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G. Nicoletti: commento a "Dei Sepolcri" di Foscolo
Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche
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di Giuseppe Nicoletti
In: Letteratura Italiana Einaudi. Le Opere Vol. III, a cura di Alberto Asor Rosa, Einaudi, Torino 1995
1. Genesi e storia.
Prima tessera di una quaestio tra le più frequentate dalla critica foscoliana di fine se- colo, quella relativa alla genesi dei Sepolcri^1 , la lettera del Foscolo a Isabella Teoto- chi Albrizzi, da Verona il 16-17 giugno 1806, denuncia preliminarmente la notizia dell’incontro con il «Cavaliere» dedicatario del carme, Ippolito Pindemonte. In- contro comunque decisivo per il prossimo artefice dei Sepolcri , quale che sia il peso che si intenda attribuire alla presumibile conoscenza, fatta semmai in quell’occasio- ne, del primo canto dei Cimiteri , poiché è proprio la dedica, nonché l’interlocuzio- ne diretta nel carme («Vero è ben, Pindemonte»), a denunciare le ragioni di un “de- bito” cui si alluderà, nel carteggio dei mesi a venire, con una reticenza mista ora ad affettuosa cortesia, ora ad una generosità diplomatica e studiata nei suoi effetti pos- sibili. Ebbene, rientrato a metà marzo dalla Francia con un congedo di quattro me- si, il Foscolo, capitano aggiunto del Regno Italico e quindi impegnato tuttora in in- combenze militari, fu dapprima a Venezia per rivedere la famiglia e poi, nel corso del mese di giugno, fece visita all’amica Isabella Teotochi Albrizzi, nonché ad un certo numero di letterati veneti tutti residenti nel triangolo compreso fra le città di Venezia,Verona e Padova. Fra questi, grazie all’intermediazione dell’imminente au- trice dei Ritratti , amica di entrambi, visitò anche il Pindemonte che sappiamo, a quel tempo, impegnato nella composizione delle ottave del primo dei quattro canti di cui si sarebbe dovuto comporre il poema dei Cimiteri^2. Nella lettera prima citata, così scrive il poeta, come in forma di diario epistolare, di quella visita:
Ho incominciato a scrivervi in una trista stanza di locanda appena svegliato – ho interrotto la lettera per cambiare di casa e per visitare il Cavaliere [il Pindemonte] che mi accolse co- me un’anima gentile accoglie i vostri amici, né più né meno ; però ve ne ringrazio. – Vivrò con lui tutt’oggi, e parlerò e mi parlerà di voi […]. Vi dirò dunque che ho riveduto il Cava- liere, il quale mi lesse l’ Odissea , bellissima fra le sue belle cose, e quella che al mio parere gli
(^1) Più di recente hanno ripreso la questione N. EBANI, I «Sepolcri» di Ippolito Pindemonte : storia dell’elaborazione e testo critico , in «Bollettino della Società Letteraria di Verona», nn. 5-6 (1982), pp.151-220, e F. GAVAZZENI, Ap- punti sulla preistoria e sulla storia dei «Sepolcri» , in «Filologia e critica», XII (1987), 3, pp. 309-83. Ma il tema del pre- sunto plagio foscoliano perpetrato ai danni del Pindemonte occupò a lungo l’interesse dei foscolisti della prima gene- razione postunitaria i cui lavori vengono ampiamente discussi nel primo studio sistematico sull’argomento (a prescin- dere dalla posizione accusatoria dell’autore) che è quello di C. ANTONA-TRAVERSI, La vera storia dei «Sepolcri» di Ugo Foscolo , con documenti inediti , Livorno 1884, vol. I (unico pubblicato). Giunse in sostanza alle stesse conclusioni dell’Antona-Traversi il contemporaneo G. BIADEGO, L’origine dei «Sepolcri» di Ugo Foscolo (1882), in ID., Tra libri e manoscritti. Spigolature , Verona 1883, pp. 215-79, mentre le rigetta l’autorevole F. TORRACA, I «Sepolcri» di Ippo- lito Pindemonte 2 (1884), in ID., Discussioni e ricerche letterarie , Livorno 1888, pp. 219-87. A tacer d’altre testimonianze, basti qui citare la lettera del 7 luglio 1806 del Pindemonte a Isabella Teotochi Al- brizzi, nella quale è detto fra l’altro: «Ciò che mi scrivete dell’ Odissea , m’incoraggia a continuarla. Ma i Cimiteri? Al- cune ottave ne ho già composte, giacché scelsi per metro l’ottava rima. Un amico mi sostiene che l’argomento è trop- po triste per quattro canti. Che vi pare? Non vorrei affaticarmi, e poi lacerare quel che avrei scritto» (C. ANTONA- TRAVERSI, La vera storia dei «Sepolcri» cit., p. 80).
