Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


News - Sergio Lepri, Appunti di Giornalismo

Riassunto relativo al libro News di Sergio Lepri

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 02/02/2021

michele-di-vincenzo-1
michele-di-vincenzo-1 🇮🇹

4.4

(5)

1 documento

1 / 30

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Prefazione di Tullio De Mauro
Questo nuovo libro di Sergio Lepri condensa in una sintesi ricca e articolata la sua lunga
esperienza di giornalismo e di riflessioni e studi sull’informazione, sui suoi meccanismi,
trasformazioni ed esiti, sui suoi linguaggi. Nella scrittura di Lepri si fondono la capacità di
distacco dell’osservatore scientifico e la perizia di chi ha vissuto e vive dall’interno la realtà di
cui parla. Alle spalle stanno anche le sue non poche felici esperienze di offerta informativa e
didattica su tutta la materia. È un nuovo debito che contraiamo verso di lui in molti, giornalisti,
studiosi, studenti e quanti si rendono conto che l’informazione, la sua elaborazione e messa in
circolo sono ormai una vera materia prima nel mondo d’oggi.
Sergio Lepri entrò all’Ansa nel 1960, un anno dopo ne divenne direttore e lo restò per più
di ventinove anni, fino alla pensione. Allora, al suo arrivo, alcuni arricciarono il naso: lo
considerarono e dissero un “fanfaniano di ferro”, temettero che avrebbe compromesso
l’imparzialità dei notiziari. Sbagliavano di molto e, per di più, avevano anche la memoria corta.
Certo, Lepri era da poco stato portavoce di Fanfani segretario della Dc e, poi, capo del servizio
stampa di Fanfani presidente del consiglio. Ma chi aveva buona memoria ricordava bene la
sua militanza nella Resistenza fiorentina, nei giornali clandestini e poi in quelli della nascente
democrazia, la sua appartenenza al Partito liberale e alla sinistra di quel partito, la sinistra del
“Mondo”, con la quale era poi uscito dal partito per restare un senza tessera, un “cane sciolto”,
si diceva in quegli anni, appassionato a un giornalismo senza costrizioni di parte. Chi lo
conosceva ancor meglio sapeva che era un cultore e di Croce e di Marx e che, se lo si voleva
etichettare per ancorarlo a un’appartenenza, bisognava definirlo “storicista post-crociano e
post-marxiano”. Era un giornalista, una persona colta e onesta. E intelligente. E, di
conseguenza, serenamente democratico.
Lepri ha scritto libri importanti sul mestiere del giornalismo e per illustrare l’idea di
informazione cui si è ispirato nella sua professione. Ma qui non vorrei rinviare ai dieci e più
saggi e manuali che ha scritto sull’argomento. A costo di mettere avanti mie vicende, per
onorare il grande giornalista e l’amico e la sua generosità voglio testimoniare che del suo
modo di concepire l’informazione ho potuto rendermi conto personalmente, in re. Ho infatti
avuto il privilegio di incontrare Lepri sul campo, trovando almeno a due riprese il suo aiuto
decisivo. Lo voglio ricordare perché in tutti e due i casi la prontezza dell’aiuto illumina, mi pare,
l’idea di informazione cui Lepri si è ispirato e di cui si è fatto maestro.
Nel 1979 nel mio non ortodosso insegnamento di filosofia del linguaggio, che accanto alle
riflessioni teoriche e storiche faceva largo posto a esperienze educative e applicative,
avevamo avviato a Roma, auspice anche Natalia Ginzburg, il tentativo di costruire e
pubblicare un foglio di informazioni periodiche destinato a categorie marginali: adulti con
bassa scolarità, immigrati (eravamo allora pochi a sapere e cercare di spiegare che da alcuni
anni il paese non era più un paese di emigrazione, ma di immigrazione) e – oh, orrore – down
e ritardati. Un gruppetto di volontari, studenti, qualche laureando, ricercatori, tra cui Emanuela
Piemontese, si accinse al compito di scegliere le notizie e presentarle in una forma
comprensibile. La fonte a cui il gruppetto si rivolse fu la lettura dei nostri giornali. Avevo
partecipato da molti anni alle ricerche e riflessioni critiche di Maurizio Dardano, Umberto Eco,
Mario Isnenghi, Mario Lenzi sulle caratteristiche non positive prevalenti nel nostro giornalismo.
E sapevo che quella fonte era pessima per trovare gli elementi necessari a presentare una
notizia in modo completo e comprensibile. Ma nel mio lavoro di insegnamento non ho mai
voluto prevaricare, imporre un punto di vista. E il tentativo che avevamo avviato era per me un
pezzo prezioso del mio lavoro didattico. Lasciai che il gruppetto sperimentasse nelle cose quel
che alcuni di noi già ben sapevano, e cioè che i nostri giornali, anche a collazionarne
pazientemente i testi, non davano mai gli elementi necessari a presentare in modo stringato e
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e

Anteprima parziale del testo

Scarica News - Sergio Lepri e più Appunti in PDF di Giornalismo solo su Docsity!

