











Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Riassunto dei capitoli 8-10 del "Foscolo" di G. Nicoletti per l'esame di Letteratura e Filologia italiana con la prof.ssa Gentili
Tipologia: Sintesi del corso
1 / 19
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!












1. La trasferta di Firenze: gli scritti sul Machiavelli, la traduzione del Viaggio sentimentale Il 12 agosto 1812 il Foscolo , fedele a un suo io profondo sempre inquieto e pronto alla fuga, partiva da Milano alla volta di Firenze dove giunse 5 giorni dopo. Era reduce da un riposante soggiorno nella villa del principe Alberico Barbiano e, già prima, da una lunga residenza veneziana presso la famiglia. Ufficialmente si allontanava dalla Lombardia perché, colpito da una «febbre reumatica incostante», diceva di aver voglia di riacquistare «salute in Toscana». In realtà , avendo abitato «da tanti anni a Milano senza amare né il paese né gli abitanti, e senza simulare di amarli» e sentendovisi ormai, dopo le ultime vicende, quasi come in una prigione. Certo, non si illudeva sul carattere dei suoi nuovi ospiti, i Fiorentini, e tuttavia i ricordi felici ormai lontani legati a quella terra, nonché «l’amor delle lettere e della lingua» gli «fecero desiderare assai volte la bella Toscana». Il poeta, che durante il viaggio aveva sostato a Bologna per far visita a Cornelia Martinetti, abitò a Firenze dall’agosto del 1812 al novembre dell’anno seguente con una estiva parentesi, dal luglio al settembre 1813, che trascorse fra Milano e Bologna. Il soggiorno fiorentino – è opinione comune e non certo infondata – fu, nella sua vita di uomo e di letterato, uno dei periodi più felici e fruttuosi : riprese a comporre ex novo poesia, continuò a correggere e a ritradurre Omero, compì quasi dall’inizio la Ricciarda , la sua ultima tragedia, riprese la traduzione del Viaggio sentimentale , scrisse infine quel capolavoro di invenzione autobiografica che è la Notizia intorno a Didimo Chierico. Foscolo non poteva certo fare a meno di una biblioteca. A Quirina Mocenni Magiotti, la «Donna Gentile» sua amica e benefattrice, conosciuta a pochi giorni dal suo arrivo per il tramite dei coniugi Cicognara, aveva detto di non avere con sé che pochi libri. La Quirina da parte sua poteva offrirgli soltanto i pochi libri di casa e, fra questi, la preziosa edizione di Siena delle tragedie alfieriane, appartenuta alla madre, la Teresa Regoli Mocenni, amica dell’astigiano ai tempi dei suoi soggiorni senesi. Ad un’amica dell’Alfieri, ben più insigne e famosa, il Foscolo risolse allora di far ricorso e non soltanto per frequentare la biblioteca, quanto per incontrare la migliore società intellettuale della città. Entrò appunto in familiarità con Luisa Stolberg, contessa d’Albany. Dapprima prende a frequentarla quasi malvolentieri, subito dopo però, con malcelata soddisfazione, comunica al giovane amico Silvio Pellico l’ accensione di una vera amicizia. Dopo esser sceso al suo arrivo, e aver preso stanza per qualche giorno, all’albergo delle «Quattro Nazioni» sul Lungarno, il Foscolo fu poi a dozzina in Casa Prezziner in Borgo Ognissanti e quindi, finalmente, in affitto in una dimora di Bellosguardo. Insediato ormai piuttosto felicemente a Firenze, il poeta non dovette por tempo in mezzo per riprendere in mano i numerosi suoi lavori , o rimasti inconclusi o soltanto progettati. Il Foscolo lavorò alla traduzione del Viaggio nell’autunno e nell’inverno del ’12, di fatto ritraducendo la prima stesura. Quella prima traduzione gli appariva «troppo fedele, e sentiva l’ inglesismo della lengua, e lo stento dello stile» e così si dette a un impegnativo esercizio di revisione linguistica che forse durò fino alla vigilia della pubblicazione che finalmente si ebbe, tra il giugno e il luglio del ’13, a Pisa. E così, nell’imminenza dell’uscita del volume, intitolato Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l’Italia. Traduzione di Didimo Chierico , il Foscolo poteva scrivere all’amico Sigismundo Trechi: faccio ora stampare a Pisa il Viaggio sentimentale ch’io avevo già tradotto per me; ma dovendolo tradurre per gli altri, l’ho ritradotto, e mille volte rifatto, e lambiccato, e corretto, e ricorretto […]. L’involucro linguistico-letterario ci appare ancor oggi come il risultato di una sorta di risciacquatura in Arno : ma perché poi così cruschevole e quasi ricercata, anzi compiaciuta? «Nessun testo – ha scritto Franco Gavazzeni – meglio del Sentimental Journey , poteva convenire allo sperimentalismo foscoliano, nessuna prosa apparendo tanto costituzionalmente lontana dagli istituti caratteristici della sintassi nostrana». La traduzione sterniana nasce appunto da una forte passione per la parola, da una tenace pratica filologica e quindi da un confronto attento e giudizioso con i testi della traduzione (da Dante a Petrarca, al Pulci, all’Ariosto), recuperati peraltro
da una intelligente consultazione di lessici e vocabolari e ciò al fine di eliminare ogni traccia residua di anglismo o di francesismo. E così, oltre al Vocabolario cateriniano di Girolamo Gigli, egli si servì del Vocabolario della Crusca nell’edizione veneta del 1763, ed ancora del Regia Parnassi e delle Osservazioni grammaticali del Cinonio, corrette e integrate da luigi Lamberti. Occorre si ricordi, però, come funzionale precedente di questa sofisticata versione sterniana, anche il lavoro svolto dal Foscolo intorno al Machiavelli , negli ultimi tempi della sua residenza a Milano prima della partenza per la Toscana, allorché «ingolfato nelle storie italiane» scriveva all’amico Ugo Brunetti nel marzo del 1811 di aver composto «una lunga vita di Niccolò Machiavelli». In realtà aveva buttato giù solo qualche pagina. La ricerca era stata offerta dalla pubblicazione, qualche mese prima, nel 1810, di un opuscolo di Angelo Ridolfi intitolato Pensieri intorno allo scopo di Niccolò Machiavelli nel libro “Il Principe” , nel quale si rigettava l’interpretazione antitirannica e antimedicea del pensiero machiavelliano che già il Foscolo aveva fatto sua nei versi famosi dei Sepolcri. Venne in contatto con alcuni dei classici della storiografia cinquecentesca da Filippo de’ Nerli a Paolo Giovio fino a Scipione Ammirato. La ripresa del lavoro intorno alla traduzione sterniana che, sappiamo, essere imperniata anche su testi cinquecenteschi di lingua, di cui gli storici sono parte integrante. Ed infatti: non considerando conclusa la trattazione dell’argomento machiavelliano «nobilissimo e mal trattato a’ dì nostri», il Foscolo, partendo per Firenze nell’agosto 1812, condusse con sé, fra gli altri suoi libri, anche quelli attinenti alla intrapresa «lunga vita di Niccolò Machiavelli». Giunto a Firenze con l’intenzione forse di continuare questa ricerca machiavelliana “sul campo”, il Foscolo dovette accorgersi dell’eccessiva ambizione del suo progetto e assai presto l’urgenza di una diversa ispirazione lo condusse su ben lidi: iniziò la composizione dei primi frammenti dell’inno alle Grazie , lavorò con alcune interruzioni dovute alla Ricciarda.
