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| confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili corso il rischio di creare anche animali che prima non esistevano. In quella provetta, il nostro Noè moderno avrebbe infatti avuto la ricetta per qualsiasi animale possibile e non solo per quelli già esistenti. 3.1. I limiti della variazione Proviamo ora a pensare la stessa situazione in termini linguistici, pensiamo cioè a un’«arca di Babele», per così dire, al sogno cioè di una raccolta di tutte le lingue possibili. Oggi, se lo si chiede a un linguista o si consulta un catalogo di lingue parlate al mondo, si dice che esistano dalle 6.000 alle 7.000 lingue. Eppure, se solo si guarda ai dialetti italiani del Nord (e un dialetto, ormai lo sanno tutti, non è affatto meno complicato di una lingua)!93], ci sono almeno 300 varietà diverse: se l’italiano dunque vale almeno 301 (escludendo tutti gli altri dialetti della penisola che non sono certo presenti in misura minore sul territorio!), immaginiamoci quante potrebbero essere le varietà possibili di lingue al mondo, sapendo che anche in altri paesi le varietà dialettali sono innumerevoli (e spesso nemmeno catalogate); certo si tratterebbe di molto più di 7.000 lingue. Il nostro Noè linguista dovrebbe avere un'intera flotta di transatlantici dove contenere coppie di persone per ciascuna lingua o dialetto che dir si voglia. Di fatto, nella cultura linguistica contemporanea si è avviato nel secolo scorso (ed è tuttora in via di svolgimento) un processo di riduzione simile a quello che avrebbe permesso a un Noè nato dopo il 1953 di avere tutte le forme di vita esistenti (e anche di più, cioè tutte le forme di vita possibili) in una sola provetta. Oggi si ritiene infatti che, almeno per quanto riguarda la sintassi, tutte le grammatiche del mondo non siano altro che la variazione sul tema di un unico stampo universale: lo stampo contiene (pochi) punti di variazione (dei quali daremo tra breve una semplice illustrazione) ma, essendo molto complesso, il variare dei punti produce una differenza superficiale clamorosa, talmente clamorosa da essere apparentemente controintuitiva: chi direbbe mai che le sintassi dell’italiano Back to page 35 130 e del giapponese possano essere ricondotte a un unico stampo universale con una variazione minima?!94) Torniamo al nostro Noè linguista: se la teoria ammessa qui è vera, sempre non tenendo conto delle differenze nel lessico delle varie lingue, nell’arca di Babele basterebbe portare una sola persona: da una sola lingua, una volta individuati i principi combinatori, si potrebbero ricavare le sintassi di tutte le altre lingue, anche se apparentemente dissimili come dissimile è per ciascuno di noi un elefante da una farfalla. Con una sola lingua e un’adeguata teoria combinatoria, potremmo cioè ricavare la sintassi di tutte le lingue parlate e di quelle morte e andare anche oltre, come nel caso del Noè biologo: potenzialmente, infatti, da una sola lingua potremmo ricavare tutta la classe delle sintassi possibili, anche quelle che non sono state mai parlate né (forse) mai si parleranno. Il fatto, tuttavia, è che per ora questo rimane un sogno (e chissà che non lo sia anche per i biologi quello di trovare la classe delle forme di vita possibili): nessuno, a tutt'oggi, data una sola lingua è in grado di ricavare la classe di tutte le sintassi possibili, come forse nessuno è in grado di ricavare tutti gli animali a partire da un solo animale, ma ciò non è per impossibilità intrinseca; il sogno è legittimo, il fatto è che non siamo ancora in grado di fornire la ricetta per la grammatica universale, ma questa non è più un miraggio né una metafora: sia pur con molto ottimismo, iniziamo ora a intravederne la possibile architettura. In ogni caso, la linguistica e la biologia si trovano in una posizione di forte analogia: invece di ricostruire tutte le forme possibili a partire da un solo esemplare, sia il biologo che il linguista hanno scelto la strada comparativa. I biologi, sia i naturalisti che i genetisti, procedono di fatto attraverso il confronto con campioni significativi di esemplari diversi, non attraverso l’analisi, quand’anche approfondita, di un solo esemplare. In linguistica, la comparazione sistematica ha tradizioni almeno bicentenarie (sebbene gli esordi risalgano per la linguistica occidentale all’inizio del XIV secolo col De vulgari eloquentia di Dante): anzi, si può