Prefazione di Tullio De Mauro Questo nuovo libro di Sergio Lepri condensa in una sintesi ricca e articolata la sua lunga esperienza di giornalismo e di riflessioni e studi sull’informazione, sui suoi meccanismi, trasformazioni ed esiti, sui suoi linguaggi. Nella scrittura di Lepri si fondono la capacità di distacco dell’osservatore scientifico e la perizia di chi ha vissuto e vive dall’interno la realtà di cui parla. Alle spalle stanno anche le sue non poche felici esperienze di offerta informativa e didattica su tutta la materia. È un nuovo debito che contraiamo verso di lui in molti, giornalisti, studiosi, studenti e quanti si rendono conto che l’informazione, la sua elaborazione e messa in circolo sono ormai una vera materia prima nel mondo d’oggi. Sergio Lepri entrò all’Ansa nel 1960, un anno dopo ne divenne direttore e lo restò per più di ventinove anni, fino alla pensione. Allora, al suo arrivo, alcuni arricciarono il naso: lo considerarono e dissero un “fanfaniano di ferro”, temettero che avrebbe compromesso l’imparzialità dei notiziari. Sbagliavano di molto e, per di più, avevano anche la memoria corta. Certo, Lepri era da poco stato portavoce di Fanfani segretario della Dc e, poi, capo del servizio stampa di Fanfani presidente del consiglio. Ma chi aveva buona memoria ricordava bene la sua militanza nella Resistenza fiorentina, nei giornali clandestini e poi in quelli della nascente democrazia, la sua appartenenza al Partito liberale e alla sinistra di quel partito, la sinistra del “Mondo”, con la quale era poi uscito dal partito per restare un senza tessera, un “cane sciolto”, si diceva in quegli anni, appassionato a un giornalismo senza costrizioni di parte. Chi lo conosceva ancor meglio sapeva che era un cultore e di Croce e di Marx e che, se lo si voleva etichettare per ancorarlo a un’appartenenza, bisognava definirlo “storicista post-crociano e post-marxiano”. Era un giornalista, una persona colta e onesta. E intelligente. E, di conseguenza, serenamente democratico. Lepri ha scritto libri importanti sul mestiere del giornalismo e per illustrare l’idea di informazione cui si è ispirato nella sua professione. Ma qui non vorrei rinviare ai dieci e più saggi e manuali che ha scritto sull’argomento. A costo di mettere avanti mie vicende, per onorare il grande giornalista e l’amico e la sua generosità voglio testimoniare che del suo modo di concepire l’informazione ho potuto rendermi conto personalmente, in re. Ho infatti avuto il privilegio di incontrare Lepri sul campo, trovando almeno a due riprese il suo aiuto decisivo. Lo voglio ricordare perché in tutti e due i casi la prontezza dell’aiuto illumina, mi pare, l’idea di informazione cui Lepri si è ispirato e di cui si è fatto maestro. Nel 1979 nel mio non ortodosso insegnamento di filosofia del linguaggio, che accanto alle riflessioni teoriche e storiche faceva largo posto a esperienze educative e applicative, avevamo avviato a Roma, auspice anche Natalia Ginzburg, il tentativo di costruire e pubblicare un foglio di informazioni periodiche destinato a categorie marginali: adulti con bassa scolarità, immigrati (eravamo allora pochi a sapere e cercare di spiegare che da alcuni anni il paese non era più un paese di emigrazione, ma di immigrazione) e – oh, orrore – down e ritardati. Un gruppetto di volontari, studenti, qualche laureando, ricercatori, tra cui Emanuela Piemontese, si accinse al compito di scegliere le notizie e presentarle in una forma comprensibile. La fonte a cui il gruppetto si rivolse fu la lettura dei nostri giornali. Avevo partecipato da molti anni alle ricerche e riflessioni critiche di Maurizio Dardano, Umberto Eco, Mario Isnenghi, Mario Lenzi sulle caratteristiche non positive prevalenti nel nostro giornalismo. E sapevo che quella fonte era pessima per trovare gli elementi necessari a presentare una notizia in modo completo e comprensibile. Ma nel mio lavoro di insegnamento non ho mai voluto prevaricare, imporre un punto di vista. E il tentativo che avevamo avviato era per me un pezzo prezioso del mio lavoro didattico. Lasciai che il gruppetto sperimentasse nelle cose quel che alcuni di noi già ben sapevano, e cioè che i nostri giornali, anche a collazionarne pazientemente i testi, non davano mai gli elementi necessari a presentare in modo stringato e

completo e comprensibile l’essenziale di una notizia a una persona non già informata dei fatti (o non interessata a esserlo). Mettendo a confronto diversi quotidiani il gruppetto scoprì dopo un po’ a sue spese che per capire e poi per dire con la precisione imposta dalla chiarezza che cosa mai fosse accaduto, quale era il fatto all’origine della notizia, il confronto di quattro, cinque quotidiani non bastava: bisognava risalire alla fonte delle fonti a stampa, cioè alle agenzie. Così cercammo un contatto con l’Ansa. Ci chiesero di abbonarci all’agenzia. Ma eravamo senza una lira. L’università finanziava riviste di ricerca e i numeri zero che avevamo realizzato e messi in circolo erano essi stessi una ricerca in itinere, non una rivista accademica di ricerca. Senza abbonamento niente notizie di agenzia. Insistemmo, Lepri, incuriosito, volle conoscerci. Colse al volo il senso del nostro lavoro: provare che era possibile informare sui fatti con un linguaggio accurato capace di renderli comprensibili anche alle persone meno dotate di strumenti di conoscenza. Dopo ventiquattr’ore i pacchi dei notiziari Ansa (con un concordato giorno di ritardo rispetto al lancio) cominciarono ad arrivare, gratis, nella mia stanza di lavoro in Villa Mirafiori. Il lavoro poté fare un salto di qualità, il nostro periodico cominciò a uscire a stampa col titolo “Due parole”. Il seguito della vicenda lo ha raccontato e documentato Emanuela Piemontese nel suo libro Capire e farsi capire. Dieci anni dopo Gianni Merlini, presidente della Utet, decise di assumersi l’onere di un tutt’altro progetto: un grande dizionario che documentasse non solo gli usi storici e letterari della nostra lingua, ma anche l’uso contemporaneo nelle sue varietà. E lo documentasse non solo attingendo ai dizionari già circolanti, che era ed è restata pratica corrente della nostra dizionaristica, ma risalendo alle fonti prime, ai testi dell’italiano dei nostri anni. L’accesso alla rete, Google o Alltheweb erano di là da venire. Avevo notizie vaghe del fatto che l’Ansa aveva attivato un information retrieval: era possibile pescare (questo sapevo) le ricorrenze di un nome proprio in tutto il mare magno delle notizie dell’agenzia. Ma lo stesso non poteva farsi con le parole comuni? Di nuovo, grazie a Lepri, fui ammesso alla beatifica visione del meccanismo. E di nuovo qualche giorno dopo potemmo avere in via di Santa Croce, nella sede romana della Paravia dove cominciavamo a lavorare al dizionario, la lista, l’index verbo rum delle parole meno frequenti ricorrenti nelle notizie Ansa (alle più frequenti pensavamo noi con i nostri spogli a Roma e, soprattutto, nella redazione di Torino). Varato nel 1989 un progetto di fattibilità che prevedeva la realizzazione in dieci anni, i sei volumi del Grande dizionario italiano dell’uso furono pubblicati a Torino da Utet nel 1999. Se in entrambi i casi Lepri è stato tanto sollecito nel dare il suo appoggio decisivo questo è dipeso senza dubbio dal fatto che in entrambe le imprese ha riconosciuto la presenza delle sue stesse idee e ispirazioni: l’amore per un’informazione completa, accertata, comprensibile, e dunque l’amore per la documentazione e per la parola che informa. Queste idee Lepri ha propugnato e realizzato nella sua direzione dell’Ansa e ha spiegato nei corsi universitari affidatigli dalla LUISS e più volte ha proposto e dettagliato in modo magistrale nei suoi libri precedenti e in questo. In Universal Journalist David Randall, geniale e autorevole giornalista britannico, ha condensato in dieci norme i consigli per il perfetto giornalismo. Nel libro di Lepri le norme sono assai di più rispetto al decalogo di Randall. Oppure, al contrario, si possono condensare in pochissime, perfino in una, che Lepri chiama “attenzione”, o forse, oserei proporre, in tre. A formularle appaiono di grande semplicità. Alla buona informazione Lepri, in sintesi, suggerisce fondamentalmente tre cose: (1) dare le notizie interessanti per il pubblico destinatario della fonte informativa; (2) darle in modo completo, dunque accurato; (3) darle in modo comprensibile, dunque in un linguaggio chiaro e accessibile. Nella sua semplicità ciascuna norma presuppone un gran lavoro da fare e da fare appunto con molta attenzione.

