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Palermo fastosissima, Sintesi del corso di Storia Spagnola

Storia di Palermo durante la dominazione spagnola

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 10/02/2023

maria_spicuzza
maria_spicuzza 🇮🇹

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1. ARRIVA IL VICERÉ
Dal 1313 in Sicilia non vive più un re. Il sovrano Federico d’Aragona, appartenente a una stirpe chiamata in
Sicilia dopo la rivolta del Vespri e la cacciata dei francesi, si trasferisce a Barcellona e da lì gestisce i suoi
domini. Da quel momento a Palermo viene mandato il viceré, funzionario delegato dalla Corona d’Aragona,
i cui compiti si definiscono nel corso del Quattrocento fino a raggiungere la forma definitiva nella prima
metà del Cinquecento, sotto la corona di Carlo V d’Asburgo.
Il viceré veniva nominato dal Sovrano che lo sceglie all’interno dell’alta aristocrazia internazionale: egli può
essere aragonese o castigliano, fiammingo o italiano, ma mai siciliano. La carica durava tre anni, ma il
sovrano poteva riconfermare alla fine dei tre anni la posizione del viceré. Il viceré nominato è un vero e
proprio alter ego del Sovrano, ed esercita in Sicilia tutti i poteri, civili e militari.
Quando il viceré arriva a Palermo, la città si prepara per accoglierlo con un cerimoniale che vede coinvolta
la magistratura, le maestranze della città e il popolo.
Il Senato palermitano, responsabile del governo municipale, era composto da un pretore, sei senatori, i
giurati, tutti in possesso della cittadinanza palermitana e appartenenti all’aristocrazia degli uffici. Il Senato
si occupava dell’edilizia, della salute pubblica, dell’approvvigionamento e della difesa dei privilegi dei
palermitani. Rappresenta i cittadini e i loro interessi di fronte il sovrano e ai suoi ministri.
L’arrivo del viceré era un’opportunità per le autorità cittadine di manifestare la realtà politica del Regno al
quale il delegato doveva adattarsi durante il suo mandamento.
- Porta Felice: la nave in porto -
Il Viceré atterrava dal mare, tutta la popolazione si radunava ad accoglierlo in maniera trionfale. Egli
atterrava dalla galera capitana, la nave della flotta siciliana tutta adornata per l’occasione.
Affinché il viceré sbarchi in sicurezza venne costruito un ponte che collegava la nave alla terraferma, sul
ponte lo attendevano le più grandi magistrature siciliane e la nobiltà. Il cronista Vincenzo Di Giovanni narra
che, alla fine del Cinquecento, il ponte crollò e la festa si trasformò in un lutto. Gli abiti pesanti dei
primogeniti di molte famiglie importanti li fece annegare amaramente.
Una volta sbarcato il viceré raggiungeva la Cattedrale per la cerimonia della presa di possesso; nel
Cinquecento era stato smembrato il tortuoso abitato medievale e venne tracciata la via rettilinea che
attraversava tutta la città: il Cassaro. All’ingresso di questa strada venne eretta un’architettura effimera, un
arco trionfale commissionato dal Senato alle maestranze cittadine. In quel tempo intere famiglie erano
specializzate nella realizzazione di ornamenti cerimoniali. La struttura ospitava musicisti e attori che
inscenavano le loro creazioni ideate per l’occasione, in questi componimenti i palermitani esprimevano al
viceré le loro speranze e timori.
Esempio eclatante dell’apparato cerimoniale è quello innalzato nel 1641 in occasione dell’arrivo del viceré
de Cabrera, voluto dal fiduciario di Filippo IV, il conte di Olivares, per allontanarlo dalla sua corte. Al suo
sbarco trovo quattro enormi statue di stucco create da Pietro Novelli; una di queste rappresentava Cerere,
dea del frumento e delle leggi, cinta da spighe e con in mano un mazzolino di papaveri: le spighe erano il
simbolo dell’abbondanza promessa dal nuovo governo e i papaveri simbolo della dimenticanza dei tristi
eventi passati; era una dichiarazione di disponibilità di un gruppo di nobili siciliani. Nelle facce dell’arco
trionfale sono rappresentate le gesta e i possedimenti della famiglia de Cabrera, compresa la contea di
Modica, mentre ai lati dell’arco si innalzano la statua della Sicilia, una matrona con la real corona sul capo, e
quella dell’avo di De Cabrera, che aveva per primo avuto il titolo di conte di Modica.
Le maestranze si impegnavano nel riciclo dei materiali che venivano rimodellati per l’occasione, cosicché il
viceré che arrivava potesse comprendere il clima di entusiasmo siciliano.
La via del Cassaro è oggi corso Vittorio Emanuele, e ancora oggi possiamo ammirare Porta Felice, il nome si
ricollega a Felice Orsini, la moglie di Marco Antonio Colonna (che commissionò l’opera nel Cinquecento), e
all’epiteto attribuito a Palermo. La porta viene terminata nel 1637: la facciata interna ha un aspetto lineare
che risponde al gusto rinascimentale, mentre la facciata segue un gusto estremamente ricco, barocco.
Nell’altra estremità della strada troviamo, invece, Porta Nuova. La prima sosta del cerimoniale avveniva di
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1. ARRIVA IL VICERÉ

