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Poesie e commento E.Montale, Appunti di Italiano

Commento di alcune delle poesie di E.Montale

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 14/07/2021

luana-milisenda-1
luana-milisenda-1 🇮🇹

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AVREI VOLUTO SENTIRMI SCABRO ED ESSENZIALE E.Montale
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace - uomo che tarda
all'atto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d'una leva che arresta
l'ordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco d'un sentiero m'ebbi
l'opposto in cuore, col suo invito; e forse
m'occorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
Commento: Nel settimo movimento di Mediterraneo, corrispondente alla lirica
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale, la crisi del poeta si fa sempre più
acuta: quasi immemore della presa di coscienza (che pure alla rottura) fatta nel
quinto movimento (Giunge a volte repente), l'io lirico - abbandonati il pendio,
la resistenza e la “rancura” - ritorna in riva al mare e con quest’ultimo si
confessa faccia a faccia. Questo movimento apre con un rimpianto che cela un
mancato correlativo oggettivo, già incontrato precedentemente più volte: il
ciottolo trasportato dalle correnti. Il paradigma che questo comporta non è più
negativo, come lo era quando per i detriti della corrente, bensì positivo: si
rimpiange il mancato abbandono al mare, lo stesso che fino ad ora è stato
scongiurato. Non essendosi comportato come il pietrame marino, egli è stato
“uomo che tarda | all'atto, che nessuno, poi, distrugge”, nonché un uomo che non
ha afferratto e modellato la vita perché troppo impegnato ad osservarla ed
interrogarsi su di essa, in modo probabilmente inutile. La volitività
dannunziana è quindi fortemente rovesciata; l'inettitudine, tematica cara alla
letteratura novecentesca, si sta affermando. Si conserva, però, il risultato di
tanta osservazione: l'essenza del mondo, scoperta grazie all'interrogazione
continua, è stata conosciuta dall'io lirico, il quale, osservando i movimenti
del mare, ne ha carpito i segreti fondanti.
Proprio come Edipo, che volle sapere e poi non volle sapere più, l'io lirico ha
ora “l'opposto in cuore”: ciò di cui necessita è uno slancio vitale per
continuare a vivere, lo stesso che la sofferenza della conoscenza gli ha fatto
perdere. La disillusione panica raggiunge qui il punto massimo, ma è comunque
l'illusione a prevalere: come un incantatore inesorabile, il mare, con il suo
“canto”, culla ancora l'io lirico, che ad esso si abbandona. La figura del mare,
pertanto, resta sempre protagonista, insieme all'io lirico, del componimento. È
da essa che l'io lirico si distacca, ragiona, e a cui ritorna infine.
Metro: ventiquattro versi in cui l’endecasillabo vige sovrano, giustapposto ad
un più veloce settenario, quasi unico verso corto della lirica. Il lamento
prende qui una forma più rimuginativa, sfruttando la misura endecasillabica che
si protrae meno velocemente rispetto ai metri brevi e venendo rincalzato dal
puntuale tessuto fonico, adornato particolarmente di assonanze (di cui
particolarmente quella finale) e abbellito con rime, soprattutto interne.
