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riassunto integrale diviso per capitoli e paragrafi
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo1 (Il tessuto dell’esperienza)
Silverstone sostiene che i media debbano essere studiati perché sono centrali per la vita quotidiana di ogni individuo, in quanto sono dimensioni sociali, culturali, politiche ed economiche del mondo contemporaneo e in quanto sono elementi che contribuiscono alla capacità di dare un senso al mondo, di costruire e condividerne i suoi significati. I media devono essere considerati e studiati come parti del “ tessuto generale dell’esperienza ”, facendo riferimento alla natura radicata della vita nel mondo, a quegli aspetti dell’esperienza che si danno per scontati ma che sono indispensabili alla vita e alla comunicazione (come li definiva Isaiah Berlin ). La caratterizzazione di Berlin è soprattutto di tipo metodologico: il perché implica necessariamente il come.
Esistono comunque altre metafore che tentano di definire il ruolo dei media nella cultura contemporanea: qualcuno li vede come “ canali ” che consentono di far arrivare un messaggio alla mente con un passaggio più o meno lineare; oppure possono essere visti come “ linguaggi ” utili all’interpretazione dei testi. Marshall McLuhan invece considera i media come “ estensioni dell’uomo ”, come delle protesi che ne aumentano il potere e il raggio d’azione, ma allo stesso tempo possono diminuire le capacità dell’individuo.
Gran parte della preoccupazione pubblica circa gli effetti dei media , soprattutto a proposito dei new media , si concentra sul fatto che essi arriveranno a rimpiazzare la normale socialità, allevando così una generazione di “ drogati dello schermo ”.
L’autore sostiene che occorre esaminare i media come un processo con cui gli esseri umani tentano, in molteplici modi e diversi gradi di successo, di connettersi l’uno all’altro. I mezzi di comunicazione stanno cambiando in modo radicale: il nostro secolo ha visto il telefono, il cinema, la radio e la televisione diventare oggetti di consumo di massa e al tempo stesso strumenti essenziali per la conduzione della vita quotidiana. Oggi c’è un’ulteriore intensificazione della cultura mediale con la crescita globale di Internet, un mondo interattivo in cui tutto e tutti sono raggiungibili all’istante.
Comprendere i media in quanto processo significa riconoscere che tale processo è di tipo politico- economico: infatti i significati che gli individui recepiscono derivano da istituzioni di portata globale, che controllano produzione e distribuzione mediale indebolendo così il potere dei governi nazionali nel controllare il flusso di informazioni all’interno dei propri confini.
In realtà non esiste una singola teoria dei media, e sarebbe un errore cercare di trovarne una. Al tempo stesso però l’interesse verso i media è anche un interesse per i media: si vuole cercare di dare un’applicazione concreta a quello che si è capito fin’ora. Quindi lo studio dei media deve essere una scienza attuale e di prospettiva umanistica.
L’ azione più significativa dei media si svolge nel mondo ordinario: essi filtrano e incorniciano le realtà quotidiane, fornendo punti di riferimento utili nella vita di tutti i giorni e dando spunti per la produzione e il mantenimento del senso comune. Il punto da cui partire è il senso comune inteso
come espressione e precondizione dell’esperienza, come condiviso o condivisibile, come misura spesso invisibile delle cose. I media dipendono dal senso comune, lo riproducono, lo sfruttano e a volte lo fraintendono. La sua pluralità offre materiale per le discussioni di tutti i giorni nel momento in cui l’individuo è costretto a riconoscere il senso comune e le culture di altri. È quindi attraverso il senso comune che gli individui possono condividere la loro vita e distinguerle da quelle degli altri.
Nell’analisi del rapporto degli individui con i media , è possibile fare un paragone con i nomadi: gli individui si muovono da un ambiente mediale all’altro, tra spazi privati e pubblici, spazi reali e virtuali, spazi locali e globali. I media offrono infatti spazi mediali dove fermarsi, punti di riferimento, oltre che punti per lo svago; infatti i media costituiscono il quotidiano, ma ne forniscono anche le alternative.
