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Riassunto completo e discorsivo del manuale "Narrare la storia" di Topolski. Mi sono concentrato più sul pensiero effettivamente dell'autore rispetto al contesto storico e metodologico di molti altri autori di riferimento riportarti. Tuttavia non ho tralasciato alcun dettaglio importante del contenuto originale.
Tipologia: Dispense
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C’è oggi una crisi della filosofia della storia, una crisi ampiamente riconosciuta nel mondo degli storici, ma spesso poco analizzata nel suo spessore teorico e nelle sue conseguenze pratiche, soprattutto per quanto riguarda la storiografia e la didattica della storia. Questa crisi è strettamente legata all’ascesa delle concezioni postmoderne e post-postmoderne, che rappresentano un cambiamento radicale nella filosofia in generale. Per secoli, la filosofia si è basata su un impianto che vedeva nella verità, nella epistemologia (teoria della conoscenza) e nell’ ontologia (teoria dell’essere) i suoi pilastri fondamentali. Secondo questa visione classica, l’uomo era concepito come esterno alla realtà, da cui riceveva rappresentazioni tramite il linguaggio. Tuttavia, oggi molti filosofi rifiutano questo edificio concettuale, avanzando proposte che mettono in dubbio proprio quei fondamenti — in particolare della filosofia della scienza — dando vita a una vera e propria rivoluzione nel pensiero umano. Questa rivoluzione si richiama a pensatori che in passato erano considerati marginali nel panorama filosofico "realista", come Vico, Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein e Foucault. Tuttavia, non esiste una definizione univoca di questa nuova corrente. Essa si colloca in un continuum: da un lato troviamo chi rifiuta la nozione classica di verità pur conservandone una forma aggiornata; dall’altro lato vi è un orientamento più decostruzionista, come quello di Jacques Derrida, che afferma che non esiste alcuna realtà al di fuori del testo ("il n’y a pas de hors-texte"). In quest’ottica, non si fa riferimento né all’autore, né alla realtà esterna, né a un'interpretazione privilegiata. Questa trasformazione non impone agli storici di abbracciare l’estremo antirealismo del pensiero decostruzionista. Anzi, tale posizione viene vista come pericolosa per la storiografia: renderebbe impossibile distinguere tra racconto storico e finzione letteraria, costringerebbe ad abbandonare concetti come "nazione" e "società", e dissolverebbe la narrazione storica (il "metaracconto" di Lyotard) in una molteplicità di racconti frammentari e locali. Pur riconoscendo la crisi del realismo e l’inadeguatezza della filosofia della storia positivista, si suggerisce una posizione intermedia: evitare gli estremi del decostruzionismo, ma superare la
vecchia concezione epistemologica. Questo cambiamento riguarda anche le scienze naturali, le quali sempre meno si affidano a una nozione "naïve" di verità. La filosofia della storia tradizionale, di stampo analitico-positivista, è rappresentata da autori come Hempel, Mandelbaum e Gardiner, e si fondava su tre presupposti fondamentali:
Queste ipotesi guidano inconsciamente la pratica quotidiana degli storici, ma non sono più sostenute dalla nuova filosofia della storia, creando una frattura tra prassi e teoria. La cosiddetta “nuova” filosofia della storia propone una revisione radicale di queste premesse. Essa si articola in due direttrici principali:
Già negli anni '70, nella filosofia analitica della storia si registra una crescente attenzione per la questione del racconto storico. L’opera pionieristica in questo senso è Analytical Philosophy of History di Arthur Danto (1965), il quale, pur rimanendo vicino al positivismo, introduce l'importanza della dimensione temporale e della narrazione come totalità, e non solo come somma di proposizioni. Per lui, la coerenza narrativa è garantita dal ricorso a leggi generali (modello deduttivo-nomologico). Sotto l'influenza di pensatori come Collingwood e Louis O. Mink (fondatore della rivista History and Theory ), il racconto diventa categoria centrale della metodologia storica. L’accento non è più sulla spiegazione tramite leggi, ma sulla comprensione dell’azione umana (secondo la tradizione del Verstehen di Droysen, Dilthey, Croce). Mink, pur rifiutando il positivismo, afferma l'importanza di una visione generale del passato che includa categorie utili a cogliere la struttura e la dinamica della storia. In Francia, filosofi come Foucault e Paul Ricoeur analizzano il racconto storico in chiave non positivista. Foucault si concentra sulle strutture discorsive, mentre Ricoeur propone nella sua opera Temps et récit (1983–1985) un'integrazione tra comprensione narrativa e spiegazione causale,
utili per comprendere meglio la prassi degli storici. Tuttavia, il suo intento non è normativo (non vuole dire come si deve scrivere la storia), bensì descrittivo: vuol mostrare come si scrive davvero. Qui egli distingue due livelli di analisi metodologica, spesso confusi nella filosofia della storia:
Il lavoro si fonda sullo studio della pratica degli storici, e propone una distinzione tra:
● L’analisi della struttura del racconto (come viene prodotto). ● L’analisi del processo di inventio (creazione narrativa) e argomentazione.
Topolski propone un modello metodologico a tre livelli, ispirato alla semiotica di Umberto Eco:
Questi tre livelli insieme formano una realtà narrativa dominata dalle dimensioni di tempo e spazio, che devono quindi essere analizzate per prime. I livelli 1 e 2 trasmettono i dati, ma anche i beliefs dello storico. Il livello 3 ne è la radice concettuale e ideologica, da cui derivano contenuto e forma. Nel Novecento, la filosofia analitica della storia si era focalizzata sul livello 1 (la logica della narrazione). Con il linguistic turn , ispirato da autori come Barthes, Foucault, Ricoeur ed Eco, cresce l’attenzione per il livello 2, cioè il linguaggio, la narrazione, la retorica. Il livello 3 comincia a emergere grazie al linguistic turn stesso, che mostra come il linguaggio influenzi la nostra visione del mondo. All’evoluzione della storiografia, con l’ingresso di approcci antropologici (Le Roy Ladurie, Ginzburg, Zemon Davis). All’impatto delle idee postmoderne, che mettono in discussione il “metaracconto” e introducono nuove riflessioni sulla responsabilità etica dello storico. È proprio il paradosso postmoderno – che da un lato critica la centralità del logos, ma dall’altro riflette sull’etica – a stimolare una nuova consapevolezza nella narrazione storica. Il metodo proposto da Topolski non separa questi livelli: pur dando importanza alla retorica e alle forze culturali latenti, non abbandona l’analisi logico-informativa (livello 1). Questa rimane fondamentale per comprendere la pratica storiografica reale. Gli storici argomentano quando:
● Vogliono persuadere i lettori. ● Non dispongono di fonti dirette.
● Vogliono spiegare fatti complessi (processi storici, azioni umane).