IL BALCONE E.Montale
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AVREI VOLUTO SENTIRMI SCABRO ED ESSENZIALE E.Montale Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine; scheggia fuori del tempo, testimone di una volontà fredda che non passa. Altro fui: uomo intento che riguarda in sé, in altrui, il bollore della vita fugace - uomo che tarda all'atto, che nessuno, poi, distrugge. Volli cercare il male che tarla il mondo, la piccola stortura d'una leva che arresta l'ordegno universale; e tutti vidi gli eventi del minuto come pronti a disgiungersi in un crollo. Seguìto il solco d'un sentiero m'ebbi l'opposto in cuore, col suo invito; e forse m'occorreva il coltello che recide, la mente che decide e si determina. Altri libri occorrevano a me, non la tua pagina rombante. Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli ancora i groppi interni col tuo canto. Il tuo delirio sale agli astri ormai. Commento: Nel settimo movimento di Mediterraneo, corrispondente alla lirica Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale, la crisi del poeta si fa sempre più acuta: quasi immemore della presa di coscienza (che pure alla rottura) fatta nel quinto movimento (Giunge a volte repente), l'io lirico - abbandonati il pendio, la resistenza e la “rancura” - ritorna in riva al mare e con quest’ultimo si confessa faccia a faccia. Questo movimento apre con un rimpianto che cela un mancato correlativo oggettivo, già incontrato precedentemente più volte: il ciottolo trasportato dalle correnti. Il paradigma che questo comporta non è più negativo, come lo era quando per i detriti della corrente, bensì positivo: si rimpiange il mancato abbandono al mare, lo stesso che fino ad ora è stato scongiurato. Non essendosi comportato come il pietrame marino, egli è stato “uomo che tarda | all'atto, che nessuno, poi, distrugge”, nonché un uomo che non ha afferratto e modellato la vita perché troppo impegnato ad osservarla ed interrogarsi su di essa, in modo probabilmente inutile. La volitività dannunziana è quindi fortemente rovesciata; l'inettitudine, tematica cara alla letteratura novecentesca, si sta affermando. Si conserva, però, il risultato di tanta osservazione: l'essenza del mondo, scoperta grazie all'interrogazione continua, è stata conosciuta dall'io lirico, il quale, osservando i movimenti del mare, ne ha carpito i segreti fondanti. Proprio come Edipo, che volle sapere e poi non volle sapere più, l'io lirico ha ora “l'opposto in cuore”: ciò di cui necessita è uno slancio vitale per continuare a vivere, lo stesso che la sofferenza della conoscenza gli ha fatto perdere. La disillusione panica raggiunge qui il punto massimo, ma è comunque l'illusione a prevalere: come un incantatore inesorabile, il mare, con il suo “canto”, culla ancora l'io lirico, che ad esso si abbandona. La figura del mare, pertanto, resta sempre protagonista, insieme all'io lirico, del componimento. È da essa che l'io lirico si distacca, ragiona, e a cui ritorna infine. Metro: ventiquattro versi in cui l’endecasillabo vige sovrano, giustapposto ad un più veloce settenario, quasi unico verso corto della lirica. Il lamento prende qui una forma più rimuginativa, sfruttando la misura endecasillabica che si protrae meno velocemente rispetto ai metri brevi e venendo rincalzato dal puntuale tessuto fonico, adornato particolarmente di assonanze (di cui particolarmente quella finale) e abbellito con rime, soprattutto interne. IL BALCONE E.Montale