Secondo Manuel Castells (1996) la società si costituisce attraverso uno “ spazio di flussi ” che disegna la rete elettronica e fisica lungo la quale si muovono informazioni, merci e persone nell’era dell’informazione. L’individuo si muove in spazi mediali, nella realtà e nell’immaginazione, in senso materiale e simbolico. Studiare i media, quindi, significa anche studiare questi movimenti nel tempo e nello spazio, e le interrelazioni fra di essi.
Nello studio dei media in relazione al “tessuto dell’esperienza”, occorre considerare prima di tutto la necessità del riconoscimento della realtà dell’esperienza. Infatti, anche le esperienze mediali sono concrete, ma noi abbiamo la capacità di distinguere la fantasia dalla realtà, mantenendo una distanza critica con i media; confrontiamo quello che ci viene trasmesso con le informazioni in nostro possesso, e dimentichiamo molto di quanto ci viene proposto e trasmesso. Quindi le risposte ai media variano molto da persona a persona, sulla base delle appartenenze sociali e di quello che costituisce il senso comune.
L’ esperienza è quindi una questione di identità e di differenza, è unica e condivisibile, è fisica ma anche psicologica. Essa è inquadrata da priorità ed esperienze precedenti; è ordinata in base alle norme e alle classificazioni sopravvissute al tempo e alle varie società; è interrotta dall’inaspettato, dall’improvviso, dalla sua stessa vulnerabilità e mancanza di coerenza; è anche fisica , cioè basata sul corpo e sui sensi. L’esperienza non si esaurisce nel senso comune né nell’azione fisica, non è nemmeno sufficiente a circoscrivere la riflessione sulle sue capacità di ordinare ed essere ordinata. Infatti al di sotto dell’esperienza c’è l’ inconscio , che non può essere ignorato. Per studiare i media, occorre quindi confrontarsi con il ruolo che svolge l’inconscio nel costituire e sottoporre l’esperienza al dubbio. Dunque studiare i media è utile perché serve ad offrire una via nelle zone nascoste della mente e del significato.
L’ esperienza mediata e l’esperienza dei media emerge nel collegamento tra corpo e psiche, viene espressa naturalmente nei discorsi e nelle storie della vita quotidiana attraverso cui viene costantemente riprodotto il sociale. La struttura ed il contenuto delle narrazioni mediali sono interdipendenti come le narrazioni dei discorsi quotidiani, e come tali permettono di inquadrare e misurare l’esperienza, intrecciando pubblico e privato. I media sono strumenti fondamentali nel processo di produzione di distinzioni e di giudizi, poiché fungono da mediatori tra la classificazione che dà forma all’esperienza e l’esperienza che colora la classificazione. Il loro studio verte quindi a
Quando studiamo i media, bisogna porre attenzione alla mediazione come processo perché riguarda la necessità di occuparci del movimento dei significati attraverso le soglie della rappresentazione e dell’esperienza, di stabilire i luoghi e le fonti di disturbo, di comprendere le relazioni fra significati pubblici e privati, fra testi e tecnologie e di identificare dei punti di pressione.
Capitolo3 (Tecnologia)
Per procedere nello studio dei media bisogna considerare la tecnologia , che ormai costituisce la principale interfaccia con il mondo, il mezzo attraverso cui sempre più spesso ci confrontiamo con la realtà. La tecnologia emerge da complessi processi di progettazione e sviluppo; i new media non nascono completamente formati e autonomi, ma vengono costruiti sulle basi di quelli esistenti. Spesso però il cambiamento tecnologico produce conseguenze anche notevoli che portano ad un cambiamento radicale del mondo in cui viviamo: scrittura, stampa, telegrafia, radio, televisione, telefonia, internet, hanno offerto nuovi modi di gestire l’informazione e nuovi modi di comunicarla, nuovi modi di influenzare e nuovi modi di produrre, trasmettere e fissare il significato.