Tuttavia, Topolski rifiuta l’idea che l’argomentazione storica sia un procedimento deduttivo giustificativo, come nella scienza classica. Non aderisce all’ideale di una verità certa e oggettiva, ma propone una filosofia dell’argomentazione che si fonda sull’invenzione, sull’immaginazione e sulla costruzione condivisa del sapere. La verità non viene rigettata: per Topolski è una categoria che ha valore etico, morale e sociale, non solo epistemologico. La verità emerge nel processo dialogico e nel consenso, non come certezza assoluta. Egli accoglie la concezione del realismo interno di Hilary Putnam, che lega la verità a un sistema di conoscenze e valori condivisi. In questa prospettiva, Topolski introduce la metafora del contatto: non possiamo "vedere" il passato, ma possiamo stabilire un contatto con esso. Le fonti non sono specchi o finestre (come nella metafora ottica classica), ma fili che ci collegano al passato, in modo parziale e soggettivo, ma non per questo arbitrario. Il racconto storico è, infine, un dialogo tra lo storico e il lettore, ma anche tra lo storico e il passato. Questa idea – ripresa da Ewa Domanska – è centrale per comprendere il cuore dell’attività storiografica. L’opera nasce dalla collaborazione tra Jerzy Topolski e Raffaello Righini, iniziata durante un soggiorno di Topolski a Torino come visiting professor. Fu proprio Righini a proporre di tradurre il corso in un libro, che poi venne costruito attraverso uno scambio di idee continuo. La versione italiana è il frutto della sintesi tra le prospettive dei due studiosi, e intende sviluppare concetti già presenti nelle precedenti opere di Topolski:
Nel panorama della riflessione sulla metodologia storiografica, una delle questioni più complesse e dibattute è quella della definizione del racconto storico. Il testo qui analizzato si apre riconoscendo la difficoltà di tracciare confini chiari tra la narrazione storica e la narrazione letteraria, soprattutto alla luce delle analisi provenienti dal linguistic turn , che tende a mettere in discussione la specificità epistemica del discorso storiografico. La risposta è affermativa, anche se con delle precisazioni: il racconto storico possiede una personalità distinta, ma i tratti che lo distinguono non sono sempre marcati in modo assoluto. Uno dei tratti principali, sottolineato anche da Arnaldo Momigliano, è che lo storico non inventa i fatti, al contrario del romanziere che gode di libertà immaginativa. Tuttavia, si riconosce che anche il romanziere può utilizzare fonti storiche per ambientare il proprio racconto. La differenza risiede dunque nella verità fattuale: mentre nel romanzo essa è simbolica o rappresentativa, nella storiografia deve fondarsi su dati reali e verificabili. Sebbene anche il romanzo possa trasmettere una verità simbolica (come accade con personaggi rappresentativi o situazioni tipiche), il racconto storico si fonda su fonti criticate, ed è responsabile verso il dato empirico. Questo legame con la verità fattuale, tuttavia, non è sufficiente da solo a definire la narrazione storica. Anche altri generi di racconto – comprese le scienze esatte o naturali – presentano caratteristiche narrative. Quello che cambia è la misura e l’intensità con cui i tratti narrativi compaiono. Un elemento di differenziazione importante è lo sguardo dello storico: egli è un osservatore esterno degli eventi, non ne segue lo sviluppo soggettivo, ma ne studia gli esiti, i processi e le tendenze generali. Il suo approccio è quindi descrittivo, analitico e interpretativo, mentre quello del romanziere è interno, immersivo, soggettivo. Due esempi concreti (sulla sovranità papale nell’VIII secolo e sulle comunità religiose riformate in Italia) mostrano come lo storico esponga fatti con distacco, oggettivando i risultati delle azioni umane. Johann Gustav Droysen , già nell’Ottocento aveva distinto due principali tipi di narrazione storica:
Droysen distingue inoltre alcune sottocategorie del racconto narrativo: Racconto biografico, Racconto socio-strutturale (Stato, economia, tecnica), Racconto degli avvenimenti straordinari
(rivoluzioni, guerre, conflitti), Racconto didattico, che intende arricchire l’esperienza umana, Racconto discorsivo, che sviluppa riflessioni generali senza seguire la cronologia. Nella sua Teoria del sapere storico (1983), Jerzy Topolski elabora una classificazione più articolata dei racconti storici, distinguendo otto tipologie (organizzabili in coppie):
Questi tipi possono essere combinati tra loro, configurando un continuum narrativo che riflette la varietà della prassi storiografica. I racconti non solo descrivono, ma dimostrano, giustificano, argomentano e orientano la consapevolezza del lettore. Lo storico domina il suo racconto, e la sua presenza può emergere in vari modi, soprattutto quando serve all’economia discorsiva. Può utilizzare:
Prima persona singolare (“Mi sembra che…”)
Prima persona plurale (“Come abbiamo già detto…”)
Costruzioni impersonali (“In questo libro si assiste a…”)
Talvolta lo storico guida il lettore all’interno della narrazione, lo invita a osservare luoghi, immagini o processi, facendo esperienza indiretta del passato. Questa tecnica produce un effetto di coinvolgimento cognitivo, ma non compromette la distanza oggettivante del racconto. Una distinzione fondamentale tra storia e romanzo riguarda la dimensione psicologica:
● Il romanzo tratta spesso la maturazione delle decisioni in tempo reale, dall’interno dell’azione. ● La storia , invece, analizza i risultati delle decisioni già prese, ricostruendo processi complessi in modo oggettivo.