Pareva facile giuoco mutare in nulla lo spazio che m'era aperto, in un tedio malcerto il certo tuo fuoco. Ora a quel vuoto ho congiunto ogni mio tardo motivo, sull'arduo nulla si spunta l'ansia di attenderti vivo. La vita che dà barlumi è quella che sola tu scorgi. A lei ti sporgi da questa finestra che non s'illumina. Commento: L'espressione "mutare in nulla lo spazio che m'era aperto" sembra prefigurare la possibilità della rassegnazione di fronte alla ricerca di un senso da dare alla vita, ricerca che per il poeta appare molto travagliata e spesso non proficua:è evidente la contrapposizione con il Tu femminile, che invece sembra percorrere la vita sostenuta da certezze, come suggerisce l'espressione "il certo tuo fuoco". Questa è in effetti una costante di tutta la poesia di Montale:la figura femminile viene vista come portatrice di una verità che sfugge al poeta e quindi può rappresentare una luce, un'ancora di salvezza in una vita dominata da continue incertezze e difficoltà. Anna degli Uberti è quindi l'unica che può scorgere la vita che dà "barlumi":questo termine indica quei momenti magici della vita in cui l'esistenza appare dotata di senso e di significato e non soltanto un insensato susseguirsi di giorni sempre uguali, dominati dalla noia e dalla fatica. "La finestra che non s'illumina" dell'ultimo verso è la memoria del poeta, che ripercorre gli istanti vissuti con Anna ormai morta, ma in un certo senso molto più "viva" del poeta, proprio perchè inserita in una dimensione metafisica. VECCHI VERSI (Ricordo la farfalla ch'era entrata) E.Montale Ricordo la farfalla ch'era entrata dai vetri schiusi nella sera fumida su la costa raccolta, dilavata dal trascorrere iroso delle spume. Muoveva tutta l'aria del crepuscolo a un fioco occiduo palpebrare della traccia che divide acqua e terra; ed il punto atono del faro che baluginava sulla roccia del Tino, cerula, tre volte si dilatò e si spense in un altro oro. Mia madre stava accanto a me seduta presso il tavolo ingombro dalle carte da giuoco alzate a due per volta come attendamenti nani pei soldati dei nipoti sbandati già dal sonno. Si schiodava dall'alto impetuoso un nembo d'aria diaccia, diluviava sul nido di Corniglia rugginoso. Poi fu l'oscurità piena, e dal mare un rombo basso e assiduo come un lungo regolato concerto, ed il gonfiare d'un pallore ondulante oltre la siepe cimata dei pitòsfori. Nel breve vano della mia stanza, ove la lampada tremava dentro una ragnata fucsia, penetrò la farfalla, al paralume giunse e le conterie che l'avvolgevano segnando i muri di riflessi ombrati

Libeccio sferza da anni le vecchie mura e il suono del tuo riso non è più lieto: la bussola va impazzita all'avventura. e il calcolo dei dadi più non torna. Tu non ricordi; altro tempo frastorna la tua memoria; un filo s'addipana. Ne tengo ancora un capo; ma s'allontana la casa e in cima al tetto la banderuola affumicata gira senza pietà. Ne tengo un capo; ma tu resti sola né qui respiri nell'oscurità. Oh l'orizzonte in fuga, dove s'accende rara la luce della petroliera! Il varco è qui? (Ripullula il frangente ancora sulla balza che scoscende ...) Tu non ricordi la casa di questa mia sera. Ed io non so chi va e chi resta. Commento: Questa è un'altra delle poesie più note di Montale, in cui è possibile trovare alcuni elementi ricorrenti della sua poetica. Da un lato il tema centrale della memoria e del disperdersi dei ricordi personali, e quindi dell'identità personale, al passare del tempo; secondariamente il riferirsi di Montale, come già in altri componimenti delle Occasioni, ad un “tu” femminile («ma tu resti sola»); infine, alcune interessanti somiglianze con un'altra poesia, già analizzata in precedenza e appartenente alla stessa raccolta: Vecchi versi. Ma andiamo con ordine. A livello tematico, come si diceva, è centrale il tema della memoria, come s'intuisce già dall'incipit «Tu non ricordi...» ripetuto per tre volte nel corso del componimento. La memoria è attaccata dal tempo, che infligge duri colpi alla vita dell'uomo («Libeccio sferza da anni le vecchie mura»); il poeta sente di non avere più la leggerezza di un tempo dinnanzi agli eventi della vita, sente probabilmente di aver perso anche l'innocenza tipica dell'infanzia («il suono