La tecnologia non va intesa quindi come entità univoca ma si può definire “ plurale ”:
di distribuzione. Ad esempio nell’economia di internet, la new economy deve confrontarsi con i problemi di sicurezza, di protezione dei dati, degli standard e del rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale, deve confrontarsi con uno spazio economico che si definisce in rapporto a un ambiente informativo in rapida espansione e relativamente aperto. I new media tendono a creare una società in cui le organizzazioni politiche ed economiche sono spinti fuori dal gioco di forze grandi e piccole, globali e locali.
Capitolo4 (Retorica)
La retorica è innanzitutto persuasione, è un linguaggio orientato all’azione, con l’obiettivo di cambiarne l’orientamento e influenzarla, ma è anche volto a modificare atteggiamenti e valori. Nel contesto mediale, gli spazi costruiti dai media sono costruiti retoricamente; lo stesso linguaggio dei media è retorico.
La persuasione in realtà implica la libertà, dal momento che è insensato tentare di persuadere qualcuno che non può scegliere, che non può esercitare almeno un minimo di libero arbitrio; essa implica anche differenza, poiché è inutile tentare di influenzare qualcuno che è già della nostra opinione. La retorica invece si basa su una gerarchia, sul riconoscimenti di questa differenza; implica classificazione e dibattito, non solo persuasione; essa presuppone la democrazia, la richiede e la sostiene. Poiché la retorica è al centro della classificazione e della comunicazione, presuppone anche che ci sia qualcosa da comunicare.
Zenone descrive la retorica come una “ mano aperta ” e la contrappone al “ pugno chiuso ” della logica. L’apertura indica uno spazio aperto al dibattito dove si manifestano divergenze di opinioni; il successo o la soluzione non sono garantiti. Nella società attuale, i media ci offrono costantemente una mano aperta: ci coinvolgono, ci interpellano e chiedono attenzione nel campo commerciale, politico, estetico. Occorre però occuparsi della relazione tra strategie testuali e risposte del pubblico, e della retoricizzazione della cultura pubblica.
Uno dei maggiori risultati dei media contemporanei è la loro capacità di persuaderci che ciò che essi rappresentano sia realmente accaduto (ES: lo sbarco sulla luna). Questo è però dovuto anche dalla fiducia che riponiamo nelle istituzioni responsabili di riportarci la storia, ma anche nelle convenzioni della rappresentazione, nelle forme di espressione, nel fragile ma efficace equilibrio fra
organizzazione e i processi con cui si manifesta, il modo in cui questi discorsi coinvolgono lettori e spettatori, e il modo in cui creano significati.
Un esempio lo ha dato Aristotele il quale indaga i principi che sono alla base della poesia: il tragico , il comico , l’ epico e soprattutto la tragedia. Il suo punto di partenza è la mimesi, l’ imitazione. Sostiene infatti che gli esseri umani traggano piacere dalle opere di imitazione, la cui maggiore espressione è la tragedia.
Naturalmente il mondo è cambiato dall’epoca di Aristotele, ma non completamente. Anche oggi infatti si può notare che imitazione, realismo e verosimiglianza sono centrali anche nella nostra poesia, seppur sottoforma di sit-com, fiction o lungometraggi. Ognuna di queste forme richiede un’analisi per capire come opera, come questi tipi di storie riflettono e risolvono i dilemmi della vita e della cultura che rispecchiano.
La poetica dei media deve estendersi oltre il testo e deve esaminare i discorsi che possono essere stimolati, ma non completamente determinati dai testi stessi; deve esaminare la relazione fra storie raccontate e storie riportate, amplificate o distorte nei racconti della vita quotidiana.