2. Didimo Chierico, ovvero l’antagonista di Jacopo Ortis La Notizia di Didimo Chierico scritto genericamente autobiografico che accompagnasse la traduzione. Ed allo stile di Didimo , se non proprio espressamente alla sua penna, vanno assegnati altri scritti pregressi , a cominciare dai: frammenti del romanzo autobiografico, compagno dell’ Ortis , il cosiddetto Sesto tomo dell’Io , ed ancora il satirico Ragguaglio d’un’adunanza dell’Accademia de’ Pitagorici , mentre tra gli scritti a venire l’ Ipercalisse e le Lettere scritte dall’Inghilterra. A Firenze, il Foscolo dà vita inoltre, allo stato frammentario, ad un libro più imponente che avrebbe raccolto tutte le scritture di questo particolare filone espressivo: si tratta cioè di un’opera intitolata Delle opinioni, degli scritti e della fortuna di Didimo Chierico – Libri tre all’interno del quale avrebbero trovato posto anche le pagine di confessione autobiografica del cosiddetto Liber memorialis. La Notizia posta ora in calce alla stessa traduzione traccia un sintetico, suggestivo ritratto in quindici capitoletti. Chi è dunque Didimo Chierico? Desunto il nome da quello di un antico grammatico alessandrino, Didimo viene comunemente considerato, una sorta di controparte rispetto all’appassionata e tragica figura di Jacopo Ortis : «vestiva da prete» senza però aver mai assunto «gli ordini sacri» e compiacendosi invece «della compagnia degli uomini militari». La diversità didimea rispetto al personaggio ortisiano sta nello sforo di ridurre l’asprezza dei propri interni contrasti, e perciò in una particolare capacità di autocontrollo emotivo. E così Didimo, a differenza di altri prestanome dello scrittore, solitamente compromessi nell’urto impetuoso di passioni travolgenti, mostrava di preferire la compagnia delle donne ma in forza di un sentimento “debole”. In particolare, lo scrittore sembra affidare alla sua Notizia un ufficio di implicita denuncia del chiasso polemico di cui era stato fatto oggetto negli ultimi tempi per opera dei «nani innocenti della città di Milano». Didimo incarnerebbe un ideale di perfettibile maturità che proprio nella ricerca di un suo indefinibile equilibrio poteva proporsi, di fronte al clamore smodato dei letterati dell’ eunucomachia lombarda, come l’esempio di una umanità superiore. I testi che servirono al chierico, curioso collezionista di “sensazioni” non soltanto letterarie, per caratterizzare la sua fisionomia di autocritico e antipedantesco cruscante, fautore di un purismo nient’affatto fiscale, di un fiorentinismo trecentesco capace di liberare ogni minima potenzialità creativa. Ricordando il suo lavoro di chiosatore dei lirici antichi, si sofferma a spiegare il segreto meccanismo osmotico sul quale si fonda il lavoro di un poeta letterato e quindi la sua traduzione sterniana: ma io voglio che queste reminiscenze di frasi si digeriscano nella mia testa, e svapori l’affettazione e la novità troppa, e il succo loro s’incorpori colla mia naturale maniera di sentire e di concepire; e quando scrivendo non mi parranno modi un po’ strani, allora li lascerò correre, e senza
il poeta compose un gruppo di 13 versi in lode dell’isola di Zacinto già destinati ad un’altra composizione dello stesso ciclo, il carme Alceo (mai composto per intero neppure questo), versi in seguito confluiti nel poema maggiore. Durante il soggiorno fiorentino del poeta negli anni 1812- 1813 , fu allora che si fece luce nella sua immaginazione il disegno di un carme dedicato al Canova e quindi la scrittura della prima redazione, ancora parziale, di un unico Inno alle Grazie cui fece seguito, nella primavera del 1813, una più organica, seppure ancora incompleta, seconda redazione dello stesso Inno , composta di 231 versi. La composizione del carme, soprattutto nella sua prima fase, procedette piuttosto speditamente. Nel contempo, tuttavia, nasceva l’idea di un progetto poematico diverso, costruito cioè, non più su un unico inno, ma su tre inni, rispettivamente dedicati a Venere, Vesta e Minerva. A questo progetto, affacciatosi alla mente dell’autore all’incirca alla fine di aprile 1813, egli lavorò già nell’estate seguente. Il poeta aveva reso a trascrivere in bella copia su un fascicolo a parte, denominato dagli editori ottocenteschi «Quadernone». Ma anche dopo aver lasciato Firenze, e quindi nei mesi che precedettero la sua fuga dall’Italia, il Foscolo continuò nel lavoro poetico sulle Grazie. A Milano, nei mesi centrali del 1814, riprese le proprie trascrizioni sul «Quadernone». La negativa quanto imprevista evoluzione degli avvenimenti bellici , con il drammatico declino politico-militare dell’impero napoleonico, conseguente alla sfortunata e, per molti soldati italiani, tragica invasione della Russia, e quindi l’abdicazione di Napoleone e poi l’inerme allontanamento del viceré Eugenio da Milano di fronte all’occupazione austriaca, comportò per il Foscolo uno stato d’incertezza e frustrazione ed anzi di scoramento e di forte tensione emotiva. Di qui, l’incapacità sua di portare ad una soddisfacente definizione testuale la compagine di un poema tanto complesso. Scrive infatti, nel luglio del ’14, ad Isabella Teotochi: «Sto lavorando le mie Grazie ; ma la Fortuna, e la mia naturale ed antica malinconia, e questa mia nuova febbre, mi fanno spesso cadere di mano la penna; né so predire quando, se non cesseranno disgrazie, potrò vedere finite le Grazie ». In verità, come scrive ancora nell’ottobre alla d’Albany, «la tela» del poema gli s’era «allargata nel tessere» ed anche se aveva provveduto, a suo dire, a recidere «molte parti già belle e tessute», ora sembrava essere carente «la verseggiatura», anzi «il demonietto del verseggiare». Durante i primi tempi del suo esilio, sia in Svizzera sia in Inghilterra, il poeta continuò a lavorare attorno al carme, ma senza l’agio necessario al suo compimento. Solo nel 1822 il Foscolo ebbe l’occasione di presentare alle stampe alcuni frammenti dell’incompiuto ma mai dimenticato poema; fu allorquando venne invitato dal duca di Bedford a partecipare alla sontuosa pubblicazione di un volume che illustrasse la sua prestigiosa raccolta di sculture antiche e neoclassiche, conservata a Woburn Abbey e fra le quali figurava anche un gruppo canoviano delle Grazie. Nel catalogo in questione, Outline Engravings and Description of the Woburn Abbey Marbles pubblicò alcuni frammenti delle Grazie (in tutto 184 versi) che volle far passare come traduzione di un antico inno greco , recuperando in tal modo l’espediente della traduzione fittizia che già aveva sfruttato nel 1803 nel pubblicare i pochi frammenti in argomento nella Chioma di Berenice. È questa del catalogo inglese, così, l’unica (seppur assai parziale) stampa d’autore del poema: vanno infatti considerate prive della necessaria autorizzazione foscoliana le due impressioni delle Grazie comparse in vita del poeta e cioè i 156 versi che nel 1818 fornì l’austriacante «Biblioteca Italiana», nonché i 185 inclusi nell’edizione delle Prose e versi di Ugo Foscolo uscita sempre a Milano, nel 1822. Il poema delle Grazie è restato a lungo privo di una ragionevole e convincente sistemazione filologica. Ne è seguita una ricostruzione testuale ottenuta da minuziose suture di fasi redazionali scalate nel tempo e da frammenti non sempre omogenei. L’immagine diversa che si è venuta a creare a poco a poco profilando è quella delle Grazie come processo, svolgimento, opera aperta, e non solo per l’incompiutezza e la metamorfosi del lavoro nel tempo, ma anche per il confluire nella sua compagine di sollecitazioni diverse, che ostacolarono la saldatura del poema ma non la dinamica della poesia. L’edizione moderna delle Grazie permette così di leggere compiutamente le varie, ma sempre inconcluse, redazioni del carme, fornendo altresì l’opportunità di considerare taluni celeberrimi frammenti in una loro inevitabile condizione di isolamento, giacché il poeta, non avendo poi provveduto ad assegnar loro una sicura collocazione all’interno della struttura del carme, struttura peraltro, come si è detto, sottoposta ad un iter progettuale sempre in evoluzione. È stata discussa proprio la novità più rilevante introdotta dallo Scotti nella propria edizione e cioè la proposta di un Prospetto cronologico volto a offrire la possibilità di verifica dell’eventuale collocazione temporale di un determinato testimone attraverso testimonianze e documenti anche d’autore, opportunatamente selezionate e ordinate.
