consegna di derrate alimentari a uomini e cavalli del vescovo, o tramite la prestazione d’opera (= riparazione di strade, mura, pulizia della città, ecc..). SPECIFICITÀ TERMINOLOGICHE Caratteristiche dei verbi “dispositivi”, ovvero quelli che Ottone utilizza per esprimere i suoi ordini:
- sono SEMPRE in prima persona plurare (= plurale maiestatis ) riferiti ad Ottone stesso ovviamente;
- il complemento oggetto di questi verbi è la regia potestas , ovvero il potere regio, che si traduce concretamente nei poteri che il vescovo acquisisce sui cittadini;
- linguaggio giuridico medievale caratterizzato dalla pluralità di definizioni (= accumulo di tutti i termini disponibili) per descrivere una determinata cosa/azione/imposizione. La concessione inoltre NON è soggetta ad alcun tipo di condizione, dunque NON può essere revocata per nessuna ragione : egli ha uno ius (diritto) e un dominium (dominio) del tutto autonomi. = In sostanza il potere è DONATO come se fosse una proprietà privata: il vescovo NON diventa né funzionario, né feudatario, né conte (anche se si comporta come tale) di Ottone. Ottone rinuncia di fatto ad una parte dei suoi domini territoriali e la dona al vescovo di Parma. Siamo in presenza di una CONCEZIONE ALLODIALE DEL POTERE (def. di Tabacco) = un potere pubblico trattato come un allodio, ossia una proprietà privata. Il documento LEGITTIMA dunque un potere che probabilmente il vescovo già possiede, ma che è contestato da altri poteri: l’imperatore mantiene così il suo ruolo di protezione nei confronti delle chiese e al contempo si procura un’alleato nella figura del vescovo.
LA CANCELLERIA IMPERIALE
È chiaro che Ottone, seppur “autore giuridico” non abbia scritto il documento di suo pugno. Questo era composto dalla sua cancelleria (= intesa come gruppo di letterati) secondo regole rigide (partizioni del testo, formule, chi doveva dettarlo, chi doveva ricopiarlo in bella, ecc…). Struttura dei documenti imperiali:
- invocazione (in questo caso alla Trinità) e titolazione del sovrano;
- l’ arenga , ossia la premessa al testo in cui vengono dichiarate le motivazioni dell’azione (in questo caso esaltare le chiese di Dio);
- la narratio , ossia come si è giunti a quella specifica decisione (in questo caso sotto sollecitazione del vescovo di Parma);
- la dispositio , in cui viene esplicitata la concessione. Come tutti i documenti, anche un diploma poteva essere falsificato: per questo motivo nasce la disciplina della diplomatica, che ha lo scopo di accertare l’autenticità della documentazione giuridica medievale. Questa è affiancata da altre discipline come la paleografia, la sigillografia, la storia della lingua e del diritto, l’archivistica, ecc.. L’accertamento dell’autenticità di diplomi come questo è all’origine del metodo di critica delle fonti, e dunque della medievistica come disciplina scientifica. 5. IL MULINO AMALFITANO La pergamena originale, di forma quadrata conservata nell’Archivio di Napoli e scritta in “curiale amalfitano” , andò distrutta in un incendio durante la Seconda Guerra mondiale: fortunatamente questa era stata precedentemente pubblicata da Riccardo Filangieri in una raccolta di documenti riguardanti il ducato di Amalfi. La pergamena altro non è che un contratto privato stipulato nel 1037, riguardante lo scambio di beni (permuta) tra Maria e suo padre Giovanni:
- Maria cedeva al padre la sua parte di un mulino ad acqua (mola aquara) collocato ad Atrani (vicino Amalfi);
- Giovanni in cambio cedeva alla figlia una cassa/cesta e una coperta di lana. In realtà una lettura più attenta del documento, rivela che la parte di Mulino, la cassa e la coperta, sono l’eredità di Anna, madre di Maria e moglie di Giovanni. Anna mediante un testamento aveva lasciato quei beni (mulino, cesta e coperte) alle due figlie e al marito, che ora si stava riprendendo il mulino. Nel testo sono presenti dei simboli (es. croci, asterischi e parentesi), che altro non sono che dei segni di un linguaggio convenzionale sviluppato dalla filologia e diplomatica per sostituire parole mancanti o non leggibili. Ciò è stato possibile perché essendo un testo redatto da un notaio, seguiva una struttura composta da una serie di formule fisse. NOTAIO = professionista della scrittura che gode di pubblica fiducia, dunque egli è in grado di dare validità agli atti che sottoscrive (roga). Ad Amalfi era detto scriba o curiale , tant’è che la scrittura notarile tipica dei curiali Amalfitani era detta “curiale amalfitana” : questa, così