farà onore davvero; perché di cose tenui e volanti stampò, se non molto, certo abbastanza; e per la tragedia non è nato, ché eleganza e nerbo, affetto e passione sono cose diverse: on- de consigliatelo e comandategli di continuare questa traduzione di cui manca l’Italia 3. Come si vede, I Cimiteri non sono affatto menzionati, né lo saranno in segui- to nelle lettere scambiate con il Cavaliere e Isabella in quell’estate 1806, durante la quale, pur rincrescendomene, il poeta non trovò probabilmente a modo, nei suoi frequenti spostamenti per l’alta Italia, di rinnovare l’incontro né con l’uno, né con l’altra^4. Carteggiando, invece, si rammaricava di non aver animo né tempo per poetare: «Beato voi, amico mio! e me pure gradivano le vergini Muse, e an- ch’io sospiro la sacra solitudine; ma l’animo va invecchiando per le sciagure; e l’ingegno irrigidito, e le grazie mute per me […]» 5. Così al Pindemonte il 27 giu- gno, nella lettera in cui gli annunciava l’invio di un esemplare del Bardo montiano nonché l’augurio del suo autore per il lavoro dell’ Odissea. e parimenti scriveva al- lo stesso, il 13 luglio da Milano, ricordano la propria traduzione del Commentario della battaglia di Marengo , incarico affidatogli dal ministro Caffarelli:
Il povero Ugo scrive non injussa : carte topografiche, evoluzioni di battaglie antiche e moderne, passaggi dalle Alpi moderni comparati agli antichi; però mi sto con Claviero, Gibbon, Polibio e Livio alla mano, e con un libro che vi è ancora ignoto, i Commentari di Bonaparte scritti o dettati da lui; il principe Eugenio li fa tradurre, e mi hanno eletto, per non uscire di letterato e militare^6. Se poi il silenzio delle Muse poteva talvolta essere infranto, il motivo era da ricercare in un non meglio noto poema didascalico sui «cavalli» sul quale il Fo- scolo fantasticava in quel torno di tempo e di cui evidentemente aveva parlato al Pindemonte, se questi ne lodava «la fatica », suggerendo motivi poetici di suppor- to 7 e tanto da costringere il corrispondente a ringraziare e a schernirsi, come nel- la lettera del 26 luglio:
(^3) U. FOSCOLO, Lettera a Isabella Teotochi Albrizzi del 16-17 giugno 1806, in ID., Epistolario , a cura di P. Carli, II, Firenze 1952, pp. 112-15. Ricordiamo che per le opere del Foscolo si è sempre usato, salvo diversa avvertenza, il te- sto dell’edizione nazionale delle Opere , nonché quello dell’ Epistolario , Firenze 1933 sgg.; tutte le citazioni sono date in forma abbreviata nelle seguenti sigle, Opere ed Epistolario , con la sola indicazione di volume e pagine. I Sepolcri si citano da ID., Opere , I. Poesie e Carmi. Poesie - Dei Sepolcri - Poesie postume - Le Grazie , a cura di F. Pagliai, G. Fole- na e M. Scotti, Firenze 1985 (l’edizione del carme è a cura del Folena sulla base del lavoro preparatorio del Pagliai, ri- masto incompiuto per la morte del curatore). (^4) Si veda in proposito l’ Appendice III (Di una presunta visita del Foscolo al Pindemonte) , in V. DI BENEDETTO, Lo scrittoio di Ugo Foscolo , Torino 1990, pp. 434-36, le cui conclusioni sono «che il Foscolo dopo la visita del 16-17 giugno non vide il Pindemonte almeno sino al 4 agosto. E che lo abbia visto tra il 5 agosto e il 6 settembre (data in cui nella let- tera alla Teotochi Albrizzi annuncia l’avvenuta composizione dei Sepolcri ) non c’è nessun dato, a mia conoscenza, che lo faccia supporre». Quanto all’Albrizzi, si veda la lettera a lei del poeta, da Milano il 24 novembre 1806, nella quale è scritto: «Così sono passati per me questi cinque mesi di vita dacché non ti vedo […]» 5 (Epistolario , II, p.152). U. FOSCOLO, Lettera a Ippolito Pindemonte del 27 giugno 1806, ibid ., p. 119. (^6) ID., Lettera a Ippolito Pindemonte del 13 luglio 1806, ibid ., pp.125-26. (^7) Cfr. I. PINDEMONTE, Lettera a Ugo Foscolo del 20 luglio 1806, ibid ., pp.129-30.
Le affermazioni contenute in questa lettera, per quanto eccessivamente allu- sive talune o, al contrario, troppo categoriche talaltre, impongono tuttavia una lo- ro autorevolezza testimoniale per la mancanza di una documentazione più strin- gente e quindi capace di argomentare in termini più plausibili due ordini di que- stioni: il primo relativo ai tempi di esecuzione di un’opera di cui prima il Foscolo non aveva fatto cenno alcuno (da ritenersi dunque ultimata – «io aveva già una Epistola sui sepolcri da stamparsi lindamente» – e non già alla data della lettera che è il 6 settembre, ma al «Lunedì scorso», come lì è precisato, e cioè il 1° set- tembre)^10 , il secondo relativo invece all’ideazione e alle eventuali discussioni che ne sostennero il disegno («Io la intitolo al Cavaliere ricordandomi de’ suoi lamen- ti e de’ vostri; e per fare ammenda del mio sdegno un po’ troppo politico»). Più di un critico, infatti, ha messo in dubbio il fatto che d poeta potesse effettivamente aver portato a termine la stesura della sua epistola all’altezza dei primi giorni di settembre^11. Ciò principalmente, sia per aver avuto il Foscolo a disposizione solo i giorni di agosto, con l’eccezione per di più di quelli impiegati nella missione in Valtellina e nel Bergamasco (di cui alla lettera testé citata)^12 , sia poi perché in que- sto caso non avrebbe potuto tenere nel debito conto il decreto Della Polizia Me- dica emanato proprio il 5 settembre 1806 da Saint-Cloud (ma reso pubblico dal «Giornale Italiano» del 3 ottobre)^13 , inteso ad estendere alla legislazione italiana le nuove norme di quella francese in tema di sepolture, decreto cui il Foscolo in-
(^10) L’ingegnosa anticipazione della data al 1° settembre si deve a N. EBANI, Postilla ai «Sepolcri» : «Ho desunto que- sto modo di poesia 11 ...», in «Filologia e critica», V (1980), pp. 381-82. Fra questi ricordiamo S. ORLANDO, L’incolpabile edizione 1807 dei «Sepolcri» , in Foscolo e la cultura bresciana del primo Ottocento. Atti del Convegno di Studi (Brescia , 1-3 marzo 1979) , a cura di P. Gibellini, Brescia 1979, pp. 43-