del tuo riso non è più lieto»). Dinnanzi al passare del tempo Montale, come si suol dire, fatica a tenere la bussola, ad orientarsi e trovare un senso, condizione icasticamente simboleggiata dalle immagini della bussola impazzita, del calcolo dei dadi che non torna, della banderuola affumicata che gira «senza pietà» (Montale ritiene la vita spietata); un disorientamento che non poteva meglio esprimere l'ultimo verso: «Ed io non so chi va e chi resta». Secondo questa interpretazione del testo, la casa dei doganieri assurge a simbolo della persona del poeta, e i venti quindi sferzano sì la casa reale nel ricordo, ma anche la sua persona, la sua vita. Tutta la poesia è quindi simbolo di qualcosa che succede nella vita del poeta. Seguendo questa linea, anche quel “tu” usato così spesso da Montale, divenuto secondo quanto da lui stesso affermato in un'altra poesia “un'istituzione”, non si rivolge solo a una donna, via via rinvenibile in una tra le tante amate o ammirate dal poeta nei diversi periodi della sua vita, ma si rivolge alla sua stessa persona, diventando quindi un espediente linguistico per celare la propria presenza dietro la descrizione della scena, oppure per attenuare l'esposizione personale mentre vengono affrontati temi particolarmente coinvolgenti da un punto di vista emotivo. In questa poesia, quel «Tu non ricordi» Montale potrebbe quindi ben rivolgerlo a se stesso, che in quel momento non ricorda più cosa era la vita una volta, quando era un individuo diverso e più spensierato di quello che era diventato. Questo pessimismo trova agganci anche nell'immagine della «sera» e dell'«oscurità», che rimandano alla morte, alla fine di un'epoca (quella felice per antonomasia: l'infanzia). Infine, sempre continuando con questo confronto a distanza, possiamo dire che si trattadi poesie della memoria (Montale inizia sempre col verbo ricordare), del dolore causato dall'attacco del tempo alla memoria. Il poeta soffre perché fa fatica a ricordare le cose più significative della suavita, «sole vive d'una / vita che disparì sotterra»: i volti familiari, i luoghi della giovinezza. Rimanein questa condizione solo la flebile speranza di cogliere un senso più ampio negli eventi, il famoso“varco” montaliano che qui viene espressamente citato.

IL CARNEVALE DI GERTI E.Montale Se la ruota s’impiglia nel groviglio delle stelle filanti ed il cavallo s’impenna tra la calca, se ti nevica sui capelli e le mani un lungo brivido d’iridi trascorrenti o alzano i bimbi le flebili ocarine che salutano il tuo viaggio ed i lievi echi si sfaldano giù dal ponte sul fiume, se si sfolla la strada e ti conduce in un mondo soffiato entro una tremula bolla d’aria e di luce dove il sole saluta la tua grazia – hai ritrovato forse la strada che tentò un istante il piombo fuso a mezzanotte quando finì l’anno tranquillo senza spari. Ed ora vuoi sostare dove un filtro fa spogli i suoni e ne deriva i sorridenti ed acri fumi che ti compongono il domani: ora chiedi il paese dove gli onagri mordano quadri di zucchero alle tue mani e i tozzi alberi spuntino germogli miracolosi al becco dei pavoni. (Oh il tuo Carnevale sarà più triste stanotte anche del mio, chiusa fra i doni tu per gli assenti: carri dalle tinte di rosolio, fantocci ed archibugi, palle di gomma, arnesi da cucina lillipuziani: l’urna li segnava a ognuno dei lontani amici l’ora che il Gennaio si schiuse e nel silenzio si compì il sortilegio. È Carnevale o il Dicembre s’indugia ancora? Penso che se tu muovi la lancetta al piccolo orologio che rechi al polso, tutto arretrerà dentro un disfatto prisma babelico di forme e di colori…) E il Natale verrà e il giorno dell’Anno che sfolla le caserme e ti riporta gli amici spersi, e questo Carnevale pur esso tornerà che ora ci sfugge tra i muri che si fendono già. Chiedi tu di fermare il tempo sul paese che attorno si dilata? Le grandi ali screziate ti sfiorano, le logge sospingono all’aperto esili bambole bionde, vive, le pale dei mulini rotano fisse sulle pozze garrule. Chiedi di trattenere le campane d’argento sopra il borgo e il suono rauco delle colombe? Chiedi tu i mattini trepidi delle tue prode lontane? Come tutto si fa strano e difficile, come tutto è impossibile, tu dici. La tua vita è quaggiù dove rimbombano le ruote dei carriaggi senza posa e nulla torna se non forse in questi disguidi del possibile. Ritorna