IL LINGUAGGIO
Il testo potremmo dire non essere scritto né in latino (a causa dell’enorme quantità di errori grammaticali, che, anche corretti, non darebbero vita ad un latino corretto) né nel volgare italiano che quegli amalfitani parlavano tra di loro. Siamo dunque in presenza di una lingua artificiale, inventata da anonimi specialisti della scrittura. Questa ci documenta fenomeni fonetici tipici dei volgari meridionali (v →b), parole simili al latino che non troviamo in nessun altro testo conosciuto. L’atto è inoltre redatto in due copie originali, perché ciascuna delle due parti contraenti conservava il suo. Il documento è dunque testimonianza di un fenomeno che stava prendendo piede in Europa: l'estensione della scrittura a molteplici situazioni familiari, sociali e politiche. Inoltre dalla grafia delle sottoscrizioni dei testimoni (es. Costantino) è possibile dedurre il grado di apprendimento del soggetto. LE QUOTE DEL MULINO Il testo ci informa che nel ducato di Amalfi la proprietà dei mulini era divisa in quote indicate in durata: la madre di Maria possedeva il mulino per 5 giorni, e tale quota era passata in eredità alle sue figlie e poi al padre Giovanni. Le quote dei mulini erano come le quote azionarie di una società commerciale, acquistate e vendute con facilità. Spese e ricavi dell'attività del mulino erano suddivisi tra i vari proprietari in proporzione alla quota posseduta: es. chi possedeva 2 mesi di un mulino partecipava agli utili annuali nella misura di 2/12 = 1/ 6. Non esistevano ancora i cognomi, dunque per firmarsi venivano utilizzati ancora i patronimici = ci si identificava cioè specificando di chi si è figlio/a. Questa pratica si spiega con la volontà di mantenere memoria della propria discendenza, poiché la genealogia era considerata nobilitante. L’inserimento di una donna al principio di alcune genealogie dimostra che la nobiltà si trasmetteva anche per via femminile. GLI ARCHIVI La pergamena è finita nell’Archivio di Stato di Napoli dopo una serie di passaggi di mano: inizialmente faceva parte dell’archivio del monastero femminile di S.Maria di Fontanelle di Amalfi. L’ultima monaca di questo istituto portò con sé tutte le pergamene in un paese interno alla costiera amalfitana. Da lì lo Stato italiano, attraverso l’amministrazione archivistica, è riuscita ad ottenere questa documentazione, che alla fine è andata bruciata durante la Seconda Guerra Mondiale.
6. LA SPEDIZIONE DEI PISANI CONTRO I MUSSULMANI A PALERMO Sulla facciata del duomo di Pisa, fra il portale di sinistra e il portale centrale, si trova un'iscrizione in latino, incisa su una lastra di marmo di circa un metro per due, che ricorda la
fondazione della chiesa, finanziata con il bottino di una spedizione militare contro la città di Palermo. L’epigrafe è, per il materiale, la tecnica di esecuzione e la qualità letteraria, un prodotto di altissimo livello:
- lettere scolpite da una mano esperta;
- utilizzo della capitale romana (stampatello minuscolo) e dell’onciale;
- distanze tra righe e versi regolari (= bravo ordinator , il progettista dell’incisione);
- marmo di altissimo livello (cave di Luni) e tagliato con maestria;
- testo scritto in esametro leonino (= rima o assonanza alla fine della prima e della seconda metà di ciascun verso). L’epigrafe è in una posizione strategica, con l'obiettivo di dare più visibilità possibile al messaggio. La ragione di questo è spiegata all’interno dell’epigrafe stessa (verso 12): la celebrazione della fondazione della nuova chiesa e della spedizione a Palermo (che doveva appunto finanziare la chiesa). LA STORIA DIETRO L’EPIGRAFE La storia:
- la flotta Pisana entra nel porto di Palermo, protetto da catene;
- i pisani riescono a catturare sei navi mercantili e si impadroniscono del loro carico; ne distruggono cinque e ne vendono una, i cui proventi sono volti al finanziamento della costruzione della chiesa;