Jonathan Culler elenca cinque modi attraverso i quali un testo, una storia o una poesia può costruire la verosimiglianza creando un mondo condiviso ed una cultura comune:
Inoltre, la fiducia è una merce negoziabile, come negli altri processi di mediazione. La poetica dei media quindi deve arrivare a identificare quelle leggi generali che guidano alla nascita di ciascuna opera, in modo da includere i processi di costruzione oltre la pubblicazione dell’opera, utilizzando leggi della vita sociale e seguendo un processo di mediazione che trova completamento solo nella mente di spettatori e lettori.
Capitolo6 (Erotismo)
AAAAA
Capitolo7 (Gioco)
L’esperienza dei media è in un certo senso “ al congiuntivo ”: essere nel mondo ma non del mondo, o viceversa. Ciò significa considerare come i media offrono un quadro interpretativo per l’esperienza, ma anche come vengono trasformati dall’esperienza.
Silverstone sostiene che il gioco sia uno strumento utile ad analizzare l’esperienza dei media e che lo studio dei media richiede proprio un’attenzione particolare al gioco, in quanto attività centrale della vita quotidiana.
Nonostante l’apparenza, il gioco è interamente razionale , ma le sue forme di razionalità non sono quelle del quotidiano. Il gioco è uno spazio in cui i significati vengono costruiti attraverso la partecipazione all’interno di un luogo condiviso e strutturato, diverso dall’ordinario, un luogo di sicurezza e fiducia limitate, in cui i giocatori possono temporaneamente abbandonare la vita reale senza correre rischi.
I media possono essere considerati come luoghi di gioco sotto molteplici profili: guardare la tv, fare le parole incrociate, guardare attivamente un quiz, sono tutte attività che implicano il gioco. I media hanno quindi la capacità di coinvolgere il pubblico in spazi e tempi distinti e delimitati dalle confusioni della vita quotidiana. Il gioco è fondamentale per l’esperienza dei media, poiché implica una partecipazione reciproca in cui giocatori e pubblico vengono coinvolti nei discorsi costruiti dai media.
Roger Caillois descrive il gioco distinguendone quattro dimensioni: comincia con agon ( competizione ) e alea ( fortuna ) che esprimono atteggiamenti opposti, ma in qualche modo simmetrici; il gioco, che sia alea o agon , è comunque un tentativo di sostituire una situazione ottimale alla normale confusione dell’esistenza. Prosegue poi con ilinx ( vertigine, resa, possessione fisica ) e mimicry ( mascheramento, identificazione ). La mimicry è invenzione continua, si tratta di una performance mimetica che unisce il ludico e il drammatico. Caillois inoltre fa una ulteriore distinzione anche tra paida , cioè quelle attività associate al gioco infantile che accentuano la spontaneità e l’improvvisazione, e ludus , cioè quelle attività governate da regole.
Il gioco è quindi fondamentale per l’esperienza dei media; esso implica, come la retorica, una partecipazione reciproca. È comunque importante sottolineare le tensioni esistenti all’interno del gioco fra libertà contenuta , creatività prefissata , passività attiva , dipendenza volontaria. Il gioco è quindi un’attività complessa e precaria. La sua precarietà è riconosciuta dallo psicanalista D.W. Winnicott quando tratta il rapporto tra gioco e realtà: il gioco è collocato al centro della psicologia infantile; il bambino esplora il mondo attraverso il gioco che rappresenta uno spazio di transizione tra la realtà esterna che viene esaminata e il mondo interiore che viene man mano definito. Il gioco fa emergere il bambino nell’adulto e l’adulto nel bambino; è proprio nel gioco che siamo in grado di esplorare noi stessi e la società, ma questa attività può essere anche pericolosa. Infatti i confini non possono essere sempre mantenuti e la fiducia richiesta non sempre può essere concessa; c’è la possibilità di commettere errori, di fraintendere i segnali, talvolta con esiti anche tragici. Ma questa attività comporta anche un piacere dato dal partecipare, dall’avere compagni di gioco, dalla rivalità
significati, quindi a sua volta dipende dalla nostra partecipazione, forzata o meno, al processo di rappresentazione.