e proposta di alcuni studiosi. Ma è una posizione minoritaria. Come molti intellettuali autori di saggistica di varia umanità anche il giornalista si sente offeso se si mette in discussione il suo modo di comunicare. Eppure ci sono alcune norme “piccine” (diceva don Lorenzo Milani) relativamente facili da ricordare e rispettare se si vuole praticare bene l’arte grande dello scrivere per informare: ricordarsi che tra due interpunzioni “forti” (quelle di Totò: “punto, puntevvirgola e due punti”) è meglio che non ci siano più di 25 parole, altrimenti il lettore si imbroglia; ricordarsi che tra una parola o espressione più comune e una più rara è meglio scegliere la prima: collegare meglio di interconnettere o correlare, cooperazione meglio di sinergia, andare meglio di recarsi, oscuro meglio che criptico, con molte facce meglio di poliedrico. Chi fa la scelta migliore si ritrova a usare le parole del vocabolario fondamentale che sono poi, all’80%, parole di Dante, che ripetiamo e capiamo da secoli e che, se parliamo italiano, tutti conosciamo. Usarle significa garantire la massima possibile comprensibilità a ciò che diciamo e scriviamo. Sergio Lepri già in passato e di nuovo in questo libro non risparmia sforzi e cura per ricordarci le norme di buon uso e metterci in guardia contro cattivi usi correnti della nostra lingua. I prontuari alfabetici che arricchiscono il volume sono il luogo in cui emergono i frutti puntuali di questo suo impegno. Se ne avvantaggeranno, se se ne serviranno, giornalisti e annunciatori di radio e televisione. Se ne potrebbero avvantaggiare direttamente o indirettamente (ma forse è sperar troppo) anche quei nostri attuali ministri che, per esempio, dicono egìda e inclìto. Ma ce ne avvantaggiamo tutti perché Lepri ci mette in guardia anche da quegli stereotipi in cui rischiamo di scivolare. E fa tutto ciò con affabilità, con la grazia di un lieve sorriso. Cito ad esempio la voce annunciato. annunciato Fra tutti i titoli di libri o di film o di programmi televisivi di successo cui amano richiamarsi specialmente i titoli dei giornali, quello più ripreso è la Cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez: “un disastro annunciato”, “una crisi annunciata”, “un caos annunciato”. Forse sarebbe giusto cambiare libro. Dicono che un sorriso o una bella risata fanno bene alla salute. A volte è dura sorridere o ridere. Ma vale la pena provarci e questo bel libro, denso, ricco, utile, ma anche umoroso ci aiuterà a farlo. Motivo non ultimo della gratitudine che dobbiamo a Sergio Lepri. ————————————————————————————————————————— ——————– Introduzione di Sergio Lepri Stiamo vivendo da anni un eccezionale processo di trasformazione tecnologica e sociale, così vasta e così profonda quale mai si è avuta nella storia dell’umanità; un processo che ha preso avvio con l’invenzione del computer, è proseguito con la digitalizzazione e con Internet e ha trovato come coprotagonista la televisione, cioè un medium che non si limita a trasmettere messaggi ma è essa stessa un messaggio, cioè un medium che ha modificato e modifica anche le nostre capacità di percezione e di reazione. È un processo che ha cambiato e sta cambiando non solo le strutture economiche e produttive dei nostri paesi, ma l’intera società e le forme in cui essa si esprime: la cultura, la politica e i nostri modi di pensare e di comportarci; forse, anche i nostri meccanismi logici e biologici. In questo mondo che cambia il giornalismo è soggetto e oggetto del cambiamento, una delle cause e uno degli effetti più sensibili. Grazie ai pc portatili sempre più piccoli e leggeri, grazie ai telefoni e videotelefoni cellulari e satellitari e agli apparecchi che assumono sempre più le prestazioni del pc e altre ancora, alle reti satellitari, alle macchine fotografiche e alle cineprese

digitali che sempre più facilmente e rapidamente permettono ripresa, stampa e trasmissione delle immagini, grazie a tutto questo i modi di produzione dell’informazione, cioè la raccolta, la gestione e la distribuzione delle informazioni, sono cambiati, stanno cambiando e cambieranno ancora. Ma nel giornalismo c’è qualcosa che non cambia: il suo istituzionale fondamento, il perché è nato e si è diffuso; il giornalismo come mediazione tra la fonte e il destinatario dell’informazione; il giornalismo che tra i cento e cento fatti che accadono ogni giorno sceglie quelli che più rispondono ai bisogni informativi dei cittadini e li racconta in maniera chiara e comprensibile. Scrivere bene è farsi capire e far capire. La giusta selezione dei contenuti deve essere accompagnata dall’esattezza dei dati, dalla precisione dei termini, dall’uso corretto della lingua. L’insegnamento di un giornalismo serio e responsabile e rispettoso dei suoi doveri è l’ambizione, nella sua semplicità didascalica, di questo manuale, scritto per i giovani che vogliono avviarsi alla professione giornalistica, che stanno apprendendone le basi tecniche e culturali nelle scuole di giornalismo o che sono già in qualche redazione, vivendo le prime esperienze professionali. Un giornalismo serio e responsabile. Perché, al di fuori dei miti, questo è il vero fascino della professione giornalistica: contribuire alla crescita civile della società. E, nella misura in cui il giornalista riesce a limitare o a controllare i condizionamenti del sistema e a esprimersi come operatore capace e onesto, questo è il suo grande potere: un potere inteso come servizio, esercitato nell’interesse dell’unico legittimo detentore di esso, il cittadino. ————————————————————————————————————————— —————– Capitolo 2. L’universo dei fruitori dell’informazione Il 3 ottobre di quest’anno 2012 è uscito il decimo rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione. Il titolo è sociologicamente suggestivo: “I media siamo noi. L’inizio dell’era biomediatica”. Nel secondo e nel terzo capitolo del nostro libro abbiamo parlato del prevedibile aumento dell’informazione in rete, in ragione della crescente informatizzazione della società; e che, oltre che multimediale e ipertestuale, l’informazione si sarebbe affermata come informazione personalizzata (con la libertà del lettore di scegliere le informazioni che lo interessano) e come informazione interattiva, cioè un’informazione che offre al cittadino non solo di chiedere ma anche di collaborare alla produzione dell’informazione. C’è qualcosa di più. Scrive il rapporto del Censis: “Il notevole sviluppo di Internet, l’evoluzione della Rete nell’ultimo decennio, la crescita esponenziale dei social network, insieme alla miniaturizzazione dei dispositivi hardware e alla proliferazione delle connessioni mobili, sono i fattori che hanno esaltato la primazia del soggetto”. E ancora: “I media siamo noi” è allora una affermazione vera dal punto di vista della fruizione dei contenuti, che sintetizza correttamente l’evoluzione dei consumi mediatici, perché siamo noi stessi a costruirci i nostri palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle nostre esigenze e preferenze”. “Noi stessi” scrive il rapporto del Censis “realizziamo di continuo contenuti digitali e, grazie a Internet, li rendiamo disponibili in molti modi”. “I contenuti generati dagli utenti (i software liberi, le enciclopedie gratuite, i forum, o blog, i social network, i siti web di ‘citizen journalism’ ecc.), dove circolano testi, immagini, video, fanno concorrenza alle stesse produzioni commerciali”. Conviene davvero dare un bel sunto del rapporto, cominciando dall’evoluzione dei consumi mediatici. I mezzi che riscuotono un successo crescente sono quelli che integrano le funzioni