- successivamente i pisani sbarcano alla foce di un fiume vicino l’Oreto, dove sono subito attaccati da un esercito. La narrazione di questo evento è caratterizzata dalla presenza di numerosi elementi epici (“furia scomposta” dei nemici; “ordinata azione dei pisani che non si lasciano prendere dal panico”; “la strage dei nemici è immane”). Sconfitti i nemici, i pisani saccheggiano i villaggi limitrofi a Palermo;
- tornati a Pisa, carichi di bottino e senza aver subito gravi perdite, vengono accolti dalla popolazione trionfalmente. L'IDENTITÀ DELLA CIT La piazza del duomo di Pisa è di fatto la pietrificazione della ricchezza, della potenza, della fede della comunità. Il messaggio che essa celebra deve essere tramandato ai posteri. I quattro edifici della piazza (duomo, campanile, il battistero, il camposanto) non sono stati costruiti tutti assieme, ma tutti sono stati costruiti ANCHE con i soldi e l’impegno dei cittadini, ed esporre sulla facciata della cattedrale un testo che parla della fondazione della chiesa vuol dire dare voce a quei muri, dare voce all'orgoglio della cittadinanza. Nella facciata della cattedrale era presente già un’altra iscrizione, che ricordava tre altre imprese dei Pisani contro i Saraceni: Reggio Calabria; Sardegna; Nord Africa. Chi entrava nel duomo in sostanza aveva la possibilità di leggere la storia della città.
- Come fu ideata la disposizione delle epigrafi A proposito di questa questione, vi sono due ipotesi discordanti:
- la prima crede che solo quella di Palermo si trovasse già sulla seconda facciata, mentre crede al contrario che quella di Reggio-Sardegna-Africa sia stata originariamente progettata sulla prima e spostata solo successivamente sulla seconda (XI-XII). Se questa ipotesi fosse vera, ci troveremmo nell’epoca in cui Pisa era sotto il dominio di Matilde di Canossa, marchesa di Toscana. Durante lo scontro tra Enrico IV e Gregorio VII per le investiture, Pisa si schierò prima con l’imperatore e poi con Urbano II (dopo la morte di Gregorio)
- la seconda, vede le due epigrafi progettate direttamente sulla facciata su cui si trovano ora, ovvero la seconda. Secondo questa ipotesi le epigrafi sarebbero un messaggio diretto a papa Innocenzo II, che negli anni in cui la città si diede a comune vi risiedette, non potendo stare a Roma visto che questa era controllata dall’antipapa Anacleto II (che appoggiava gli Altavilla). In questa ottica si chiarirebbe dunque la questione dei saraceni nominati semplicemente come “nemici” o “siculi” e il riferimento alla Sardegna nella prima epigrafe. A prescindere dalla veridicità di una o dell’altra ipotesi, ciò che è certo è che le due epigrafi furono realizzate circa 30-70 anni dopo gli eventi narrati, quando pisa era all’apice della sua potenza e dunque necessitava di fondare la propria storia su eventi gloriosi (= uso pubblico della storia). 7. LA SIGNORIA RURALE DI ASTI 11 settembre 1185: tre consoli di giustizia del comune di Asti emanano una sentenza in favore dei canonici della chiesa locale, contro due abitanti del centro di Quarto (= frazione di Asti). La sentenza stabilisce l’appartenenza dei suddetti uomini (i fratelli Ottone ed Enrico Rosso) alla chiesa di Quarto, che dunque può esercitare su di loro il districtus (= il comando) per tutto ciò che possiedono su quel territorio. Al processo però i canonici non si erano limitati a rivendicare i loro diritti solo sui due fratelli, ma l’avevano estesa a tutti gli abitanti del luogo, presentando una dichiarazione scritta. Questa ci è pervenuta in originale, e si trova ora (così come si trovava in origine) nell’Archivio capitolare di Asti. La dichiarazione è di fatto una piccola pergamena di forma irregolare dalla scrittura piuttosto ordinata: non è un documento in senso vero e proprio, ma uno dei tanti atti che un tribunale prendeva in esame per giungere ad emettere una sentenza. Dato che di questi atti non ce ne sono pervenuti molti, quello della signoria di Asti è di grande interesse ed importanza. Canonici: chiamati così perché rispettavano la regola (canone) della vita in comune in un edificio cittadino chiamato per questo canonica. Mensa (= associazione che gestiva i beni e i diritti del vescovo) e Capitolo (= associazione di amministrazione delle proprietà comuni) erano istituzioni ecclesiastiche importantissime che assicuravano le risorse economiche indispensabili al vescovo e ai canonici (alloggio, vitto, abiti, ecc…).