I termini realizzazione , presentazione , rappresentazione , sono tutti rivolti allo stesso problema: presi nel loro insieme forniscono un modo di pensare alla vita sociale che privilegia l’ azione , il significato e il potere della sfera simbolica ; un modo di pensare alla vita che offre anche una prospettiva per pensare ai media e al loro significato. La spiegazione del ruolo dei media nella vita quotidiana è perciò resa possibile proprio dalla percezione che il mondo in cui viviamo, che noi stessi costruiamo e che è basato sull’esperienza, è già mediato.
Quindi, considerare la vita sociale come il prodotto di una rappresentazione, cioè di un’attività continua data spesso per scontata, significa affermare un’altra dimensione della società “al congiuntivo”. Noi conosciamo la rappresentazione perché la mettiamo in atto in continuazione e perché la vediamo continuamente in atto nei media. Il mondo viene rappresentato dai media e noi recitiamo al loro fianco come attori e partecipanti appropriandoci delle sue verità e falsità. Però noi sappiamo anche riconoscere i confini tra spazi pubblici e privati, sappiamo che i confini separano ma allo stesso tempo connettono, e che noi ci muoviamo sempre più facilmente attraverso essi, attraverso i confini tra attore e spettatore.
La posizione secondo cui oggi tutto quello con cui veniamo in contatto è mediato, avvelenato dai media, è una posizione vuota dal punto di vista empirico. Infatti, come nel caso del funerale di Diana, i media si appropriarono dell’intera rappresentazione, ma la stessa fu principalmente un’appropriazione popolare in cui vennero condivisi dei significati e prodotte delle esperienze condivise che si sarebbero ricordate. I partecipanti rivendicano il possesso di un evento che hanno recuperato dalla morsa dei media. Il funerale di Diana è un esempio di confusione tra i ruoli di attore e spettatore, che trasforma ogni momento personale in un frammento di un evento nazionale o globale. La dimensione sociale di quell’evento è stata però poi lasciata al ricordo di coloro che la vissero, infatti i media dopo circa un anno smisero di parlarne e di riprodurne il coinvolgimento.
Questo evento eccezionale mette alla luce un aspetto normale, cioè la nostra capacità di partecipare alla vita collettiva , crearla nelle rappresentazioni condivise; questo rende impossibile tracciare un confine tra l’esperienza mediata e quella apparentemente non mediata: un aspetto che va indagato nello studio dei media per individuarne le conseguenze.
Un altro fenomeno è quello della rete. Ognuno di noi attraverso la propria home page può fornire una sua rappresentazione, richiedendo l’attenzione degli altri. Questo tipo di rappresentazione non comporta né responsabilità né coinvolgimento, è piuttosto una comunicazione casuale. Ma questo tipo di comunicazioni formano un certo tipo di società, una rete di connessioni con altre vite altra gente ed altri luoghi.
Capitolo9 (Consumo)
Il consumo è un’altra dimensione dell’esperienza che si sovrappone alle precedenti, è un’attività individuale e collettiva, privata e pubblica, che dipende dalla distruzione delle merci per produrre significato. Si trova in una posizione intermedia tra parsimonia ed eccesso, economia e sperpero. Può essere quindi una terapia, ma anche una malattia. Si tratta di una attività che opera tra lavoro e svago; è intrapresa negli spazi lasciati liberi dai ritmi della società industriale; è sia uno svago che un lavoro, un tipo di lavoro che relaziona individui e collettività, definisce status e bisogni, un lavoro “ festivo ” insomma.