Il romanziere si muove nel presente della narrazione, lo storico guarda il passato come già accaduto. Anche nel romanzo però l’autore può emergere, ad esempio descrivendo un ambiente o una situazione. Un esempio efficace viene fornito da una novella di Luigi Pirandello, che combina diverse voci e punti di vista, con tono dialogico e partecipato. Un effetto di polifonia che non è tipico
narrazione, purché siano compatibili con le fonti e siano verosimili per il lettore (secondo la sua esperienza e le sue abitudini logiche). Le nozioni generali (es. “crisi del XIV secolo”) sono costruzioni intellettuali non direttamente attestate dalle fonti, ma che derivano da sintesi interpretative. Alcuni storici considerano queste generalizzazioni finzioni, perché mancano di base empirica univoca. Tuttavia, anche queste nozioni sono fondate su informazioni individuali concrete, e quindi non violano necessariamente il principio di verità fattuale. Perché un mondo narrativo storico possa essere considerato legittimo e rigoroso, deve rispettare tre condizioni fondamentali:
La descrizione non può contenere proposizioni su fatti inventati, privi di riscontro nelle fonti. Il racconto non deve fabbricare dati individuali.
Il racconto non può affermare allo stesso tempo che una proposizione è vera e falsa (es. che una città fu fondata nel 1000 e nel 1100). Il mondo narrativo non deve contenere contraddizioni, anche se la logica storica è consapevole che gli oggetti mutano nel tempo. Questo implica una tensione tra la logica e la realtà storica, poiché l’identità (x = x) ha valore solo nel tempo t , ma non necessariamente in ogni momento successivo.
Il racconto deve contenere nozioni generali (concetti), relazioni causali (compresi sillogismi pratici) che permettano di collegare logicamente i fatti. Anche se queste generalizzazioni sono soggette a discussione, devono essere fondate su evidenze.
Non è possibile pretendere che tutte le generalizzazioni siano verosimili per ogni lettore o storico. Tuttavia è sufficiente che si basino su dati fattuali, anche se la loro verosimiglianza può mutare nel tempo, diventando più o meno accettata a seconda del contesto storiografico. Il racconto storico, dunque non racconta storie irreali (invenzioni non fondate) ma può raccontare molte storie diverse su eventi reali e attestati (diverse interpretazioni dello stesso fatto) mentre la narrativa letteraria, secondo Eco, racconta sempre eventi irreali (anche se coerenti nel loro mondo narrativo). Il tempo nella storia non è assoluto, come nelle scienze naturali, ma sempre “datato”, ovvero legato a eventi accaduti in un certo tempo e luogo. Ne conseguono due tipi fondamentali di racconto:
Racconta una sequenza di eventi, i cambiamenti nel tempo. È tipico della storia politica e dei grandi eventi (guerre, rivoluzioni). Esempio: la rivoluzione del 1848 che si diffonde da Parigi a Milano.