Dal 1313 in Sicilia non vive più un re. Il sovrano Federico d’Aragona, appartenente a una stirpe chiamata in Sicilia dopo la rivolta del Vespri e la cacciata dei francesi, si trasferisce a Barcellona e da lì gestisce i suoi domini. Da quel momento a Palermo viene mandato il viceré, funzionario delegato dalla Corona d’Aragona, i cui compiti si definiscono nel corso del Quattrocento fino a raggiungere la forma definitiva nella prima metà del Cinquecento, sotto la corona di Carlo V d’Asburgo. Il viceré veniva nominato dal Sovrano che lo sceglie all’interno dell’alta aristocrazia internazionale: egli può essere aragonese o castigliano, fiammingo o italiano, ma mai siciliano. La carica durava tre anni, ma il sovrano poteva riconfermare alla fine dei tre anni la posizione del viceré. Il viceré nominato è un vero e proprio alter ego del Sovrano, ed esercita in Sicilia tutti i poteri, civili e militari. Quando il viceré arriva a Palermo, la città si prepara per accoglierlo con un cerimoniale che vede coinvolta la magistratura, le maestranze della città e il popolo. Il Senato palermitano, responsabile del governo municipale, era composto da un pretore, sei senatori, i giurati, tutti in possesso della cittadinanza palermitana e appartenenti all’aristocrazia degli uffici. Il Senato si occupava dell’edilizia, della salute pubblica, dell’approvvigionamento e della difesa dei privilegi dei palermitani. Rappresenta i cittadini e i loro interessi di fronte il sovrano e ai suoi ministri. L’arrivo del viceré era un’opportunità per le autorità cittadine di manifestare la realtà politica del Regno al quale il delegato doveva adattarsi durante il suo mandamento.

- Porta Felice: la nave in porto - Il Viceré atterrava dal mare, tutta la popolazione si radunava ad accoglierlo in maniera trionfale. Egli atterrava dalla galera capitana, la nave della flotta siciliana tutta adornata per l’occasione. Affinché il viceré sbarchi in sicurezza venne costruito un ponte che collegava la nave alla terraferma, sul ponte lo attendevano le più grandi magistrature siciliane e la nobiltà. Il cronista Vincenzo Di Giovanni narra che, alla fine del Cinquecento, il ponte crollò e la festa si trasformò in un lutto. Gli abiti pesanti dei primogeniti di molte famiglie importanti li fece annegare amaramente. Una volta sbarcato il viceré raggiungeva la Cattedrale per la cerimonia della presa di possesso; nel Cinquecento era stato smembrato il tortuoso abitato medievale e venne tracciata la via rettilinea che attraversava tutta la città: il Cassaro. All’ingresso di questa strada venne eretta un’architettura effimera, un arco trionfale commissionato dal Senato alle maestranze cittadine. In quel tempo intere famiglie erano specializzate nella realizzazione di ornamenti cerimoniali. La struttura ospitava musicisti e attori che inscenavano le loro creazioni ideate per l’occasione, in questi componimenti i palermitani esprimevano al viceré le loro speranze e timori. Esempio eclatante dell’apparato cerimoniale è quello innalzato nel 1641 in occasione dell’arrivo del viceré de Cabrera, voluto dal fiduciario di Filippo IV, il conte di Olivares, per allontanarlo dalla sua corte. Al suo sbarco trovo quattro enormi statue di stucco create da Pietro Novelli; una di queste rappresentava Cerere, dea del frumento e delle leggi, cinta da spighe e con in mano un mazzolino di papaveri: le spighe erano il simbolo dell’abbondanza promessa dal nuovo governo e i papaveri simbolo della dimenticanza dei tristi eventi passati; era una dichiarazione di disponibilità di un gruppo di nobili siciliani. Nelle facce dell’arco trionfale sono rappresentate le gesta e i possedimenti della famiglia de Cabrera, compresa la contea di Modica, mentre ai lati dell’arco si innalzano la statua della Sicilia, una matrona con la real corona sul capo, e quella dell’avo di De Cabrera, che aveva per primo avuto il titolo di conte di Modica. Le maestranze si impegnavano nel riciclo dei materiali che venivano rimodellati per l’occasione, cosicché il viceré che arrivava potesse comprendere il clima di entusiasmo siciliano. La via del Cassaro è oggi corso Vittorio Emanuele, e ancora oggi possiamo ammirare Porta Felice, il nome si ricollega a Felice Orsini, la moglie di Marco Antonio Colonna (che commissionò l’opera nel Cinquecento), e all’epiteto attribuito a Palermo. La porta viene terminata nel 1637: la facciata interna ha un aspetto lineare che risponde al gusto rinascimentale, mentre la facciata segue un gusto estremamente ricco, barocco. Nell’altra estremità della strada troviamo, invece, Porta Nuova. La prima sosta del cerimoniale avveniva di