5. Struttura e motivi poetici delle Grazie La tematica fondamentale del poema foscoliano si collega a un filone di poesia mitologico-didascalica (a indirizzo patriottico) che in epoca neoclassica era stato ripreso in particolare nella Musogonia (1793-97) di Vincenzo Monti e quindi nell’ Urania (1809) del giovane Manzoni. Ci troviamo di fronte tre inni di diseguale ampiezza :
1. Il ritorno a Milano: la caduta del Regno d’Italia Il 13 novembre 1813 il poeta lasciava definitivamente Firenze ; qualche giorno avanti, tra il 14 e il 19 ottobre, si era consumata la sconfitta di Lipsia, preludio dell’abdicazione di Napoleone e, ancor prima dell’ingloriosa fine del Regno d’Italia. Il poeta mostrava di sentirsi in dovere «a lasciare la Toscana e a tornare nel regno » e di nutrire ancora qualche speranza per il futuro di Eugenio Beauharnais. Giunto così il 19 novembre nella capitale del Regno , subito fece richiesta di essere riammesso nel servizio attivo, rivolgendo in tal senso una supplica al Viceré. Venne in effetti assegnati, in qualità di aiutante di campo, allo Stato Maggiore e in particolare fu posto agli ordini del generale Achille Fontanelli. Nel frattempo, la scena politica milanese si fa estremamente confusa , tanto più che l’incerto comportamento di Eugenio Beauharnais non riesce a definire una soluzione di compromesso fra le posizioni dei partiti che si vanno formando in città (i fedeli di Eugenio, i cosiddetti Italici puri, la classe degli ottimati senatoriali, gli austriacanti, ecc…), talché alla fine il viceré si risolverà inopinatamente a concludere un armistizio con il feldmaresciallo austriaco Bellegarde. Il Foscolo, assieme ad altri ufficiali e commilitoni , aveva preso parte attiva ad un «meditato pronunciamento dell’esercito, che aveva la mira nobilissima di ottenere la mira nobilissima di ottenere la salvezza del Regno d’Italia, affidandolo a Eugenio o al Murat», dopodiché, alla fine di aprile, scoppiarono a Milano violenti tumulti di popolo che portarono al linciaggio del ministro Prina. Non sappiamo con precisione quali rapporti il poeta intrattenne con l’oligarchia senatoriale e con i capi dell’insurrezione milanese, ma è un fatto che vi fu coinvolto, seppure egli si sforzasse, già nell’immediatezza degli accadimenti, di dimostrare la propria estraneità agli eccessi e alle violenze compiute in quella circostanza. L’obiettivo da lui perseguito fu quello di mantenere in una qualche guisa l’indipendenza del moribondo Regno d’Italia. Per questo, si unì ancora una volta ad alcuni ufficiali generali dell’esercito del regno nel tentativo di rappresentare quelle giuste rivendicazioni alle potenze europee riunite in congresso a Vienna. Ma Foscolo stesso chiedeva collaborazione a chi aveva scarso interesse a prestarne. 2. Foscolo e l’Austria: il Parere sulla Istituzione di un giornale letterario Fallito dunque questo secondo pronunciamento del quale il Foscolo fu artefice non secondario, il poeta tentò dapprima di lasciare la Lombardia per rifugiarsi a Firenze. Non riuscì a raggiungere la Toscana, però, ché venne fermato a Bologna e quindi costretto a tornare , il 18 maggio 1814, nella capitale lombarda. Decise allora di presentarsi direttamente al maresciallo Heinrich Joseph von Bellegarde, la massima autorità austriaca di Milano, per chiarire la propria posizione, privo di qualsiasi appoggio e per di più oggetto di diffide e calunnie da parte sia degli ottimati milanesi austriacanti, sia poi del partito degli Italici. L’ unico partito per il quale il Foscolo poteva riconoscersi era quello rappresentato dall’ esercito del Regno e fu quello che di fatto egli abbracciò. Scrisse dunque una Lettera al Conte Carlo Verri , presidente della Reggenza, per confutare chi lo accusava «come sovvertitore della pubblica quiete» e per rivendicare la strenua coerenza della sua condotta. La Lettera al Verri risulta dunque un documento di grande importanza poiché in essa il Foscolo salda per la prima volta la vecchia polemica, scaturita dalla provocazione contenuta nelle lezioni pavesi contro la letteratura cortigiana e contro le annose ed endemiche discordie fra gruppi di letterati, con la presente polemica contro le sette, i partiti, le fazioni, incapaci di trovare uno sbocco unitario per la salvezza e l’indipendenza della «patria de’ suoi padri». Resta dunque da chiarire la posizione del Foscolo nell’ultimissimo e più discusso periodo del suo soggiorno milanese , cioè dal maggio 1814 fino al 31 marzo dell’anno seguente, data che segna appunto la sua dipartita dai confini dall’ex Regno. Di questi dieci mesi fra i più decisivi e discussi della vita del poeta recano testimonianza diretta, oltre ad un centinaio di lettere spedite in gran parte ai familiari di Venezia e alla contessa d’Albany, la lettera De’ Giuramenti e la Lettera Apologetica , composta invece dieci anni dopo, in Inghilterra. Ebbene, negli ultimi mesi trascorsi a Milano, il Foscolo, dopo essere riuscito, con l’appoggio ancora una volta delle autorità austriache, ad ottenere una speciale deroga all’ordine impartito a tutti gli ufficiali di raggiungere il proprio comando, poté
godere del privilegio di restare presso lo Stato Maggiore, in attesa di un chiarimento definitivo dell’assetto istituzionale della Lombardia. La sua decisione era quella di allontanarsi definitivamente da Milano, ma procrastinò sia per non influire negativamente sulla carriera militare del fratello Giulio, sia poi, come spiega nella lettera al Ficquelmont, per attendere le risoluzioni che il Congresso di Vienna stava per rendere pubbliche. Frattanto venne scoperto, tra il dicembre del ’14 e il gennaio dell’anno seguente, un complotto antiaustriaco al quale Foscolo sembra fosse restato estraneo, al contrario di alcuni suoi più cari amici e commilitoni. Che il poeta fosse a conoscenza della congiura organizzata incautamente da questi suoi amici, è detto a chiare lettere nella Apologetica e dovette seriamente temere il proprio arresto, come del resto ebbe egli stesso ad affermare nella lettera De’ Giuramenti e come dimostrano indirettamente le studiate professioni di estraneità alla congiura, contenute nelle lettere di questi mesi alla d’Albany. E proprio nella lettera in cui il suo giudizio è più aspro e radicale nei confronti dei congiurati, «disgraziati e pazzi insieme». In questi stessi giorni, siamo nel febbraio del 1815, il poeta accettò di intavolare discussioni con alcuni alti ufficiali austriaci, e, intorno al progetto