Analizza le strutture stabili, le condizioni di un dato momento storico. Tipico della storia sociale e culturale, dove il cambiamento è lento. Esempio: la struttura sociale di Montaillou, un villaggio medievale. Nella pratica, quasi ogni racconto storico combina i due approcci. Un esempio è fornito da Philippe Wolff, che analizza lo sviluppo dell’istruzione ecclesiastica tra il IX e il X secolo. La narrazione unisce elementi strutturali (l’obbligo di avere scuole e biblioteche nei monasteri) a cambiamenti diacronici (l’aumento progressivo dei chierici istruiti). La narrazione storica è ancorata alla freccia del tempo, ma non è lineare e rigida: oscilla lungo questo asse, muovendosi avanti e indietro, a differenza del "tempo ritmico" proposto da Elisabeth Deeds Ermath, una teorica postmoderna. Secondo lei, bisognerebbe abbandonare la cronologia storica lineare in favore di una narrativa libera e non vincolata dal tempo, simile a quella presente in certi romanzi postmoderni. Tuttavia, l’autore del testo sottolinea che un simile approccio rappresenterebbe la fine del racconto storico per come lo conosciamo. Questa “oscillazione” non è una regola normativa, ma una descrizione della pratica effettiva degli storici: essi si muovono liberamente sul piano temporale, senza mai uscirne. Ed è proprio questa mobilità che costituisce uno dei metodi più potenti della storiografia. Per spiegare la natura del tempo oscillante, Topolski introduce due modelli ideali:
L’annalista annota i fatti uno dopo l’altro, come appaiono. Non li collega tra loro con intreccio o spiegazioni linguistiche. Non conosce né il futuro né ha piena consapevolezza del passato. Il suo tempo è puntuale: registra eventi senza contesto o sviluppo. È il modello tipico degli annali medievali.
La cronaca introduce già un intreccio narrativo (plot). Il cronista conosce il passato, ma ignora il futuro. Narra da una prospettiva interna agli eventi, dal basso verso l’alto. Il suo tempo è retrospettivo, e la narrazione ha coerenza. Rispetto all’annalista, mostra un maggior grado di coscienza storica. Croce definiva la cronaca come “storia morta”, priva dell’anima che solo lo storico vero e proprio può darle. Autori come William Walsh e Morton White la distinguono dalla narrazione storica piena: White ad esempio propone due livelli, quello della cronaca (descrizione sequenziale) e quello della story (narrazione con spiegazioni causali). Hayden White, infine, esclude la cronaca dal novero delle vere narrazioni storiche, perché manca di intreccio e struttura causale. Per lui, solo la storia con intreccio (inizio-sviluppo-fine) può definirsi racconto. Questa visione è simile a quella di Arthur Danto, che vede nella conoscenza delle conseguenze degli eventi un requisito essenziale per
Questo tempo, definito anch’esso ontologico, è sempre presente in ogni riflessione storica. Si tratta di una dimensione esistenziale del tempo, profondamente radicata nella filosofia, in particolare in quella contemporanea. Topolski richiama Husserl (tempo come fenomeno della coscienza), Heidegger (l’essere nel tempo), Gadamer (l’ermeneutica come esperienza temporale), Paul Ricoeur , il più importante in questo contesto. Nel suo celebre Tempo e racconto, Ricoeur propone tre livelli (le tre "mimesis") per spiegare come il tempo e la narrazione si intrecciano:
Mimesis I : il tempo "prefigurato" dell’esperienza e dell’azione umana, ancora grezzo e non narrato.
Mimesis II : il tempo "configurato" attraverso l’intreccio narrativo (plot), che organizza gli eventi in una forma coerente e significativa.
Mimesis III : il tempo "rappresentato" dal racconto, l'incontro tra la narrazione e la comprensione del lettore, dove il tempo vissuto e quello narrato si fondono.
