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Programma Greco (scuola superiore), Appunti di Greco

Riassunto del programma di letteratura greca (scuola superiore)

Tipologia: Appunti

2023/2024

Caricato il 10/09/2023

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Bleon57488484 🇮🇹

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EPICA GRECA
Un poema epico (dal greco epos «parola», ma anche «discorso in versi», «poesia») è una composizione di
grandi dimensioni e di stile alto, che narra le imprese di uno o più eroi, impegnati in una ricerca (quest) 1 o
in un’ardua impresa. Battaglie e viaggi avventurosi hanno una parte importante, come pure gli dei, il
soprannaturale, la magia. Talora l’azione si svolge nell’oltretomba o in paradiso. L’eroe, sempre di rango
sociale elevato, supera gli altri uomini per forza, coraggio e senso dell’onore. L’imbattibilità,
l’invulnerabilità, l’assenza di misura, l’assolutezza dei sentimenti (coraggio, odio, amore, fedeltà) sono sue
caratteristiche peculiari. Gli avvenimenti sono collocati nel passato assoluto del mito e della leggenda, ma
esprimono i valori della comunità culturale da cui l’epos è espresso. Infatti l’età eroica del passato
rappresenta la storia antica della comunità stessa e sullo sfondo leggendario delle nobili imprese degli eroi
sono proiettate istanze del presente. Così l’eroe, che pure è rappresentato in una condizione di solitudine e
isolamento (l’isolamento epico, appunto), rispecchia emblematicamente i sentimenti di tutta una comunità,
della quale egli realizza le aspirazioni eroiche attraverso il superamento di prove e l’apoteosi (cioè il trionfo
e la divinizzazione). Nella dimensione rituale propria della tragedia – un genere per molti aspetti vicino a
quello epico – l’eroe diviene vittima sacrificale, che immolandosi riscatta le colpe della comunità. Questo,
soprattutto nel mondo greco. In quanto implica la condivisione e il forte radicamento di valori all’interno di
una comunità, l’epos ha luogo nei momenti di fondazione, di definizione della propria identità culturale in
contrapposizione con altre culture ritenute estranee o nemiche o espressione del male. Perciò, da un lato
l’epos è il mezzo per la conservazione dei valori che stanno alla base di una comunità e ne definiscono la
cultura specifica, dall’altro può rappresentare lo strumento per la celebrazione e la riproposizione in chiave
ideologica di quel passato: è il caso, per esempio, dell’Eneide di Virgilio.
OMERO
Con il nome di Omero (in greco Ὅμηρος Hómēros), pronunciato o-mè-ro, viene tradizionalmente
identificato l'autore di due capisaldi della letteratura occidentale, l'Iliade e l'Odissea. Si ritiene che sia
vissuto nel VIII secolo a.C. Omero è il più grande poeta che tratta delle origini greche: sulla vita di Omero ci
sono pervenute le informazioni più disparate. Alcuni sostenevano che fosse figlio di una ninfa, altri lo
credevano discendente di Orfeo, il mitico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo
canto; altri lo descrivevano come un cantore cieco ("Homeros" nel dialetto di Cuma ha proprio questo
significato) che errava da una città all'altra e c'era infine chi aveva costruito una biografia di Omero sulla
base di un'altra etimologia del suo nome, che significherebbe "ostaggio". La tradizione ritiene tuttavia
Omero nativo della Ionia, la regione dell'Asia Minore che si affaccia sul Mar Egeo. C'è chi lo ritiene
contemporaneo alla guerra di Troia e chi lo considera vissuto in un epoca posteriore, o di alcuni decenni, o
addirittura di secoli. La contraddittorietà di queste notizie non ha minimamente incrinato nei Greci la
convinzione che il poeta fosse veramente esistito, anzi ha contribuito a farne una figura mitica, il loro poeta
per eccellenza.
Biografia: La biografia tradizionale di Omero, tratta dalle fonti antiche, è fantasiosa; non ci sono notizie
storiche certe. Una delle biografie più quotate è quella attribuita, probabilmente erroneamente, ad
Erodoto. Un'altra biografia molto quotata dagli antichi è quella contenuta nelle "Vite", opera attribuita a
Plutarco, a Proclo. Già dall'antichità ben sette città ci contendevano il diritto di aver dato i natali a Omero,
indice senza dubbio del grande stato di celebrità del quale godeva sin da allora. La gran parte di queste città
è nell'Asia minore, precisamente nella Ionia. La data della sua nascita oscilla secondo Erodoto tra il 1194 e
il 1184 a.C., come se fosse vissuto ai tempi della guerra di Troia; in altre biografia risulta nato prima,
soprattutto verso l'VIII secolo. “Omero” è molto probabilmente un soprannome. Potrebbe derivare da ὁ μὴ
ὀρῶν (il cieco), ὃμηρος (ostaggio);
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EPICA GRECA