più 12.3 per cento nel 2011 rispetto all’anno precedente. Il 13.6 per cento degli italiani ha acquistato grazie alla pubblicità vista sul web. L’annuale “Rapporto sulla situazione sociale del paese” pubblicato dal Censis alla fine del 2012 conferma e consolida, nel capitolo “Comunicazione e media”, le riflessioni fatte nel “Rapporto Censis-Ucsi” che qui sopra abbiamo riassunto. Ne riprendiamo i punti più importanti.  “Le tecnologie digitali hanno innescato un rivoluzione nelle modalità di consumo dei media e nei processi di produzione dei contenuti, eleggendo la soggettività individuale a protagonista assoluta dell’ambiente mediatico”.  “Il notevole sviluppo di Internet, la crescita esponenziale dei social network insieme alla miniaturizzazione dei dispositivi hardware e alla proliferazione delle connessioni mobili sono i fattori che tutti insieme hanno esaltato la primazia del soggetto”.  “La caratteristica che meglio distingue l’evoluzione dell’habitat mediatico nell’era digitale è la progressiva integrazione dei diversi strumenti di comunicazione.Grazie alla diffusione di device sempre più piccoli e mobili e al successo dei social network questa integrazione è ormai compiuta”.  “Le macchine diventano sempre più piccole e portatili, fino a costituire solo un’appendice della propria persona; un prolungamento che ne amplia le funzioni, ne potenzia le facoltà, ne facilita l’espressione e le relazioni, inaugurando così un fase nuova: l’era biomediatica, in cui diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali”.  “L’informazione può essere prodotta oltre che autogestita. Si pensi alle innumerevoli occasioni in cui, per testimoniare eventi di cronaca di rilievo, i tg delle gradi tv nazionali hanno dovuto usare le immagini amatoriali girate da qualcuno con telefonini o videocamere non professionali. Con la proliferazioni dei contenuti prodotti dall’utente, il primato del soggetto ha sfondato ormai anche l’ultima barriera, quella che era rimasta sul fronte della produzione: testi, immagini, video autoprodotti fanno concorrenza alle produzioni commerciali”,  “La rivoluzione digitale ha finito così per sovvertire l’equilibrio fra produttori e consumatori, spostando l’asse del potere tv-centrico, frammentandolo in mille soggetti e in mille canali, destabilizzando il privilegio monopolistico dell’industria editoriale e culturale. In un mondo segnato dalla decostruzione delle sovranità tradizionali, come quella dello stato-nazione e della rappresentanza dei grandi soggetti politici, la comunicazione è diventata un terreno d’elezione per l’esercizio della microsovranità individuale. E’ come se dalla moltitudine degli utenti si levasse un coro di voci: la mia tv la programmo io, l’informazione la faccio da solo, i contenuti sono i miei”  “Dal momento che il contenuto mediatico è costituito in gran parte da noi stessi e dalla nostre vite private, uno degli aspetti più controversi dell’attuale fase della rivoluzione digitale è l’impatto sulla tutela della riservatezza e la protezione di dati sensibili. Che cosa rimane oggi della privacy in un’epoca in cui il primato del soggetto si traduce nell’esibizione denudata del sé digitale, quando il paradigma della condivisione ha sancito la preminenza dello sharing sul diritto alla riservatezza?”.  “I timori per la violazione della privacy riguardano la possibile ingerenza esterna da parte di soggetti di mercato. Le preoccupazioni si appuntano in particolare sulla memorizzazione delle parole inserite nei motori di ricerca, sulla tracciatura dei percorsi di navigazione, sulla profilazione degli utenti a scopi commerciali. I social network sono gigantesche banche dati che raccolgono automaticamente i dati sugli utenti e possono rivenderli alle agenzie di pubblicità”.  “La rete come strumento nel quale si cercano le conferme delle opinioni, dei gusti, delle preferenze che già si possiedono. Il conformismo come risultato della autoreferenzialità dell’accesso alle fonti di informazione. Precisamente il contrario del ruolo che

storicamente hanno svolto la stampa e le aziende editoriali, quello cioè di formare un’opinione pubblica che esprime pareri diversi ragionando sulle stesse cosa”. ————————————————————————————————————— Capitolo 4. Consigli per un corretto linguaggio scritto e parlato Le parolacce E’ il sistema mediatico che diffonde le cosiddette parolacce; ma, più dei giornali a stampa o in Internet, è la televisione che, con la sua capacità suasiva derivante dalla forza prepotente dell’immagine, le “sdogana”, cioè le fa accettare e poi le fa entrare in uso, accelerandone il processo di desemantizzazione. E’ tuttavia la politica, da qualche tempo in Italia, che ha accresciuto il numero delle parolacce, facendole essere informazione e quindi qualcosa che la stampa scritta e parlata non può ignorare. Se il presidente del consiglio dice in pubblico che chi non vota per lui è un “coglione”, se un ministro dice in pubblico che “non conta più un cazzo”, se il capo di un partito dice in pubblico che la legge elettorale è “una legge di merda”, se il sindaco di Roma dice in pubblico che prenderà i contestatori “a calci in culo”, le agenzie di informazione e i giornali non possono ignorare quelle parolacce o sostituirle con eufemismi o ipocritamente usare le iniziali di quelle parolacce seguite da puntini di sospensione. Quelle parolacce sono, purtroppo, informazione. Se il personaggio le ha usate davanti a un pubblico e ai microfoni dei cronisti, vuol dire che il personaggio voleva che si sapessero. Un giornalismo serio non può non seguire le regole del buon gusto e del rispetto degli altri, lettori o radio e telespettatori, ma qui si tratta di citazioni, cioè di espressioni usate non dal giornalista, ma da persone importanti, e vengono riportate con la protezione delle virgolette. Il problema tuttavia esiste; non tanto per i giornali a stampa o “on line”, che si rivolgono a fasce socioculturali limitate; il problema esiste per i giornali radio e soprattutto per i telegiornali, che si rivolgono all’intera società, compresi anziani e bambini. Per gli anziani le parolacce possono essere una ferita, per i bambini un cattivo modello, in contrasto con gli insegnamenti – si suppone – della famiglia e della scuola; un modello reso autorevole dal mezzo televisivo: se quelle parole le usano quei signori in televisione, le possono usare tutti. Il problema, quindi, non è un problema dei media e dei giornalisti; è un problema dei personaggi provvisti di pubblica posizione e notorietà (non solo i politici): ritengono che questo involgarimento del linguaggio sia utile al paese e davvero conveniente ai loro interessi? Ai giornalisti, soprattutto ai giornalisti dei telegiornali si pone soltanto un caso di coscienza: se, per lo meno nelle fasce cosiddette “protette”, non sia opportuno “sfumare” certe informazioni. Capitolo 6. Linguaggio e stile. Nomi comuni account Parola (in inglese vuol dire “conto”) che nel linguaggio dell’informatica ha preso il significato di quell’insieme di elementi di identificazione (“username”, cioè il proprio nome o un nome di fantasia; e “password”, cioè una serie di lettere e come una specie di “parola d’ordine”) che servono per esistere come soggetti presso un fornitore di servizi. Da usare con prudenza nel linguaggio dell’informazione scritta; imprudente nell’informazione parlata. anodino Meglio con l’accento sulla o: anòdino; ma di significato non chiaro a tutti (“insignificante”, “di poco conto”; anche “privo di carattere”; in medicina “lenitivo”, “che calma il dolore”); meglio evitarlo. app Come abbreviazione di “application” sta entrando di moda nel linguaggio dell’informatica per indicare il prodotto scritto o musicale che, via Internet, si può scaricare, gratis o a pagamento, sul proprio pc o sul proprio iPad, iPod o iPhone. Parola buona per gli “addetti ai lavori; meno peggio è dire “applicazione”. Il sito dove si trovano le “app” è chiamato “app store”.