fronte la chiesa di Nostra Signora della Catena, così chiamata perché la catena in quel tempo serviva a bloccare le navi sconosciute che di notte arrivavano dal mare. Gli spari di colpi a salve venivano sparati presso la chiesa di Nostra Signora di Portosalvo, chiesa del Quattrocento che era dedicata alla Vergine protettrice dei naviganti, oggi priva di abside poiché abolita per la costruzione del Cassaro.

- La Fontana Pretoria: essere viceregine - Il viceré arriva a piazza Pretoria passando da palazzo delle Aquile, costruzione quattrocentesca oggi in veste ottocentesca; la fontana che si staglia davanti rappresenta lo splendore del Regno: il Senato acquistò una serie di statue da Luis de Toledo, il cognato di Cosimo de Medici, granduca di Toscana; La maggior parte sono state scolpite dallo scultore toscano Camilliani, e assemblate dal figlio Camillo, artista e ingegnere attivo in Sicilia nella seconda metà del Cinquecento; La scenografia della fontana non seguì un progetto iconografico preciso: il programma venne stilato a dieci anni dal suo completamento. È stata assemblata durante il governo del viceré Colonna, e tra i marmi si cela la firma della moglie Felice Orsini, nobildonna romana, che fece aggiungere diversi animali oltre quelli arrivati dalla Toscana: l’orso è simbolo della famiglia Orsini. La storiografia, infatti, mette in luce il contributo dell’intervento delle donne in ambito politico, sottolineandone l’apporto culturale; se il viceré è l’alter ego del re, le mogli non sono l’alter ego della regina: la viceregina manteneva un’identità celata, non doveva assicurare alcuna discendenza, in quanto la carica di viceré era triennale e non trasmissibile. Nonostante questo, erano interessate e partecipi alle vicende cittadine: nel 1535 vengono indette per l’arrivo della moglie del viceré Gonzaga, la napoletana Isabella di Capua; la città fece costruire un bellissimo ponte e la viceregina fu accolta da 12 dame a cavallo e ben vestite; nel castello invece le dame erano 20; per l’occasione vennero sparate artiglierie per mare e per terra. Un anno dopo, Gonzaga indisse una rappresentazione a Piazza Marina alla quale parteciparono la viceregina, le baronesse di Tortorici e Ganzaria (moglie del Conservatore, allora Pretore), la contessa di Golisano (moglie del Castellano); la Piazza fu circondata da spalti, dai quali le donne potessero ammirare la rappresentazione, e fu trasformata in una selva, luogo di poemi cavallereschi, della cattura di alcuni animali, e di 12 ninfe, vestite di bianco e con ghirlande in testa, difese da uomini selvaggi. L’ingresso delle viceregine, e le maestose celebrazioni, erano una prima manifestazione di quella che sarebbe stata la loro vita a Palermo: queste accompagnavano sempre il marito nelle manifestazioni pubbliche; partecipano anche ad eventi drammatici e il loro contributo, con azioni di compassione e pietà, influiva nelle scelte politiche e artistiche del viceré, anche se questo avveniva nel retroscena. Erano le mogli che, acquisita la fiducia dei mariti, conoscevano i segreti: si ricorda la vicenda di Eleonora de Moura che, moglie del viceré de las Torres, dopo la sua morte, fu erede del potere politico del Regno di Sicilia (questo governo durò solo 27 giorni e fu osteggiata da molti). I siciliani conoscevano l’influenza della viceregina, e via via, nei cerimoniali e rappresentazioni, queste assunsero un ruolo sempre più importante. - Piazza Bologni: le magistrature siciliane - Nella piazza quadrangolare, in quel tempo piazza Aragona, troviamo la statua di Carlo V, la chiesa di San Nicolò, e la residenza della famiglia Bologni, famiglia importante del Regno di Sicilia perché i componenti erano impegnati in incarichi di prestigio nei ranghi burocratici. La sosta del viceré era un primo contatto tra i componenti del Governo. A Palermo risiedevano le principali magistrature del Regno: i tribunali della Regia Gran Corte, il Concistoro della Sacra Regia Coscienza e del Real Patrimonio. La Regia Gran Corte è costituita da sei giudici, divisi nella sala civile e nella sala criminale; la carica era biennale. L’organico era completato da un avvocato, un procuratore dei poveri, due procuratori fiscali, un sollecitatore delle cause fiscali e un avvocato fiscale. Il tribunale era coordinato da un Presidente, voluto dal Sovrano. Il collegio giudicante invece era composto dal presidente, i giudici e dall’avvocato fiscale, e poteva anche comprendere il viceré e il conservatore del Real Patrimonio, funzionario regio. Fino alla metà del Cinquecento il viceré poteva scagionare gli accusati se questi avanzavano una supplica, ma dal 1558, per porre fine al loro arbitrio viene istituita una magistratura ordinaria d’appello: il Tribunale