Un poema epico (dal greco epos «parola», ma anche «discorso in versi», «poesia») è una composizione di grandi dimensioni e di stile alto, che narra le imprese di uno o più eroi, impegnati in una ricerca (quest) 1 o in un’ardua impresa. Battaglie e viaggi avventurosi hanno una parte importante, come pure gli dei, il soprannaturale, la magia. Talora l’azione si svolge nell’oltretomba o in paradiso. L’eroe, sempre di rango sociale elevato, supera gli altri uomini per forza, coraggio e senso dell’onore. L’imbattibilità, l’invulnerabilità, l’assenza di misura, l’assolutezza dei sentimenti (coraggio, odio, amore, fedeltà) sono sue caratteristiche peculiari. Gli avvenimenti sono collocati nel passato assoluto del mito e della leggenda, ma esprimono i valori della comunità culturale da cui l’epos è espresso. Infatti l’età eroica del passato rappresenta la storia antica della comunità stessa e sullo sfondo leggendario delle nobili imprese degli eroi sono proiettate istanze del presente. Così l’eroe, che pure è rappresentato in una condizione di solitudine e isolamento (l’isolamento epico, appunto), rispecchia emblematicamente i sentimenti di tutta una comunità, della quale egli realizza le aspirazioni eroiche attraverso il superamento di prove e l’apoteosi (cioè il trionfo e la divinizzazione). Nella dimensione rituale propria della tragedia – un genere per molti aspetti vicino a quello epico – l’eroe diviene vittima sacrificale, che immolandosi riscatta le colpe della comunità. Questo, soprattutto nel mondo greco. In quanto implica la condivisione e il forte radicamento di valori all’interno di una comunità, l’epos ha luogo nei momenti di fondazione, di definizione della propria identità culturale in contrapposizione con altre culture ritenute estranee o nemiche o espressione del male. Perciò, da un lato l’epos è il mezzo per la conservazione dei valori che stanno alla base di una comunità e ne definiscono la cultura specifica, dall’altro può rappresentare lo strumento per la celebrazione e la riproposizione in chiave ideologica di quel passato: è il caso, per esempio, dell’Eneide di Virgilio. OMERO Con il nome di Omero (in greco Ὅμηρος Hómēros), pronunciato o-mè-ro, viene tradizionalmente identificato l'autore di due capisaldi della letteratura occidentale, l'Iliade e l'Odissea. Si ritiene che sia vissuto nel VIII secolo a.C. Omero è il più grande poeta che tratta delle origini greche: sulla vita di Omero ci sono pervenute le informazioni più disparate. Alcuni sostenevano che fosse figlio di una ninfa, altri lo credevano discendente di Orfeo, il mitico poeta della Tracia che rendeva mansuete le belve con il suo canto; altri lo descrivevano come un cantore cieco ("Homeros" nel dialetto di Cuma ha proprio questo significato) che errava da una città all'altra e c'era infine chi aveva costruito una biografia di Omero sulla base di un'altra etimologia del suo nome, che significherebbe "ostaggio". La tradizione ritiene tuttavia Omero nativo della Ionia, la regione dell'Asia Minore che si affaccia sul Mar Egeo. C'è chi lo ritiene contemporaneo alla guerra di Troia e chi lo considera vissuto in un epoca posteriore, o di alcuni decenni, o addirittura di secoli. La contraddittorietà di queste notizie non ha minimamente incrinato nei Greci la convinzione che il poeta fosse veramente esistito, anzi ha contribuito a farne una figura mitica, il loro poeta per eccellenza. Biografia: La biografia tradizionale di Omero, tratta dalle fonti antiche, è fantasiosa; non ci sono notizie storiche certe. Una delle biografie più quotate è quella attribuita, probabilmente erroneamente, ad Erodoto. Un'altra biografia molto quotata dagli antichi è quella contenuta nelle "Vite", opera attribuita a Plutarco, a Proclo. Già dall'antichità ben sette città ci contendevano il diritto di aver dato i natali a Omero, indice senza dubbio del grande stato di celebrità del quale godeva sin da allora. La gran parte di queste città è nell'Asia minore, precisamente nella Ionia. La data della sua nascita oscilla secondo Erodoto tra il 1194 e il 1184 a.C., come se fosse vissuto ai tempi della guerra di Troia; in altre biografia risulta nato prima, soprattutto verso l'VIII secolo. “Omero” è molto probabilmente un soprannome. Potrebbe derivare da ὁ μὴ ὀρῶν (il cieco), ὃμηρος (ostaggio);