Il focus group e la ricerca di mercato creano una nuova geografia del consumo caratterizzata da reti di distribuzione globale e di infinite decisioni di consumo. Nella cultura attuale, il consumo è l’unica attività nella quale ci impegniamo giorno dopo giorno, un’attività che non si limita alla decisione o all’atto dell’acquisto. Infatti noi consumiamo in continuazione e facendo ciò contribuiamo al tessuto dell’esperienza. In questa operazione siamo aiutati dai media, poiché il consumo e la mediazione sono interdipendenti per vari motivi: consumiamo i media , consumiamo attraverso i media , i media ci persuadono a consumare , i media ci consumano.
Il consumo è esso stesso una forma di mediazione nella quale il valore ed il significato degli oggetti vengono tradotti e trasformati (personalizzati) in un linguaggio privato, personale e particolare. Quando consumiamo, produciamo significati e negoziamo valori, rendendo così il nostro mondo dotato di senso. Questo ci porta a pensare che siamo quello che compriamo più che quello che facciamo o pensiamo.
La nostra identità è spesso affermata attraverso l’espressione esteriore; la mappa della differenza che ci permette di tracciare la nostra strada attraverso gerarchie di ricchezze e potere, viene definita dalla nostra capacità di posizionarci e di leggere i segni del consumo. Le merci che ci vengono offerte ci danno il materiale grezzo con cui creare il nostro senso di identità. Questo è il paradosso del consumo. Secondo Appadurai il consumo è l’attività con cui, oggi, le persone sono spinte verso il lavoro di fantasia. Questa affermazione parte dall’osservazione che il consumo è ripetitivo: i bisogni materiali richiedono un’attenzione continua. Il consumo diventa quindi un’abitudine, che a sua volta richiede una regolamentazione. Per questo ogni società ha creato, in tempi e modi differenti ed attraversando la cosi detta “ rivoluzione del consumatore ”, particolari meccanismi per regolamentare il consumo. Appadurai sostiene che oggi è il consumo che organizza la vita, e i rituali che costruiamo intorno al consumo creano il tempo, invece che semplicemente rifletterlo. L’antropologo statunitense afferma che alla base della civiltà contemporanea c’è un’ estetica dell’effimero : “il consumo moderno cerca di sostituire l’estetica della durata con l’estetica dell’effimero”. Ma questo è vero solo in parte. In realtà desideriamo l’effimero solo perché sappiamo che è permanente, ci accontentiamo del nuovo solo perché confidiamo nella solidità della persistenza. E questo processo è parecchio favorito dai media.
I media sono quindi gli strumenti che si battono contro il tempo e ci persuadono ad aumentare il nostro livello di consumo. Alcuni media però, come i new media , non sono neanche schiavi del tempo : ad esempio canali televisivi e siti di commercio elettronico non hanno limiti di orario,
timori sono diventati ancora più visibili, e questa preoccupazione per la sicurezza e l’ambiente familiare si accompagna a quella di proteggerli. In realtà possiamo anche portare con noi un po’ di casa (ES: il giornale, l’antenna satellitare, Internet). La casa è diventata quindi qualcosa di virtuale , che si può mantenere anche senza una collocazione, forse per compensare i momenti in cui non possiamo stare/andare a casa.
Un altro argomento interessante è lo stretto legame tra la memoria e la casa. I ricordi del mondo esterno non possono vantare la stessa tonalità dei ricordi della casa ( Bachelard ); la nostra casa diviene il contenitore della nostra percezione, del quotidiano; le storie di casa sono come le vene del corpo sociale, non più prive dei media. Oggi infatti, con l’ingresso dei media nelle nostre case, queste storie includono anche ricordi mediali. La casa è quindi rappresentabile come uno spazio mediato.
Secondo Raymond Williams i media, prima con la radio e poi con la televisione, crearono una sorta di intimità borghese nel momento in cui le famiglie si spostarono dalle città verso le periferie. Attraverso i sistemi di broadcasting si permise la dispersine della popolazione, le case private venivano collegate a una casa pubblica. Questo definì un particolare tipo di ambiente familiare in cui condurre la vita quotidiana.