2. PALERMO PROFANA

Il viceré dedicava molte energie alle attività celebrative, che avevano come teatro gli ambienti palatini e le strade e le piazze di Palermo. Le celebrazioni avvenivano nello spazio davanti il Palazzo Reale, oggi occupato da Villa Bonanno, e piazza Marina.

- La Galleria al Palazzo: l’aristocrazia al ballo – Maqueda fece realizzare al Palazzo Regio degli ambienti, con gli stili dell’epoca, destinati ad accogliere le principali magistrature e la rappresentanza: la Galeria, o sala degli Arieti, è un’ampia sala decorata da ritratti, realizzata analogamente a quelle delle grandi città dei domini della Monarchia spagnola. La sala, che conservava due arieti di bronzo, è ricca di ritratti degli Imperatori, i Rè di Casa d’Austria e dei viceré che governarono dal 1488. Accolse nel 1603 Giovanna d’Austria, figlia di don Giovanni d’Austria, fratello bastardo di Federico II, giunta a Palermo per convolare a nozze con Francesco Branciforti, principe di Pietraperzia, marchese di Militello e conte di Mazzarino. La serie di ritratti che raffiguravano i viceré contribuì a rinsaldare i legami fra la Sicilia con i suoi sovrani, gli Aragona e poi, gli Asburgo, e per rendere come Palermo fosse uno dei tramiti più importanti per accedere alla vita cortigiana madrilena, e quindi alla suprema fonte di grazia – il sovrano era dispensatore di innumerevoli benefici materiali e simbolici. Nella sala venivano inscenate commedie e prendevano luogo le danze cortigiane, erano la pavana spagnola e la gagliarda italiana; In questi eventi prendevano vita le relazioni interpersonali tra i nobili, ministri e chierici con il viceré, in grado di assicurare loro utili e onore. I grandi detentori del potere di influenzare il monarca accompagnarono i sovrani spagnoli si ramificano nell’intera rete della Monarchia. Ogni anello di questa rete è costituito da figure di diverso piano sociale che hanno relazioni personale che li aiutino a disporre di risorse di diverso valore: il superior concede il beneficium all’inferior. Il dono obbliga al contraccambio: l’humilior offre un ringraziamento verbale, poi il servitium, un gesto di tangibile obbedienza e sottomissione. Il servitium è personale, e intrasferibile, poiché lega il creditore al debitore. Secondo la logica patrimoniale, che però, assimila al debitum ciò che l’humilior deve al suo benefattore, favorisce la sua trasmissibilità ereditaria. Si formavano così catene clientelari che legano le famiglie per generazioni e favoriscono la formazione di fazioni che si scontrarono con Madrid e con le corti provinciali. Le fazioni sono estremamente mobili e l’aristocrazia sembrò essere in grado di muoversi agevolmente tra i diversi padroni cortigiani. Si dimostrò agile di abbandonare un patrono in disgrazia per conquistarne uno nuovo: questo meccanismo assicurò al viceré la governabilità della Sicilia. È in questo contesto che