vicino alla matita delle labbra, al piumino, alla lima: un topo bianco d'avorio; e così esisti! II Ormai nella tua Carinzia di mirti fioriti e di stagni, china sul bordo sorvegli la carpa che timida abbocca o segui sui tigli, tra gl'irti pinnacoli le accensioni del vespro e nell'acque un avvampo di tende da scali e pensioni. La sera che si protende sull'umida conca non porta col palpito dei motori che gemiti d'oche e un interno di nivee maioliche dice allo specchio annerito che ti vide diversa una storia di errori imperturbati e la incide dove la spugna non giunge. La tua leggenda, Dora! Ma è scritta già in quegli sguardi di uomini che hanno fedine altere e deboli in grandi ritratti d'oro e ritorna ad ogni accordo che esprime l'armonica guasta nell'ora che abbuia, sempre più tardi. È scritta là. Il sempreverde alloro per la cucina resiste, la voce non muta, Ravenna è lontana, distilla veleno una fede feroce. Che vuole da te? Non si cede voce, leggenda o destino. Ma è tardi, sempre più tardi. Commento: Dora Markus è un componimento poetico di Eugenio Montale, è compresa nella raccolta Le Occasioni (1939) ed è costituita da due parti composte in periodi differenti. La prima parte, pubblicata nel 1937 sul Meridiano di Roma, è probabilmente il frutto dell’unione di versi scritti nel 1926 e dedicati a Gertrude Frankl Tolazzi, detta Gerti – un’ebrea austriaca amica di Montale, alla quale egli ha dedicato la poesia Carnevale di Gerti, anch’essa parte delle Occasioni – e di versi scritti tra il 1928 e il 1929 in seguito alla ricezione di una lettera da parte dell’amico Bobi Bazlen nel 1928 relativa a una conoscenza degli amici comuni Gerti e Carlo Tolazzi: «A Trieste, loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Montale non conobbe mai Dora Markus, ma le dedicò i versi della poesia che porta il suo nome mescolandoli a quelli già scritti per Gerti, che tra l’altro aveva scattato la fotografia delle gambe dell’amica inviata poi a Montale come ispirazione per la lirica. La seconda parte, composta probabilmente nel 1939, risente del clima dovuto alle persecuzioni razziali nazifasciste e guarda al destino della donna ebrea. Anche in questi versi torna il mescolamento delle due figure femminili, a cui si aggiunge – per stessa ammissione del poeta a Bobi Bazlen – la rievocazione di Irma Brandeis, anche ella costretta alla fuga in seguito alle leggi razziali fasciste.

Si tratta di strofe di varia lunghezza in versi liberi, con prevalenza di endecasillabi, ottonari e novenari. A LJUBA CHE PARTE E.Montale Non il grillo ma il gatto del focolare or ti consiglia, splendido lare della dispersa tua famiglia. La casa che tu rechi con te ravvolta, gabbia o cappelliera? sovrasta i ciechi tempi come il flutto arca leggera - e basta al tuo riscatto. Commento: La breve lirica appartiene alla prima sezione delle Occasioni. E' dedicata a Liuba Blumenthal, ebrea triestina vittima insieme alla sua famiglia, delle persecuzioni raziali. Liuba è una delle tante figure femminili della raccolta, incarnazione della capacità umana di resistere al male e di aggrapparsi alla vita.Viene costretta a lasciare l'Italia dove viveva da molti anni.Montale la salutò alla stazione di Firenze, nel 1938, mentre la ragazza faceva ritorno in Inghilterra. Liuba nel momento difficile in cui è costretta a fuggire dalle persecuzioni naziste decide di