quest'ultima ipotesi è di solito screditata perché in nessuna biografia ci sono allusioni a un suo eventuale stato di ostaggio. Una leggenda del sesto secolo racconta di una gara poetica tra Omero e Esiodo, indetta in occasione dei funerali di Anfidamante, re dell'isola Eubea. La competizione consisteva nel comporre il più bel lamento funebre. Esiodo lo incentrò sulla pace, Omero sulla guerra. Il pubblico assegno la vittoria ad Esiodo. Molto probabilmente, in ogni caso, questa leggenda è totalmente priva di fondamento, probabile invenzione del sofista Alcidamante. L'Iliade è scritta in dialetto ionico, ma dentro di essa ci sono anche molti eolismi (termini eolici). Una città abitata sia da Ioni che da Eoli era Smirne, sulla costa nord dell'attuale Turchia, tesi suggerita da Pindaro. Quest'ipotesi è stata messa in discussione dopo che gli studiosi si resero conto che molti di quelli che venivano considerati eolismi erano in realtà parole achee. Secondo Semonide di Amorgo, invece, Omero era di Chio; di certo sappiamo solo che nella stessa Chio c'era un gruppo di rapsodi che si definivano “Omeridi”. Inoltre, tra i tanti inni a divinità che venivano attribuiti, spesso erroneamente, ad Omero, uno in particolare, l'Inno ad Apollo, potrebbe avere come autore Omero, ed in questo testo l'autore definisce se stesso “uomo cieco che abita nella rocciosa Chio”. Se accettiamo dunque come scritto da Omero l'Inno ad Apollo, allora si spiega ὁ μὴ ὀρῶν e la rivendicazione dei natali del cantore da parte di Chio. La letteratura greca non nasce quindi nella Grecia propriamente detta ma nelle colonie ioniche, della costa turca. Tradizione manoscritta: L'Iliade e l'Odissea vennero fissate per scritto nella Ionia di Asia, intorno al 8° secolo a.C: la scrittura venne introdotta nel 750 a.C circa; si può supporre che trent'anni dopo, nel 720 a.C, gli aedi possano averla utilizzata. È probabile che più aedi abbiamo cominciato ad usare la scrittura per fissare testi che affidavano completamente alla memoria; la scrittura era null'altro che un nuovo mezzo per agevolare il proprio lavoro, sia per poter lavorare più facilmente sui testi, sia per non dover affidare tutto alla memoria. Nell'epoca dell'auralità il magma epico comincia a sedimentarsi nella sua struttura, ma è anche vero che mantiene una certa fluidità. Si può dire che all'inizio c'erano un grandissimo numero di episodi e sezioni rapsodiche legate al Ciclo Troiano; vari autori, tra cui forse Omero, nell'epoca dell'auralità, intorno al 750 a.C circa, operano una cernita, scegliendo da questa immane mole di racconti un numero sempre più esiguo di sezioni, numero che se per Omero fu 24, per altri autori poteva essere 20, o 18, o 26, o anche 50. Quello che è certo è che la versione di Omero fu quella che si impose, e che dopo di lui altri aedi continuarono sì a selezionare continuamente episodi per creare la “loro” Iliade, ma tennero conto che la versione dell'Iliade più in voga era quella di Omero. Non tutti gli aedi cantavano la stessa Iliade, e non si arrivò mai ad avere un testo standard per tutti; c'erano una miriade di testi simili tra loro, ma con leggere differenze. Il poema non ha ancora, durante l'auralità, una struttura definitivamente chiusa. Non possediamo l'originale più antico dell'opera, ma sappiamo che già nel VI secolo a.C ne circolavano degli esemplari; la prima testimonianza sicura è di Pisistrato di Atene (561-527 a.C). Dice infatti Cicerone nel suo [[De Oratore]]: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” (Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero, prima confusi, così come ora li abbiamo). Il primo punto fermo è quindi che nella Grande Biblioteca di Atene di Pisistrato erano contenuti l'Iliade di Omero, fatta realizzare dal figlio Ipparco. Ad Atene dunque l'Iliade era quella di Pisistrato. L'auralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche, e l'Iliade pisistratea non fu un caso unico: sul modello di Atene ogni città, e di sicuro Creta, Cipro, Argo e Marsiglia, probabilmente aveva un'edizione “locale”, detta κατά πόλεις. Le varie edizioni κατά πόλεις non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Abbiamo anche notizia di edizioni precedenti all'ellenismo, dette πολυστικὸς, “con molti versi”; avevano sezioni rapsodiche in più rispetto alla versione pisistratea; varie fonti ce ne parlano ma non ne sappiamo l'origine. L'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare: i piccoli greci imparavano a leggere leggendo i poemi di Omero; molto probabilmente i maestri semplificarono i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini. Sappiamo anche dell'esistenza di edizioni κατά ἂνδρα: personaggi illustri si facevano fare edizioni proprie. Un esempio molto famoso è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell'Odissea per farla leggere ad Alessandro

Giovanni Aurisma. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'11° secolo d.C. L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondica. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben 3 volte, nel 1504, 1517, 1521, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici. Un'edizione critica dell'Iliade verrà stampata solo nel 1920, edita da Monroe e Allen di Oxford – da qui il nome oxoniensis attribuito a quell'edizione. L'Odissea fu stampata nel 1919 da Allen. Questione Omerica: Aristotele affermava l'esistenza di Omero e gli attribuiva la composizione di Iliade, Odissea e di un poema minore, il Margite. Fra gli alessandrini, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia, formularono l'ipotesi che fu la più diffusa fino all'avvento dei filologi oralisti. Essi sostenevano l'esistenza di Omero e gli attribuivano l'Iliade e l'Odissea; inoltre, sistemarono le due opere nella versione che possediamo oggi e ne espunsero i passi a loro dire corrotti e integrarono alcuni versi. Xenone ed Ellanico, invece, confermavano l'esistenza di Omero, ma gli attribuivano unicamente l'Odissea. L'anonimo del Sublime sosteneva l'esistenza del poeta, facendogli comporre l'Iliade in giovane età e l'Odissea da vecchio. Le ipotesi di Karl Lachmann trovano una certa analogia con quelle di Hédelin, secondo lui l'Iliade sarebbe composta da 16 canti popolari riuniti e poi trascritti per ordine di Pisistrato (Kleinliedertheorie). Opposta la tesi di Gottfried Hermann: i due poemi omerici deriverebbero da due nuclei originali ("Ur-Ilias" e "Ur-Odyssee"), a cui sarebbero state fatte aggiunte ed ampliamenti. Kirchoff, studiando l'Odissea, teorizzò che fosse composta da tre poemi indipendenti: la Telemachia, il νόστος (viaggio di ritorno di Ulisse) e l'arrivo in patria. Wilamowitz sosteneva che Omero avesse raccolto e rielaborato dei canti tradizionali, organizzandoli attorno ad un unico tema. La questione omerica è lontana dall'essere risolta, perché in realtà è probabilmente insolubile. I dati che si possono considerare assodati sono:

  • Iliade ed Odissea non sono opera dello stesso autore;
  • L'Iliade ebbe in seguito degli ampliamenti e l'aggiunta di qualche canto;
  • nessun motivo impedisce di pensare che l'autore di questa si chiamasse Omero, il quale forse fu di Smirne e visse nella Troade alla corte di un principe. Fra i filologi oralisti, William Parry, studioso americano (1928), ipotizzò la natura rapsodica dei due poemi epici. Auralità e oralità sono la chiave di lettura: cantare improvvisando, o meglio impostare elementi via via innovativi su di una matrice standard; oppure declamare al pubblico dopo aver composto in forma scritta. Ebbene Parry ipotizzò un primo momento in cui i due testi dovettero circolare di bocca in bocca, da padre in figlio, esclusivamente in forma orale; successivamente per esigenze pratiche ed evolutive intervenne qualcuno ad unificare, quasi "cucendoli", i vari tessuti dell' epos omerico, e questo qualcuno potrebbe essere un Omero realmente vissuto o un'équipe rapsodica specializzata sotto il nome "Omero". L'Arend (1933), riproponendo le tesi di Parry, notava che non solamente ci sono delle ripetizioni di segmenti metrici, ma anche scene fisse o tipiche (discesa dalla nave, descrizione dell'armatura, morte dell'eroe, etc.). Individuò quindi dei canoni compositivi globali, che avrebbero organizzato l'intera narrazione: il catalogo, la ring composition e lo schidione. Infine, Havelock ipotizzò che l'opera omerica fosse in realtà un'enciclopedia tribale: i racconti sarebbero serviti ad insegnare la morale o trasmettere la conoscenza e quindi l'opera avrebbe dovuto essere costruita secondo una struttura educativa. Il nome "Omero" è in realtà un aneddoto: deriva infatti dall'unione di O-me-oron (alla lettera colui che non vede). Omero nel Baltico? Una teoria "alternativa" sui poemi omerici è stata avanzata recentemente da uno storico dilettante, Felice Vinci, che ha pubblicato i risultati delle sue ricerche in un saggio intitolato "Omero nel Baltico". Secondo Vinci l'ambientazione originale dell'Iliade e dell'Odissea non sarebbe affatto nel Mar

Mediterraneo, come si è sempre creduto, ma nell'Europa settentrionale, in particolare nel Mar Baltico e lungo la costa atlantica della Norvegia. L'ipotesi di Vinci è periodicamente riproposta nei media e nelle discussioni in rete, ma è scarsamente considerata presso il mondo accademico. Religione e Antropologia in Omero: La religione greca era fortemente ancorata al mito e infatti in Omero si dispiega tutta la religione olimpica (carattere panellenico). Secondo alcuni, la religione omerica ha forti caratteri primitivi e recessivi:

  • antropomorfismo: gli dei hanno, oltre all'aspetto, anche le passioni in comune con gli uomini
  • zoomorfismo: alcuni dei greci conservano tracce di antichi dei totemici, zoomorfi, nei loro epiteti ferini.
  • insufficienza escatologica e mistica: non c'è una cultura dell'aldilà e un contatto diretto con la divinità, fatta eccezione per i culti misterici (ad esempio il dionisismo)
  • insufficienza etica: manca la punizione divina Secondo W. F. Otto, la religione omerica è il modello più avanzato che la mente umana abbia mai concepito, perché scinde l'essere dall'essere stato. L'uomo omerico è particolaristico, perché è la somma di parti diverse:
  • σῶμα (soma): il cadavere
  • ψυχή (psiche): l'ombra
  • θύμος (thumos): il centro affettivo
  • φρήν (fren): il centro razionale
  • νοῦς (nus): l'intelligenza Illiade: L'Iliade, il poema epico composto da Omero, si basa sul ricordo delle antiche guerre dei Micenei e sulla loro più ardita campagna militare, punto più alto della loro espansione nel Mediterraneo. Infatti, i Micenei, dopo aver conquistato l’isola di Creta, divenuti più esperti della navigazione, si rivolsero a Oriente verso lo stretto dei Dardanelli: puntavano all’accesso verso il Bosforo e poi di là verso il Mar Nero? Sono solo congetture. Diceva il grande scrittore francese Alexandre Dumas: «C'è una donna in ogni caso Attenendoci al mito, sappiamo infatti che tutta la storia dell'Iliade ruota intorno a una donna, Elena «dalle bianche braccia», moglie di Menelao, rapita da Paride Alessandro, figlio di Priamo, e portata nella leggendaria città. Troppo poco, forse, per giustificare una guerra di dieci anni: ma è certamente un elemento dal fascino romanzesco. Agamennone, fratello di Menelao, è il capo supremo della spedizione. È lui a mettere insieme una flotta, che riunisce come in una lega le varie città greche, situazione che tornerà spesso nella storia dei Greci. Anche se il nucleo originario del poema dell'Iliade può essere una sorta di Achilleide, è importante notare come molte delle vicende di questa guerra non siano state raccontate qui: nell’Iliade non abbiamo il rapimento di Elena – antefatto necessario a giustificare la guerra –, non c’è la morte di Achille, non c’è l’inganno del cavallo ordito da Ulisse, non c’è la fuga del troiano Enea, l’eroe che avrebbe fondato la stirpe dei romani. Sono due quindi i motivi conduttori: l’ira di Achille e la guerra fra Greci e Troiani. Eppure il contraltare a queste tematiche non può non essere anche la vicenda di Ettore i cui funerali chiudono il poema. Esiste quindi una sorta di specularità. Inoltre la simpatia del lettore dell'Iliade