corso Nel linguaggio dei telecronisti delle partite di calcio: “Il 00 minuto nel corso del primo (o secondo) tempo”. Certo che è “nel corso”; e non si può dire, più semplicemente: “Il 00 minuto del primo (o secondo) tempo? disfare Un verbo sbarazzino al presente indicativo: “disfaccio”, “disfò” o dìsfo”; “disfà” o “dìsfa”; “disfanno” o “dìsfano”. Come “fare” il resto della coniugazione. dopo E’ bene usarlo, in certi casi, con cautela oppure farlo seguire da una virgola. Per esempio: “Alle sette del pomeriggio faceva ancora caldo; dopo, la sera si è fatta fresca”. empatia Parola che si sta diffondendo nel linguaggio scritto colto o che vuole apparire colto; e spesso con un significato diverso da quello suo proprio: capacità di identificarsi con gli stati d’animo di qualcuno. endorsement Un’altra parola inglese venuta di moda, come se non ci fossero “appoggio”, “adesione”, “sostegno”. Ma, come in tanti altri casi, piace usarla per apparire colti e conoscitori di una lingua straniera. E qualcuno ha scritto anche “endorsare” e “endorsato”. Si è visto anche Endorsement con l’iniziale maiuscola; perché, non è un nome comune? Sul “Corriere della sera” Sergio Romano ha suggerito un’espressione (forse un po’ dotta): “professione di appoggio”. escort Eufemismo felicemente usato da qualche tempo per indicare una prostituta “di lusso”. In inglese significa “accompagnatore” o “accompagnatrice”, “scorta” e anche il “cavaliere” che balla con una donna. Il problema è ora di non chiamare escort le “accompagnatrici” che lavorano, stipendiate da grandi aziende, come accompagnatrici di uomini d’affari senza essere necessariamente prostitute. Quante espressioni scomparse o quasi: “meretrice”, “bagascia”, “baldracca”, “sgualdrina”, “donna da marciapiede”, “donnaccia”. Resiste solo “puttana”, ma è fra le parole proscritte dal buon parlare. Nell’ultimo dopoguerra si usava la parola “signorina”, perché così i militari alleati cercavano e chiamavano le prostitute. esergo Motto o citazione che si mette all’inizio di uno scritto. Parola incomprensibile ai più. fils “Figlio” in francese. La pronunzia è fis. Sicché il cognome del noto tennista “Monfils” si pronunzia monfìs. giallo Con riferimento ai famosi “libri gialli è parola usata spesso per qualificare un fatto o una vicenda di incerta spiegazione; ma e anche il nome di un colore. Attenzione, quindi, specie nei titoli: una frase come “cadavere nel Tevere; è giallo” può avere due significati diversi, uno serio, uno tragicomico. hashtag E’ la parola o la combinazione di parole con cui – preceduta dal simbolo “cancelletto (#) – si può etichettare un messaggio di Twitter (v.), in maniera da identificare una categoria informativa dei messaggi, che così possono essere trovati dagli utenti di Twitter che cercano quella categoria, pur ignorando chi li ha scritti e quanto si sono occupati di quel tema. La parola deriva dall’inglese “hash” (“cancelletto”) e “tag” (“etichetta”). La presenza del simbolo # trasforma la parola che segue in una parola chiave con link attivo. hockey Nella parlata corrente e nell’informazione dei tg il nome di questo sport (su ghiaccio o su prato) è sempre pronunziato hòkkei , ma la corretta pronunzia inglese è hòki.

link Parola inglese (“collegamento”, “congiunzione”. “anello”, “catena”) che nel linguaggio dell’informatica ha preso anche il significato dell’ indicazione che serve per collegarsi, in Internet, con un altro sito. ma Congiunzione avversativa. Se è congiunzione, non ha senso farla precedere da un punto fermo; e cominciare una frase con Ma. monnezza Incredibile che questa parola del dialetto napoletano (e anche di altre parlate meridionali) stia entrando disinvoltamente nel linguaggio del giornalismo soprattutto televisivo; “monnezza” è variante di “mondezza” (usato nel romanesco) e l’una e l’altra vengono da “immondizia” per aferesi, cioè per caduta della prima sillaba; una sillaba importante, perché ha valore negativo: “immondizia” significa “non mondezza” cioè “non pulizia”; infatti, in secoli lontani “mondezza” e in latino “munditia” volevano dire l’opposto della odierna “mondezza”; proprio “pulizia”, “essere mondo”, addirittura anche “pulizia spirituale” (“vedi “omnia munda mundis” in un’epistola di San Paolo). mail Scritta “mail” e pronunciata mèil o addirittura scritta “meil”, nell’uno e nell’altro caso senza la e- iniziale (“e-mail”) è parola che rischia di diventare regolare parola italiana. Del primo caso c’è già un esempio ormai vecchio: “computer” che scriviamo “computer” e pronunciamo compiuter. ne Si leggono spesso espressioni come: “Di questo ne parleremo dopo”, “Del testo ne fu già data lettura”. Quel pronome “ne” è inutile. non expedit Locuzione latina (accento sulla prima sillaba) usata dalla Chiesa cattolica (1874) per vietare ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni e in genere alla vita politica dello stato. omissare Anche questo ci è capitato di leggere; invece di “usare gli omissis” o “servirsi di omissis”. o nascondere o censurare con gli omissis. Un neologismo che non esiste in nessun vocabolario. omofobia Come “avversione ossessiva per gli omosessuali e l’omosessualità” è un esempio della facilità con cui nascono e si diffondono parole concettualmente sbagliate. L'”omo” di “omosessualità” viene dal greco “simile, eguale”; giusto quindi per “omosessualità”, cioè “attrazione sessuale per individui di eguale sesso”; non giusto per “omofobia”. Ma non c’è niente da fare. Altri analoghi casi: molte parole formate da “auto” (come “autostrada” da “automobile”) e da “tele” (come “telecronaca” da “televisione”). premier Parola inglese purtroppo entrata ormai nell’uso giornalistico per “presidente del consiglio”, nonostante che nei paesi di lingua inglese si preferisca “prime minister”; è quindi diventata in pratica una parola italiana con la pronunzia italianizzata prèmier; a conferma, “premier” ha già figliato “premierato”. Non è però proibito continuare a dire e a scrivere “presidente del consiglio”. pourparler Espressione francese (“conversazione informale”) di uso dotto quando il francese era la lingua straniera più conosciuta in Italia. Una ragione di più per non usarla oggi. Pron. purparlé. quadra Che Umberto Bossi usi questa parola per “conciliazione di elementi discordanti” non giustifica il suo uso nel linguaggio giornalistico nazionale. E’ una parola regionale del Settentrione lombardo, presente di necessità solo nelle ultime edizioni dei dizionari (nel Battaglia non c’è). Invece di “trovare la quadra” si può continuare a dire “trovare un accordo”.