di una rivista letteraria, scegliendo ancora una volta la più sicura protezione dell’autorità militare di occupazione , di contra alle diffamazioni dei milanesi. Come il Foscolo poteva sperare che l’affare rimanesse segreto e che potessero passare inosservati i suoi incontri con il consigliere Schaeffer e con il Ficquelmont, nonché i termini degli accordi presi con un editore in vista come lo Stella? Il poeta accelerò i clandestini preparativi della sua definitiva partenza, poi resa precipitosa dall’esser stato finalmente chiamato, insieme con gli altri ufficiali superiori, a prestare giuramento di fedeltà all’Austria. In seguito, rimarrà quest’ultima l’unica motivazione accreditata da molti biografi sul merito dell’«esilio perpetuo» del Foscolo e, comprensibilmente, lui stesso volle dare risalto, nell’ Apologetica , al proprio orgoglioso rifiuto di abbassare il capo ai vessilli asburgici. Il vero problema quasi sempre eluso dalla critica. Esso nasce piuttosto ove si vogliano verificare i contenuti e gli indirizzi di politica culturale espressi nel documento che testimonia praticamente l’ambiguo episodio del Foscolo “collaborazionista”; dovrebbero essere cioè i principi che informano il Parere , se visti alla luce della complessa meditazione foscoliana sul rapporto fra potere e intellettuali, i principali elementi indiziari a suo carico. L’Austria aveva colmato, con l’occupazione dell’alta Italia, un vuoto di potere, determinato dalla indecisione della classe dirigente senatoriale e dall’impreparazione e scarsa maturità operativa della classe militare. La questione relativa al Parere foscoliano non appare certo di facile soluzione, né il Foscolo avanzò mai una qualche giustificazione sebbene nel frattempo l’occasione di parlarne non fosse mancata, specie durante i primi anni del soggiorno in Inghilterra. Oggi a chi legga i tre paragrafi che compongono il sintetico ma congruo Parere foscoliano, un dilemma che sorge dalla possibilità di interpretarlo o come il supremo lenocinio, l’ultima e magistrale astuzia di un uomo già deciso alla fuga, oppure come un periglioso strumento di ritorsione politico-culturale del letterato tradito e deluso, votatosi per un momento soltanto a una disperata quanto clamorosa e contraddittoria rivincita nei confronti di quei personaggi e di quegli ambienti che lo avrebbero voluto ai margini della società letteraria. Fine del Foscolo : la letteratura era da preservare in virtù dell’«ufficio» che le spettava, importante e vitale, trascurato e mortificato dal passato regime, un ufficio non era più da identificare nell’alto messaggio di civiltà patria pronunciato dalla cattedra pavese, ma, al contrario, nella fredda e lapidaria asserzione secondo la quale «la letteratura può farsi mediatrice fra la ragione di stato e le passioni del popolo», giacché «ogni casa regnante ha bisogno, diritto e dovere di ridurre le opinioni dei sudditi al sistema del suo governo».
3. «Ai confini degli Svizzeri»: Ugo Foscolo abbandona l’Italia Il conte milanese che, dopo la morte del poeta, sarebbe stato il suo primo vero biografo, quel Giuseppe Pecchio fino a tempi recenti considerato un detrattore della figura eroica e inconcussa del «primogenito» fra gli esuli italiani, fu anche il solo ad offrire un’interpretazione non mitografica di quell’esilio famoso e paradigmatico. Nelle ore che precedettero la sua fuga da Milano , il Foscolo non ebbe tempo né forse l’animo di sistemare con ordine le sue cose: riempì un baule di argenteria e di indumenti personali da spedire alla famiglia a Venezia alla quale scrisse in fretta: l’onore mio, e la mia coscienza, mi vietano di dare un giuramento che il presente governo
I tre esemplari vennero pertanto personalizzati con una dedica autografa a tre donne in quel momento a lui particolarmente vicine: ͼ a Quirina dunque e più distesamente, ͼ e quindi a Susanna Füssli di cui si è detto, ͼ e a Matilde Visconti Dembowski , una sfortunata e bellissima signora milanese (amata anche da Stendhal) che il poeta ebbe modo di incrociare in quei mesi, durante i suoi spostamenti per la Svizzera. Ma presso gli stessi stampatori zurighesi, e in quello stesso torno di tempo, il poeta aveva portato a termine l’impressione di un’altra sua opera , certo letterariamente più impegnativa e interessante : l’ Ipercalisse , per la quale si fa ancora una volta ricorso allo pseudonimo autoriale di Didimo Chierico. Anche questo è un volume di non grande mole e con una tiratura particolare : una prima di novantadue esemplari destinati alla vendita (dalla quale il poeta sperò invano un guadagno sostanzioso) ed un’altra di dodici copie privilegiate, queste ultime con dedica a stampa all’amico inglese William Steward Rose e munite d un inserti contenente una “chiave” ( Clavis ), attraverso la quale poter spiegare talune allusioni del testo e sciogliere la vera identità dei numerosi personaggi ivi rammentati e sempre nascosti da opportuni pseudonimi. Hypercalypseos (in italiano Ipercalisse ) è parola derivata dal gr. sullo stampo della biblica Apocalisse e, all’opposto di questa, significa propriamente “iper-ascondimento”. Composto in gran parte già a Milano attorno al 1810 e scritto in versetti latini ma in un latino di chiara ascendenza biblica. Il libretto «è una satira contro i dotti italiani, i quali facendo mercato della dottrina e della verità corruppero le lettere della gente italica; alimentarono l’ambizione e gli errori di Napoleone». Tra i personaggi della società letteraria milanese presi di mira va menzionato dapprima Urbano Lampredi («Hieromomus»), il più accanito nemico letterario del Foscolo. Gli fanno poi da contorno altri letterati e uomini politici, come il conte Giovanni Paradisi, lo stampatore Niccolò Bettoni, il noto abate Aimé Guillon già autore della stroncatura dei Sepolcri. L’ Ipercalisse non conobbe mai una particolare fortuna. Né si dimentichi che nel momento della sua diffusione, peraltro assai modesta, come si è detto, il quadro politico-culturale, nell’ex capitale del Regno d’Italia, era assai mutato rispetto a quello cui l’ Ipercalisse faceva riferimento al momento della sua prima esecuzione. Ciò nonostante, essa è opera a pieno titolo del cartello didimeo , intanto per la sua studiata confezione linguistica, poi quello speciale giuoco di rifrazioni e di camuffamenti, non si sottrae neppure la figura dell’autore che, di volta in volta, si cela dietro quella del chierico «profeta minimo», oppure del «Vir militaria», del Guerriero appunto. Delle tre parti di cui si compone l’operetta (e cioè l’epistola prefatoria, la vera e propria visione – composta di 19 capitoletti