Colonna conobbe Eufrosina Valdaura, sposa di Corbera e baronessa di Miserendino, di appena sedici anni; questa vicenda, che ebbe dei risvolti tristissimi, convinse i successivi viceré a furtivi amori durante il loro soggiorno nell’isola. Era quindi usuale per i viceré corteggiare e sedurre, in questi contesti celebrativi, dame di corte e damigelle. - I Quattro Canti: le feste di piazza - Nelle feste di piazza le celebrazioni sono aperte a tutta la città, sono presenti sia il corteggio viceregio sia l’intera popolazione. Sono testimonianza gli apparati effimeri – costruzioni e sculture di materiali non nobili – che arredavano le strade dove si svolgevano i festeggiamenti. Questi apparati decorativi sono stati riutilizzati, e non sono, purtroppo, a noi rinvenuti, se non stampe ed incisioni. A noi però, è rimasto l’apparato effimero in pietra che testimonia che – nell’incrocio tra il Cassaro e la Strada Nuova (progettata dal viceré Maqueda nel 1600) si trovava la Piazza del Sole, o di Villena, o dei Quattro Cantoni, o l’ottangolo: una piazza ornata di statue in marmo, fontane e balconi. La piazza, con la strada nuova, diedero un nuovo assetto alla città, fornisce un aspetto scenografico all’impianto urbano della città, e offre una nuova lettura della storia di Palermo e del suo presente. La quadripartizione della città allude alla sua origine mitica: a Palermo, nell’antichità, si insediarono quattro comunità urbane, due di origine fenicia e due di origine troiana; nel medioevo venne fatta la divisione in quattro quartieri; molteplici sono i riferimenti all’astrologia, all’alchimia e alla magia; ma, soprattutto, è il segno di una consacrazione: la croce attraversa la pianta di Palermo, la fede cristiana è solennizzata ed espressa con l’erezione dei Quattro Canti. Gli angoli dell’incrocio sono riccamente decorati, sotto le ali delle aquile (emblema asburgico e cittadino)

troviamo le quattro fontane dedicate alle stagioni, i ritratti dei sovrani e le effigi delle patrone di Palermo: I° cantone (sud): fontana della Primavera - Carlo V e S. Cristina II° cantone (ovest): fontana dell’Estate – Filippo II e S. Ninfa III° cantone (nord): fontana dell’Autunno – Filippo IV e S. Oliva IV° cantone (est): fontana dell’Inverno – Filippo III e S. Agata Nei quattro canti, un teatro di bellezza, anche l’osservatore è parte dello spettacolo. Nei cerimoniali, anche il popolo è protagonista, poiché è partecipe nella realizzazione e nella celebrazione – si rivela il tutto un atto identitario per i palermitani. Candelai, zuccherieri, pasticcieri, cuochi, macellai, contadini, vinai, panettieri, colgono l’occasione per ampliare la loro attività e sono orgogliosi di vedere il loro lavoro portato in trionfo per le vie della città. Durante queste celebrazioni il viceré assisteva alla corsa delle prostitute, le giostre, le tauromachie, le cavalcate e i giochi pirotecnici.