dubbiamente allude ai noti versi 51-53 del suo carme. E tuttavia, pur non ostan- do, come si vede, ragioni determinanti ad un nostro accoglimento della datazione avanzata dallo stesso autore, possiamo ragionevolmente dilatare, caso mai, i tem- pi di definizione del testo fino a comprendere il gennaio 1807, cosicché anche i versi di cui sopra possano ritenersi aggiornati, in un secondo tempo quindi, alla disposizione legislativa riportata dal «Giornale Italiano». Seguendo infatti l’epi- stolario, così come siamo venuti facendo finora, se da un lato troviamo conferma della volontà del poeta di “bruciare i tempi” e di dare per concluso ciò che con- cluso non era (a Mario Pieri, il 19 novembre, ad esempio il Foscolo dava per scon- tata l’edizione dei Sepolcri «lindamente stampata in carta velina »^14 , quando sap- piamo bene che essa fu terminata solo nei primi giorni d’aprile dell’anno succes- sivo), dall’altro veniamo a sapere che, ancora nel gennaio 1807, alla vigilia cioè della sua partenza per Brescia dove avrebbe sovrainteso alla stampa dei Sepolcri e dell’ Esperimento , il Foscolo era ancora alle prese con gli ultimi ritocchi al testo di quella che ancora si ostinava a chiamare epistola. Avendo scritto al Monti, infatti (con il quale era già in piedi l’accordo per la stampa gemellare dell’ Esperimento ), di star per partire per Brescia al fine di «stamparvi qualche cosetta» e, avendogli chiesto consigli in merito, l’autore del Bardo così gli rispondeva, probabilmente a stretto giro di posta: «Sotto l’occhio mi sono scappate fuori nella tua Epistola molte cosette, che stimo doversi migliorare. È un capo d’opera, il quale non deve lasciare alcun morso alla critica»^15. Quale che fosse l’entità delle correzioni proposte e accettate dall’autore, il fatto che il carme fosse ancora un testo “aperto” all’altezza del gennaio del 1807 non pregiudica in alcun modo, come si è detto, la credibilità della datazione de- sunta dalla lettera alla Teotochi del 6 settembre. D’altro canto, indizi del lavoro sul carme, precedenti la data del settembre, sono pochissimi e non tutti di sicura affidabilità. Li ritroviamo ancora una volta nell’ Epistolari : si va dal tono generica- mente “sepolcrale”di una citazione, tuttora priva di paternità, contenuta nella let- tera al Pindemonte del 27 giugno («[…],e la terra coprirà queste ossa “Ignude, e celerà con esse il nome | prima del mio morir quasi già spento”»)^16 alla dittologia aggettivale dell’incipit di una lettera al Monti del luglio («Il Ministro trovò giu- stissimo e santo il mio richiamo […]»^17 che può richiamare la celebre dittologia dei versi 152-53: «e bella e santa fanno al peregrin […]») e ancora l’eco della pro-
(^14) ID., Lettera a Mario Pieri del 19 novembre 1806, in Epistolario , II, p.146. (^15) V. MONTI, Lettera a Ugo Foscolo del gennaio 1807, ibid ., p.164. (^16) U. FOSCOLO, Lettera a Ippolito Pindemonte del 27 giugno 1806 cit., p, 119. (^17) ID., Lettera a Vincenzo Monti del Luglio 1806, in Epistolario , II, p.123 (il corsivo è nostro). L’espressione è ri- petuta ma all’inverso nella successiva lettera alla Teotochi del 13 luglio 1806: «[…] quantunque io so che il Ministro leggendo la mia lettera disse che il mio risentimento era santo e giustissimo […]» ( ibid ., p.128).
Ricordate voi più la questione nostra su’ sepolcri domestici? Io ho fatto in quel giorno il filosofo indifferente; e me ne sono pentito. Ho diretto una epistola al Cavaliere un po’ triste forse come il soggetto; ma parvi d’avere osservato che i muscoli del mio volto si movono difficilmente al riso; pure il riso e il sorriso aggiungono qualche cosa alla bre- vità di questa vita mortale – ma s’io non rido è più colpa della mia natura che mia; on- de ho cantati i sepolcri: e ho tentato di fare la corte all’opinione, al cuore ed allo stile dell’Ippolito.^22 Ora, coloro i quali hanno ipotizzato un debito più o meno ingente contratto dal Foscolo nei confronti del Pindemonte hanno teso a spostare la data di questo incontro ad un tempo posteriore al giugno 1806, mentre gli “innocentisti” hanno piuttosto guardato al maggio come ad un probabile incontro veneziano a tre. A quest’ultima ipotesi sembra in particolare orientato Vincenzo Di Benedetto che, in un suo libro recente, dimostrata in modo necessariamente laborioso l’impossi- bilità da parte di Foscolo di una visita al Pindemonte, a Verona, nel luglio 1806, giunge, sulla scorta di un’indicazione della Ebani, a precisare, sempre per via ipo- tetica, perfino i giorni del probabile incontro veneziano del poeta con l’amica e il Cavaliere^23. Fra i colpevolisti, invece, spicca la vecchia posizione dell’Antona-Tra- versi, autore di un voluminoso studio (più di trecentocinquanta pagine) volto a mostrare (anche sulla scorta delle testimonianze del Pieri e del Rosini)^24 che il Fo- scolo, ospite per una seconda volta a Verona del Pindemonte alla fine di luglio o agli inizi di agosto, poté giovarsi in quell’occasione della lettura, non già del pri- mo canto dei Cimiteri , ma della prima delle due redazioni dei Sepolcri pinde-