Libri II-III: la disputa per Criseide e l'inizio della battaglia Pur adirato, Agamennone accetta di rendere Criseide al padre, per il bene dell’esercito; poi, però, facendo leva sul suo ruolo di capo supremo, pretende che Achille gli dia Briseide, la sua schiava personale. È un affronto perché i principi greci combattono per la gloria e per il bottino di guerra: da qui deriva l’onore. Achille risponde con forza, usando parole piene di violenza, vuole colpirlo: ucciderlo. Interviene prontamente Pallade Atena, che lo trattiene, visibile solo a lui: deve pazientare perché presto avrà doni ricchissimi. Ha subito un pesante affronto e decide quindi, sdegnosamente, di ritirarsi dalla guerra. In solitudine, piange, e la madre Teti, apparendo dal mare, lo consola. Gli Achei vengono spinti ad assaltare la rocca da un sogno di Agamennone: prima della battaglia, però, per saggiare lo spirito del suo esercito, annuncia di volersi ritirare: tutti esultano e deve intervenire rapidamente Odisseo, consigliato da Atena: con saggezza dà nuova linfa alle speranze greche e a nulla vale la giusta rimostranza di Tersite, il soldato più brutto e vile, perché Odisseo lo zittisce e lo percuote con lo scettro. C’è, dunque, l’assalto: nella mischia Paride raggiunge Menelao, suo avversario personale, ma ha troppa paura e fugge. Ettore lo rimprovera duramente: lo accusa di viltà. Paride, allora, per riscattarsi, propone di risolvere la guerra con un duello tra lui e Menelao: la scelta piace a tutti. Presi gli accordi, il duello comincia: è l’eroe greco ad avere la meglio, ma quando sta per uccidere Paride, interviene Afrodite che nasconde il suo protetto in una nebbia, portandolo in salvo. Agamennone proclama vincitore Menelao: la guerra deve finire. Libro IV: la decisione degli dei Gli dei a questo punto confabulano tra loro (libro IV): salvare o non salvare Troia? No: la città deve essere distrutta. Fanno sì allora che Atena consigli malamente i Troiani di rompere i patti. Libri V-VI: la battaglia e i primi feriti Pandaro scaglia una freccia contro Menelao e lo ferisce e la guerra riprende con furore (V-VI libro). Rischia la vita l’eroe troiano Enea, ma viene protetto da Afrodite, sua madre. A nulla poi vale la furia di Ettore che fa strage di nemici: le sorti della guerra sono a favore degli Achei. Andromaca parla con il marito Ettore chiedendogli di desistere dalla battaglia, ma lui è un guerriero e deve combattere. Libro VII: il duello con Aiace Telamonio Segue, infatti, il duello con Aiace Telamonio (libro VII) che si conclude senza vincitori: è necessaria una tregua per seppellire i morti; si approfitta per costruire una palizzata a difesa delle navi. Libro VIII: il cambio di rotta di Zeus Zeus passa dalla parte dei Troiani (libro VIII) e rinfocola la guerra: è così che gli Achei sono costretti a rifugiarsi dietro le palizzate: gli assediati subiscono un assedio! Libro IX: l'assenza di Achille Agamennone è sconfortato (libro IX): propone di ritirarsi dalla guerra, ma gli altri capi greci lo spronano a richiamare in guerra Achille; deve scusarsi con lui. Achille è soddisfatto dell’ambasciata, ma rifiuta. Gli Achei l’indomani affronteranno i Troiani senza di lui. Agamennone cerca di trovare delle soluzioni per compensare l’assenza di Achille: invia Diomede, nottetempo, insieme a Odisseo per spiare i Troiani. Nella stessa notte Dolone, soldato troiano, tentava la stessa sortita: viene catturato dai due greci che lo interrogano. Dolone dà le informazioni necessarie, sperando di salvarsi, ma viene ucciso. Uccisi saranno anche i Traci, ma nel sonno, traditi proprio dalle parole di Dolone, per mano di Odisseo e Diomede. Libro XI: l'aggressività di Agamennone Agamennone reagisce di forza (libro XI) e miete vittime ovunque: «Molti fuggivano ancora in mezzo alla piana, come vacche / che il leone, venendo nel buio notturno, ha fatto fuggire / tutte; a quella cui s’avvicina, baratro s’apre di morte…» (XI, 172-174). Libri XII-XIII-XIV-XV: guerra tra soldati e guerra tra dei La battaglia, intanto, infuria prima sotto la palizzata greca, poi presso le navi (libri XII-XIII): il pericolo è estremo. Si combatte parallelamente una guerra tra gli dei a colpi di sotterfugi e inganni: Era addormenta Zeus affinché Poseidone possa aiutare i soldati achei (libro XIV). Ettore, colpito da Aiace Telamonio, rischia quasi di morire. Zeus al suo risveglio