I media sono considerati importanti per il potere che si presume esercitino su di noi, a casa. Secondo alcuni ricercatori, i più forti consumatori di televisione sviluppano una visione del mondo che coincide con la rappresentazione che ne da il mezzo televisivo, lontana dalla realtà e che rende questi soggetti più ansiosi, paurosi e conservatori. In questa prospettiva i media sono visti come una minaccia alla casa. Ma oggi che, con i new media , il potere di controllo da parte delle emittenti ha poco senso, questo approccio è insostenibile. La politica dei media riguarda la loro capacità di aprire e chiudere porte, di formare e distruggere la vita domestica, di conservare le culture nazionali, di permettere quel senso del luogo che prescinde dal posto in cui effettivamente ci si trova.
Lo studio dei media nella loro dimensione domestica è importante per capire i confini di questa domesticità e le soglie che gli appartengono, tenendo conto della nuova soglia dell’interattività che ci permette di controllare con le nostre scelte cosa e quando consumare: una sorta di promessa di inversione di tendenza.
Capitolo11 (Comunità)
Vivendo come membri di gruppi condividiamo valori, idee, interessi e credenze, e ci identifichiamo con i nostri simili; condividiamo passato e presente, ma soprattutto troviamo la nostra identità nelle relazioni sociali, abbiamo bisogno di appartenere, di essere rassicurati sul fatto che realmente apparteniamo e partecipiamo ad attività che hanno come unico fine quello di unirci. A volte il senso di appartenenza è opprimente e costrittivo, ma nonostante ciò non sopportiamo essere esclusi. La necessità di distinguerci dagli altri diventa desiderio di annullare gli altri. Tutte queste esperienze, anche contrastanti, le chiamiamo COMUNITÀ. La comunità quindi è una particolare versione della
casa che però è pubblica e non privata; essa va ricercata nello spazio che sta tra l’unità domestica, la famiglia e la più ampia società. Quando si parla di comunità, tutti vorrebbero far parte di una di esse, ma nessuno sa precisamente cosa sia. Questa incertezza è causata da un sentimento di perdita e anche di disagio, cioè dalla sensazione che il mondo in cui viviamo ora abbia indebolito la nostra capacità di condurre una vita sociale dotata di senso.
La comunità e diventata una parola di moda , spessa usata per giustificare l’ assenza di un vero pensiero sociale. Si è inoltre di fronte a nuove tipologie di comunità : quelle nate dai new media , non più fondate sulle relazioni faccia a faccia ma sulla comunicazione virtuale, nello spazio elettronico, a dimostrazione dello stretto legame tra comunità e media. Si tratta di un rapporto cruciale che evidenzia l’esistenza di due tipi di comunità : una costruita attraverso relazioni dirette in uno spazio fisico, l’altra costruita attraverso l’ immaginario , cioè uno spazio simbolico condiviso che è il risultato dell’attività simultanea di milioni di persone.
La comunità è comunque in ogni caso composta da elementi sia materiali che simbolici ; la cosa fondamentale in una comunità è che i suoi membri attribuiscano un significato simile alle cose del mondo con la convinzione che quel significato differisca da un altro significato prodotto altrove. Per questo le comunità si distinguono attraverso elementi condivisi ma anche attraverso elementi distintivi.
Secondo Anthony Cohen le questioni fondamentali circa le comunità sono due: i confini , che definiscono, contengono e distinguono; al loro interno gli individui trovano significati condivisibili e simboli che rappresentano e definiscono la comunità. I rituali , che coinvolgono il comportamento simbolico; ci fanno partecipare ad attività cariche di significato, ci legano l’uno all’altro e sono essenziali alla comunità.