forse dire che la 131 7 pages left in this chapter | confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili linguistica come dominio scientifico coincide in epoca moderna con la nascita della comparazione di lingue affini, con lo scopo cioè di costruire l'albero genealogico delle varie famiglie linguistiche. Negli anni ’70 del secolo scorso Richard Kayne, che con il suo lavoro è stato definito dal linguista italiano Giuseppe Longobardi nell’introduzione a Chomsky (19862) l’alter conditor della grammatica generativa, è stato di fatto il primo a proporre studi di sintassi generativa comparata. Molto recentemente, la nozione stessa di «comparazione» in linguistica si è ancora più affinata, sempre a opera di Kayne, distinguendo tra «microcomparazione» - quando si confrontano lingue molto simili, come è accaduto nel caso paradigmatico dello studio dei dialetti italiani -— e «macrocomparazione» - quando si confrontano lingue di famiglie e tipi diversi, come nel caso della comparazione tra lingue romanze e germaniche, o tra lingue indoeuropee e sino-tibetane!951, Il lavoro di comparazione si sta affinando sempre più: il lettore interessato a un lavoro critico sullo stato dell’arte nella teoria dei parametri e per una proposta concreta di esame comparativo, anche in nuovo ambito, quello della ricostruzione storica, può accedere direttamente a Lightfoot (1991), Longobardi (2000), Roberts (2004) e ai riferimenti ivi citati. Ma come è possibile che due lingue così diverse come per esempio l'italiano e il giapponese siano la variazione sul tema di un unico stampo, siano il risultato di una stessa architettura? Certo il fatto stupisce, ma immedesimiamoci in un biologo del XIX secolo: non avrebbe stupito anche lui sapere che la differenza tra un elefante e una farfalla è quantitativa (nel senso della variazione di ordine e numero di 4 caratteri lungo una molecola complessa)? Eppure la biologia moderna è riuscita a produrre tale riduzione, anche se spesso, dicono gli stessi biologi, la fiducia che dal solo DNA si possa ricostruire un essere vivente rimane (parzialmente) una chimera: probabilmente ci sono ancora cose che dobbiamo scoprire prima di avere la ricetta della forma di vita possibile. Back to page 35 132 Teniamoci tuttavia questo sogno; anzi, rinforziamolo con un paragone. Pensiamo agli elementi dei quali è fatto il mondo: ferro, idrogeno, cromo, uranio, eccetera. A prima vista si tratta di entità affatto differenti: cos'ha in comune l’idrogeno con il ferro? Anche qui è successo un po’ come per l'elefante e la farfalla. Una volta scoperta la struttura di un elemento e individuate delle leggi generali combinatorie, la differenza qualitativa tra elementi è stata ricondotta alla differenza quantitativa tra sottocomponenti di questi stessi elementi. Più esplicitamente, ora abbiamo la cosiddetta «tavola degli elementi di Mendeleev», dove con rigorosa sistematicità si passa da un elemento all’altro aumentando orbitali elettronici, protoni, neutroni eccetera secondo uno schema razionale. Non avrebbe forse stupito un chimico del XVIII secolo sapere che le differenze tra gli elementi erano quantitative e non qualitative? Ecco, anche per i linguisti moderni il sogno è proprio quello di arrivare a una tavola di Mendeleev delle lingue umane. La metafora, che da molto circolava negli ambienti dei linguisti ed è stata ripresa e trattata da Mark Baker (2001), purtroppo, almeno a mio avviso, rimane (per ora) una metafora. Noi non siamo ancora in grado di avere una «tavola delle lingue» in un senso comparabile a come diciamo di avere una tavola degli elementi, ma ciò non è soltanto - secondo la mia personale opinione - una questione di tempo, come se la tavola fosse solo da completare: il problema è che non abbiamo ancora capito del tutto quali sono gli aspetti che fanno variare una lingua dall’altra in tutte le sue componenti, anche se ci limitiamo alla sola sintassi. Tuttavia, è pur vero che un certo cauto ottimismo non è del tutto fuori luogo: in qualche caso siamo riusciti a trovare delle differenze minime tra lingue diverse che in un sistema così complesso come la sintassi di una lingua provocano degli effetti globali spettacolari, proprio come delle differenze minime ci fanno considerare l’elefante e la farfalla o il ferro e l’idrogeno variazioni su uno stesso tema. Su quale base empirica poggia un tale ottimismo? Come sempre cercherò di spiegarmi con un esempio. Prendiamo