(^22) ID., Lettera a Isabella Teotochi Albrizzi del 24 novembre 1806 cit., p.150. (^23) «In ogni caso lo spazio per una sovrapposizione dei periodi di permanenza a Venezia del Foscolo e del Pinde- monte mi pare che dovrebbero essere fuori discussione: diciamo (piuttosto che tra il 10 e il 17 maggio come suggerito dalla Ebani) tra il 14 e il 19 maggio» (V. DI BENEDETTO, Lo scrittoio di Ugo Foscolo cit., pp.120-21, nota 2). Lo scritto della Ebani cui si fa riferimento è la Postilla ai «Sepolcri» cit., p. 380. (^24) Le testimonianze del letterato corcirese Mario Pieri (r776-1852) sono, in ultimo, trascritte e ben illustrare da F. GAVAZZENI, Appunti sulla preistoria e sulla storia dei «Sepolcri» cit., pp. 368-70. Esse si riferiscono sia al necrologio Intorno alla vita ed agli scritti di Ippolito Pindemonte , pubblicato in «Antologia», (1829), 98, pp. 79-97, sia all’auto- biografìa Della vita di Mario Pieri corcirese scritta da lui medesimo libri sei , Firenze 1850 (qui al vol. I, p.138), sia poi alle inedite Memorie conservate presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze. E da ricordare che alla insinuante ma so- stanzialmente verosimile ricostruzione del Pieri ribatté Benassù Montanari, amico e biografo del Pindemonte, pronto a scagionare da ogni addebito il comportamento del Foscolo ( Della vita e delle opere d’Ippolito Pindemonte libri sei , Venezia 1834, p. 204), cui rispose ancora lo stesso Pieri con lettera da Firenze del 28 aprile 1835, parzialmente pub- blicata in G. BIADEGO, L’origine dei «Sepolcri» cit., pp. 217-18. Qui il Pieri ripropone l’aneddoto incriminato: «Ec- co dunque il fatto. Un giorno in Verona ci ritrovavamo nelle stanze del Cavaliere il Foscolo ed io, e, dopo una varia conversazione, si venne a ragionare, come suolsi fra letterati amici, dei lavori che ciascuno aveva per le mani. Il nostro P. parlò del suo poema sui Cimiteri da lui già cominciato. Che fece il Foscolo? Invece di guardarsi bene dal gareggia- re con un tale amico, e con un tanto uomo, parti il giorno dopo di Verona, e dopo qualche tempo pubblicò improvvi- samente in Brescia, senza farne parola a persona del mondo, il suo carme de’ Sepolcri. Che ne paresse al nostro gran- de maestro non saprei dirvelo appieno, giacché voi ben conoscete la sua discrezione, ma è certo ch’ei per allora non pensò più, e disse a me pure ch’ei più non pensava ai suoi Cimiteri , e si contentò di fare quella risposta al carme del Foscolo, la quale a mio credere vince d’assai la proposta, sebbene tutti così non sentano [...]». Quanto alla testimo- nianza, assai meno importante della prima, di Giovanni Rosini, cfr. ibid ., p. 270.
montiani, cioè di due abbozzi manoscritti che egli crede composti, appunto, «dal 14 al 30 luglio (o poco dopo) del 1806»^25. e quindi in un tempo immediatamente seguente (poco più di venti giorni) a quello della composizione del primo canto dei Cimiteri. Ciò comporterebbe di conseguenza che, non solo l’ispirazione del tema sepolcrale, ma finanche tutta una serie di stilemi e modalità elocutive transi- terebbero dagli sciolti dei Sepolcri pindemontiani, ancor freschi di conio poetico (e alla soluzione degli sciolti egli si era acconciato dopo il giudizio del Cesarotti che aveva censurato l’adozione dell’ottava rima dei precedenti Cimiteri )^26 , a quel- li foscoliani, a loro volta elaborati, come si è visto, subito dopo quella supposta vi- sita, vale a dire nell’agosto 1806. Va detto subito che assai pochi studiosi condivisero l’ipotesi dell’Antona-Tra- versi cui conseguirebbe, a tacer d’altro, che il Foscolo avrebbe sfruttato per l’ inci- pit poi celeberrimo del suo carme due endecasillabi dei Sepolcri pinde montiani, “evidentemente” memorizzati a tambur battente durante l’ipotizzato incontro di fine luglio («Ma sotto un marmo , o d’una pianta all’ombra | men duro è forse del- la Morte il sonno?»? «All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne | confortate di pian- to è forse il sonno | della morte men duro?»)^27. Seppure con toni più pacati, ri- spetto ad una certa irruenza polemica dell’Antona-Traversi, hanno concordato con la sua impostazione due studiosi dell’opera pindemontiana: Giuseppe Biade- go da un lato, autore quasi negli stessi anni di un saggio su L’origine dei «Sepolcri» di Ugo Foscolo , nel quale si dà pure l’edizione dei Cimiteri e dei due abbozzi ma- noscritti dei Sepolcri e, più di recente, Nicola Francesco Cimmino che in una sua informata monografia sul Cavaliere veronese viene ad affermare che «la lettura dei Cimiteri , e della prima e della seconda stesura dei Sepolcri pindemontiani, non
(^25) C. ANTONA-TRAVERSI, La vera storia dei «Sepolcri» cit., p. 82; per le supposte visite foscoliane al Pindemon- te, cfr. ibid ., pp.135-36. (^26) Fu proprio Mario Pieri a fungere da intermediario fra il Pindemonte e il Cesarotti in questa circostanza; cfr. i bra- ni epistolari dei tre letterati riportati da N. EBANI, I «Sepolcri» di Ippolito Pindemonte cit., pp.151-52, e già prima di C. ANTONA-TRAVERSI, La vera storia dei «Sepolcri» cit., pp. 75-81. È interessante rileggere il giudizio del Cesarot- ti sui Cimiteri : « E soggetto non parmi che abbia varietà che basti per quattro canti. La tinta dello stile non può aver che un colore: la tempera può essere alquanto diversa, ma il fondo è lo stesso. Tutto si riduce al dolor dei vivi, e all’o- nor dei morti. Ometterci il terzo canto che parmi un prolungamento, e non ha differenze specifiche. Ridotto a tre can- ti il Poema ha un’estensione più proporzionata, e ogni canto ha il suo carattere distintivo. E primo è toccante, ma quelle ombre parlanti a voi svegliate, e non ancora penetrate abbastanza dal vostro soggetto, hanno troppo dell’inve- rosimile. Se vi parlassero in sogno non ci sarebbe che dire. Ciò mi fa pensare che i tre canti potrebbero ridursi a due: giacché non sarebbe punto strano che voi sempre sognando passaste dai lamenti delle ombre ai Mausolei d’Egitto e ai funerali di Grecia. L’ultimo canto sarà il più interessante. Non so poi se l’ottava rima sia il metro meglio scelto per un tale argomento» (la lettera del Cesarotti è riprodotta ibid ., pp. 80-81, ma senza la data e con la seguente congettura «dee per fermo tenersi scritta dall’8 al 13 luglio del 1806»). (^27) La prima citazione è tratta dalla prima stesura dei Sepolcri pindemontiani (nell’ed. Ebani contrassegnata con la sigla S 1 ) , ai vv. 44-45 (N. EBANI, I «Sepolcri» di Ippolito Pindemonte cit., p.183). La seconda citazione è tratta invece dai vv. 1-2 del carme foscoliano (U. FOSCOLO, Opere , I, p. 125; a questa edizione faremo, d’ora innanzi, riferimen- to, indicando nelle citazioni presenti nel testo soltanto il numero dei versi).