(libro XV), minaccia Era e Poseidone, infonde nuovo coraggio ai Troiani che assaltano le navi per incendiarle. Libro XVI: l'inganno di Patroclo e il duello mortale Achille acconsente alla richiesta di Patroclo e gli dà le sue armi (libro XVI). L’inganno ha successo: Patroclo, travestito da Achille, semina il terrore nelle fila troiane. Ettore non si lascia impressionare, e lo punta: è un duello mortale. Patroclo soccombe, ma non prima di aver predetto a Ettore la morte per mano di Achille. Libri XVII-XVIII: l'ira di Achille Si accende una lotta furibonda per il corpo di Patroclo: Menelao riesce a portarlo all’interno dal campo acheo dando ordine di informare Achille dell’accaduto (libro XVII). Achille si aggira inquieto: teme per il suo amico e ha un brutto presentimento (libro XVIII). È Antiloco a confermare le sue paure: Patroclo è stato ucciso da Ettore. Rabbia e disperazione si impossessano di lui insieme a una tremenda sete di vendetta. Teti, sua madre, cerca di distoglierlo dal proposito; ma Achille è pronto a pagare con la vita, se necessario. Libri XIX-XX-XXI: le nuove armi per Achille Sconsolata, Teti va da Efesto: chiede al fabbro degli dei di forgiare nuove armi per il figlio. Achille accantona il risentimento verso Agamennone (Libro XIX) e si riconcilia con lui; la battaglia è prossima, ma Achille passa il tempo a piangere sulla salma dell’amico e solo l’indomani si lancia nella mischia indossando le nuove armi (libri XX-XXI). Libro XXII: l'opposizione di Ettore Il suo impeto è terrificante: i Troiani vengono ricacciati dentro le mura; Troia sembra prossima a cadere. Ettore soltanto si oppone ad Achille: intuisce che sarà ucciso, ma affronta ugualmente il suo destino, con onore, rimanendo fuori dalle Porte Scee (libro XXII). Libro XXIII: la morte di Ettore Un tremito di paura coglie Ettore alla carica di Achille, e fugge, e l’eroe greco lo insegue: tre volte girano intorno alle mura troiane. Poi Ettore viene raggiunto e ucciso. Achille fa scempio del suo cadavere: lo trascina sotto le mura troiane legandolo al cocchio. Tale scempio continua anche durante i riti funebri in onore di Patroclo (libro XXIII). Libro XXIV: la restituzione del cadavere di Ettore Priamo va in ambascia da Achille a chiedere il corpo di Ettore: Achille restituisce il cadavere e concede undici giorni di tregua ai Troiani che possono così onorare il loro condottiero (libro XXIV). Si chiude così con un rito funebre, senza vincitori e vinti, l’Iliade. L'Iliade: significato e analisi L’Iliade appare come un insieme di duelli di eroi, uno scontro che prima di tutto è verbale e poi fisico. La parola giunge con violenza, perché la parola, per i Greci, è un fatto compiuto. I condottieri greci lottano per essere onorati e rispettati; se necessario, affronteranno la morte pur di mantenere l’onore intatto: Achille non fugge il suo destino, anche se prova a ritirarsi dalla guerra e minaccia di tornare a Ftia; neanche Ettore fugge anche se, tremando alla vista del furioso Achille, darà le spalle al nemico. Una morte forse ingloriosa, ma Achille è la morte di Ettore perché il fato l’ha prescritta. Dalla città in fiamme, distrutta anche con la complicità degli dei, oltre che dall’astuzia di Odisseo, fuggirà Enea e pone il problema di un nuovo modo di essere eroici: sopravvivere per poter avere la seconda possibilità di fondare una nuova stirpe. Sopravvivere, magari ai danni dell’onore, per poter avere una seconda possibilità. Nella fuga di Enea da Troia sembra quasi di scorgere le parole della prima voce lirica dell’Occidente, Archiloco di Paro: «Un Saio si fa bello con il mio onoratissimo scudo, / che abbandonai tra i rovi contro la

essere variegato e ben strutturato. E l’Odissea è così, nonostante alcune piccole incongruenze, essa si articola in solidi blocchi narrativi: sei in tutto, ognuno di quattro libri, che possiamo raggruppare in due parti: L'Odissea e il tema del ritorno In una poesia di Cesare Pavese leggiamo del ritorno di suo cugino, rimasto in viaggio per vent’anni nei mari del Sud: «Vent'anni è stato in giro per il mondo. / Se n'andò ch'io ero ancora un bambino portato da donne, / e lo dissero morto. Sentii poi parlarne / da donne, come in favola, talvolta; / ma gli uomini, più gravi, lo scordarono» (Pavese, I mari del Sud). Sembrerebbe, in sintesi estrema, il racconto che potrebbe fare Telemaco sulle vicende del padre Odisseo. In questa poesia c’è il punto di contatto di due persone estranee che hanno nei loro occhi una storia e una saggezza diverse. E il cugino del poeta racconta alcuni episodi di quel che accadde; poi tace. Perché chi torna può rapportarsi a chi è rimasto solo attraverso il racconto colmando la distanza che si è creata: e dirà e tacerà a seconda della convenienza o di come lo assale il ricordo. Ma racconterà, come reduce. «L’impulso a narrare era, nel reduce, incoercibile», (Privitera, Il ritorno del guerriero) perché solo ciò che diventa letteratura si salva dall’oblio. Partendo dal fatto che nell’istante presente siamo tutti reduci del nostro viaggio, capiamo che raccontare la nostra vita è un modo di fare ordine agli eventi caotici, talvolta insensati, che viviamo perché vengono ricordati e compresi. Odisseo trova davanti a sé avversità pericolosissime: «(…) un reduce può perdere il ritorno non solo se viene ucciso, ma anche se viene sedotto e fermato dall’ospitalità di chi lo accoglie» (Privitera). Morire nel ritorno è equivalente del fermarsi in un altro luogo: resterebbe incompiuta la circolarità del proprio viaggio. Un’altra tappa densa di significato nell'Odissea è quella presso le Sirene, dal canto bellissimo e insostenibile per qualità e sapienza: «Odisseo si confronta con un canto sovrumano e si confronta con la propria stessa storia» (Privitera). Ossia, Odisseo ascolta la bellezza della sua storia e rischia di fermarsi a contemplarla, come Narciso aveva contemplato sé stesso. Odisseo rischia di trasportare la sua vita nella gioia sublime della letteratura: ma così interromperebbe il suo cammino (e l’Odissea, come opera e come storia, è proprio il suo procedere verso Itaca). Queste sono alcune delle difficoltà del ritorno. In apertura dell’Odissea vengono non casualmente citati altri illustri ritorni: Menelao, Nestore, sono coloro che, pur tra le avversità, hanno fatto ritorno da Ilio e hanno ristabilito il proprio dominio. Achille, Aiace, Agamennone, Patroclo e molti altri sono invece nell’Ade: il loro destino si è compiuto altrove, lontano dalla loro terra natia. Odisseo ha l’occasione di vederli come gettati temporaneamente fuori dal regno dei morti: chi beve il sangue del montone sacrificato (segno di vita) potrà riacquistare la memoria e parlare. Odisseo deve interrogare Tiresia, l’indovino, che gli comunica un destino avverso, l’espiazione necessaria e crudele per pacificarsi con Poseidone. Tornato a casa, dovrà ripartire alla volta di una terra che non conosce la navigazione e piantare un remo. Quindi, vale la pena tornare per poi ripartire nuovamente? Riconquistare nuovamente e nuovamente abbandonare? Odisseo si piega al fato e vince la resistenza a fuggire: «Secoli prima di Euripide, Omero ha intuito che valoroso è anzitutto chi vince le battaglie con se stesso» (Privitera). Una delle tappe più pericolose del viaggio dell'Odissea è quella presso i Lotofagi, i mangiatori di loto, fiore che dona la dimenticanza assoluta (l’oblio, appunto). Se Odisseo si fosse fermato, non solo non sarebbe tornato a Itaca, ma l’intera sua storia avrebbe cessato per sempre di esistere. Moltissimi anni dopo, su questo tema, avrebbe scritto il romanziere triestino Italo Svevo: «E che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata» (Svevo, Le confessioni del vegliardo). Tuttavia raccontare è faticoso perché il racconto