come base di discussione queste quattro sequenze di parole: 133 5 pages left in this chapter | confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili complemento in ogni sintagma. Questo cambiamento minimo ha dunque tuttavia un effetto macroscopico molto vistoso che rende la struttura ad albero praticamente irriconoscibile rispetto alla precedente. La terza e l’ultima frase sono invece veramente caotiche: non c’è speranza di ricavarle dall’architettura comune alle prime due con cambiamenti semplici e sistematici. Interesserà sicuramente il lettore sapere che la seconda frase ha di fatto l’ordine delle parole che avrebbe l'analogo della prima frase in giapponese! Il giapponese, dunque, almeno per quanto riguarda questo aspetto centrale della struttura sintagmatica — l'ordine lineare della testa e del complemento - è «il contrario» dell’italiano. Nel nostro esempio, abbiamo costruito una nuova lingua: è fatta di sintassi giapponese e di parole italiane. È una chimera che nessun bambino ha mai acquisito come lingua madre ma non è affatto innaturale. Sulla plausibilità di questa teoria torneremo nel dettaglio ancora nel terzo capitolo. Mi pare che, in un certo senso, il valore euristico del formalismo, del quale si è parlato nel paragrafo sul metodo, emerga chiaramente in questo caso: la rappresentazione della struttura, un po’ come nel caso della doppia elica, mutatis mutandis, ha dato il suggerimento per scoprire una nuova struttura, e aperto il campo a un nuovo filone di ricerca!99), Certo, questo è solo un esempio semplicissimo, dal sapore un po’ artefatto che hanno le frasi «di laboratorio», ma la sostanza dovrebbe essere chiara: variazioni anche minime in un sistema complesso danno luogo a differenze spettacolari tanto in sintassi quanto in biologia. Una grande parte del lavoro della ricerca in sintassi negli ultimi decenni è stata proprio concentrata nell’individuazione di queste differenze minime e sistematiche. Tecnicamente, si è soliti chiamare le parti variabili tra le sintassi di lingue diverse con il termine tecnico «parametri», mentre si definiscono «principi» le parti invarianti del sistema, sicché il modello attualmente dominante nel panorama della linguistica moderna si chiama «modello a principi e parametri». In questo caso, il parametro che abbiamo visto riguardo alla Back to page 35 136 of 373 struttura interna dei sintagmi si chiamerà ovviamente «parametro testa- complemento», ma ne esistono altri e il dibattito sulla natura e il formato dei parametri è tutt'altro che chiuso. L'aspetto universale di questo ambito sintattico sta nel fatto che, indipendentemente dalle variazioni d’ordine lineare, ogni sintagma è composto da specificatore, testa e complemento e che lo specificatore è prominente sulla sequenza testa-complemento. Certo, una volta ipotizzati i parametri di variazione, si apre uno scenario di quesiti intricato, anche se affascinante. Tantissime sono le domande possibili: quanti sono i parametri? Esistono principi universali che regolano il formato possibile dei parametri? Ogni parametro ha solo e sempre scelte binarie?!971 A che età un bambino capisce quale valore va scelto per un parametro? I parametri hanno un valore per default o un bambino ha di fronte un’opzione totalmente arbitraria? I valori dei parametri sono scelti simultaneamente o esiste un ordine di precedenza? Il valore di un parametro può influenzare quello di un altro? E, forse, la domanda più radicale tra le molte altre: perché esistono i parametri?!68] Come sempre nuove idee provocano nuove domande alle quali non sempre si può dare una risposta immediata. Una cosa tuttavia è certa: ammettiamo pure il modello più semplice, quello dove un parametro ha scelte binarie e non è correlato con altri parametri. Se esistesse solo 1 parametro, esisterebbero solo 2 sintassi possibili. Se ne esistessero 2, esisterebbero 4 sintassi possibili. Se ne esistessero 4, esisterebbero 16 sintassi possibili, e via dicendo. Dunque, dati n parametri avremmo 2" lingue. Ciò è decisamente sorprendente. Se questa teoria si rivelerà vera alla prova dei fatti, vorrebbe dire che, ammettendo che il numero delle lingue parlate oggi sia quello convenzionale di circa 6.000-7.000 e ipotizzando che a ciascuna di queste lingue corrisponda una sintassi diversa, basterebbero 13 parametri per arrivare già a 8.192 sintassi diverse. Siccome le potenze di un numero crescono «velocemente», con 16 