- Da Palazzo Ajutamicristo a Piazza Marina: cavalli e cavalieri - A Piazza Marina vengono celebrate, in occasione di nuove nomine, nascita di un erede al trono, nozze reali, celebrazioni che comprendevano la giostra cavalleresca: esercizio di origine medievale importato dagli Angioni, svago esclusivo della nobiltà. Sopra da dei palchi, il viceré e compagnia annessa assistevano alla premiazione dei cavalieri più bravi ed eleganti. I cavalieri sono premiati per la loro destrezza e per la storia che mettono in scena: durante gli scontri i cavalieri rappresentavano avvenimento storici o mitici, episodi della letteratura cavalleresca. Le coreografie delle giostre cavalleresche sono preparate e realizzate a Palazzo Ajutamicristo – sede della Congregazione per concessione del Senato: nel 1535 Carlo V ha potuto vedere riunita la nobiltà siciliana, che sedeva sulle tribune, e i giovani nobili partecipare come concorrenti nel torneo. Palazzo Ajutamicristo formava i giovani nobili – insegnavano loro a cavalcare, a ballare, lo scherma e la palestra – per renderli dei veri gentiluomini. La Congregazione dei Cavalieri d’Armi diventa così realizzatrice di feste e promotrice dei giochi cavallereschi. 1568 – data di formazione dell’Accademia degli Accesi, che si scioglierà nel 1581. Si occupa di teatralizzare le manifestazioni, fornire una traccia narrativa, selezionare il repertorio poetico e musicale. Quest’accademia, come la Congregazione, aveva sede a palazzo Ajutamicristo. I rituali del torneo hanno funzione di consolidamento del rapporto tra viceré e famiglie aristocratiche siciliane, che si traduce in consolidamento delle alleanze politiche e di realizzarne di nuove. Il viceré può esprimere le sue preferenze politiche premiando cinque cavalieri. I cavalieri vengono premiati per l’elmo indossato e dal loro modo di indossare un emblema: quando scendono in campo portano sul cimiero un motto e una raffigurazione che li distingue e definisce. - Il Piano di Palazzo: festeggiamenti senza festeggiati - I sovrani di casa d’Asburgo tentano di rimediare la lontananza dai loro domini e di non poter governare di persona. A livello simbolico si celebravano eventi lontani da Palermo, come il matrimonio di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, o le nozze di Filippo IV con Maria Anna d’Austria. Per questo evento il viceré Urrea da via ad una settimana di festeggiamenti alla quale tutti i palermitani sono invitati a partecipare. Ogni avvenimento della casa reale viene festeggiato, che sia la nascita di un nuovo componente della famiglia reale, che sia una vittoria militare. Un ultimo atto di omaggio agli Asburgo è stato ‘’lo squadrone della soldatesca spagnola’’ per l’inaugurazione del teatro di Palazzo Regio: la statua di Filippo IV, distrutta nei moti del 1848, viene sostituita da Filippo V nel 1856 – si erge all’apice di un complesso monumento, dagli stilemi rinascimentali, manieristici e barocchi, dove trovano loco le statue allegoriche dei principali domini della Monarchia Spagnola (Sicilia, Napoli, Milano, Sardegna, Portogallo, Castiglia, Catalogna, America) delle quattro parti del mondo (Europa, Asia, America e Africa) e di quattro condottieri sconfitti dalle forze della Corona ciascuno di diverso continente. Il sovrano, mano sinistra sull’elsa della spada inguainata e mano destra a reggere lo scettro, è emblema di un potere politico che si estende sull’intero pianeta, di un sole che <>. Il libretto esplicativo stampato nel 1661, in occasione dell’inaugurazione dell’opera, dopo la pace dei

diacono, capitolo della cattedrale, arcivescovo e Senato della città. I cortei religiosi caratterizzano la vita religiosa pubblica di Palermo per tantissimo tempo.