è un continuo ritorno, è una ricerca che chiede di tornare indietro. Fermarsi nel nulla può essere seducente, come l’ospitalità dei Lotofagi. Occorre una continua tensione a sopravvivere alla propria stessa storia: «Il dramma è finito. Perché allora qualcuno è ancora in giro? Perché uno sopravvisse al naufragio» dice Ismaele nell’epilogo del romanzo Moby Dick, di Hermann Melville, dopo aver citato in esergo il libro di Giobbe: «e io solo sono sopravvissuto per raccontartela» (Gb 1, 16). Sopravvivere per raccontare: ostinarsi a tornare nella vita dopo aver scandagliato il proprio passato. L’epica antica rappresenta davvero il primo momento in cui la vita si fece letteratura, e prima memoria storica, nel perpetuarsi del ricordo, sintetizzando la realtà, mitizzandola e salvandola dall’oblio. 1 libro: L’ira di Poseidone è l’argomento del concilio degli dei che apre la prima scena dell’Odissea. Quasi tutti gli eroi greci sono tornati in patria: alcuni sono stati accolti dalla morte. Odisseo si trova invece nell’isola di Ortigia, prigioniero di Calipso. L’ora del ritorno è, infine, giunta. Atena, protettrice di Odisseo, si reca a Itaca sotto mentite spoglie, e convince Telemaco, ad andare in cerca del padre a Pilo e a Sparta. Nella corte itacese gozzovigliano i Proci, pretendenti della regina Penelope. Telemaco, stanco della situazione, convoca per l’indomani l’assemblea cittadina, che si apre tra la curiosità generale (libro II). 2 libro: Telemaco, accusati i Proci di sperperare i suoi beni, subisce la risposta di Antinoo, il primo di loro: è colpa di Penelope perché le basterebbe risposarsi; tra l’altro li ha trattenuti per ben tre anni con l’inganno della tela! Il nome di Odisseo serpeggia quasi a sproposito tra l’assemblea: Aliterse, un indovino, pronostica il suo imminente ritorno. Telemaco, allora, annuncia che cercherà notizie del genitore: se vivo, aspetterà ancora un anno; se morto, lo onorerà e poi affiderà la madre a un nuovo marito. Quindi, accompagnato e aiutato da Atena, all’oscuro di Penelope, salpa da Itaca alla volta di Pilo e Sparta. Da Nestore, re di Pilo, non riesce a sapere molto del padre (libro III). 4 libro: Da Menelao e da Elena, sua moglie, ottiene qualche altra informazione: Odisseo era bloccato per mare. I Proci, al corrente della partenza di Telemaco, architettano un agguato per ucciderlo. Penelope viene informata sia della partenza del figlio, sia del piano dei Proci per ucciderlo: può solo disperarsi con le ancelle. 5 libro; Nel V libro finalmente focalizziamo il nostro protagonista: viene ingiunto a Calypso di rilasciare il prigioniero. L’eroe greco costruisce una zattera, riceve dalla ninfa corde e velame, provviste e preziose indicazioni nautiche. Si mette quindi in viaggio. In prossimità dell’isola dei Feaci viene scorto da Poseidone, suo persecutore, che lo fa naufragare sull’isola di Scheria, dove abitano i Feaci. Esausto per aver nuotato tre giorni, si addormenta tra i cespugli. 6 libro: Lo trova il giorno dopo Nausicaa, la bella figlia del re Alcinoo, che su ispirazione di Atena era andata al fiume insieme alle ancelle. Alla vista del naufrago le ancelle fuggono spaventate, ma Nausicaa sente compassione per il naufrago: non indietreggia. Odisseo si mostra accorto, come sempre, e riesce a non spaventare la fanciulla. Le chiede aiuto, lei non glielo nega. Lavato e vestito, Odisseo assume un aspetto regale; la bella fanciulla ne è colpita, tanto che lo invita a corte, suggerendogli alcune istruzioni sul comportamento da osservare. 7 libro; Giunto al palazzo reale, viene ricevuto dal re Alcinoo, dalla regina Arète, da Nausicaa, e dal loro seguito. Odisseo, prudente, non si rivela: dice di essere un naufrago che vuole fare ritorno in patria; domanda una nave e gli viene accordata, ma prima deve rendere onore all’ospitalità dei Feaci. 8 libro; In un banchetto il cantore Demodoco narra l’impresa degli Achei ad Ilio e questo fatto commuove profondamente Odisseo, che si nasconde il viso. Dopo gli agoni sportivi, Demodoco canta in pubblico gli amori di Afrodite e Ares, e poi una terza volta lo stratagemma del cavallo di Troia.