portare con sé una gabbietta con dentro il suo gatto. Forse avrebbe potuto scegliere cose diverse, ma ha scelto proprio quella cosa, qualcosa che potesse sopravvivere alla barbarie nazista. Liuba identifica in quell’oggetto la sua casa,unico simbolo superstite del suo bagaglio di ricordi e cio’ è sufficiente e nello stesso tempo necessario per sopravvivere ai tempi in cui viveva. Liuba ha così il suo” riscatto”,salva la sua identita’,sottraendola alla brutalità della persecuzione genetica e la consegna ad un gatto, come custode del suo tempo. La gabbia in cui inserisce il gatto rappresenta la sua casa, un concentrato di passato e presente ed un auspicio per il futuro; il suo bagaglio corrisponde al suo legame con le memorie che protegge e la proteggono. La memoria del passato interagisce con la sofferenza attuale come una forza positiva. LO SAI DEBBO RIPERDERTI E.Montale Lo sai: debbo riperderti e non posso. Come un tiro aggiustato mi sommuove ogni opera, ogni grido e anche lo spiro salino che straripa dai moli e fa l’oscura primavera di Sottoripa. Paese di ferrame e alberature a selva nella polvere del vespro. Un ronzìo lungo viene dall’aperto, strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia da te. E l’inferno è certo. Commento: La poesia inizia con l’affermazione di una situazione quasi paradossale: devo riperderti ma non posso. La donna a cui Montale si rivolge se ne sta andando e la loro storia, come quella di chiunque si ritrovi in una relazione a distanza, è una storia di partenze: in questo caso, probabilmente, lei sta partendo e il poeta è messo di fronte al fatto che deve perderla di nuovo, anche se non può sopportarlo. Ma Montale non si limita ad una banale constatazione. Nella prima strofa ci dice che ogni suono, persino quello del vento che giunge dal mare, lo colpisce come uno sparo. Sottoripa è una zona di Genova, pertanto capiamo che il poeta si riferisce alla propria città natale in entrambe le strofe: Genova è anche il paese di ferrame e

LA SPERANZA DI PURE RIVEDERTI E.Montale La speranza di pure rivederti m’abbandonava; e mi chiesi se questo che mi chiude ogni senso di te, schermo d’immagini, ha i segni della morte o dal passato è in esso, ma distorto e fatto labile, un tuo barbaglio: (a Modena, tra i portici, un servo gallonato trascinava due sciacalli al guinzaglio). Commento: La poesia La speranza di pure rivederti è contenuta nella sezione Mottetti delle Occasioni. All’improvviso nella mente del poeta affiora – simile a un lampo luminoso (tuo barbaglio) – il ricordo della donna amata ormai lontana. L'occasione che suscita il ricordo è racchiusa fra parentesi nell'ultima strofa e rimarrebbe misteriosa se non fosse lo stesso Montale a spiegarla, seguendo l'esempio di Dante nella Vita Nova. In un commento pubblicato sul Corriere della sera del 16 febbraio 1950[1] il poeta, sotto il nome di Mirco, racconta una passeggiata tra i portici di Modena; mentre, come Leopardi, è assorto nei suoi pensieri di sempre (pensiero dominante), incontra due buffi cagnuoli simili a sciacalli, tenuti al guinzaglio da un vecchio con una divisa piena di ornamenti (gallonata). La speranza di pure rivederti è un mottetto che presenta una struttura particolare rispetto a quella classica: le strofe non hanno rima ma l'ultimo verso del primo e del secondo periodo (m'abbandonava e un tuo barbaglio) sono in rima baciata con i due versi finali (trascinava/al guinzaglio). Un modo per stabilire un legame forte fra i tre momenti, per indicare che la chiave di lettura dell'intera poesia si trova nella parentesi conclusiva. NUOVE STANZE E.Montale Poi che1 gli ultimi fili di tabacco al tuo gesto2 si spengono nel piatto di cristallo, al soffitto lenta sale la spirale del fumo che gli alfieri e i cavalli degli scacchi guardano stupefatti;3 e nuovi anelli la seguono, più mobili di quelli delle tue