streaming Dal verbo inglese “to stream”, che significa “far fluire”, la parola (un gerundio diventato sostantivo) indica un modo di ricezione, via Internet, di documenti video a audio senza bisogno di scaricarli per intero sul pc per poterli riprodurre. terna Parola che indica un insieme di tre persone o cose; di raro uso, salvo che nel gioco del calcio per indicare l’arbitro e i due guardalinee. (“terna arbitrale”). Speriamo che sparisca, ora che ci sono anche i due “arbitri di porta”. Il vocabolario, infatti, porta solo “quaterna”, che vale per quattro (come nel gioco del lotto o della tombola). Terna è, con l’iniziale maiuscola, anche una società per azioni di proprietà pubblica, che gestisce la rete di trasmissione dell’energia elettrica. testare Per colpa soprattutto della pubblicità questo verbo coniato da “test” sta entrando nel linguaggio dell’informazione per “sottoporre a controllo”; ma tutti lo comprendono? vaffa… Molti continuano a non rendersi conto – per ignoranza – che questa espressione ingiuriosa, oltre che volgare, è culturalmente scorretta, nata, com’è nata, con negativo riferimento all’omosessualità, attiva o passiva.. “Vaffanculo” significa “va a fare (cioè a prendere o mettere) in culo”, cioè “sei un finocchio”, con evidente disprezzo per l’omosessualità. Un tempo, in Toscana, si usava “Va a pigliarlo…”, lessicalmente più esplicito e pertinente al tipo di omosessualità considerato più grave. valoriale Recente neologismo per amore della terminazione -ale; come “coscienziale”, “museale”, “negoziale”, “notiziale”, “premiale”. Tutti brutti. welfare Per favore, non si pronunzi uèlfer , ma uelfaa(r). Approfittiamo per ricordare che in inglese la a si pronunzia é soltanto se è atona in fine di parola. Tutte le altre volte si pronunzia ei se è tonica in fine di sillaba (“to save”), tra a ed e all’interno di sillaba (“man”, “cat”), àa se è seguita da r muta (“park”, “car”), èe se seguita da r pronunziata (“bird”, “girl”, “word”). Repetita iuvant (si spera) de Si legge: “il lunedì de la Repubblica”, “Un articolo de La Stampa”, “Un capitolo de ‘I Promessi sposi'”. Ma la parola “de” non esiste nella lingua italiana. Il Grande dizionario della lingua italiana non la tratta e rinvia subito a “di” e alle sue articolazioni; anche il Dop la rimanda a “di”. Iil Devoto scrive che “è usata, in modo a dire il vero non molto funzionale, nella citazioni di titoli che cominciano con articolo” e così lo Zingarelli. E allora? Semplice; si scriva, come si dice parlando, “Un articolo della Stampa”, “Un capitolo dei Promessi sposi”; e in qualche caso, ma solo in qualche caso (titoli di giornali e così via), si usi “di”; e così “il lunedì di la Repubblica”, “Un programma di La7”. kolossal E’ un aggettivo tedesco; è un aggettivo anche, poco usato, francese (ma con l’iniziale c; pron.colossàl); anche inglese (con l’iniziale c; pronunzia, presso a poco, kolòsl). Se proprio lo si vuole usare, lo si scriva con l’iniziale k e si pronunzi, come i tedeschi, colossàal. Scorretta, quindi la pronunzia kòlossal, che non è né inglese, né francese, né tedesca. media Incredibile. Anche su giornali importanti si legge ogni tanto “un media”. “Media” è plurale, il plurale del latino “medium”. Lasciamo l’errore ai francesi, che ogni tanto scrivono “un media” e al plurale “les medias”. Altro errore: la pronunzia midia invece di mèdia; si pronunzi midia soltanto quando si vuole usare (inutilmente, per vezzo) l’espressione inglese “massmedia” invece di (meglio) “mezzi di comunicazione”, “organi di stampa”. Capitolo 7. Linguaggio e stile. Nomi propri di persona e di luogo

Abdullah Nome arabo che vuol dire “servo di Allah” così come Abdallah. Le due traslitterazioni dipendono dalla duplice pronunzia araba (abdàlla e abdùlla; o abdallàh); in alcuni casi anche dalla traslitterazione inglese dove la pronunzia araba abdalla è trascritta abdulla. Angela Nonostante che questo nome femminile esista anche nella lingua italiana, il nome della cancelliera della Germania deve essere pronunziato ànghela come in tedesco, così come Holland lo chiamiamo François e non Francesco e come Putin lo chiamiamo Vladimir e non Vladimiro. Anche De Gaulle lo chiamiamo Charles e non Carlo. Bahrain Sulla base della pronuncia inglese si sta affermando nell’informazione parlata italiana la pronuncia bahrèin; in arabo la pronuncia di questo toponimo (un femminile plurale: “le isole”) è bahràin. Bengasi Grafia italiana della città della Libia. Altre grafie: Benghasi, Banghazi. In ogni caso la

pronuncia è bengàsi. Solo i torinesi pronunciano bèngasi il nome di una strada così