Per Ricoeur, la narrazione non riflette passivamente il tempo, ma lo struttura, dandogli senso e unità. La storiografia, quindi, raffigura il campo delle azioni umane, collocandole su una linea temporale, e contribuendo così alla comprensione dell’esistenza. Anche David Carr insiste sull’idea che la narrazione non sia solo una tecnica espositiva, ma rifletta una struttura fondamentale dell’esperienza umana. La narrazione, quindi, è espressione naturale del modo in cui viviamo il tempo, e ciò vale anche per la narrazione storica. Dopo il tempo, il secondo pilastro fondamentale della narrazione storica è lo spazio. Esso, come il tempo, non è solo uno sfondo neutro, ma diventa elemento attivo nella costruzione del significato. Il racconto storico si fonda su unità narrative chiamate proposizioni storiche, che contengono coordinate temporali e spaziali. Quando lo storico va oltre la semplice descrizione dei fatti e comincia a costruire totalità narrative, allora anche lo spazio entra nel gioco interpretativo. Topolski distingue tre livelli di spazio nel racconto storico:
È lo spazio della fisica e della geografia: montagne, fiumi, deserti, clima, ecc Ha una struttura oggettiva che cambia nel tempo, ma non è centrale nel racconto. Viene assorbito nella narrazione storica solo quando serve da sfondo passivo.
Creato dall’uomo: confini politici, città, villaggi, infrastrutture. È dinamico e centrale nella costruzione del racconto storico. Lo storico può utilizzarlo così com’è (es. “Copernico nacque a Thorn”), oppure arricchirlo di significato storico (es. “Thorn fu un importante centro commerciale”).
È quello costruito dallo storico stesso attraverso la narrazione. È una categoria astratta, che assorbe gli elementi naturali e artificiali, rielaborandoli in strutture concettuali. È il vero spazio storico, creato per interpretare e dare senso al passato.
L’operazione principale nella trasfigurazione dello spazio è la creazione di regioni storiche poiché uniscono elementi geografici, economici, politici e culturali. Vengono costruite dallo storico per rappresentare realtà territoriali storicamente significative. Le regioni storiche possono essere piccole, medie o grandi, a seconda della scala di analisi. Sovrapposte o intrecciate nel tempo (ad esempio, la Polonia è media in Europa, ma può essere considerata grande se analizzata internamente). Non tutti i racconti storici richiedono un uso intensivo dello spazio. I racconti biografici, per esempio, hanno meno bisogno di costruzioni spaziali complesse. Tuttavia, in molte narrazioni l’intreccio tra tempo e spazio è fondamentale per attribuire senso e coerenza al racconto.
Il racconto storico, oltre ad articolarsi nei parametri fondamentali di tempo e spazio, presenta una struttura interna complessa che può essere scomposta in tre livelli principali:
Costituisce la parte logica e grammaticale della narrazione. Si tratta della trasmissione delle conoscenze sul passato, dei fatti e delle interpretazioni fondate su fonti. Il testo, strutturato con proposizioni e frasi, è l’unità fondamentale di questo livello. L’informazione non è mai disgiunta dalla forma in cui viene trasmessa.