nel tentativo di far luce sulla parte da lui effettivamente recitata in quella drammatica circostanza. Pertanto, sia durante l’esilio in terra elvetica che nei primi tempi del definitivo esilio inglese, egli si ingegnò di portare a termine l’ambizioso disegno di un’opera il cui originario impianto apologetico aveva poi assunto un singolare respiro storico-politico, come di opera rivolta a promuovere l’idea di indipendenza dell’Italia e destinata a un pubblico di lettori stranieri. I ripetuti tentativi di dare un assetto definitivo e organico alla trattazione dei discorsi riuscirono purtroppo vani, proprio perché i ricordi della sua partecipazione agli avvenimenti che precedettero e che immediatamente seguirono la caduta del Regno del Beauharrnais, tanto vivamente e con una certa passionalità facevano ressa, tuttora, sulla sua disciplina di scrittore e di storico. Anche i discorsi Della Servitù dell’Italia finirono così per essere iscritti al numeroso catalogo delle opere foscoliane incompiute. Di essi, quel che resta è un folto inserto di manoscritti. Attualmente, non disponendo di «un preciso disegno definitivo» d’autore, i discorsi risultano organizzati, oltre che in un Discorso proemiale , che è l’unico in qualche misura compiuto, e in uno scritto di Commiato , in «tre nuclei […] intorno ai quali è lecito raggruppare pressocché tutti i frammenti che possediamo». Nel Discorso proemiale il Foscolo, indirizzandosi polemicamente ai «Senatori» milanesi imputa loro la pronuncia di una condanna a mezzo stampa senza che gli accusati avessero avuto l’opportunità di far valere le loro ragioni. Di qui la sua controaccusa e l’impegno della propria testimonianza a futura memoria. Segue il Discorso agli Italiani di ogni setta dove il poeta svolge un tema a lui familiare, qui esplicitamente dichiarato fin dall’inizio in una epigrafica (quanto fortunata) proposizione: «A rifare l’Italia bisogna disfare le sette». Il secondo nucleo attorno al quale sono stati raccolti nell’edizione Fassò una serie importante di frammenti omogenei è intitolato Ai Senatori del Regno d’Italia e nell’attuale edizione si compone di tre discorsi. Se nel primo e nel terzo viene affrontata più esplicitamente l’argomentazione apologetica riportando pertanto l’attenzione sull’infausta giornata del 20 aprile e quindi su Milano. Nel secondo discorso il tema è quello di un progettato «libro intorno al Regno d’Italia» nel quale, oltre alla «storia civile», lo scrittore avrebbe «esaminate le circostanze particolari che favorivano o impedivano l’indipendenza». Segue il terzo nucleo di frammenti che nell’edizione Fassò prende il titolo di Questioni intorno alla indipendenza italiana. Qui lo scrittore ribatte una serie di posizioni politiche che erano state avanzate a giustificazione del mancato riconoscimento dell’indipendenza nazionale dell’Italia. L’assunto da cui muove il ragionamento foscoliano sta nella convinzione che il problema dell’indipendenza italiana è fatale divenga, alla fine, problema di tutta l’Europa, in quanto dalla sua soluzione dipenderebbe l’equilibrio e la stabilità (la «felicità») dell’intero continente. L’ultima sezione, come e più delle altre incompiuta e frammentaria, risulta costituita da un Commiato. Temi più ristrettamente personali: nei pochi frammenti restatici egli parla dello stile di questo suo scritto, dei disagi morali dell’esilio, delle insidie poliziesche che l’Austria si ostina a porre in essere contro gli esuli. Rammentando poi gli affetti che è costretto a lasciare in patria, fa un cenno al tema per lui topico della “tomba illacrimata” e il ricordo più commosso è rivolto alla madre. Lasciata Zurigo ad agosto, il Foscolo si portò dapprima a Basilea e quindi fu a Heidelberg e, già prima a Francoforte sul Meno dove, tra vari altri letterati e studiosi, incontrò a un pranzo Friedrich Schlegel. L’incontro con il celebre scrittore tedesco non lascia una buona impressione nel nostro. Il 7 settembre 1816 il poeta raggiunge Ostenda da dove si imbarca alla volta dell’Inghilterra ; poco prima di lasciare il continente scrive fiducioso alla famiglia.
Fra i temi prescelti per le sue lettere, tute inconcluse, ricondotte a fasi redazionali sempre diverse, ritroviamo, oltre alla prima dedicata Al lettore , i seguenti titoli: o Esilio ; o Citazioni ed epigrafi ; o Moda ; o Romanzi ; o Tè ; o Pettegoli. Ma uno spazio di tutto rilievo il Foscolo volle assegnare al tema della moda , ritenendolo uno degli aspetti più caratteristici e rivelatori della società inglese. Proprio nello stendere la lettera intitolata Moda ( Al contino C*** a Milano ), forse la più estesa ed elaborata sia per lo stile sia per la costruzione sintattica, il Foscolo pensò di sviluppare un tema così rilevante in una serie di altre pagine, dapprima semplicemente epistolari, e in seguito considerate in una loro successione periodica, quasi diaristica, anzi in veri e propri «gazzettini» donde, in ultimo, l’ideazione di un Gazzettino del bel mondo che per un certo tempo sembrò assorbire tutto il materiale precedentemente ordinato nelle lettere. Il Foscolo lavorò a queste sue Lettere per un anno all’incirca e, in particolare dall’aprile 1817 al marzo dell’anno seguente, giungendo assai presto alla convinzione che per un’opera così congegnata difficilmente sarebbe riuscito a trovare la sua giusta misura e dunque la più naturale conclusione. Infatti, avendo adottato ancora una volta un congegno narrativo di tipo epistolare per fornire opportuna sistemazione alle proprie osservazioni, egli ricorse poi al mobile e più disincantato stile didimeo. Di qui, l’adozione di un linguaggio assai ricercato e allusivo, spesso arrischiato nella procedura neologistica, attinto da registri diversi e intessuto da numerose citazioni o da riferimenti piuttosto sofisticati a opere e autori della più illustre tradizione letteraria. Ma le ragioni dell’incompiutezza delle Lettere scritte dall’Inghilterra vanno ricercate soprattutto nella insufficiente definizione strutturale dell’opera. Risultò poi quasi impossibile discernere quale dovesse essere il suo vero programma e quale la sistemazione definitiva del materiale composto, tanto più che la distinzione fra lettera privata e lettera d’invenzione, per lui, e fin dai tempi del primo Ortis , non fu mai netta e indiscutibile come di norma.