parametri, per esempio, arriveremmo addirittura alla cifra di 65.536 sintassi diverse superando di circa dieci volte il computo medio del numero 137 0f 373 1 page left in this chapter | confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili delle lingue. Naturalmente, si tratta di un modello molto semplificato e, come ho appena detto, la lista delle domande è vastissima; tuttavia si capisce benissimo l’enorme importanza della teoria dei parametri rispetto alla possibilità di identificare la classe delle lingue umane possibili e le ovvie ricadute sulla teoria dell’apprendimento: a un bambino basterebbe scegliere tra, diciamo, 30 parametri, per avere a disposizione qualcosa come 1.073.741.824, dunque più di un miliardo, di tipi diversi di sintassi, un numero che supera di molto quello delle lingue che si può ragionevolmente ipotizzare siano state parlate dal genere umano dalla sua comparsa sul pianeta; con ancora 3 parametri in più arriveremmo a superare addirittura il numero degli esseri umani attualmente viventi, stimato attorno ai 6.400.000.000 di individui, toccando la cifra di ben 8.589.934.592 di tipi di sintassi diverse. Ovviamente, rimangono tutte le domande che ci siamo appena posti e di certo anche molte altre. In particolare rimane cruciale la domanda se esistono dei principi generali che limitano il numero e i tipi di parametri e, altra domanda fondamentale, perché esistono i parametri. A questa domanda, per ora non c'è risposta. Per chi scrive, se questo fosse il migliore dei mondi possibili, i parametri dovrebbero essere semplicemente dei gradi di libertà offerti dal sistema e non delle istruzioni specifiche, proprio come nella tavola degli elementi di Mendeleev o nelle classificazioni dei cristallografi: le varietà non sono che variazioni sul tema di uno stesso stampo complesso con pochi punti di variazione. D'altronde, se non esistesse una generalizzazione restrittiva sul formato di un parametro, la teoria sarebbe troppo debole. Infatti, se a ogni differenza interlinguistica corrispondesse un parametro differente, la teoria dei (principi e) parametri finirebbe con il coincidere con una descrizione delle differenze, non con una spiegazione. Non possiamo a priori escludere che la situazione sia questa, ma se ciò fosse, salterebbe quel requisito di semplicità del quale parlavamo nei paragrafi precedenti, con ovvi contraccolpi negativi sulla credibilità di una teoria dell’apprendimento Back to page 35 138 basata su questa teoria: la velocità di apprendimento e soprattutto l'assenza di strutture «miste» sia nel corso dell’apprendimento che nelle varietà attestate dovrebbe essere ricondotta ad altri aspetti. Riprendendo l’esempio del movimento del fumo e dell’acqua del paragrafo introduttivo, ammettere tanti parametri quante sono le variazioni osservabili tra le lingue, infatti, sarebbe come ammettere che per questi due elementi, il fumo e l’acqua, ci siano due forze distinte che li portano verso le loro sedi naturali: la teoria sarebbe complicata come la realtà. 3.2. La grammatica come limite dell’esperienza A conclusione di questo paragrafo sull’arca di Babele, cioè sull’identificazione e la raccolta di tutte le lingue attestate (o meglio possibili), vale però la pena di soffermarci un istante su almeno una delle domande poste circa i parametri, perché costituisce di fatto forse l'aspetto più rivoluzionario della linguistica moderna rispetto ai modelli precedenti. Ripetiamoci la domanda fondamentale: come si apprende la lingua materna? Esistono almeno due modelli che da sempre rappresentano i due archetipi dell’apprendimento: da una parte il modello a tabula rasa: ogni lingua specifica si costruisce a poco a poco nella mente del parlante sulla base di tentativi regolati dall'esperienza; dall’altra il modello che potremmo definire per simmetria a tabula inscripta: nel bambino ogni lingua specifica si sviluppa interamente come un progetto biologicamente determinato. La teoria della grammatica universale basata sul modello a principi e parametri costituisce un punto decisamente innovativo, e per certi versi conciliatore, di questi due estremi. È ovvio che la seconda ipotesi, quella della tabula inscripta, va scartata subito: come è noto e si è più volte detto, nessuno può credere che lo sviluppo di una lingua specifica sia il risultato di un progetto determinato del tutto biologicamente. Se una coppia di adulti che parlano una stessa lingua mette al