va edizione della Epistola pubblicata nel 1807, altre ne aggiunse Ottavia Bassi in una sua monografia sul Cavaliere veronese pubblicata nel 1934. Anche per la Bas- si la «questione del sopruso foscoliano»^32 era destinata a cadere per la buona ra- gione della posteriorità degli abbozzi rispetto all’epistola stampata e ciò anche per motivi interni al testo dei cosiddetti Primi Sepolcri. La studiosa infatti, confron- tando taluni luoghi di quel testo con i corrispondenti dell’ Epistola , notò come il Pindemonte fosse portato a sopprimere sistematicamente ogni riferimento mito- logico, quasi a voler dare concreta applicazione, negli endecasillabi degli abbozzi appunto, ad un acquisito principio di naturalezza e verità da lui teorizzato nella Dissertazione sulle favole cui lo scrittore attese nei suoi anni maturi, probabilmen- te nella seconda metà degli anni Venti. Più di recente (e siamo così giunti al ter- mine di questa annosa vicenda critica) Nadia Ebani, cui si deve la più moderna e affidabile edizione pindemontiana sia dei Sepolcri a stampa sia degli abbozzi ma- noscritti che portano lo stesso titolo, nonché dei Cimiteri , è venuta a dar man for- te alla tesi del tentato rifacimento dell’epistola responsiva. Scrive fra l’altro la Ebani riprendendo il discorso della Bassi che poteva dar luogo ad alcuni frainten- dimento: «Le osservazioni della Bassi seguono un filo logico corretto, per quanto, fondandosi sul confronto con un’opera non datata come la Dissertazione , lasciano inevasi alcuni interrogativi: a quale momento appartiene il tentativo del Pinde- monte di tradurre nel verso una misura figurativa e poetica messa a fuoco in uno scritto teorico, ammesso che il percorso non sia quello inverso, che cioè dall’espe- rienza, per così dire, di laboratorio il Pindemonte maturasse la formulazione teo- rica? E poi a quali anni appartiene la Dissertazione? È a questo proposito che gli autografi rendono una testimonianza inconfuta- bile, confermano le ragioni e della biografia e dell’analisi stilistica, documentando come ogniqualvolta siano presenti varianti evolutivi, la lezione dell’epistola a stam- pa rappresenta il testo di partenza per una nuova fase di ricerca espressiva. Risulta dunque certo che la risposta a Foscolo del 1807 precede le due redazioni dei Se- polcri consegnateci dagli autografi. Di più, se l’analisi filologica accerta l’attendibi- lità della biografia del Montanari, l’opera di quest’ultimo si rivela scrupolosa anche quando ci informa che il Pindemonte lavorò alla Dissertazione in anni tardi, tra il ’24 e il ’27: il trattatello, d’altronde, sembra veramente frutto di una stagione in cui la polemica fra classici e romantici si era già alquanto affievolita e composta»^33. E così, scaturita dalla testimonianza di un personaggio non sempre obiettivo e sereno come Mario Pieri, la questione del “plagio” ritrova una sua più plausibile dimensione biografica che, lungi dall’implicare da parte del Foscolo responsabilità
(^32) O. BASSI, Fra classicismo e romanticismo. Ippolito Pindemonte , Milano-Genova-Roma-Napoli 1934, p.125. (^33) N. EBANI, I «Sepolcri» di Ippolito Pindemonte cit., p.154.