3. Il critico e lo storico di letteratura Se presa nel suo complesso, l’opera storico-critica realizzata dal Foscolo nel corso del decennio inglese appare tanto ingente e decisiva, per lo sviluppo delle principali correnti critiche dell’‘800, quanto poco considerata e di fatto scarsamente conosciuta dalla generalità degli studiosi. Quali che fossero le contingenti motivazioni che spinsero lo scrittore a metter mano a questo imponente lavoro di interpretazione testuale e di storiografia letteraria, resta indiscutibile e d’immediato accertamento un risultato sopra gli altri, ed esso consiste, da un lato nell’ampiezza degli interessi toccati, sia per quanto riguarda i generi sia le epoche di afferenza, e dall’altro nella varietà delle tipologie di scrittura critica e di approccio ai testi. Se si escludono taluni pochi interventi sulla questione omerica, il Foscolo indirizzò i suoi interessi di critico e storico , quasi subito e quasi esclusivamente, alla cultura letteraria volgare e agli scrittori dell’Italia moderna. Particolarmente interessanti e riusciti, anche per comprendere il rapporto del Foscolo con la storiografia letteraria del secolo precedente, sono gli articoli Classical Tours (“ Dei viaggi classici ”) e soprattutto Antiquarians and Critics of Italian History (“ Intorno ad antiquari e critici ”). Questi due interventi danno un quadro plausibile degli interessi nuovi che muovono dalla operosissima officina critica foscoliana di questi anni. Per il Foscolo, i benemeriti ricercatori della verità, fra i quali spicca l’operoso genio del Muratori, hanno: la pazienza di cercare i fatti dove sono dispersi; hanno il coraggio di accomularne un numero immenso, e la perseveranza di verificarli fra la moltitudine degli errori popolari; hanno la sagacità di subodorare e scoprire il vero fra le bugie volontarie originate e preservate per molte generazioni affine di consolidare dogmi di religioni, e di adulare la vanità nazionale propria ad ogni popolo. Non di poco conto appare infine, ancor oggi, il problema della veste linguistica con la quale si presentano, di solito, i saggi critici foscoliani. Essi vennero pubblicati più spesso in traduzioni non originali e quindi condotte su un testo inglese
a sua volta tradotto da un originale che si presume composto dal Foscolo in italiano o in francese. Per di più, è da pensare che i testi foscoliani sui quali veniva eseguita la traduzione inglese, in quanto composti in italiano o francese, non apparivano nella forma che il poeta avrebbe scelto se quella redazione fosse stata destinata alla stampa; forniva cioè ai traduttori non una pagina stilisticamente compiuta e di sua piena soddisfazione, ma funzionale ad una lettura immediata.
4. Scritti di destinazione didattica e divulgativa. Il Foscolo storico della lingua Non pochi scritti foscoliani di critica letteraria, anche di dimensioni ragguardevoli, rispondono a criteri di illustrazione divulgativa piuttosto che di approfondita analisi letteraria; di qui anche l’inserimento frequente, da parte dell’autore, di lunghi estratti delle opere citate. È il caso dell’amplissimo (più di cento pagine) Narrative and romantic Poems of the Italians (“ Poemi narrativi e romanzeschi italiani ”), nato come recensione della libera traduzione inglese degli Animali parlanti di Giambattista Casti per opera di William Steward Rose. Apparsa nell’aprile 1819 sulla «Quaterly Review», la recensione in realtà è l’occasione per passare in rassegna i migliori esemplari della tradizione italiana del poema eroicomico. Sul «New Monthly Magazine» su invito del nuovo direttore, il celebre poeta scozzese Thomas Campbell, erano apparsi nel corso di quello stesso anno altri scritti foscoliani tutti inseriti in un’apposita rubrica, Italian Poets : si tratta di contributi più brevi e di non eccelsa originalità critica e che hanno come argomento Tasso, l’opera poetica di Federico II e di Per delle Vigne, quella del Cavalcanti e di Michelangelo. In seguito il poeta si trovò a riutilizzare la materia e le argomentazioni di questa serie di interventi minori in un altro suo lavoro: Epoche della lingua italiana , un’altra cospicua e, nei voti, organica raccolta di scritti critici che traggono spunto specificatamente da una serie di lezioni, 14 per la precisione, che il Foscolo molto a malincuore tenne fra il maggio e il giugno del ’23, su consiglio di Lord e Lady Dacre. Da tempo il Foscolo si era applicato a dare una risposta alla questione della lingua nelle sue varie articolazioni problematiche. Pur da un’ottica appartata, la sua posizione nel quadro del dibattito linguistico primo-ottocentesco appare quella di un classicista illuminato , le cui certezze risiedono in sostanza su due capisaldi concettuali: ◌ da un lato la lingua intesa come risultante, pressoché esclusivamente, della tradizione letteraria ◌ e dall’altro il legame inscindibile che va riconosciuto fra lingua e nazione, talché l’italiano, che è lingua per eccellenza letteraria, va considerato da sempre lingua nazionale e dunque espressione e patrimonio di una specifica comunità di individui. Tuttavia il Foscolo, anche per la sua formazione cesarottiana, mai poté essere confuso con i puristi, né con i tradizionalisti della rinata Accademia fiorentina e, per molti aspetti, egli finì per collocarsi in una postazione mediana. 5. Boccaccio e il problema della lingua Trovandosi a ripercorrere le Epoche della lingua italiana nelle lezioni tenute nella tarda primavera del ‘23, è assai probabile che il Foscolo, da storico della lingua e della letteratura, si sia accostato al Boccaccio , soprattutto nell’ Epoca quarta , più che per libera scelta, quasi di necessità, in ragione soprattutto della centralità e della straordinaria fortuna del grande trecentista. Fra i tre scritti principali che il Foscolo dedicò al Boccaccio scorre una stessa aria o, per meglio dire, vi si riconosce una indubbia interdipendenza testuale. Al di là del riconoscimento di un primato cronologico, preme ricordare che lo scritto più esteso (quasi cento pagine) e di certo più importante , vale a dire il Discorso storico , nacque come saggio introduttivo a un’edizione del Decameron. Il fattore della questione boccacciana capace di accendere veramente il suo interesse è di natura essenzialmente storico-linguistica, visto che in tutti gli scritti in argomento il Foscolo si dimostra quanto mai restio ad affrontare problemi di tecnica narrativa o almeno inerenti l’intreccio delle singole novelle. Scrivendo al Capponi così, confessa la propria indisponibilità a farsi «veneratore del divinissimo Decamerone » in tal modo dichiarando una implicita propensione critica per le opere ritenute minori. Per il Foscolo « la radice delle questioni e de’ guai (e cioè delle discussioni e diatribe presenti sulla lingua) è quest’unica»: che la lingua italiana non è stata mai parlata ; che è lingua scritta , e non altro; e perciò letteraria, e non popolare ; - e che semmai verrà giorno che le condizioni d’Italia la facciano lingua scritta
Della nuova scuola drammatica italiana , lo scritto in questione si incentra soprattutto sull’esame del Carmagnola e sulle valutazioni apologetiche che il Goethe vi aveva dedicato. Per Foscolo, l’argomento da battere è ancora una volta l’eccesso di teorizzazioni di poetica e il criticismo imperante nella pubblicistica contemporanea.