mondo un bambino che per qualsiasi ragione si trova a essere allevato in un ambiente dove si parla una lingua diversa, il bambino 139 3 pages left in this chapter | confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili Un modo ancor più radicale di vedere l'apprendimento del linguaggio in base a una griglia preformata, secondo l’espressione di Jacques Mehler (1974), è di concepire questo processo come il dimenticare ciò che non serve, secondo l’esperienza che compiamo. Secondo questo punto di vista, la sintassi non viene appresa costruendo passo dopo passo la complessa rete che dà alla fine il «cubo di Rubik» di parole, ma su base selettiva. Che cosa deve dimenticare un bambino? Nel modello a principi e parametri, apprendere la sintassi di una lingua significa per il bambino scartare, e quindi «dimenticare», i valori dei parametri che non sono compatibili con l’ambiente linguistico nel quale il bambino si trova ad agire. Per capire come funzioni concretamente questo modello, possiamo utilizzare l'esempio del confronto tra la sintassi della frase in giapponese e italiano: nel caso del parametro testa-complemento, sarà sufficiente per il bambino che impara il giapponese scartare il caso in cui la testa precede il complemento ed estendere il tipo di struttura sintagmatica a tutti i sintagmi; l’opposto verrà fatto dal bambino che impara l’italiano. Se un bambino italiano sente il sintagma preposizionale dopo la cena saprà che nella sua lingua nei sintagmi la testa precede il complemento e scarterà il valore opposto; se invece sente il sintagma preposizionale yuusyoku go (cena dopo) saprà che nei sintagmi la testa segue il complemento. In base alla teoria dei sintagmi, bastano pochi stimoli perché il bambino inferisca automaticamente in che tipo di lingua si trova: di fatto dimenticherà di avere a disposizione altri valori. La situazione rispetto all’ipotesi che la grammatica si costruisce pian piano aumentando il livello di complessità è radicalmente diversa: in questo caso è come se il cervello non costruisse nulla, ma si limitasse a scartare strutture inutili. Per dirla con una battuta, secondo il modello di apprendimento per selezione, il cervello è un cestino della spazzatura, forse il migliore dei cestini possibili. Questo fenomeno di apprendimento per «dimenticanza» non è isolato alla sola sintassi, ma anzi sembra estendersi a tutti i domini del linguaggio, Back to page 35 142 per esempio in fonologia. E questo parallelismo corrobora reciprocamente le due teorie. È noto che un parlante nativo adulto del cinese non si «accorge» della differenza tra il fono [1] e [r]. Non è che un adulto cinese non senta la differenza; la sente eccome: lo stimolo fisico rimane infatti certamente identico, solo che, siccome i due suoni non sono fonemi nella sua lingua, non riesce più a dar loro il «peso psicologico» che essi hanno in italiano. Dunque per un cinese liso e riso non sono facilmente distinguibili. Allo stesso modo le consonanti cosiddette «doppie» in italiano (più tecnicamente, le consonanti «geminate») non sono più naturalmente accessibili a un parlante adulto anglofono: papa e pappa sono infatti molto difficili da discriminare per un inglese. Viceversa, un italiano si trova in difficoltà con le vocali dell'inglese: per un adulto italiano, la pronuncia di ship e sheep (rispettivamente, «nave» e «pecora») sono difficili da cogliere perché la differenza sta nella «lunghezza» della vocale che è breve nella prima parola ma lunga nella seconda, come si indica nella trascrizione fonetica con il simbolo «:» fatto seguire alla vocale, cioè rispettivamente / Sip/ e /fi:p/ (dove il simbolo «f» sta per il suono consonantico iniziale di una parola come scimmia). Sintetizziamo questo modello dell’apprendimento: apprendere una lingua, nelle sue varie componenti, e specie nella sintassi, significa dimenticare i valori non compatibili con l’esperienza, dati dai limiti di variazione imposti da una guida biologicamente determinata. Si tratta di un modello a tabula inscripta, dove però il sistema ammette dei gradi di libertà; tale modello si contrappone sia al modello a tabula rasa sia a quello a tabula inscripta senza gradi di libertà. 3.3. Lingue semplici e lingue complesse: la partenogenesi delle lingue creole È importante sottolineare che una conseguenza implicita che sarebbe compatibile con l’ipotesi di assenza di una guida biologicamente 143 21 pages left in this chapter