d’alcun genere e men che mai di indebita appropriazione di versi pindemontiani, registra più semplicemente lo strategico rilievo di un incontro (per altri gli incontri furono due, come si è detto) e comunque di un ritrovato rapporto anche epistolare durante il quale l’autore dell’ Ortis seppe entrare in dialettica sintonia non solo con i convincimento del Pindemonte in materia di sepolcri, ma anche col suo stesso mondo poetico e di affetti. Ne deriva che la testimonianza a tutt’oggi più affidabile del voluminoso dossier Foscolo-Pindemonte a riguardo dei rispettivi Sepolcri risul- ta proprio quella rilasciata da uno dei protagonisti, il secondo, come dichiarazione in limine al proprio componimento responsivo e che, interpretata dagli “accusato- ri” foscoliani come formula di cavalleresca omissione nei confronti delle presunte, patite espropriazioni, qui conviene richiamare nei suoi termini essenziali da rite- nersi, invece obiettivamente rispondenti al pensiero dell’autore e quindi ad una ve- risimile successione dei fatti. Scrive dunque il Pindemonte nella sua avvertenza:
Io avea concepito un Poema in quattro canti e in ottava rima sopra i Cimiteri , soggetto che mi pareva nuovo [...]. Compiuto quasi io avea il primo canto, quando seppi che uno scrittore d’ingegno non ordinario, Ugo Foscolo, stava per pubblicare alcuni suoi versi a me indirizzati sopra i Sepolcri. L’argomento mio, che nuovo più non pareami, co- minciò allora a spiacermi; ed io abbandonai il mio lavoro. Ma leggendo la poesia a me indirizzata, sentii ridestarsi in me l’antico affetto per quell’argomento; e sembrandomi che spigolare si potesse ancora in tal campo, vi rientrai, e stesi alcuni versi in forma di risposta all’autor de’ Sepolcri , benché pochissimo abbia io potuto giovarmi di quanto avea prima concepito e messo in carta su i Cimiteri^34. E tuttavia, una volta liquidata l’accusa di plagio dalle inequivocabili parole del Pindemonte che non fa cenno degli sciolti sepolcrali, restano a carico del Fo- scolo i sospetti, come indicavamo all’inizio, di un tatticismo interessato e sottile che rivelerebbe, nei suoi rapporti con il collega veronese, l’intenzione di stornare la sua musa dal tentato progetto poematico dei Cimiteri (e ciò per aggiudicarsi con il proprio carme una priorità d’uscita, peraltro già segnata dall’ombra di una discreta sottrazione del tema)^35. Insieme con questa, l’atteggiamento del Foscolo
(^34) I Sepolcri | versi | di Ugo Foscolo | e | d’Ippolito Pindemonte. || Verona | Per Giovanni Gambaretti | 1807; ma noi citiamo dall’ed. Ebani cit., p.160. L’epigrafe della prefazione recita: «Al cortese lettore | Ippolito Pindemonte». (^35) Si veda quanto scrive F. GAVAZZENI, Appunti sulla preistoria e sulla storia dei «Sepolcri» cit., pp. 365-66, analiz- zando assai acutamente l’atteggiamento foscoliano: «È un sospetto cui il procedere tortuoso del Foscolo non può non indurre. Sia che, senza preavviso, dopo cioè aver dato ad intendere d’essere in tutt’altre faccende affaccendato, si sfor- zi di far credere eseguito quanto con ogni probabilità, se non nel limbo dei progetti, era ancora largamente in fieri , sia che, evitando di parlarne apertamente, cerchi di stornare l’attenzione, peraltro già languente, del Pindemonte dal poe- ma dei Cimiteri , per converso insistendo sull’importanza della traduzione omerica; sia che, carteggiando esclusivamen- te con corrispondenti veneti dell’ entourage pindemontiano, senza mai rivolgersi direttamente al Pindemonte, metta in atto una trionfalistica strategia di ragguaglio sul carme dei Sepolcri , intesa a scoraggiare la concorrenza dal perdurare nell’elaborazione di un prodotto già altrimenti confezionato. Nel timore non già del confronto, ma dell’inflazione te- matica [...]. E nel desiderio di arrivare comunque primo al traguardo, senza incorrere nella taccia di plagio».
ta intermediazione di Isabella Teotochi: «era dovere ch’egli li leggesse prima d’o- gni altro» scrive al Monti qualche giorno dopo, rimarcando esplicitamente la ra- gione del debito contratto un anno prima^41. Il dedicatario, infine, a stretto giro di posta, il 1-5 aprile, fece pervenire all’autore una letterina di ringraziamento che conteneva pure un primo giudizio sul carme: è il primissimo documento della straordinaria fortuna dei Sepolcri , nonché una testimonianza preziosa della di- screta magnanimità pindemontiana:
Comincio dal ringraziarvi dell’onore, che voi fatto mi avete, e poi mi rallegro con voi di quello, che farete con questo vostro nuovo componimento a voi stesso. Ove trovaste quella malinconia sublime, quelle immagini, quei suoni, quel misto di soave, e di forte, quella dolcezza, e quell’ira? È cosa tutta vostra, che star vuol da sé, e che non si può a verun’altra paragonare. Io non vi dirò, ch’esser potevate forse men dotto e antico, e un po’ più chiaro e moderno, perché so come voi pensate su questi argomenti, e perché forse mi rispondereste, che una certa oscurità al sublime appunto contribuisce. Piutto- sto vi accennerei volentieri alcune cosette qua e là, che non finiscono di piacermi, ma sono scrupoli, che mi vergogno di consegnare alla carta, benché questa secondo Cice- rone non arrossisca, e che invece vi comunicherò a bocca alla prima occasione, se vor- rete sentirli, e burlarvi alquanto di me^42.
2. Struttura.
Pubblicando nel 1818, attraverso lo Hobhouse, il suo Essay on the Present Litera- ture of Italy , il Foscolo ricordò in sintesi l’impressione suscitata dal carme all’in- domani della sua uscita: «This poem contains only three hundred lines, but it cal- led forth pamphlets and criticism in every shape, and from all quarters. The youn- ger writers tried to imitate it: the critics pronounced it to have brought about a reform in the lyrical poetry of Italy»^43. Da parte nostra non è errato, forse, imma- ginare una reazione generale di ammirato disorientamento dei primi lettori, per i quali l’intuizione della sostanza poetica del componimento doveva essere accom- pagnata dall’obiettiva difficoltà di riconoscere nei suoi registri retorico-stilistici un sufficiente nesso di congiunzione con la poesia dei contemporanei. La grande
(^41) ID., Lettera a Vincenzo Monti del 13 aprile 1807, ibid ., p. 190. (^42) I. PINDEMONTE, Lettera a Ugo Foscolo del 15 aprile 1807, ibid ., pp. 191-92. (^43) U. FOSCOLO, Essay on the Present Literature of Italy cit., p. 482. Nonostante il gran lavoro esegetico compiuto per più di due secoli intorno al componimento foscoliano, anche la critica contemporanea non ha mancato di mettere in luce l’obiettiva difficoltà di lettura del testo. Scrive a questo proposito A. PAGLIARO, L’unità dei «Sepolcri» (1955), in ID., Nuovi saggi di critica semantica , Messina Firenze 1963, pp. 307-78: «Senza dubbio i Sepolcri sono un te- sto difficile. L’uso linguistico è spesso ardito e inconsueto, sì che di prima lettura non si riesce a cogliere il valore del- la lettera; molti passaggi da un periodo poetico all’altro non hanno un segno che li dichiari, oppure l’hanno soltanto allusivo ed ambiguo. Accanto a questa difficoltà vi è, secondo noi, quella offerta da un pensiero di vigore e di origina- lità non comuni, che si dispiega in una creazione poetica, la quale obbedisce a impulsi e impeti lirici di rara potenza» (pp. 319-20).