7. I saggi sul Petrarca I Saggi sul Petrarca rappresentano l’opera più riuscita , o almeno, più conosciuta e fortunata del Foscolo critico. Essi traggono origine da una serie di conversazioni tenute sull’argomento, tra la fine del 1818 e gli inizi dell’anno seguente, in casa di sir Henry Russell, ma vengono poi sviluppandosi nella mente del poeta parallelamente all’amore, quanti altri mai infelice, per una delle figlie di questi, Caroline. La prima edizione venale e definitiva dei Saggi apparve presso l’editore Murray nel ’23. L’edizione originale dei Saggi si compone di 4 scritti, nell’ordine: On the Love of Petrarch (“ Sopra l’amore del Petrarca ”), On the Poetry of Petrarch (“ Sopra la poesia del Petrarca ”), On the Character of Petrarch (“ Sopra il carattere del Petrarca ”), A Parallel between Dante and Petrarch (“Parallelo fra Dante e Petrarca”). Come spesso accade nei suoi scritti di critica e di interpretazione letteraria, anche qui il Foscolo indulge in una forma più o meno discreta di esibizionismo documentario ed erudito, corredando nella fattispecie i propri saggi «di citazioni da tutto lo sterminato corpus epistolare latino di Petrarca e di rimandi a contributi biografici e critici di difficile reperimento e a documenti storici peregrini» le cui fonti tuttavia sono state ampiamente accertate. È opinione comune che il Foscolo abbia calcato la mano proprio nel tentativo di umanizzare e restituire concretezza storica e psicologica a una storia d’amore affidata in gran parte alla parola poetica. Spinto in questa ricerca anche dal riconoscimento di una presunta affinità di carattere con il poeta toscano, nonché da un’occasione propizia e stimolante come quella del proprio innamoramento per Caroline Russell, lo sforzo del Foscolo fu quello di liberare la tradizionale interpretazione di talune circostanze della biografia petrarchesca da un eccesso di idealizzazione e, in particolare, l’amore per Laura da una persistente ipoteca platonizzante e agiografica. In effetti, tanto è marcato, nell’argomentare del Foscolo, il carattere «proclive a morbosa sensibilità» del Petrarca, così la psicologia di Laura viene dipinta come sorretta da più sottili ma inappuntabili abilità diplomatiche. Laura, agli occhi del Foscolo , appare come una sorta di mostro angelico, un essere sorridente e irreprensibile ma calcolatore, mosso da frigida religiosità. Circa poi l‘esame dei dati peculiari del linguaggio poetico del Canzoniere , occorre affidarsi al secondo saggio della raccolta, Sopra la poesia del Petrarca. In questa circostanza si distende a illustrare più in generale alcune opere del Petrarca (con speciale riferimento alla poesia latina), oppure a discettare della straordinaria eccellenza della sua lirica amorosa. Intanto individua nel meccanismo delle correzioni d’autore un fattore importante di tale eccellenza: […]. Ciascun verso è rivoltato in più modi […] dopo tale perplessità scrupolosa, elegge sempre quelle parole che hanno insieme più armonia, eleganza e forza […]. Queste laboriose correzioni fecero pensare, fin da quando il Petrarca viveva, che i suoi versi fossero opera più da poeta che da amante. Altre significative osservazioni riguardano, ad esempio, le fonti scritturali di alcune immagini poetiche o di alcune soluzioni espressive, oppure l’arte della metafora, ovvero ancora la padronanza linguistica riconosciuta al poeta. Ma è poi il Parallelo fra Dante e il Petrarca il saggio universalmente riconosciuto come il vero capo d’opera del Foscolo critico. Il Foscolo, fin dalle prime battute del suo Parallelo , mette bene in chiaro l’essenza della contrapposizione fra i «due fondatori dell’italiana letteratura» , nel senso che, «dotati di genio disparatissimo, essi proseguirono differenti disegni, stabilirono due diverse lingue e scuole di poesia». Anche le ragioni della storia contribuiscono a un siffatto risultato, e il Foscolo, come era suo costume, dedica alla questione almeno due paragrafi. Valgono quindi, a illustrare l’ipotesi distintiva, anche i fattori di una difforme formazione culturale e filosofica. Ma al di là di queste più comuni osservazioni resta incontrovertibile il risalto, non di rado geniale, delle analisi foscoliane volte a distinguere le forme poetiche dei due autori, siano esse relative al tono, alla verseggiatura, al rapporto con le
immagini descritte e ai sentimenti eccitanti, alla lingua, “creata” o “scelta” che sia, per giungere finalmente ad una conclusione che può ritenersi condivisibile dalla generalità dei lettori: a giudicare schiettamente tra questi due poeti, diresti che il Petrarca sovrasti nel mettere in cuore un sentimento profondo della sua esistenza; e Dante nel guidare l’imaginazione ad accrescere di sconosciute attrattive la natura. Genio non fu mai forse che in sé accoppiasse ad altro segno queste due facoltà.
8. Gli studi danteschi Lo studio e l’interesse per Dante accompagnarono il Foscolo lungo tutto il suo esilio in Inghilterra. Non riuscì tuttavia a portare a compimento neppure l’ editio princeps , e cioè la sua più ambiziosa impresa editoriale: un’edizione della Commedia fondata sulla collazione dei principali manoscritti e munita di un largo commento. Ne lasciò soltanto l’imponente premessa storico-filologica, vale a dire il Discorso sul testo della Divina Commedia. Le linee portanti dell’interpretazione foscoliana del poema dantesco sono, ad esempio, l’esigenza forte di leggere un’opera così complessa in un quadro storico-culturale adeguatamente illuminato, e reso parlante da un’opportunità documentazione. Proprio ad un excursus storico sui tempi di Dante si deve la premessa necessaria per adire la strada dell’interpretazione del viaggio dantesco come profezia ma di una profezia che trova il suo fondamento nella storia. Per Foscolo, se è la storia a costituire il fondamento della Commedia , e se è lo spirito profetico a dettarne la parola poetica, è poi una finalità di riforma, sia religiosa sia politica, a segnarne l’ufficio, la missione, quasi il poeta dovesse seguire un destino analogo di Paolo di Tarso. La figura di Dante nel complesso delle argomentazioni foscoliane non si stinge nell’esclusività di questo suo compito morale, in un mero percorso politico-religioso di rinnovamento ecclesiale, giacché risalta assai bene anche il suo carattere e la sua particolare psicologia, la sua personalità intellettuale e il suo aspetto più propriamente umano. Soprattutto, il Foscolo individua con moderna sensibilità la funzione narrativa assegnata alla persona del poeta durante il viaggio nell’oltretomba , quella cioè di essere un personaggio, anzi il protagonista: «in tanta moltitudine d’episodj e di scene d’infinita diversità nella lunga azione della Divina Commedia , il primo unico, vero protagonista è il Poeta». E il Foscolo riprende nel Discorso anche l’altro motivo di ascendenza scopertamente vichiana, della poesia primitiva intesa come apice di ogni umana espressione d’arte e quindi il tema di Dante profeta e vate di un’Italia barbara e primitiva e, come tale, poeta sublime, alla stregua di omero, in quanto espressione genuina di una dimensione di esistenza autentica e rousseauianamente incorrotta. Come lettore di poesia, proprio per il fatto di coltivare da sempre il mito di Dante (e dunque non solo come poeta primitivo), il nostro dà poi il meglio di sé in alcune pagine d’interpretazione psicologica di episodi e personaggi anche celeberrimi della Commedia. 