LA SIGNORIA RURALE o COLLETTIVA All’interno della dichiarazione, i canonici esprimono la loro intenzione di esercitare il potere giurisdizionale su “tutti gli uomini di Quarto”: la loro intenzione è dunque quella di fondare una signoria del luogo esercitata collettivamente (o signoria rurale). La giurisdizione riguarda dunque i “mansi” e i “beni allodiali”:
- mansi = contadini che hanno un manso in concessione di proprietà del capitolo;
- beni allodiali = i liberi proprietari, ossia coloro che possiedono terre e altri beni in qualità di allodio. In sostanza i canonici esercitavano poteri di natura politica (competenze giudiziarie e fiscali) comportandosi come una signoria rurale , poiché avevano giurisdizione anche sui liberi proprietari; e poteri di natura economica, comportandosi come una signoria fondiaria (in quanto sono i proprietari della terra affidata in gestione ai contadini). = Unione: signoria fondiaria + signoria rurale ● LA SIGNORIA FONDIARIA I canonici, in quanto proprietari di terre, ricevevano dai loro contadini:
- canoni (affitto) in denaro in cambio delle terre a loro concesse;
- canoni in natura (grano, vino, legumi) in una quantità fissa e annuale nei confronti del capitolo;
- censi ricognitivi, ossia piccoli omaggi che i contadini concedevano al capitolo come segno della loro dipendenza economica;
- prestazioni lavorative ( corvées ) al servizio dei canonici. I contadini facevano dunque parte di una grande azienda agraria ( la curtis ) ovviamente di possesso dei canonici. Questa era divisa in due parti:
- pars massaricia , distinta in tanti mansi (lotti di terra) dati in concessione ai contadini. Questi mansi erano gestiti in piena autonomia, li passavano in eredità ai loro figli e potevano addirittura venderli (con preventiva autorizzazione del capitolo) ma in cambio i contadini dovevano al capitolo tutti canoni sopraelencati;
- pars dominica , la riserva del signore gestita direttamente dal padrone attraverso il suo fattore. Queste due parti erano integrate funzionalmente di modo che il padrone avesse garantita non solo una rendita in denaro e in prodotti agricoli, ma anche una forza lavoro aggiuntiva per le terre a gestione diretta. ● LA SIGNORIA RURALE Asti è però anche un territorio in cui il padrone collettivo (canonici) è anche un signore rurale, che esercita poteri di carattere pubblico su tutta la popolazione, come:
- potere giudiziario (placito);
- potere fiscale (4 soldi per ogni manso); albergaria (tassa derivata dall’obbligo di fornire alloggio agli ufficiali carolingi); camparia (tassa per finanziare uomini con funzione di polizia, i campari), la decima;
- potere esecutivo (pignorare o confiscare i beni di chi si rifiuta di giurare fedeltà);
8. IL CONCILIO LATERANENSE IV
Le disposizioni contro gli ebrei nel Concilio Lateranense IV segnarono un importante punto di svolta nel rapporto tra i cattolici e gli ebrei, connotando in modo nuovo l’antigiudaismo (fenomeno nettamente distinto dall’antisemitismo del Novecento, di cui però è predecessore). antigiudaismo ≠antisemitismo ↓ ↓ ostilità verso gli ebrei di carattere religioso ostilità verso gli ebrei di carattere RAZZIALE Il Concilio ecumentico si tenne a Roma nella basilica del Laterano dall’11 al 30 novembre 1215, e fu convocato da papa Innocenzo III, che definiva sé stesso “il vicario di Cristo”, il capo della Chiesa universale e la guida di tutte le autorità politiche cristiane (= teocrazia papale ) ≠ La situazione si era totalmente ribaltata: non era più l’imperatore che proteggeva tutte le chiese e tutti i rispettivi vescovi, ma uno dei vescovi (in quanto successore di Pietro e sostituto in terra di Cristo) teneva sotto controllo l’imperatore, il cui potere temporale era giudicato ora qualitativamente inferiore al potere spirituale del sacerdote. Alla fine, il Concilio Lateranense IV (composto da circa 900 membri) approvò un testo di 71 articoli (costituzioni),ma di fatto i presenti si limitarono ad accettare le decisioni di Innocenzo. NB : Le decisioni prese nel consiglio tuttavia NON avevano valore per i cristiani d’Oriente (ortodossi) che da quasi due secoli non condividevano le scelte dei cristiani d’Occidente cattolici (scisma della chiesa). L’ARTICOLO 67 In questo articolo si condannano i tassi di interesse esagerati degli ebrei, nei prestiti concessi ai cristiani. La pena per i prestatori ebrei che contravvengono a questo decreto “sinodale” è la proibizione di qualsiasi relazione con i cristiani, i quali a loro volta devono astenersi dalle relazioni con i prestatori ebrei che praticano tassi di interesse troppo alti, pena “censura ecclesiastica” (es. scomunica). Nel passo iniziale del testo per indicare gli ebrei si usa l’espressione “perfidia iudeorum” (= i perfidi ebrei), e con perfidia si intende la malvagia ostinazione degli ebrei a non convertirsi, fatto che sta alla base dell’antigiudaismo cristiano. L’ANTIGIUDAISMO CRISTIANO L’antigiudaismo cristiano è cambiato nel corso dei secoli, ma per comprendere le radici del fenomeno è necessario comprendere che la tolleranza religiosa non era un valore dell'Europa medievale: l’ebreo sbagliava (nella fede) e basta, e il suo errore, seppur incomprensibile al cristiano, gli procurava la dannazione eterna, la peggiore delle conseguenze.