novità dei Sepolcri risiedeva prima di tutto in un’inedita struttura argomentativa e in un singolare sistema di legamenti concettuali, non riuscendo a sciogliere i qua- li (e soprattutto non riuscendo a dar loro un corretto ordinamento) la maggior parte dei lettori, a prescindere spesso da motivazioni di carattere personale o di opportunità, preferì trincerarsi dietro la facile taccia dell’oscurità di dettato. Già nella sua lettera del 15 aprile, del resto non avara di riconoscimenti, come si è vi- sto, il Pindemonte mostrava un atteggiamento consimile, allorquando, con figura di litote, consigliava l’amico di essere «un po’ più chiaro e moderno», sebbene proprio lui disponesse, memore senz’altro delle discussioni sull’argomento avvia- te mesi prima nella sua casa di Verona, di un’immediata giustificazione d’autore («[...] forse mi rispondereste, che una certa oscurità al sublime appunto contri- buisce»)^44. Allo stesso modo, qualche mese dopo, scriveva nei versi dei suoi Se- polcri , accoppiando ancora una volta l’appunto di opacità (ma nella forma più be- nevola dell’interrogazione retorica) alla lode per l’ubertosa lucentezza del verso foscoliano, posto quindi a paragone con l’imprevedibile corso del Rodano all’u- scita del lago di Ginevra:
Bella fu dunque, e generosa, e santa la fiamma, che t’accese, Ugo , e gli estremi dell’uom soggiorni a vendicar ti mosse. Perché talor con la Febéa favella sì ti nascondi, ch’io ti cerco indarno? È vero, ch’indi a poco innanzi agli occhi più lucente mi torni, e mi consoli. Così quel fiume, che dal puro laco, onde lieta è Ginevra, esce cilestro, poscia che alquanto viaggiò, sotto aspri sassi enormi si cela, e su la sponda dolente lascia il pellegrin, che il passo movea con lui: ma dopo via non molta sbucare il vede dalla terra, il vede fecondar con le chiare onde sonanti di nuovo i campi, e rallegrar le selve.^45 Ben più esplicita e accigliata la reazione del vecchio Bettinelli cui «riuscì oscuro lo stile» del carme nonostante l’avesse «letto e riletto con applicazione»: «Altri più acuti l’intenderanno», scriveva ancora nella sua letterina di ringrazia-
(^44) I. PINDEMONTE, Lettera a Ugo Foscolo del 15 aprile 1807 cit., p.191. (^45) ID., I Sepolcri , ed. Ebani cit., p.168. In proposito si veda anche la lettera dello stesso Pindemonte a Saverio Bet- tinelli del 16 aprile 1808: «Dice [il Guillon] che io paragono Foscolo al Rodano, perché Foscolo si slancia tutto ad un tratto dai sepolcri moderni a quelli della vecchia etade. Ciò non è vero. Due cose si riprendono in quel poeta, l’oscurità in qualche luogo e il parlare di cose troppo antiche: il paragone del Rodano si riferisce alla prima» (N. F. CIMMINO, Ippolito Pindemonte e il suo tempo cit., II (Lettere inedite) , p. 533).
carme. Il Foscolo insomma, cui era attribuita una «sorte d’asprezza che regna nel- la maggior parte de’ suoi sentimenti, e de’ suoi pensieri», nell’affrontare, in spe- cie, il tema della celebrazione civile dei sepolcri si sarebbe lasciato andare a verti- ginose “retrocessioni” nel tempo e a pericolose diversioni nello spazio, in ciò dif- ferenziandosi da poeti come «Young, Hervey, Gray» i quali «non fecer tanti viag- gi» e, soprattutto, «disser cose più commoventi, e molto più consolanti, perocché tutti i loro canti sono rallegrati dalla speranza della futura risurrezione, della qua- le il signor F. non dice cosa alcuna»^51. Donde la pericolosità della «transizione» ai «tempi eroici della Grecia» per l’inevitabile aggravio di «dettagli d’erudizione» che essa comporterebbe e per il rischio d’inaridimento del «sentimento»: «quindi ne viene che questa seconda parte della sua elegia, che ha una certa disparità con la prima, interessa molto meno la nostra anima, e convien molto meno a quella dolce voluttà ch’essa trova ad intenerirsi sulle ceneri dei nostri simili»^52. Netta e inequivocabile fu la replica del Foscolo che si studiò di non varcare «i confini di uno scherzo liberale», pur adoprando «un po’ d’ironia», ma senza « né personalità , né bassezza , né pettegolezzi » 53. A proposito dell’ispirazione generale del carme e della filosofia morale che ne sorreggeva rimpianto concettuale, volle rimarcare la distanza che lo separava dagli autori ricordati dal critico francese, di- stinguendo di netto l’intendimento politico affidato ai propri versi dal provviden- zialismo cristianeggiante o filosofico dei poeti inglesi, con ciò rivelando una con- cezione chiaramente immanentistica e un laico idealismo patriottico estraneo, perciò, ad ogni forma di trascendenza:
Per censurare i mezzi d’un libro bisogna saperne lo scopo. Young ed Hervey meditaro- no sui sepolcri da cristiani: i loro libri hanno per iscopo la rassegnazione alla morte e il conforto d’un’altra vita; ed a’ predicatori protestanti bastavano le tombe de’ protestan- ti. Gray scrisse da filosofo; la sua elegia ha per iscopo di persuadere l’oscurità della vita e la tranquillità della morte; quindi gli basta un cimitero campestre. L’autore considera i sepolcri politicamente; ed ha per iscopo di animare l’emulazione politica degli italiani con gli esempi delle nazioni che onorano la memoria e i sepolcri degli uomini grandi: però dovea viaggiare pìù di Young , d’Hervey e di Gray , e predicare non la resurrezione de’ corpi, ma delle virtù^54.