9. Quasi un testamento politico: la Lettera apologetica****. Il Foscolo “risorgimentale” del Mazzini L’incompiuta Lettera Apologetica offre un’immagine diretta, complessiva dell’uomo e dello scrittore. In essa trovano spazio oltre a ragioni strettamente biografiche – dalle polemiche giornalistiche alle motivazioni del volontario esilio fino alle amare vicissitudini degli ultimi tempi del soggiorno inglese – anche argomentazioni inerenti una vasta gamma di questioni, sia di natura politica sia artistico-culturale. L’autore non esita neppure ad affrontare alcuni temi della storia contemporanea : il Regno d’Italia e la dittatura napoleonica, la Restaurazione… >>> essa acquista anche una indubbia rilevanza di documento storico. Tanto più significativa risulterà la testimonianza offerta dall’ Apologetica , quando si pensi che essa si presenta come un bilancio, non soltanto delle dispute letterarie, ma anche e soprattutto degli avvenimenti che prelusero e che seguirono la caduta del Regno d’Italia. Come bene intese il Mazzini, quindi la Lettera era considerata dal suo autore alla stregua di un testamento politico- spirituale , dal momento che, negli ultimi tempi della sua esistenza, egli ricercò con grande passione un riconoscimento, non tanto della sua personalità di artista e di letterato, quanto sulla propria coerenza e lealtà politica, nonché sullo spirito di indipendenza personale sempre osservato, a suo avviso, nei confronti dei potenti. Le singolari vicende che portarono Giuseppe Mazzini al ritrovamento delle bozze di stampa della Lettera Apologetica , a Londra, nel 1840: a dieci anni dalla morte del Foscolo, nel ‘37, il Mazzini giunse esule in Inghilterra; da
l’ intellighenthia neoromantica e liberale d’oltremanica. E infatti i suoi ultimi due lavori pubblicati furono Memoirs of Casanova e l’assai più interessante e impegnativo History of the democratical Constitution of Venise. Un certo spirito patriottico si coglie anche nell’ultimo articolo di carattere storico-politico pubblicato dallo scrittore, The Women of Italy. L’argomento scelto rientrava in quel programma di informazione su aspetti importanti della realtà italiana, avendo di mira soprattutto taluni viaggiatori stranieri portati non di rado, nelle loro opere odeporiche, a travisare le cose viste nella penisola. Qui, in particolare, lo scrittore fornisce una descrizione piuttosto spregiudicata (e sociologicamente viva e interessante) dei costumi italiani in tema di matrimonio e quindi discute con puntualità di riferimenti la posizione occupata dalla donna nella società contemporanea, in relazione alla famiglia, al matrimonio e all’educazione dei figli.
11. Le difficoltà degli ultimi anni. Una morte «illacrimata», quasi A metà del 1818 le cose per il Foscolo sembravano andare davvero per il verso giusto. A Quirina, il 15 maggio, informandola del lavoro letterario che stava portando avanti, dà un’idea dei possibili guadagni ottenibili come collaboratore delle principali pubblicazioni periodiche d’Inghilterra. La prospettiva di un tenore di vita piuttosto agiato lo indusse così ad affittare una casa di campagna, a East Mousley. Dopodiché, nel gennaio 1819, si trasferì ancora in città. Nel capitolo V si parlava della relazione che il Foscolo avrebbe intrattenuto durante il suo soggiorno nelle Fiandre francesi, a Valenciennes, fra il 1804 e il 1805, con una giovane donna inglese. Da tale relazione nacque una figlia , poi vissuta con la nonna materna fino alla morte di questa, avvenuta nel febbraio del 1821, quando il Foscolo poté incontrarla prendendo in seguito a vivere con lei. Egli era solito chiamarla Mary o Floriana. Sembra che anche grazie alla dote di circa 5.000$ che la nonna aveva provveduto ad assegnare alla ragazza, il Foscolo riuscì a realizzare, nei pressi di Regent’s Park, una casa, e cioè il famoso Digamma Cottage. Molti esuli italiani di passaggio da Londra furono suoi coinquilini. Vi fu anche Giuseppe Pecchio , il futuro, discusso biografo foscoliano, anch’egli esule in Inghilterra dopo i fatti del ‘21. I rapporti del nostro con gli esuli italiani della prima generazione risorgimentale non furono mai troppo cordiali o improntanti a reciproca affettiva comprensione. Spiaceva ad essi, in genere, oltre l’atteggiamento suo, anche il suo presunto conservatorismo, il disimpegno politico, la sua completa sfiducia nell’azione rivoluzionaria, nonché il distacco o addirittura l’ostilità per i principii dell’arte loro. Testimonianze e impressioni se non malevole certo assai fredde e pungenti. Per poco tempo il poeta godette della sistemazione nel Digamma Cottage, ma un groviglio di obbligazioni lo portarono a indebitarsi oltre ogni misura e fino al punto di subire, nell’autunno del 1824, l’onta di un breve arresto in una “Sponging House”. E tuttavia continuava ad applicarsi nel suo lavoro con un ritmo impressionante , dovendo mantenere gli impegni, oltre che di collaborazione per periodici e riviste anche di curatore di classici per il Pickering. Negli ultimi tempi vive ormai piuttosto appartato cercando di nascondere la propria condizione di bisogno e cambiando in continuazione domicilio. Fra i pochi amici inglesi con i quali continuò a intrattenere rapporti va senz’altro segnalato il caso del banchiere Hudson Gurney, dal quale si ebbe un’impagabile dimostrazione di stima e di aiuto fattivo. E al quale scrive il 12 agosto 1826: ultimamente, mi sono ridotto a una vita assolutamente solitaria, ed ora mi piace sinceramente: fa risparmiare tempo e denaro. […] l’unico pericolo derivante da un tal genere di vita solitaria è dato dalla mancanza di qualsiasi esaltazione degli umori animali, e dal costante nutrirsi dei propri sentimenti e ricordi. Tuttavia nella solitudine guadagno un tempo infinito, e il mio lavoro procede sempre regolare, anche se talvolta meno piacevolmente […]. Negli ultimi mesi di vita, specie a partire dalla primavera del ‘26, il Foscolo dovette far fronte, più ancora che ai problemi della mera sopravvivenza, a quelli di una importante malattia biliare troppo lungamente trascurata. Con l’anno nuovo si era trasferito nella quiete campagnola della Bhoemia House di Turnham Green nei pressi di Londra. Ma già nel luglio del ‘27 la sua salute era peggiorata e dovette interrompere il lavoro intorno a un’ Antologia critica di poesia italiana che stava curando insieme a Giulio Bossi. Venne operato per una forma severa di idropisia che però si rivelò inguaribile e così, aggravatosi e avendo perduto conoscenza già il 7 settembre, venne a morte tre giorni dopo, di sera , tra le otto e le nove. I funerali ebbero luogo il 18 settembre e la salma del poeta venne tumulata nel piccolo cimitero suburbano di Chiswick. Solo dopo molti anni, nel 1871, le ceneri del Foscolo furono traslate a Firenze nella basilica di Santa Croce , dove tuttora riposano.