I cristiani condannavano dunque il perfido rifiuto della fede, ma ciò NON significava perseguitare o uccidere gli ebrei, anzi, essi erano protetti sia dalla Chiesa sia dall’Impero:
- nel 1199 lo stesso Innocenzo III aveva emanato un provvedimento in difesa degli ebrei, all’interno del quale si vietava di ferirli, ucciderli o semplicemente offenderli durante le loro celebrazioni, ma soprattutto si proibiva categoricamente la loro conversione forzata al cattolicesimo, pena la scomunica. Inoltre è evidente dall’articolo 67 stesso che per Innocenzo gli ebrei potessero tranquillamente chiedere interessi ai debitori , basta che questi fossero moderati.
- Inoltre gli ebrei erano servitori dell’imperatore ed erano considerati da esso come una sorta di “proprietà”. Dunque in quanto tale nessuno poteva danneggiarli. GLI INTERESSI DELLA CHIESA Da quando i commerci avevano cominciato ad intensificarsi, gli uomini di Chiesa avevano rivolto la loro attenzione alle pratiche creditizie:
- alcuni rifiutavano qualsiasi tasso d'interesse, perché non comprendevano che l'interesse era semplicemente il prezzo del denaro;
- altri distinsero tra un interesse giusto e uno eccessivo = l'usura. Nel testo uscito dal Concilio Lateranense IV ancora non vi è identificazione tra ebrei = usurai, ma sicuramente si gettano le basi per questo stereotipo che si diffonderà solo a partire dal Quattrocento. Un’altro problema che la Chiesa aveva riscontrato nella pratica creditizia ebraica (e che si affronta sempre nello stesso articolo 67) era quella per cui se un cristiano non riusciva a saldare il suo debito nei confronti di un prestatore ebreo, quest'ultimo aveva il diritto di impadronirsi del pegno che garantiva il prestito: una casa, un terreno, un qualsiasi possesso immobile. Ciò si traduceva in un danno per la chiesa del posto, perché il nuovo proprietario, non essendo di religione cristiana, non si sentiva obbligato a corrispondere alla chiesa locale la decima (decima parte del reddito) e altre imposizioni ecclesiastiche. = La chiesa riconosceva il diritto dell’ebreo di trattenere il pegno, ma al contempo voleva evitare il danno economico alla chiesa locale: per questo motivo si stabilì nel Concilio che il nuovo proprietario (anche se ebreo) avrebbe dovuto continuare a corrispondere i debiti. Ecco che allora la Chiesa inizia a regolamentare ANCHE la vita economica generale (e non più solo quella politica). LA CONDANNA DELLA SIMONIA E DELL’USURA Negli articoli precedenti al 67, si condanna uno dei peccati principali secondo i papi riformatori: la compravendita delle cariche ecclesiastiche e dei sacramenti (= simonia). La posizione della chiesa nei confronti della simonia e dell’usura va letta nell’ottica della ricaduta economica associata alle due pratiche:
- pagare o farsi pagare per l'elezione di un vescovo e per impartire un sacramento (simonia) è considerato immorale dalla Chiesa, così come è immorale applicare o accettare tassi di interesse troppo alti che impoveriscono il debitore (usura);