(^51) U. FOSCOLO, Lettera a Monsieur Guill .. su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani , in Opere , VI, p. 508. Come è noto, qui il poeta trascrive per intero la recensione dell’abate francese. (^52) Ibid. Anche il Pindemonte nei suoi Sepolcri , usciti dopo la pubblicazione dell’articolo del Guillon, seppure in forma più benevola, avanza la stessa censura: «Perché tra l’ombre della vecchia etade | stendi lunge da noi voli sì lun- ghi? | Chi d’Ettòr non cantò? Venero anch’io | Ilio raso due volte , e due risorto , | l’erba, ov’era Micene, e i sassi, ov’Ar- go. | Ma non potrò da men lontani oggetti | trar fuori ancor poetiche scintille? | Schiudi al mio detto il core: antica l’ar- te, | onde vibri il tuo stral, ma non antico | sia l’oggetto, in cui miri; e al suo poeta, | non a quel di Cassandra, Ilo, ed Elettra, | dall’Alpi al mare farà plauso Italia» (I. PINDEMONTE, I Sepolcri , ed. Ebani cit., p. 168). (^53) U. FOSCOLO, Lettera a Isabella Teotochi Albrizzi del 3 luglio 1807, in Epistolario , II, p. 238. (^54) U. FOSCOLO, Lettera a Mousieur Guill .. cit., p. 518.
Quanto poi all’architettura complessiva del componimento e alle sue interne funzioni poetiche, il Foscolo si premurò di proporre due utili e interdipendenti strumenti di lettura. Da un lato stese un «estratto» o «scheletro» tematico del car- me, suddivisibile in quattro sezioni, e dall’altro accennò a un metodo un “struttu- rale” di scomposizione del componimento, fondato principalmente sulle «transi- zioni» (termine, come si ricorderà, già usato dal Guillon) e cioè su «tenuissime modificazioni di lingua» e su «particelle [...] che acquistano senso e vita diversa secondo gli accidenti, il tempo e il luogo in cui sono collocate»^55. Sono proprio queste «particelle», veri snodi stilematici, a governare la «tessitura» dell’opera e cioè il suo ordinamento concettuale («[...] la tessitura la quale dipende dalle tran- sizioni[ ...]»)^56 che, pertanto non è fissato meccanicamente a cerniere di natura lo- gico-razionale, ma a più mobili particelle linguistiche, in virtù delle quali il pen- siero dell’autore può “transitare” per via analogica oppure attraverso un sistema di associazioni («E le transizioni sono ardue sempre a chi scrive, e sovente a’ chi legge; specialmente in una poesia lirica, e d’un autore che, non so se per virtù o per vizio, transvolat in medio posita , ed afferrando le idee cardinali, lascia a’ letto- ri la compiacenza e la noia di desumere le intermedie»)^57. Ecco dunque la neces- sità meramente didascalica di liberare le «idee cardinali» dai loro nessi poetici, le «transizioni», e di disporle in fredda successione dell’«estratto»: per un verso si avrà così la possibilità di seguire mentalmente la struttura tematica del carme, per l’altro «l’estratto mostrerà come questo componimento, spogliato che sia delle immagini dello stile e degli affetti, rimanga senza un’unica idea nuova»^58. Vale a
(^55) Ibid ., pp. 508-9. (^56) Ibid. , (^57) Ibid. (^58) Ibid. Diamo qui di seguito l’«estratto» foscoliano riprodotto con i necessari rinvii ai versi del componimento: «[I] I monumenti inutili a’ morti giovano a’ vivi perché destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbe- ne: solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria non la curano; a torto dunque la legge accomuna le sepol- ture de’ tristi e dei buoni, degl’illustri e degl’infami [vv. 1-90]. [II] Istituzione delle sepolture nata col patto sociale. Religione per gli istinti derivata dalle virtù domestiche. Mau- solei eretti dall’amor della patria agli Eroi. Morbi e superstizioni de’ sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche. Usi fu- nebri de’ popoli celebri. Inutilità de’ monumenti alle nazioni corrotte e vili [vv. 91-150]. [III] Le reliquie degli Eroi destano a nobili imprese, e nobilitano le città che le raccolgono: esortazioni agl’italiani di venerare i sepolcri de’ loro illustri concittadini; que’ monumenti ispireranno l’emulazione agli studi e l’amor della patria, come le tombe di Maratona nutriano ne’ Greci l’aborrimento a’ Barbari [vv.151-212]. [IV] Anche i luoghi ov’erano le tombe de grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano la mente de’ gene- rosi. Quantunque gli uomini di egregia virtù siano perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i lor monumenti, la me- moria delle virtù e de’ monumenti vive immortale negli scrittori, e si rianima negl’ingegni che coltivano le muse. Te- stimonio il sepolcro d’Ilo, scoperto dopo tante età da’ viaggiatori che l’amor delle lettere trasse a peregrinar alla Troa- de; sepolcro privilegiato da’ fati perché protesse il corpo d’Elettra da cui nacquero i Dardanidi autori dell’origine di Roma e della prosapia de’ Cesari signori del mondo [vv. 213-95]» (ibid ., pp. 510-11). All’«estratto» foscoliano il Pa- gliaro sostituisce un proprio sommario (L’unità dei «Sepolcri» cit., pp. 357-59), nella convinzione che A primo non ri- specchi adeguatamente la struttura argomentativa del carme. Meno reciso nella svalutazione dell’«estratto» è invece G. BERARDI, Un’interpretazione dei «Sepolcri» , in Foscolo e la cultura bresciana del primo Ottocento cit., pp. 53-66,