intitolata. L’accentazione corretta nasce dall’origine del nome: “figlio” (ben) di “Ghazi”, un notabile locale del Quattrocento. Bernanos Cognome francese, anche dello scrittore Georges (1988-1948); pron. bernanóos. Coppa Davis Da sempre per gli italiani il “Davis” di “Coppa Davis” è pronunziato dèvis; ma la corretta pronunzia inglese è dèivis. Disneyland Pronunzia corrente (anche nei tg) è dìsneiland ; ma la pronuncia corretta inglese è disniland (con la a di “land” fra a ed e ). Disney è infatti disni ; come Jersey è gersi, money (moneta) è moni , honey (miele) è honi e così via. Dubrovnik Sempre incertezza sull’accento. In croato – così è scritto – si pronunzia dubròvnik e a Dubrovnik dicono dubròvnik; ma all’ambasciata croata di Roma, se si chiede, rispondono dùbrovnik. Dunkerque Città portuale francese sul passo di Calais; pron. donkérk. La grafia inglese è “Dunkirk”. Il nome originario è olandese: “Duinkerke” ( “duin” duna e “kerke” chiesa). Noto per la battaglia che vide il reimbarco dei resti dell’esercito francese e del corpo di spedizione britannico incalzati dalle truppe tedesche nel 1940. Eisenhower Dwight David, detto Ike, presidente degli Stati Uniti 1953-1961; cognome di origine tedesco-alsaziana; pron aisenhàuer con la s di “rosa” e la e finale fra e e a. Giuba Capitale del Sudan del Sud ; in inglese Juba. Gomez Cognome spagnolo che esiste anche in Italia e così lo pronunziamo gòmez ; ma in spagnolo la pronunzia è gómeth e si scrive con l’accento (acuto) sulla o. Juba Vedi Sudan del Sud e Giuba. Kirchner Cristina Kirchner (meglio: Cristina Fernandez de Kirchner; Kirchner è il cognome del marito ed ex presidente, Néstor Carlos, morto nel 2010) è dal 2007 presidente della repubblica argentina. E’correttamente chiamata “presidenta”; è un nome ufficiale (si veda la voce cancelliera) e non ha senso usarlo tra virgolette, come fanno molti giornali. Il cognome Kirchner è di origine tedesca, ma in spagnolo è pronunciato kircner con la c di “cena”.

Tobin Tax E’ una tassa, proposta nel 1978 dal premio Nobel per l’economia James Tobin, che intende colpire le transazioni valutarie per disincentivare quelle con fini speculativi. L’introduzione di una tassa Tobin per finanziare gli aiuti ai paesi poveri è ora decisa da undici paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia; contraria la Gran Bretagna. Come si fa a spiegarlo tutte le volte che se ne parla? Ovviamente è corretta l’iniziale maiuscola di Tobin. In inglese è maiuscola anche la t di tax. Twitter E’ il servizio gratuito di un social network (v.) col quale gli utenti che si sono registrati possono scrivere nella loro pagina, col proprio nome o simbolo, messaggi (“twitt”) lunghi non più di 140 caratteri, che vengono comunicati agli utenti (in inglese chiamati “followers”) che si sono registrati per riceverli. I messaggi possono comunque essere letti da qualunque utente che chiami il nome (o il simbolo) di chi li ha scritti. I messaggi appartenenti a una stessa specifica categoria informativa possono essere anche etichettati con un hashtag (v.), cioè da una parola chiave preceduta dal simbolo “cancelletto” (#) che indica il tema di cui si occupano o la categoria informativa di cui si ritiene che facciano parte. Il nome Twitter, che ormai merita l’iniziale maiuscola, deriva dal verbo inglese “to twit”, che significa “cinguettare”. Per chi opera nel campo dei media Twitter è così diventato una larga fonte di informazioni, specie da quando vi “cinguettano” importanti soggetti di cronaca (anche Obama; anche il papa; anche Mario Monti e così via). Ungheria Il nome ufficiale dell’Ungheria, recentemente ribadito, è “Magyar Köztársaság”, cioè “Repubblica magiara”. Usama bin Laden. La Fox (la Broadcasting company americana di proprietà di Rupert Murdoch), la Cia e l’Fbi usano la grafia Usama invece di Osama (bin Laden); forse perché la u è più vicina alla pronuncia araba (usàmah bin muhàmmad bin àwad bin làdin). La grafia accreditata è ormai quella di Osama; da ricordare, però, che il suono della s è quello della s di “casa”, non di “rosa”. ————————————————————————————————————————— ——————– NEWS – Appendice 2013 “News” è un manuale che ha più di due anni di vita; le tecniche della comunicazione continuano a cambiare e quindi anche i modi di gestire l’informazione in una società che evolve e si trasforma giorno dopo giorno. Gli aggiornamenti promessi non possono perciò limitarsi a integrazioni o arricchimenti dei capitoli; conviene creare, almeno ogni anno, un testo aggiuntivo, che confermi o corregga o rinnovi il testo base. Lo chiameremo “appendice”. Questa è l’“Appendice 2013”. ————————————————————– Linguaggio e stile. Nomi comuni Anche qui ogni parola si richiama a errori accertati nella stampa scritta e parlata di questi ultimi mesi. Perciò non ci si stupisca se appaiono parole che possono sembrare incredibili sviste o incredibili casi di ignoranza; non solo di giornalisti, ma, senza che abbiano avuto giornalistiche correzioni, anche di ministri e politici. Nel giornalismo si conferma una tendenza che passa da generazione a generazione: l’uso di parole difficili e di forestierismi come segno di appartenenza a una categoria professionale di più elevata cultura (ma dimostrando così l’ignoranza della norma fondamentale del buon giornalismo, che è quella di farsi capire da tutti

i lettori); e anche il disinteresse per l’accertamento di una corretta grafia e di una corretta pronunzia. accelerare Viene da “celere”; quindi è sbagliato “accellerare” con due l. acribia L’accento è sull’ultma i: acribìa. ad Ogni tanto si trova “ad” o, peggio, “Ad” Capiscono tutti che è l’acronimo di “amministratore delegato”? Vedi anche ceo. adire Si legge spesso “adire alle vie legali”; si deve dire “adire le vie legali; ma è espressione burocratica; meglio “ricorrere all’autorità giudiziaria”, “ intraprendere un’azione legale”. aereare Per “dare aria”; non “aereare”, non “areare”, aeroporto Ogni tanto si legge ancora “areoporto” o “aereoporto; il prefisso è “aero”. agape Parola dotta per “convito fra amici”. Viene dal greco, dove significava“amore fraterno” (così l’ha usata papa Francesco) e anche il banchetto che si teneva nella antiche comunità cristiane in ricordo dell’ultima cena di Gesù. Accento sulla prima sillaba (ma in greco era sulla seconda). agenzia Col significato di “notizia di agenzia” questa parola è purtroppo entrata nell’uso giornalistico, specie dei telegiornali e dei giornali radio. Continua a non piacere a chi ha lavorato e a chi lavora in un’agenzia di informazioni. amalgama E’ di genere maschile: “un amalgama”. aneddotico Aggettivo da “aneddoto”; quindi è sbagliato “anedottico”. annuire col capo Non si può annuire che col capo; quindi “col capo” è inutile. La parola viene dal latino “adnuire”, derivazione di “nutus”, che significava “cenno del capo”. architetta Anche l’Accademia della Crusca è d’accordo se l’architetto è un donna; e lo accetta anche il Battaglia. arista Il toscano arrosto di maiale ha l’accento sulla prima sillaba. A Firenze dicono che così lo definirono con parola greca (“àristos”, “buonissimo”) i delegati greci intervenuti nel 1439 al concilio che doveva discutere della riunificazione fra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. arancio E’ l’albero (e il colore); il frutto è “arancia”. assessora Anche l’Accademia della Crusca è d’accordo quando assessore è una donna; e lo accetta anche il Battaglia; c’è perfino nel Tommaseo. assise E’ plurale; “le assise”. Viene dal francese “assises”, participio passato di “asseoir” (“far sedere”). Come dire: “le sedute”. avvocata Perché no? Non “avvocatessa” (vedi sindachessa, soldatessa e vigilessa); e non “avvocato”, se è donna (vedi ministra e il saggio più avanti). Oltretutto è un attributo dato alla