Studiamo i media perché ci offrono una risorsa costante per la comunità , costruendola in tre modi :
memoria. Con il declino della cultura orale non abbiamo più bisogno di ricordare collettivamente: abbiamo registrazioni e testi che allontano il ricordo dal lavoro della mente. La memoria orale era una tecnica perché fissava il ricordo per persuadere e controllare, ed una risorsa perché lo faceva crescere nelle generazioni, sostenuto da riti pubblici e da storie private. Con il sorgere della scrittura e della scienza, la memoria collettiva e individuale è diventata un oggetto da fissare e indagare. Storia e psicoanalisi sono scienze del passato, e in entrambe la memoria diventa quasi un giocattolo o semplicemente una risorsa.
Secondo Raphael Samuel la memoria è ciò che accade quando qualcosa è richiamato alla mente attraverso una testimonianza orale o un discorso condivisibile, quel luogo in cui i fili privati del passato si intrecciano in un tessuto pubblico e forniscono versioni alternative alle versioni ufficiali, cioè testi nati dalla dimensione popolare. La memoria è uno strumento di cui disponiamo per occupare una posizione fissa nel tempo e nello spazio. Invece i media sono uno strumento per esprimere la memoria, ma soprattutto in assenza di altre fonti, hanno il potere di definire il passato, di presentarlo e di rappresentarlo rivendicando un’autorità storica nel ricostruirlo attraverso fiction e documentari.
Da questo aspetto deriva l’affermazione dell’autore circa la centralità dei media nel costruire la memoria contemporanea. Studiare il rapporto dei media con la memoria significa sottolineare la capacità dei media di costruire un passato pubblico e un passato per il pubblico. Il tessuto della memoria si intreccia con il tessuto dell’esperienza. Quando ad esempio assistiamo alle riproduzioni mediali dell’Olocausto non dobbiamo dimenticare che la memoria è anche socialmente e storicamente situata, che i nostri resoconti nascono dai nostri turbamenti e dalle nostre preoccupazioni. Un film come Schindler’s List va quindi visto attraverso i diversi veli che lo separano dall’oggetto reale, come il tempo e la storia originale del libro.
I media quindi ci offrono le loro versioni del passato, che sono ovviamente versioni del nostro passato rese visibili. Le grandi narrazioni vengono ricostruite e riproposte quotidianamente dagli schermi dei media; tutte le nostre narrazioni richiedono attenzione, tutte sono soggette a interrogativi e analisi costanti.
Theodor Adorno definì la televisione come “ psicoanalisi al rovescio ”, in grado cioè di riprodurre il processo di duplicazione della mente attraverso i suoi programmi attraenti. Secondo Silverstone invece i media possono essere descritti come una “ storia al rovescio ”; la memoria è ciò che unisce storia e psicoanalisi e si propone come prodotto dei media.
Capitolo15 (L’Altro)
L’Altro è qualcosa di distinto, al di là del proprio campo d’azione ma che occupa lo stesso spazio. La nostra esperienza è popolata da altre persone e la vita insieme è, per definizione, una vita morale. Tutto quello che facciamo e quello che siamo dipende dalle nostre relazioni con gli altri: da come li vediamo e li conosciamo, da come ci relazioniamo a loro, ce ne prendiamo cura oppure li ignoriamo, ma vederli è fondamentale. Tuttavia l’Altro può fungere da specchio, e nel
riconoscimento della differenza costruiamo la nostra identità e la percezione di noi stessi nel mondo. Non possiamo supporre che il mondo sia semplicemente come lo conosciamo, che sia una pura proiezione della nostra esperienza, ma non possiamo neppure cancellarla.
Il filosofo Emmanuel Levinas sostiene che essere con gli altri implica un’assunzione di responsabilità verso gli altri, senza attendersi lo stesso nei nostri confronti; insomma una responsabilità senza reciprocità che è alla base della struttura della soggettività.
Con la globalizzazione, l’umanità è diventata per certi versi un “noi”, è stato creato un mondo unico in cui non sono visibili le differenze. Questo però porta a due problemi: