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Riassunto del libro "Perché studiare i media" di R. Silverstone.
Tipologia: Dispense
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Il tessuto dell’esperienza
Silverstone sostiene che i media debbano essere studiati perché sono centrali per la vita quotidiana di ogni individuo, in quanto sono dimensioni sociali, culturali, politiche ed economiche e in quanto sono elementi che contribuiscono alla capacità di dare un senso al mondo, di costruire e condividerne i suoi significati. Il punto di partenza è proprio l’esperienza: i media facendo parte del nostro quotidiano, della nostra realtà, influiscono sulla nostra esperienza, sulla nostra percezione del senso comune. Secondo Berlin, invece, i media “sono parti del tessuto generale dell’esperienza”, facendo riferimento alla natura radicata della vita nel mondo, a quegli aspetti dell’esperienza che si danno per scontati ma che sono indispensabili alla vita associata alla comunicazione. Marshall McLuhan considera “i media come estensione dell’uomo”, protesi che ne aumentano il potere e il raggio d’azione ma allo stesso tempo lo rinchiudono in una sfera sociale surrogata.
Mediazione
Per studiare i media facendo riferimento al processo di mediazione, occorre estendere il concetto di mediazione oltre il punto di contatto fra i testi mediali e i lettori. La mediazione comporta una costante trasformazione dei significati, su ampia e su piccola scala, e in diversi modi e misure. George Steiner concepisce la mediazione come un processo di trasformazione a quattro vie che coinvolge:
mediazione è però anche “qualcosa di meno” della traduzione, perché a volte esclude l’aspetto dell’amore. In realtà siamo tutti mediatori, creiamo significati instabili e potenti allo stesso tempo. Ad ogni passaggio di confine corrisponde anche una trasformazione, cioè un’affermazione di significato, della sua rilevanza e del suo valore.
CAPITOLO TERZO Tecnologia
Nell’indagine sui media bisogna considerare anche la tecnologia che oramai costituisce la principale interfaccia con il mondo, il mezzo attraverso cui ci confrontiamo con la realtà. La tecnologia emerge da complessi processi di sviluppo; i new media non nascono completamente formati e autonomi, ma vengono costruiti sulle basi di quelli esistenti. Spesso però il cambiamento tecnologico produce delle conseguenze anche notevoli che portano ad un cambiamento radicale nel mondo in cui viviamo: scrittura, stampa, Internet, telegrafia, radio, televisione e telefonia hanno offerto nuovi modi di gestire l’informazione e comunicarla, nuovi modi di influenzare e produrre, trasmettere e fissare il significato. La tecnologia non è dunque un’entità univoca ma si può definire “plurale”. Tecnologia come fisica: McLuhan considera la tecnologia come un’estensione della nostra capacità umana, fisica e psicologica di agire nel mondo. Soprattutto i media odierni hanno esteso il nostro raggio di azione garantendoci maggior potere, ma anche cambiando l’ambiente in cui può essere esercitato. Questa posizione focalizza l’attenzione sulle dinamiche del cambiamento strutturale, ma non coglie le sfumature dell’azione e del significato dell’esercizio umano del potere e della resistenza ad esso, non coglie le altre fonti di cambiamento, cioè fattori come la società l’economia, la politica e la cultura che influiscono sulla stessa creazione di tecnologie e che mediano le nostre risposte. Tecnologia come incantamento: descrive il modo in cui tutte le società trovano nella tecnologia una fonte ed un luogo di magia e mistero. Infatti, il termine tecnologia deve includere, oltre alla componente tecnica, anche le competenze, le conoscenze e il desiderio senza i quali non può funzionare. La tecnologia è quindi magica e le tecnologie mediali sono “tecnologie dell’incantamento”, cioè hanno un potere rilevante nella nostra immaginazione. Tecnologia come cultura: si considera che le tecnologie sono tanto simboliche quanto materiali, tanto estetiche quanto funzionali, oggettive e pratiche. In questo contesto si può iniziare ad indagare gli spazi culturali in cui operano le tecnologie. Ad esempio il cinema è rapportato al bisogno di esporsi ad effetti di shock per tentare di adeguarsi ai pericoli della vita. Si considerano quindi le tecnologie mediali come
soluzione non sono garantiti. Nella società attuale, i media ci offrono costantemente una mano aperta: ci coinvolgono, ci interpellano e chiedono attenzione nel campo commerciale, politico ed estetico. Occorre però occuparsi della relazione tra strategie testuali e risposte del pubblico e della retorcizzazione della cultura pubblica. Uno dei maggiori risultati dei media contemporanei è la loro capacità di persuaderci a ciò che è realmente accaduto. Questo è però dovuto anche dalla fiducia che riponiamo nelle istituzioni responsabili di riportarci la storia, ma anche nelle convenzioni della rappresentazione, nelle forme di espressione, nel fragile ma efficace equilibrio fra il famiglia e il nuovo che serve ad affermare la realtà. Al centro della persuasione, alla base della retorica ci sono i “luoghi comuni”, quelle idee e quei valori condivisi e condivisibili da parte di chi ascolta e chi parla. I luoghi comuni sono il punto in cui la retorica incinta il senso comune e lo sfrutta, sono i simili condivisi e riconoscibili in una comunità; esprimono ciò che si può indicare come opinione pubblica ma dipendono da essa. L’attenzione ai testi mediali, ai loro meccanismi e alla loro retorica, è un buon approccio ma non è sufficiente per comprendere la mediazione nella cultura e nella società contemporanea. Esaminare i testi dei media dal punto di vista retorico significa esaminare la costruzione dei significati adattandoli in modo piacevole, plausibile e persuasivo. Va poi esaminata la relazione tra nuovo e famigliare, va considerato il pubblico e questo va inserito nel testo, va compreso come la retorica porti a mutamenti nel gusto e nello stile. Secondo Silverstone, la posizione della retorica è cambiata: si è spostata dalla specificità del testo alla cultura in generale, visibile e intelligibile ovunque e in modo ripetuto. La pubblicità è l’industrializzazione della retorica; i notiziari e i documentari ci forniscono la sostanza del mondo reale in forme, strutture e toni che ci persuadono della loro veridicità e onestà.
Poetica
Le storie hanno bisogno di un pubblico, hanno bisogno di essere scritte e lette, raccontate e ascoltate. L’atto del raccontare richiama alla collettività e al desiderio di partecipazione. Le storie sono una parte essenziale della realtà sociale, sono una chiave per comprendere la nostra umanità, un legame con l’esperienza e una sua espressione. Non si può capire una cultura se non si capiscono le sue storie. Walter Benjamin, considerando il racconto nella modernità, lamenta il suo declino e ne trova l’origine nell’eccesso di informazioni con cui i media isolano l’individuo dall’esperienza. La posizione di Silverstone è diversa. Sostiene infatti che, nella cultura mediale contemporanea, c’è una proliferazione di storie nei testi dei media, e che nonostante la
confusione dei confini tra informazione ed intrattenimento, noi abbiamo comunque la capacità di collegare i prodotti mediali all’esperienza. Le storie richiedono una competenza per essere ascoltate e una competenza per comprendere criticamente il modo in cui funzionano; esse rappresentano la nostra cultura poiché esprimono caratteristiche e contraddizioni della fantasia e della classificazione, offrono al loro pubblico dei testi in cui posizionarsi, la possibilità di identificarsi con un personaggio, seguire l’intreccio e impossessarsi o meno della capacità di imitazione propria della narrazione. Secondo Silverstone quindi i testi sono importanti, le storie vivono e i media hanno bisogno di una propria poetica che dovrebbe esaminare le strutture del discorso mediale, i principi della sua organizzazione e i processi con cui si manifesta, il modo in cui questi discorsi coinvolgono lettori e spettatori, e il modo in cui creano significati. Un esempio lo ha dato Aristotele il quale indaga i principi che sono alla base della poesia: il tragico, il comico, l’epico e soprattutto la tragedia. Il suo punto di partenza è la mimesi, l’imitazione. Sostiene infatti che gli esseri umani traggano piacere dalle opere di imitazione, la cui maggiore espressione è la tragedia. Naturalmente il mondo è cambiato dall’epoca di Aristotele, ma non completamente. Anche oggi infatti si può notare che imitazione, realismo e verosimiglianza sono centrali anche nella nostra poesia, seppur sotto forma di sia-com, fiction o lungometraggi. Ognuna di queste forme richiede un’analisi per capire come opera, come questi tipi di storie riflettono e risolvono i dilemmi della vita e della cultura che rispecchiano. La poetica dei media deve estendersi oltre il testo e deve esaminare i discorsi che possono essere stimolati, ma non completamente determinati dai testi stessi; deve esaminare la relazione fra storie raccontate e storie riportate, amplificate o distorte nei racconti della vita quotidiana. Jonathan Culler elenca cinque modi attraverso i quali un testo, una storia o una poesia può costruire la verosimiglianza creano un mondo condiviso ed una coltura comune: La rivendicazione di rappresentare un mondo reale che porta lo spettatore a creare l’aspettativa che ciò che viene rappresentato è semplice, coerente e vero. La rappresentazione di una conoscenza condivisa che viene considerata specifica di una società e può essere soggetta a un cambiamento, ma anche una conoscenza naturale e ovvia. Il genere, le convenzioni testuali che segnalano una narrazione come appartenente ad un particolare tipo e quindi riconoscibile dal pubblico. Una naturalizzazione, una riflessività di secondo grado, in cui i testi riconoscendo la propria artificialità affermano anche la propria autenticità.
Silverstone sostiene che il gioco sia uno strumento utile ad analizzare l’esperienza dei media e che lo studio di essi richiede proprio un’attenzione particolare al gioco, in quanto attività centrale della vita quotidiana. Nonostante l’apparenza, il gioco è interamente razionale ma le sue forme di razionalità non sono quelle del quotidiano. Il gioco è uno spazio in cui i significati vengono costruiti attraverso la partecipazione all’interno di un luogo condiviso e strutturato, diverso dall’ordinario, un luogo di sicurezza e fiducia limitate, in cui i giocatori possono temporaneamente abbandonare la vita reale senza correre rischi. I media possono essere considerati come luoghi di gioco sotto molteplici profili: guardare la tv, fare le parole crociate, guardare attivamente un qui, sono tutte attività che implicano un gioco. I media hanno quindi la capacità di coinvolgere il pubblico in spazi e tempi distinti e delimitati dalle confusioni della vita quotidiana. Il gioco è fondamentale per l’esperienza dei media, poiché implica una partecipazione reciproca in cui i giocatori e pubblico vengono coinvolti nei discorsi costruiti dai media. Roger Collins descrive il gioco distinguendone quattro dimensioni: si inizia con agon (competizione) e alea (fortuna) che esprimono atteggiamenti opposti ma in qualche modo simmetrici; il gioco, che sia alea o agon , è comunque un tentativo di sostituire una situazione ottimale alla normale confusione dell’esistenza. Prosegue poi con illinx (vertigine, resa, possessione fisica) e mimicry (mascheramento, identificazione). La mimicry è un’invenzione continua, si tratta di una performance mimetica che unisce il ludico al drammatico. Caillois inoltre fa un’ulteriore distinzione anche tra paida , cioè quelle attività associate al gioco infantile che accentuano la spontaneità e l’improvvisazione, e ludus , cioè quelle attività governate da regole. Il gioco è quindi fondamentale per l’esperienza dei media; esso implica, come la retorica, una partecipazione reciproca. E’ comunque importante sottolineare le tensioni esistenti all’interno del gioco fra libertà contenuta, creatività prefissata, passività attiva e dipendenza volontaria. Il gioco è quindi un’attività complessa e precaria. La sua precarietà è riconosciuta dallo psicanalista D.W. Winnicott quando tratta il rapporto fra gioco e realtà: il gioco è collocato al centro della psicologia infantile; il bambino esplora il mondo attraverso il gioco che rappresenta uno spazio di transizione tra la realtà esterna che viene esaminata e il mondo interiore che viene man mano definito. Il gioco fa emergere il bambino nell’adulto e l’adulto nel bambino; è proprio in esso che siamo in grado di esplorare noi stessi e la società, ma questa attività può anche essere pericolosa. Infatti i confini non possono essere sempre mantenuti e la fiducia richiesta non sempre può essere concessa; c’è la possibilità di commettere errori, di fraintendere i segnali, talvolta con esiti anche tragici. Ma questa attività comporta anche un piacere dato dal partecipare, dall’avere compagni di gioco, dalla rivalità con gli altri.
La cultura postmoderna è caratterizzata dal superamento dei limiti sociali, che fino a qualche tempo fa erano inviolabili. Questo è stato possibile grazie al gioco dei media tra di loro e con noi. Il gioco però offre anche altro, oltre al piacere: rappresenta un esercizio per il quotidiano. Giocare rappresenta una fuga e un coinvolgimento, noi siamo tutti giocatori e alcuni giochi sono prodotti proprio dai media. Essi sviano ma fornisco non anche un centro, confondono i confini, ma in un certo senso li mantengono, poiché sappiamo quando stiamo o non stiamo giocando.
CAPITOLO OTTAVO Rappresentazione
Un caso di rappresentazione è quello di una donna conosciuta come “Agnes”. In realtà era un uomo intenzionato a divenire donna e a vivere come tale, ma si trovò di fronte al problema di dover imparare a far proprio e a gestire un ruolo a cui non era stato socializzato, un ruolo il cui fallimento avrebbe portato allo smascheramento della reale persona. Doveva attuare questo processo attraverso una rappresentazione del sé forzatamente continua ed in evoluzione. Questo ci dimostra che la vita sociale richiede la nostra attiva partecipazione, che la società non può essere prodotta senza il nostro apporto, che la costruzione e la continua riproduzione dell’ambiente sociale sono rese possibili grazie alle interazioni che si compiono in ogni momento e consentono di affermare e riconoscere una certa normalità, sicurezza ed identità per noi stessi e per i nostri simili. Tra gli scritti sull’argomento, quelli di Goffman sono i più rilevanti; in essi la vita sociale è concepita come un problema di gestione delle impressioni, il nostro è un mondo in cui l’apparenza è realtà. Ogni individuo, ogni gruppo, gestisce le proprie rappresentazioni con diversi gradi di sicurezza, con l’intento di definire e mantenere il proprio senso di identità. Questa visione della società e della realtà sostiene quindi che tutte le presentazioni sono in un certo senso travisamenti, quindi non esiste differenza tra verità e falsità. Esistono però dei punti da valutare:
La nostra vita e la nostra identità dipendono da queste rappresentazioni, che diventano quindi realtà. In questa prospettiva, la società è una rete di significati che sopravvive fino a quando questi significati sono
Consumo
Il consumo è un’altra dimensione dell’esperienza che si sovrappone alle precedenti, è un’attività individuale e collettiva, privata e pubblica, che dipende dalla distruzione delle merci per produrre significato. Si trova in una posizione intermedia tra parsimonia ed eccesso, economia e sperpero. Può essere quindi una terapia, ma anche una malattia. Si tratta di una attività che opera tra lavoro e svago; è intrapresa negli spazi lasciati liberi dai ritmi della società industriale; è sia uno svago che un lavoro, un tipo di lavoro che relaziona individui e collettività, definisce status e bisogni, un lavoro “festivo” insomma. Il focus group e la ricerca di mercato creano una nuova geografia del consumo caratterizzata da reti di distribuzione globale e di infinite decisioni di consumo. Nella cultura attuale, il consumo è l’unica attività nella quale ci impegniamo giorno dopo giorno, un’attività che non si limita alla decisione o all’atto dell’acquisto. Infatti noi consumiamo in continuazione e facendo ciò contribuiamo al tessuto dell’esperienza. In questa operazione siamo aiutati dai media, poiché il consumo e la mediazione sono interdipendenti per vari motivi: consumiamo i media, consumiamo attraverso i media, i media ci persuadono a consumare, i media ci consumano. Il consumo è esso stesso una forma di mediazione nella quale il valore ed il significato degli oggetti vengono tradotti e trasformati (personalizzati) in un linguaggio privato, personale e particolare. Quando consumiamo, produciamo significati e negoziamo valori, rendendo così il nostro mondo dotato di senso. Questo ci porta a pensare che siamo quello che compriamo più che quello che facciamo o pensiamo. La nostra identità è spesso affermata attraverso l’espressione esteriore; la mappa della differenza che ci permette di tracciare la nostra strada attraverso gerarchie di ricchezze e potere, viene definita dalla nostra capacità di posizionarci e di leggere i segni del consumo. Le merci che ci vengono offerte ci danno il materiale grezzo con cui creare il nostro senso di identità. Questo è il paradosso del consumo. Secondo Appadurai il consumo è l’attività con cui, oggi, le persone sono spinte verso il lavoro di fantasia. Questa affermazione parte dall’osservazione che il consumo è ripetitivo: i bisogni materiali richiedono un’attenzione continua. Il consumo diventa quindi un’abitudine, che a sua volta richiede una regolamentazione. Per questo ogni società ha creato, in tempi e modi differenti ed attraversando la cosi detta “rivoluzione del consumatore”, particolari meccanismi per regolamentare il consumo. Appadurai sostiene che oggi è il consumo che organizza la vita, e i rituali che costruiamo intorno al consumo creano il tempo, invece che semplicemente rifletterlo. L’antropologo statunitense afferma che alla base della civiltà contemporanea c’è un’estetica dell’effimero: “il consumo moderno cerca di sostituire l’estetica della durata con l’estetica dell’effimero”. Ma questo è vero solo in parte. In realtà
desideriamo l’effimero solo perché sappiamo che è permanente, ci accontentiamo del nuovo solo perché confidiamo nella solidità della persistenza. E questo processo è parecchio favorito dai media. I media sono quindi gli strumenti che si battono contro il tempo e ci persuadono ad aumentare il nostro livello di consumo. Alcuni media però, come i new media, non sono neanche schiavi del tempo: ad esempio canali televisivi e siti di commercio elettronico non hanno limiti di orario, perché sono quasi del tutto permanenti. Nonostante ciò la vita quotidiana è ancora molto condizionata dal fattore temporale, i suoi ritmi dipendono dalla nostra partecipazione alle culture di consumo e della mediazione. In ogni caso, i media sono comunque diventati fondamentali per la nostra percezione del tempo: segnano i ritmi attraverso i palinsesti, la loro temporalità fa parte del loro apparato retorico, ci invitano ad interrompere le nostra attività e dedicargli un tempo condiviso. Il consumo è stato, e forse lo è ancora, un’attività sociale: ad esempio lo shopping ci offre un momento di socialità in una vita altrimenti solitaria. Alla fine del XX secolo, il consumo non è né vincolato né libero: ad esso va assegnato un tempo, ma non tutti ne hanno a sufficienza o lo gestiscono bene. Possiamo quindi essere classificati in base al nostro capitale economico/culturale, ma anche in base al nostro capitale temporale, inteso sia in termini di quantità che di qualità: capacità di usare quello che si ha a disposizione ed usarlo bene, grazie alla nostra capacità di controllo delle risorse. Il tempo diventa in questo modo una questione importante: per alcuni è scarso e prezioso, per altri è vuoto e inutile. Il ruolo dei media nel consumare il nostro tempo diventa un problema complesso: essi operano una mediazione anche tra tempo e consumo.
