John Dewey è probabilmente il più grande pedagogista contemporaneo americano, vissuto a cavallo tra il 1800 e il
1900. Il suo pensiero ha influenzato moltissimo il modo di fare scuola fino ai giorni nostri.
Il ruolo fondamentale della scuola è, innanzitutto, quello di promuovere l'ESPERIENZA degli alunni. Nelle scuole
bisogna partire dall'esperienza pratica: sulla base dell'esperienza pratica l'alunno formula una teoria e delle ipotesi e
successivamente ritorna all'esperienza per verificare se la teoria e le ipotesi formulate sono esatte, in un legame
continuo tra TEORIA e PRATICA. In questo senso la scuola promuove una conoscenza che sia utile per risolvere
problemi concreti: ai ragazzi vengono sottoposti problemi pratici da risolvere, nell'idea che è proprio la necessità ad
aguzzare l'ingegno.
A questo proposito diventano quindi preziosissimi non solo i tentativi degli alunni, ma anche i loro errori, perchè
permettono loro di formulare nuove ipotesi e trovare nuove soluzioni. Inoltre nella scuola di Dewey viene dato
grande spazio per i lavori manuali e quindi per l'istruzione professionale, e ovviamente sono fondamentali le
discipline scientifiche. Le stesse materie umanistiche vengono insegnate con un metodo che sia il più possibile
scientifico e il più possibile legato all'esperienza pratica. Dewey arriva addirittura ad affermare che gli unici atti che si
possono considerare davvero educativi sono quelli che promuovono e accrescono l'esperienza e quindi spingono il
bambino a sperimentarsi in situazioni sempre diverse e nuove. Al contrario sono atti diseducativi quelli che non
stimolano o addirittura precludono le esperienze future, che sono cioè basati solamente sulla routine e la ripetizione.
Oltre alla promozione dell'esperienza la scuola ha un altro compito fondamentale: deve destare l'INTERESSE del
ragazzo. In questo senso lui è fortemente contrario al nozionismo fine a se stesso: l'immagazzinare informazioni
slegate dall'esperienza non ha senso, perché non è utile, non rimarrà nella mente del bambino a lungo e anzi
provocherà in lui una grande antipatia nei confronti delle scuola. Non è importante la quantità di informazioni che lo
scolaro possiederà: sarà piuttosto opportuno promuovere nello scolaro il desiderio di conoscere, insegnargli un
metodo di lavoro, dargli la consapevolezza che potrà con il suo sapere migliorare la società e si sentirà quindi
partecipe del bene comune. Il ragazzo sarà in un'ottica di crescita continua. Non si promuoveranno quindi abitudine
e ripetizione fine a se stesse ma si cercherà sempre di trasmettere al ragazzo il significato di quello che sta provando:
le prime danno un insegnamento particolare, riferito ad un'unica questione specifica, il secondo allena la mente a
saper affrontare i problemi di tutti e di tutta la società. In questo senso e paradossalmente, l'approccio della scuola
deve essere il meno scolastico possibile.
In questo senso scuola e vita devono essere assolutamente collegate e avere scambi continui. Una volta che si farà
leva su quello che è l'interesse del bambino, sul risvolto pratico della sua conoscenza, allora egli sarà anche più
disponibile a tollerare uno SFORZO perché non lo vivrà come una fatica "inutile" ma lo accetterà e affronterà anche
se difficoltoso. Se l'alunno coglie che il "far fatica" gli permette di accedere a ciò che realmente lo interessa sarà
disponibile a farlo: sarà quindi l'interesse a giustificare lo sforzo.
L'esperienza pedagogica di Dewey si basa su 3 principi:
- Principio di continuità: tale principio è fondamentale, perché il bambino, attraverso l'esperienza, sviluppa
comportamenti che stabilmente gli consentono di interagire con il mondo. Ci deve sempre essere una con qualche
forma di continuità dell'esperienza, facendo in modo che l'influenza di ciascuna esperienza sulle successive sia
positiva , favorisca cioè l'acquisizione di nuove esperienze qualitativamente di grado il più elevato.
- Principio di crescita: l'educazione può dirsi efficace e attiva nel momento in cui la continuità dell'esperienza
consenta una crescita effettiva dell'uomo, sotto il profilo delle potenzialità di acquisizione di nuove esperienze .
perciò gli insegnamenti devono essere sempre propedeutici a nuove esperienze.
- Principio di interazione: la struttura dell'esperienza è sempre duplice: vi è una condizione esterna che oggettiva, ad
esempio il controllo dell'educatore in una situazione formalmente strutturata come quella scolastica, ed una
condizione interna che è soggettiva, difficile Non solo da controllare ma anche da conoscere. Ogni esperienza
educativa è il risultato complessivo dell'interazione di queste due condizioni. Quando sono in conflitto si produce
un'esperienza non educative, una cosiddetta routine negativa. Non si può quindi programmare a priori una didattica
che non tenga conto delle identità dei soggetti interagenti e delle loro esperienze precedenti .