Questo livello regola il rapporto comunicativo tra autore e lettore. Serve a convincere il lettore dell’attendibilità del messaggio informativo e delle convinzioni dello storico. Attraverso tecniche
riferimento temporale («L’aumento dei prezzi riduce la domanda.»). Le proposizioni teoriche sono caratterizzate dalla loro forza previsionale, una teoria permette di prevedere eventi futuri o spiegare eventi passati. Alcune proposizioni teoriche diventano leggi scientifiche, come la legge della domanda e offerta o la legge di gravità, anche se nel contesto storico si parla di “leggi” in modo più cauto e contestuale. Infine, nel mezzo ci sono proposizioni teoriche storicamente determinate («Nel sistema feudale, i prezzi dipendevano dai raccolti.»). Queste ultime sono chiuse ontologicamente (non valgono per sempre) ma aperte epistemologicamente, cioè utili alla riflessione e all’interpretazione. Il racconto storico, secondo Topolski , non è mai una semplice successione di fatti, ma una totalità narrativa coerente, organizzata secondo precise strutture interne che riflettono un’elaborazione razionale e immaginativa dello storico. Ogni racconto storico è composto da unità narrative gerarchicamente organizzate, in cui le proposizioni storiche non sono isolate, ma concatenate in un sistema complesso che contribuisce alla coerenza e al significato complessivo del testo. La narrazione storica si presenta esternamente come una struttura ordinata: libri, capitoli, paragrafi, sottoparagrafi, ecc. Tuttavia, questa organizzazione non è solo formale, ma riflette la volontà dello storico di costruire una totalità narrativa coesa. Questo lavoro implica l’elaborazione di un intreccio o di una struttura logica, in cui i fatti tratti dalle fonti vengono rappresentati e concretizzati sulla base di un modello ideale creato dallo storico nella propria immaginazione. A differenza del romanzo, che può esplorare l’interiorità dei personaggi e costruire mondi finzionali, il racconto storico è vincolato ai dati reali delle fonti e deve attenersi alla loro limitata capacità di restituzione della realtà. Tuttavia, anche nella storia si parla di immaginazione storica, intesa come capacità di costruire modelli coerenti sulla base di dati frammentari. Nel livello informativo del racconto storico, le proposizioni storiche (ps) sono le unità base. Una proposizione storica è una affermazione legata a un fatto, datato esplicitamente o implicitamente, spesso desunto da fonti. Queste proposizioni si aggregano in sequenze (sqps), che trattano grosso modo lo stesso soggetto o tema, all’interno di una determinata cornice spazio-temporale. Queste sequenze, a loro volta, possono essere raggruppate in sequenze di sequenze (sqsqps), di primo, secondo, terzo grado, e così via, formando strutture narrative sempre più complesse e interdipendenti. L’obiettivo è una narrazione coerente, in cui nessuna proposizione resti isolata, ma partecipi a una rete logica, informativa e concettuale. Nell’esempio:
ps = proposizione storica
sqps = sequenza di proposizioni storiche
sqsqps = sequenza di sequenze di proposizioni storiche
Secondo Teun A. van Dijk, occorre distinguere diversi tipi di coerenza:
● Coerenza logica: legame formale tra proposizioni attraverso connettivi logici (e, o, se... allora, non). ● Coerenza naturale: legami di significato tra proposizioni attraverso parole come quindi, perciò, perché, ne consegue.
Tuttavia, la vera coerenza del racconto storico non si esaurisce nella logica, ma si fonda sulla coerenza del contenuto, cioè sull’armonia concettuale e tematica tra le proposizioni e le sequenze narrative. Il racconto storico non si limita alle parole scritte, ma evoca immagini mentali, sensazioni uditive e olfattive che stimolano l’immaginazione del lettore. Sebbene questi effetti non appartengano formalmente al testo, contribuiscono a renderlo vivo, vivido, memorabile, e influenzano la ricezione del contenuto. Il film storico viene considerato una trasposizione visuale e sonora del racconto, capace di rafforzare gli effetti evocativi e sensoriali. Sebbene non sia narrazione scritta, ne rappresenta un’estensione potente, capace di trasmettere la complessità emotiva e immaginativa del passato. Topolski propone infine una rappresentazione simbolica del racconto storico idealmente coerente:
● Una proposizione storica (ps) è parte di una sequenza (sqps). ● Un insieme di sequenze forma una sequenza di sequenze (sqsqps).
Tutte queste unità formano una totalità narrativa più grande, in cui ogni proposizione è integrata e contribuisce al senso complessivo del racconto. Questa struttura complessa garantisce che ogni proposizione accresca il proprio significato entrando in un contesto più ampio e chea narrazione non sia una somma di fatti, ma un costrutto narrativo coerente e significativo.
Il contenuto informativo di una fonte non è assoluto, ma dipende dalle domande che le vengono rivolte. E queste dipendono dallo storico, dalla sua immaginazione, sapere, visione della storia e valori. L'oggettività assoluta delle fonti, quindi, è un’illusione. Le due classificazioni delle fonti