- Da Santa Maria dell’Annunziata a Santa Maria dell’Itria: l’Atto della Pinta - L’Atto della Pinta è stata la prima rappresentazione sacra che ha luogo in Sicilia e aveva luogo a pochi passi dal Palazzo Regio, nella chiesa o nello spazio anteriore della Chiesa Santa Maria dell’Annunziata, o della Pinta, in omaggio all’immagine dell’Annunziata lì custodita. L’edificio era suddiviso in quattro navate da colonnati di epoca bizantina ed è stato distrutto nei primi del Seicento. Il committente probabilmente è stato il viceré Gonzaga, e l’autore dell’opera era un monaco cassinese, di origine mantovana giunto a Palermo. L’opera è un canovaccio che regge insieme a una serie di quadri animati che riassumono la storia sacra del mondo fino all’Annunciazione e all’Incarnazione; le parole, in latino ed ebraico, sono pronunciate durante l’azione che affascina il pubblico per l’uso di una scenotecnica avanzata, di musiche coinvolgenti composte per l’edizione del 1591 dal benedettino Ciaula, e di effetti sonori avvincenti. L’allestimento è l’elemento più importante della messa in scena, che per la sua magnificenza esigeva di ingenti risorse. Il palcoscenico è diviso su tre piani: paradiso, piano di calpestio e inferno; la scena si apre con la lotta di Dio Padre, attorniato da 91 angeli e Lucifero, con i suoi diavoli. Nel corso del tempo vennero aggiunti congegni meccanici e attrezzatura raffinata. Nel 1581 il Senato spese 30mila scudi per la rappresentazione che veniva replicata tre volte, una per ogni ufficiale con la rispettiva famiglia. Dopo il 1601, l’Atto della Pinta, non venne più riproposto. Dopo la demolizione della chiesa bizantina, la confraternita si sposto nella Chiesa della Madonna dell’Itria, oggi nota come Chiesa della Pinta. - La strada Colonna: Cristina, Agata, Ninfa e Oliva patrone di Palermo - Solo nel 1624, dopo il ritrovamento delle ossa, Rosalia diventa patrona di Palermo. Da questo momento si perse lentamente memoria delle patrone rappresentate nel Teatro del Sole di P.zza Vigliena. Le patrone si trovano in effige lungo la strada Colonna, che costeggia tutta la città, dalla chiesa Santa Maria di Piedigrotta fino alla Porta dei Greci. Il nuovo tratto facilita lo spostamento delle truppe vicino all’abitato e, per motivi commerciali, la strada assunse un valore simbolico poiché scandita da porte urbiche, il caricatoio, una serie numerosa di chiese… La strada Colonna è pertanto una passeggiata di fronte al mare, che nel secolo successivo avrebbe ospitato il Teatro dei Re, una galleria di statue voluta da Dávila nell’Ottocento. Il culto della santa martire Cristina è antichissimo: il suo corpo è stato traslato a Palermo durante il governo di Guglielmo il Malo, e le feste dedicate alla martire erano celebrate il 7 maggio e il 24 luglio (arrivo delle spoglie e martirio); Nella Chiesa dello Spasimo, nel corso del XVI secolo, veniva inscenata la Rappresentazione del Martirio di S. Cristina. In occasione della festa della santa si svolgeva una fiera in grado di attirare a Palermo i commercianti di tutto il Mediterraneo. Nel 1593 vennero accolte le reliquie di Santa Ninfa: ad accogliere la santa, nella strada Colonna, vi erano le statue di S. Oliva e S. Agata, issate su piedistalli in cui è inscenato il loro martirio. Il giorno successivo allo sbarco le spoglie di S. Cristina furono spostate nella Chiesa di San Nicolò la Chalza, per essere vicine alla strada Colonna. Il Cassaro è adornato per accogliere la processione; l’arrivo in Cattedrale in tarda sera non è che una tappa di lunghi festeggiamenti per onorare la nuova santa palermitana. Il culto di Sant’Agata è modesto, e così come quello di Sant’Oliva, si perse poco dopo. Il culto di Sant’Agata competeva con la città di Catania, che voleva appropriarsi del titolo di patria della santa; Sant’Oliva era, invece, venerata anche dai musulmani e divenne patrona della città nel 1606. Il corpo di Sant’Oliva non si trovava nella chiesa a lei dedicata, motivo per il quale fu ricercata, a seguito di una voce, in un’abitazione dell’Albergheria. Il mancato ritrovamento della reliquia fece scalpore nella città di Palermo: le reliquie erano state portate via, si pensa, dal viceré de Figueroa con il favore delle tenebre; il Senato della città convince l’arcivescovo a scomunicare i supposti rapitori che avevano l’intento di allontanare la Compagnia di Gesù da Palermo. - Il Cassaro: il trionfo di Santa Rosalia - Nel corso del Seicento le celebrazioni delle patrone scemano e convergono nel culto di Santa Rosalia, la Santuzza che liberò i palermitani dalla peste nel 1624. Il 15 Luglio 1624 vennero scoperte le ossa della

Santa, dichiarate autentiche nel febbraio del 1625. Tra l’8 e il 9 luglio, una prima processione prevedeva l’accensione di luminarie e, per decreto cittadino, la popolazione deve dismettere il lutto per manifestare devozione alla santa. Rosalia è presente nel Martyrologium romanum, l’elenco dei santi, che papa Urbano VIII fece stampare: venne così sancito canonicamente il suo culto. Man mano che la peste si allontanava, il culto di Santa Rosalia scemava, fino all’indomani della rivolta del 1647-48, che incendia la città, e dopo la sventata congiura di Mannarino; una volta ristabilita la quiete le autorità municipali e la nobiltà vogliono rinnovare la propria fedeltà alla Corona e da questo momento ritorna un clima celebrativo, grazie anche agl’ingenti finanziamenti predisposti dai gentiluomini. Da questo momento tornò il clima celebrativo in città e, ogni anno, si definiscono i temi degli apparati effimeri, la cui memoria rimane grazie alla stesura dei libretti esplicativi. Il primo momento della solennità viene espresso con l’accensione delle luminarie il 14 luglio; viene celebrata in Cattedrale una funzione solenne, che ogni anno veniva adornata per l’occasione, all’interno vengono conservate, dentro un raffinatissimo reliquiario d’argento, le spoglie della santa che raggiungono il presbiterio per essere oggetto di venerazione; la giornata si conclude con la recitazione del Vespro e la prima solenne cavalcata delle autorità da Palazzo Regio alla Cattedrale, percorrendo il Cassaro. Giorno 15 l’urna della santa viene fatta sfilare in strada. 1686: per la prima volta sfila per il Cassaro un carro trionfale – la sua immissione è stata volere della Compagnia di Gesù – in segno di Trionfo della morte. Il carro, che chiudeva il corteo, ha una colossale immagine della morte, una rappresentazione di altissimo livello teatrale. Le maestranze cittadine, alla fine del Seicento, realizzarono il più grande carro d’Europa, dalle dimensioni dettate dalla larghezza della via Toledo, e la lunghezza era pari al doppio della larghezza, l’altezza era invece, il doppio della lunghezza; il carro era trainato da dodici paia di cavalli o muli ed era preceduto da una serie di carri più piccoli. Era decorato riccamente ed ospitava orchestra e coro. Una volta giunti a Palazzo Regio, cominciava lo spettacolo pirotecnico, come ricordo dell’arrivo delle spoglie della Santuzza che ha liberato Palermo dalla sofferenza.

- Lo Steri: i lugubri roghi dell’Inquisizione – La presenza del tribunale dell’Inquisizione caratterizza l’atmosfera di Palermo per tutta l’età moderna, sino alla sua soppressione nel 1782. L’inquisizione è un’istituzione voluta dal papato per perseguire gli eretici; era affidato all’ordine dei domenicani (ordine dei frati predicatori fondati da Domenico de Guzman). Nel 1478 papa Sisto IV permise a Isabella di Castiglia e Ferdinando il Cattolico di nominare alcuni inquisitori generali nei loro domini: è l’atto di nascita del Santo Ufficio dell’inquisizione. In questo modo i due sovrani riconquistarono quei territori iberici caduti in mano ai musulmani. L’inquisizione spagnola, indipendente da quella romana, è uno dei pilastri dell’esercizio della sovranità spagnola. L’impianto stabile del Sant’Ufficio siciliano avvenne nell’arco di cinquant’anni – periodo segnato dai contrasti tra il Parlamento del Regno, i viceré e gli inquisitori, che intaccava il patto costituzionale che lega l’isola alla Monarchia. Questa differenze causarono ribellioni di massa e resistenza politica all’interno dei tribunali. La popolazione cominciò a odiare il tribunale a causa della sua forza repressiva: in inquisiti erano trascinati davanti ai giudici sulla base di segrete delazioni e i processi venivano svolti nel silenzio; il giudizio comportava all’assoluzione, alla condanna a pene di detenzione e al sequestro dei beni, beni che arricchivano il tribunale e i suoi componenti, o il rilascio al potere secolare, la pena capitale. La condanna rovinava sia l’inquisito, sia la famiglia e gli eredi che, per quattro generazioni, non potevano godere in alcun privilegio, o diritto, né fare parte di alcuna istituzione, non potevano indossare oro e argento e altri gioielli, né cavalcare. L’istituzione inquisitoriale era la prima da colpire nelle ribellioni. La rivolta del 1515 contro il viceré Moncada, quella dell’anno dopo contro il viceré Pignatelli, e quella capeggiata dal conte Cammarata nel 1523, hanno come obiettivo la destituzione del viceré e lo smantellamento del tribunale inquisitoriale. Sedate le rivolte, nel 1543 l’inquisizione spagnola è ben stabilita. Operò fino al 1782, quando la sua abolizione per volontà sovrana viene celebrata con il rogo del suo archivio. La sede dell’Inquisizione era Palazzo Steri che domina la piazza Marina – detto anche Chiaromonte, ed era