CAPITOLO DECIMO Casa e ambiente famigliare
La casa, nel desiderio e nel sentimento, è vista come il luogo per ogni cosa, dove ogni cosa è al suo posto. Anche i media propongono direttamente e indirettamente rappresentazioni potenti e continue di cosa significa sentirsi a casa; essi presuppongono anche di svolgere un ruolo nel sostenere casa e famiglia. La casa non rappresenta solo un luogo fisico, ma soprattutto uno spazio che ha una profonda valenza psichica: è un luogo in la memoria agisce insieme al desiderio, un luogo in cui rifugiarsi e in cui fare ritorno, un luogo dal quale guardare il mondo e che ha confini da definire e difendere. Il filosofo francese Gaston Bachelard descrive la casa come il luogo dell’andirivieni tra esterno e interno. All’interno della nostra casa costruiamo il nostro universo, essa è il nostro ambiente familiare. Case e ambienti familiari implicano quindi entrate e uscite, spostamenti dall’interno all’esterno e viceversa. I confini fra i diversi tipi di spazio e i valori ad essi attribuiti variano a seconda della cultura e dell’epoca
capire i confini di questa domesticità e le soglie che gli appartengono, tenendo conto della nuova soglia dell’interattività che ci permette di controllare con le nostre scelte cosa e quando consumare: una sorta di promessa di inversione di tendenza.
CAPITOLO UNDICESIMO Comunità
Vivendo come membri di gruppi condividiamo valori, idee, interessi e credenze, e ci identifichiamo con i nostri simili; condividiamo passato e presente, ma soprattutto troviamo la nostra identità nelle relazioni sociali, abbiamo bisogno di appartenere, di essere rassicurati sul fatto che realmente apparteniamo e partecipiamo ad attività che hanno come unico fine quello di unirci. A volte il senso di appartenenza è opprimente e costrittivo, ma nonostante ciò non sopportiamo essere esclusi. La necessità di distinguerci dagli altri diventa desiderio di annullare gli altri. Tutte queste esperienze, anche contrastanti, le chiamiamo “comunità”. La comunità quindi è una particolare versione della casa che però è pubblica e non privata; essa va ricercata nello spazio che sta tra l’unità domestica, la famiglia e la più ampia società. Quando si parla di comunità, tutti vorrebbero far parte di una di esse, ma nessuno sa precisamente cosa sia. Questa incertezza è causata da un sentimento di perdita e anche di disagio, cioè dalla sensazione che il mondo in cui viviamo ora abbia indebolito la nostra capacità di condurre una vita sociale dotata di senso. La comunità e diventata una parola di moda, spessa usata per giustificare l’assenza di un vero pensiero sociale. Si è inoltre di fronte a nuove tipologie di comunità: quelle nate dai new media, non più fondate sulle relazioni faccia a faccia ma sulla comunicazione virtuale, nello spazio elettronico, a dimostrazione dello stretto legame tra comunità e media. Si tratta di un rapporto cruciale che evidenzia l’esistenza di due tipi di comunità: una costruita attraverso relazioni dirette in uno spazio fisico, l’altra costruita attraverso l’immaginario, cioè uno spazio simbolico condiviso che è il risultato dell’attività simultanea di milioni di persone. La comunità è comunque in ogni caso composta da elementi sia materiali che simbolici; la cosa fondamentale in una comunità è che i suoi membri attribuiscano un significato simile alle cose del mondo con la convinzione che quel significato differisca da un altro significato prodotto altrove. Per questo le comunità si distinguono attraverso elementi condivisi ma anche attraverso elementi distintivi. Secondo Anthony Cohen le questioni fondamentali circa le comunità sono due: i confini, che definiscono, contengono e distinguono; al loro interno gli individui trovano significati condivisibili e simboli che rappresentano e definiscono la comunità. I rituali, che coinvolgono il comportamento simbolico; ci fanno partecipare ad attività cariche di significato, ci legano l’uno all’altro e sono essenziali alla comunità. Studiamo i media perché ci offrono una risorsa costante per la
comunità, costruendola in tre modi: Espressione: i media possono essere concepiti come espressione della comunità. Ad esempio la radio del servizio pubblico fu per eccellenza il mezzo di costruzione di una comunità nazionale. Infatti nei primi anni, così come oggi, i media sono stati in grado di fornire in maniera discreta quel collante sociale che è la comunità. In questo caso, i confini si definiscono e si difendono attraverso la creazione di una realtà simbolica importante, ma possono essere anche definiti in altri modi, in cui i media sono comunque essenziali. Infatti nell’espressione della comunità da parte dei media si possono anche individuare specifiche priorità politiche e sociali, e si possono vedere richiami diretti all’identificazione e alla partecipazione. Rifrazione: in questo caso, l’esperienza della comunità è meno diretta e viene rifratta secondo modalità spesso meno ovvie. Un fenomeno studiato da Cohen è quello dell’inversione simbolica, cioè il fenomeno attraverso cui la gente segna il confine tra la propria comunità e le altre, riflette e rovescia anche le norme di comportamento che di solito contrassegnano i suoi confini. Qui i confini vengono varcati ma allo stesso tempo affermati nel momento stesso in cui si trasgredisce; lo spazio per la trasgressione è rigidamente definito; quasi nulla è lasciato al caso ed è proprio questo che porta all’affermazione del senso di comunità. Criticità: il terzo modo in cui i media fanno comunità riguarda il loro ruolo critico.
