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Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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L’alto medioevo è un mondo rurale e la maggior parte delle città romane sopravvissero soprattutto in Italia e in Gallia e avevano delle funzioni:
Meno importante rispetto alle altre → artigiani e mercanti erano una minoranza della popolazione. La forma prevalente della ricchezza era la terra e il lavoro contadino ma questo era cambiato rispetto all’Antichità classica. Ci sono due fattori che spiegano questo cambiamento:
Se la proprietà apparteneva al fisco, l'amministratore appariva un funzionario pubblico che aveva ampie competenze amministrative disciplinari. Un esempio da prendere come riferimento è il grande capitolare carolingio che era destinato a regolamentare la gestione delle corti appartenenti al fisco imperiale. Questo Capitulare de Villis è una delle fonti più importanti sul funzionamento del sistema curtense. Qui a fianco vengono presentati i primi capitoli che pongono un freno alle malversazioni dei gestori che tendevano a curare il proprio profitto anziché quello del padrone. I capitoli seguenti riguardano l'organizzazione dei lavori con un'attenzione alla sorveglianza degli schiavi e ai quali non è riconosciuta alcuna autonomia lavorativa. Alcuni tratti rimandano a delle usanze antiche, infatti, in una miniatura realizzata intorno al 1000 si può vedere che, per rappresentare il gineceo, si mostra una donna intenta a filare e un'altra a tessere su un primitivo telaio verticale (figura 6). Altri capitoli confermano l’interdipendenza della corte anche all’interno della corte fra colto e incolto in quanto caratteristica di base dell’attività agricola di quel periodo. L'attenzione al Capitolare de Villis richiama la decisione di Carlo Magno di attribuire ai mesi i nomi della sua lingua materna che rimandano a delle attività agricole stagionali. Le ricorrenze religiose sono il perno centrale su cui la mentalità medievale si appoggia per orientarsi nel moto ciclico del tempo. Si alternano anche le ricorrenze lavorative. L'abitudine di descrivere il ciclo dell'anno è l'origine delle rappresentazioni iconografiche più diffuse nel medioevo: la rappresentazione del lavoro ha una dimensione religiosa, infatti, il lavoro agricolo è la conseguenza del peccato di Adamo. Una notizia di Agobardo, che fu vescovo di Lione fra il 769 e 840 , testimonia la popolarità della rappresentazione dei mesi: “Dimenticata la fede, tutta la fiducia è collocata in cose vili. Così come noi vedendo dipinti uomini armati, o intenti ai lavori agricoli, o chi mietono o che vendemmiano o stanno sulle navi a pescare e a gettare le reti o che cacciano alcuni cani, impugnando gli spiedi, rincorrendo capre selvatiche e cervi, non per questo speriamo che da loro trarremo un aumento dell'esercito né un aiuto alla fatica lungo l'anno o mucchi di frumento o rivoli di mosto, né pesci, capre selvatiche o maiali; allo stesso modo, se vedremo dipinti gli angeli alati, o gli apostoli che predicano o i màrtiri che subiscono tormenti non dobbiamo sperare alcun aiuto dalle immagini che guardiamo, perché non ci possono fare né male né bene” Il canone iconografico dei 12 mesi ha due novità:
→ Maggio tiene un mazzo di fiori → Giugno Ara per preparare la terra a nuove semine → Luglio falcia l’erba → Agosto miele frumento → Settembre lo semina → Ottobre vendemmia e fai il mosto → Novembre tiene a bada il maiale che Dicembre afferra per una zampa brandendo un coltellaccio In elaborazione più tarde, specialmente nei periodi di riposo dai lavori agricoli, i cavalieri e ricchi si sostituiscono ai contadini con i loro svaghi come la buona tavola, la caccia e la guerra e le lunghe cavalcate. Molti storici traducono in latino dominus con signore parlando di una signoria anche se si tratta di un potere diverso illimitato rispetto alla signoria politica o banale. L'autorità del padrone si estendeva a tutti coloro che dipendevano da lui e perfino ai piccoli proprietari locali o dipendenti finivano per subirne la sua autorità perché il padrone era una potenza locale. In un disegno del IX secolo (figura 8), che illustra la Psicomachia di Prudenzio, il peccato di avarizia era presentato da una masnada di uomini a cavallo armati di lance che trascinano con una lunga corda un prigioniero appiedato con le mani legate. La figura rimanda alle frequenti incursioni dei potenti che si impadroniscono con violenza dei deboli e dei loro beni. In un disegno posteriore al Mille l'avidità era presentata con lo sfruttamento con cui i padroni assoggettavano i loro contadini (figura 9). Avaricia , all’apparenza uomo ben vestito e calzato, contemporaneamente schiaccia col piede un contadino curvo sulla zappa e versa in un grande bacile una borsa di monete. Il povero cerca un dialogo con Avaritia ma non l’ottiene. Accanto ad Avaritia c'è la virtù che corrisponde alla Misericordia , rappresentata con una donna con la palma in mano che si presta ad aiutare il povero. Il fatto che sia stato scelto un uomo per simboleggiare Avaritia esclude che i vizi siano condizionati dal genere della parola che li designa.