dita. La morgana che in cielo liberava torri e ponti5 è sparita al primo soffio;6 s’apre la finestra non vista e il fumo s’agita. Là in fondo, altro stormo7 si muove: una tregenda d’uomini che non sa questo tuo incenso, nella scacchiera di cui puoi tu sola comporre il senso. Il mio dubbio d’un tempo era se forse tu stessa ignori il giuoco che si svolge sul quadrato e ora è nembo10 alle tue porte: follia di morte non si placa a poco prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo ma domanda altri fuochi, oltre le fitte cortine che per te fomenta il dio del caso, quando assiste. Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco

tocco la Martinella12 ed impaura le sagome d’avorio in una luce spettrale di nevaio.13 Ma resiste e vince il premio della solitaria veglia chi può con te allo specchio ustorio che accieca le pedine opporre i tuoi occhi d’acciaio Commento: LA GUERRA ORMAI PROSSIMA I due personaggi, un uomo e una donna, sono ritratti in un interno – un soggiorno, un salotto – al termine di una partita a scacchi, avvolti dalla spirale del fumo che si alza dal posacenere dove la donna ha spento la sigaretta. Alla battaglia simulata dal gioco degli scacchi corrisponde il presentimento di un vero conflitto; dall’esterno giungono infatti inquietanti segnali, attraverso una finestra che si apre non vista (vv. 11-12): è la guerra mondiale ormai prossima, che vedrà l’Italia scendere in campo al fianco della Germania di Hitler. Che cosa opporre a questa cieca violenza? I VALORI INCARNATI DALLA DONNA La risposta viene data nelle ultime due strofe: solo chi rimane al fianco della donna, provvista di una virtù metafisica tanto potente da opporsi alla follia di morte della guerra (v. 20), può sperare di resistere alla tragedia imminente, annunciata dagli specchi ustori (v. 30) che minacciano distruzione e morte. Anche se Nuove stanze non è l’ultima poesia delle Occasioni, è questo però il messaggio più importante che il libro lascia al lettore. Un messaggio che è allo stesso tempo storico e universale. Storico, perché maturato durante l’epoca del fascismo, delle dittature, della guerra imminente: la resistenza professata dal poeta è innanzitutto una resistenza contro la marea montante che sta per travolgere l’Europa e il mondo. Universale, perché i valori che la donna incarna – l’amore, un certo tipo di poesia, la cultura umanistica – sono quelli eterni che offrono all’individuo la possibilità di essere libero. Proprio sulla difesa di questi valori si fonda la missione che il poeta attribuisce alla figura di Clizia. Nella Bufera e altro quella missione conoscerà un decisivo sviluppo. Metro: quattro strofe di otto versi, in prevalenza endecasillabi, con versi di misura minore (quinari e settenari) alla fine di ciascuna strofa e all’interno delle prime due. Numerosi nel complesso i richiami fonici, tra rime (anelli / quelli, vv. 6, 7; dita / sparita, vv. 8, 10; incenso / senso, vv. 14, 16; giuoco / poco / fioco, vv. 18, 20, 25; assiste / resiste, vv. 24, 28), rime interne (sale / spirale / spettrale, vv. 3, 4, 28; porte / morte, vv. 19, 20), quasi rime e assonanze. CORNO INGLESE E.Montale ll vento che stasera suona attento - ricorda un forte scotere di lame - gli strumenti dei fitti alberi e spazza l'orizzonte di rame dove strisce di luce si protendono come aquiloni al cielo che rimbomba (Nuvole in viaggio, chiari reami di lassù! D'alti Eldoradi malchiuse porte!) e il mare che scaglia a scaglia, livido, muta colore lancia a terra una tromba di schiume intorte; il vento che nasce e muore nell'ora che lenta s'annera suonasse te pure stasera scordato strumento, cuore. Commento: È una delle poesie più giovanili del poeta. Vi si esprime il desiderio di trovare un accordo del cuore con il mondo naturale, ma il cuore è uno strumento ormai incapace di "accordo". La poesia presenta diversi aspetti della