È proprio nell’utilizzo dei media che è possibile vedere la libertà di perseguire obiettivi critici o alternativi, partendo dai margini e dagli strati meno visibili della vita sociale. Le affermazioni di comunità tramite i media sono critiche sia perché offrono una visione alternativa del ruolo del broadcasting nella comunità, sia perché offrono una visione alternativa della comunità stessa. In questo processo, i media svolgono quindi un ruolo decisivo, poiché forniscono le risorse simboliche sia per agevolare sia per resistere al cambiamento. Secondo l’autore quindi tutte le comunità sono comunità virtuali. L’espressione e la definizione simbolica della comunità, con o senza media elettronici, sono state riconosciute come una condizione essenziale della nostra socialità; le comunità sono immaginate e noi vi partecipiamo con o senza relazioni faccia a faccia, con o senza contatto. In pratica, nella società attuale, i new media svolgono il ruolo di consentire una partecipazione alla vita pubblica.
CAPITOLO DODICESIMO Globalità
La globalizzazione è uno stato mentale come anche una realtà effettiva. E’ infatti grazie alla tecnologia che il pianeta si è effettivamente rimpicciolito. Trasporti e comunicazione portano con sé modernità e globalizzazione. Il modo in cui si percepisce la propria posizione nel
sicurezza, a credere in ciò che vediamo e ascoltiamo, e ad accettare ciò che ci dicono gli individui che li usano attivamente per raggiungere i propri obiettivi. In realtà in ogni momento ci troviamo di fronte ad una mercificazione della sicurezza.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO Memoria
Apparentemente viviamo una vita sempre più priva di storia, sembra che abbiamo perso l’arte della memoria. Con il declino della cultura orale non abbiamo più bisogno di ricordare collettivamente: abbiamo registrazioni e testi che allontano il ricordo dal lavoro della mente. La memoria orale era una tecnica perché fissava il ricordo per persuadere e controllare, ed una risorsa perché lo faceva crescere nelle generazioni, sostenuto da riti pubblici e da storie private. Con il sorgere della scrittura e della scienza, la memoria collettiva e individuale è diventata un oggetto da fissare e indagare. Storia e psicoanalisi sono scienze del passato, e in entrambe la memoria diventa quasi un giocattolo o semplicemente una risorsa. Secondo Raphael Samuel la memoria è ciò che accade quando qualcosa è richiamato alla mente attraverso una testimonianza orale o un discorso condivisibile, quel luogo in cui i fili privati del passato si intrecciano in un tessuto pubblico e forniscono versioni alternative alle versioni ufficiali, cioè testi nati dalla dimensione popolare. La memoria è uno strumento di cui disponiamo per occupare una posizione fissa nel tempo e nello spazio. Invece i media sono uno strumento per esprimere la memoria, ma soprattutto in assenza di altre fonti, hanno il potere di definire il passato, di presentarlo e di rappresentarlo rivendicando un’autorità storica nel ricostruirlo attraverso fiction e documentari. Da questo aspetto deriva l’affermazione dell’autore circa la centralità dei media nel costruire la memoria contemporanea. Studiare il rapporto dei media con la memoria significa sottolineare la capacità dei media di costruire un passato pubblico e un passato per il pubblico. Il tessuto della memoria si intreccia con il tessuto dell’esperienza. Quando ad esempio assistiamo alle riproduzioni mediali dell’Olocausto non dobbiamo