de Niente da fare. Ormai questa preposizione che non esiste (ed è ignorata anche dal “Grande dizionario della lingua italiana” di Salvatore Battaglia, che la rinvia a “di” e alle sue articolazioni) continua ad essere usata senza necessità e in contrasto col linguaggio corrente. Perché “Il Venerdì de La Repubblica” invece di “Venerdì della Repubblica” o, almeno, “Il Venerdì di La Repubblica”? Sono dizioni ormai consolidate? Scriviamo bene, almeno, “Un capitolo dei Promessi sposi” e non “Un capitolo de I promessi Sposi”; “Un cittadino della Spezia” e non “Un cittadino de La Spezia”. decorrenza “Decorrenza dei termini”? No; è “scadenza dei termini”. default Parola inglese (pron. difòlt) che significa “difetto”, “mancanza” e che il giornalismo italiano ha copiato con diletto dall’americano, che l’ha usata per indicare una recente particolare situazione deficitaria del Tesoro. Potremmo spiegarla come “incapacità di un soggetto di onorare i suoi impegni finanziari” o come “dichiarazione di insolvenza”. Manca un corrispettivo italiano; “fallimento” (che in inglese è “bankruptcy”, come “bancarotta”) ha un significato vicino ma diverso. delinquere Anche il codice penale (articolo 416) ha corretto la vecchia grafia. Si dice “Associazione per delinquere”, non “associazione a delinquere”. In un titolo a quattro colonne in un grande quotidiano nazionale: “Salvatore, dì la verità per tua figlia”. “Dì” (monosillabo con l’accento, per distinguerlo dalla preposizione”di”; vedi do) viene dal latino “dies” e significa “giorno”. Per l’imperativo del verbo “dire” i linguisti e anche l’Accademia della Crusca propendono per “di’” con l’apostrofo, analogamente ad altri imperativi come “da’”, “fa’” e “va’”; e anche perché in latino si diceva “dic”. do Un grande quotidiano nazionale scrive “dò”, con l’accento, per la prima persona del presente indicativo del verbo “dare”: “io do”. E’ evidentemente una norma redazionale: così scrivono tutti i suoi giornalisti, così appare (per correzione, si suppone) nei testi dei collaboratori esterni. Non si capisce perché; oltretutto il giornale scrive “(io) do” con l’accento, ma “(egli) fa” senza. La grammatica e la logica dicono che i monosillabi non hanno bisogno dell’accento; soltanto per antica grammaticale convenzione si è suggerito l’accento nei casi in cui conviene distinguere un monosillabo da un monosillabo simile (“là” e “lì” avverbi e “la” e “li” articoli; “dà” di “dare” e “da” preposizione; “né” congiunzione e “ne” pronome o avverbio”; “sé” pronome e “se” congiunzione; “sì” avverbio e “si” pronome). Analogamente l’accento si usa in altri monosillabi che hanno omografi (“dì” per “giorno”; “è” voce del verbo “essere”; “tè” la bevanda). Non vengono considerati omografi le note musicali (quindi senza accento i monosillabi “do”, “fa” e “re”). La regola non vale per i monosillabi composti da due grafemi vocalici: “ciò” ,”già”, “giù”, “più”, “può”, “scià”. Vedi anche su. efferato Non “efferrato” con due r. efficienza Non “efficenza” senza la i; vedi beneficenza. egida L’accento è sulla prima sillaba; ègida. Storico errore commesso da una ministra (2008) dell’istruzione. elementarità Non “elementarietà” con la e. empatia Parola che da qualche tempo piace a molti. Il vocabolario la spiega come “capacità di identificarsi con gli stati d’animo di una persona”; poi, come succede con la parole nuove che

entrano nell’uso, ha acquistato un significato più largo, ma sempre di comprensione dello stato d’animo o della situazione emotiva di un altro. familiare Così, se lo facciamo venire dal latino “familia”; “famigliare”, se lo facciamo venire da “famiglia”. Meglio “familiare”. fan Se si sente davvero il bisogno di usare questa parola inglese, abbreviazione di “fanatic”, non si metta la s al plurale. Il bello è che l’inglese “fanatic” deriva dal latino ”fanaticus”, che voleva dire “invasato da entusiasmo divino” (da “fanum” , “tempio”). femminicidio Parola nuova (chi l’ha inventata?) e discutibile, che sta entrando nell’uso giornalistico e politico. “Femmina” è dell’uomo, ma anche dell’animale. Più giusto sarebbe “muliericidio”, che viene dal latino “mulier”, o “donnicidio”, che viene da “donna” e dal latino “domina” (che – mica male – significava “signora”)… femminuccia Si trova spesso “un maschietto e una femminuccia”; non si può dire “un maschio e una femmina”? fidanzatino Detestabile diminutivo, specie se (in qualche fatto di cronaca) è imputato di omicidio. fidanzato Fino a qualche anno fa “fidanzato” (e così “fidanzata”) significava ”promesso sposo”, “che ha scambiato la promessa di matrimonio”, “che è stato promesso o si è promesso in matrimonio”, dando così “fidanza”, cioè “fiducia”. Oggi ha preso il significato di persona con cui si ha una rapporto non soltanto sentimentale e più o meno duraturo. Basta capirsi? flop E’ nato in inglese e lo si sta usando per “fiasco” e “insuccesso”. E’ di origine onomatopeica; può andare. giudichessa Inutile e vagamente dispregiativo, come molti nomi in –essa (vedi vigilessa, soldatessa); “giudice” è maschile e anche femminile; quindi “un giudice”, “una giudice”. giustiziare A un giornale radio: “Erano turisti stranieri molti dei giustiziati dai terroristi somali nel grande centro commerciale di Nairobi”. “Giustiziare” è una parola connotata e fa riferimento a “giustizia”. I vocabolari dicono che “giustiziare” significa “Punire dopo condanna a morte”, “Eseguire una condanna a morte”. In casi come questo non c’è condanna a morte e soprattutto non c’è giustizia. Quindi è meglio dire “ammazzare”, “uccidere”; e, se si sa come, “fucilare”, “pugnalare” o altro. graffiti In inglese c’è l’uso di “graffito” (proprio così; anche nei vocabolari; e, al plurale, “graffiti”) per “disegni murali”. Sia perdonato agli inglesi questo strano prestito dall’italiano; ma in italiano si dovrebbe sapere che “graffito” ha a che fare con “graffio” e quindi vale per qualunque segno scalfito o inciso su una superficie. Bene quindi per le incisioni rupestri della Val Camonica, ma non per i disegni e le scritte fatte con vernici spray sui muri delle città e sui convogli della metropolitana. Da “graffiti” è nato anche il romanesco “graffitaro”; meno peggiore dell’inglese “writer” (che non tutti capiscono”) greco Si può pensare che qualcuno abbia usato “grechi” invece di “greci” come plurale di “greco”? Sì; un direttore di giornale e una nota esponente politica.