dimenticare che la memoria è anche socialmente e storicamente situata, che i nostri resoconti nascono dai nostri turbamenti e dalle nostre preoccupazioni. Un film come Schindler’s List va quindi visto attraverso i diversi veli che lo separano dall’oggetto reale, come il tempo e la storia originale del libro. I media quindi ci offrono le loro versioni del passato, che sono ovviamente versioni del nostro passato rese visibili. Le grandi narrazioni vengono ricostruite e riproposte quotidianamente dagli schermi dei media; tutte le nostre narrazioni richiedono attenzione, tutte sono soggette a interrogativi e analisi costanti. Theodor Adorno definì la televisione come “psicoanalisi al rovescio”, in grado cioè di riprodurre il processo di duplicazione della mente attraverso i suoi programmi attraenti.
Secondo Silverstone invece i media possono essere descritti come una “storia al rovescio”; la memoria è ciò che unisce storia e psicoanalisi e si propone come prodotto dei media.
L’altro
L’Altro è qualcosa di distinto, al di là del proprio campo d’azione ma che occupa lo stesso spazio. La nostra esperienza è popolata da altre persone e la vita insieme è, per definizione, una vita morale. Tutto quello che facciamo e quello che siamo dipende dalle nostre relazioni con gli altri: da come li vediamo e li conosciamo, da come ci relazioniamo a loro, ce ne prendiamo cura oppure li ignoriamo, ma vederli è fondamentale. Tuttavia l’Altro può fungere da specchio, e nel riconoscimento della differenza costruiamo la nostra identità e la percezione di noi stessi nel mondo. Non possiamo supporre che il mondo sia semplicemente come lo conosciamo, che sia una pura proiezione della nostra esperienza, ma non possiamo neppure cancellarla. Il filosofo Emmanuel Levinas sostiene che essere con gli altri implica un’assunzione di responsabilità verso gli altri, senza attendersi lo stesso nei nostri confronti; insomma una responsabilità senza reciprocità che è alla base della struttura della soggettività. Con la globalizzazione, l’umanità è diventata per certi versi un “noi”, è stato creato un mondo unico in cui non sono visibili le differenze. Questo però porta a due problemi:
Distanza: il concetto lo esprime Baumann parlando dell’Olocausto. La società ha represso la moralità con la creazione di una distanza con la quale gli ebrei non venivano considerati umani ma “altri”, al di là della nostra responsabilità e della nostra cura. Alcuni pensano che i new media ci aiuteranno in questo, ma la distanza non può essere cancellata dalla tecnologia, anzi le nuove tecnologie possono arrivare a rendere guerre e genocidi più efficaci (informazione al servizio della distruzione) e anche invisibili (informazione al servizio della dissimulazione). La tecnologia però può anche annullare la distanza, portare l’Altro troppo vicino tanto che le immagini globali si mescolano. Le immagini che documentano altri mondi si devono uniformare ai nostri preconcetti, vengono creati stereotipi (gli affamati col ventre gonfio, i poveri che devono sembrare poveri) che portano alla familiarità producendo di conseguenza indifferenza. Anche in questo senso la tecnologia può isolare. La sensazione è che i media siano amorali (non immorali) in quanto creano una distanza mascherandola come una vicinanza, e questa moralità è espressa dal carattere effimero dei media e delle loro rappresentazioni. Sempre secondo Baumann “l’io morale è la vittima più evidente della tecnologia”. Egli parla della frammentazione del