Odissea, significato e insegnamento Odissea, il poema della saggezzaNel poema epico dell'Odissea, viene esaltato il racconto del viaggio dell'eroe-stratega Ulisse o Odisseo e del suo rapporto con le divinità. Nel binomio con l'Iliade, l'Odissea è considerato il poema della saggezza, perché contenente riflessioni morali sulla giustizia, sul rapporto tra uomo e divino e sulla concezione di una civiltà più evoluta e pacifica rispetto a quella descritta nell'altro poema. Il viaggio, metafora della conoscenzaIl viaggio è utilizzato come metafora della conoscenza, una condizione raggiungibile solo affrontando quanto ancora non si conosce e con la consapevolezza di potere perdere quello che si possiede (per conquistare qualcosa altro); è inoltre simbolo della conquista di un'identità e del proprio posto nell'ordine delle cose. ESIODO Confronto con omero. Punti in comune:

  • Lingua epica;
  • Il percorrere del genere epico. Differenze:
  • Omero è una figura evanescente mentre Esiodo è realmente esistito perché nelle sue opere parla di se stesso. Nacque alla fine del VIII secolo a.C. ad Ascra (piccolo villaggio della Beozia). La sua famiglia era originaria di Cuma eolica (nord della parte occidentale della penisola anatolica). Il padre era caduto in miseria e per questo si era dovuto allontanare dal paese natale. Aveva un fratello di nome Perse con il quale ebbe una lite legale per la scissione dell’eredità.
  • Il mondo descritto da Omero è aristocratico e presuppone un pubblico vasto ma gli eroi sono principi e gente di alto rango. (cultura aristocratica). Il mondo descritto da Esiodo esprime il mondo e la cultura dei piccoli proprietari terrieri (esaltazione del lavoro poiché esso nobilita l’uomo). -In omero gli dei sono simili agli uomini mentre in Esiodo ritroviamo un profondo rispetto per le divinità e in particolare per Zeus (somma garante della dichè: giustizia). La giustizia divina governa il mondo. Compare il concetto di “iubris” : tracotanza. La iubristes è colui che è tracotante e si erge al di sopra degli dei utilizzando la violenza, la forza e la contraffazione. Egli sarà puntito. Esiodo scrive:
  • La Teogonia (nascita degli dei);
  • Le opere e i giorni (“ta erga kai emerai”)
  • Le eoie (catalogo delle donne) (alcuni non credano sia stato redatto da lui) Teogonia; È un’opera composta da circa 1000 versi che vuole essere una sistemazione razionale del mito delle divinità greche. Per questo motivo viene anche detta Bibbia greca. Egli, per scriverla, attinse a un patrimonio di miti provenienti dall’Oriente mesopotamico, anatomico e indiano. Nella genealogia si parte dal caos primogenito (kaio: essere vuoto) da cui vengono generati Urano e Gea i quali accoppiandosi creano

tante divinità tra cui Cronos e Rea. Essi si accoppiano e generano altre divinità. Cronos taglia i genitali al padre Urano e ingoia tutti i figli nati ma rea riesce a salvarne uno: Zeus e lo nasconde nell’isola di Creta. Zeus spodesta il padre cronos e diventa re del cielo. Egli divide il regno coi fratelli e si erge su di tutti facendo regnare ordine e giustizia e facendo iniziare l’età dell’oro. Le eoie; È un elenco di donne che hanno avuto rapporti con le divinità e hanno generato eroi ed eroine. Siccome usava l’espressione “e oie” (o quale) all’inizio di ogni episodio del poema, hanno chiamato l’opera così o catalogo delle donne. È la continuazione logica della Teogonia. Molti, poiché è frammentaria, sostengono che non sia di Esiodo. Le opere e i giorni; Questo titolo viene soprattutto dall’ultima parte dell’opera dove Esiodo fa l’elenco dei giorni fasti e nefasti. Questa parte viene ritenuta strana così come l’opera che non presenta un filo conduttore. Essa inizia citando la famosa lite con il fratello perse e poi presenta un susseguirsi di miti: Pandora, le cinque età, la favola dell’usignolo e dello sparviero e dei precetti sulla navigazione. È composta da 828 versi ed è disorganica. Molti, per questo, hanno pensato a una non unifica versione dell’opera facendo sorgere la questione esioidea. Tutti gli artisti di questo periodo procedevano infatti per giustapposizione. Questa disorganicità non è però così insolita: si usa infatti anche nella statuaria (koroi). Non c’è l’idea della proporzione. Le opere e i giorni sono un’opera didascalica. Ruolo del mito; -mito di pandora ( pas,pasa,pan: tutto dora: doni). Fu la prima donna della mitologia e colei che ricevette tutti i doni e che venne ritenuta la causa di tutti i mali perché le era stato consegnato un vaso che lei non avrebbe dovuto aprire mai. Lei lo aprì e tutti i mali si diffusero nel mondo. -mito delle cinque età: oro-argento-bronzo-eroi-ferro Secondo gli illuministi si va dalla felicità alla tristezza per Rousseau la storia è un continuo regresso ma l’età degli eroi sembra spezzare questo degrado. -la favola dell’usignolo e dello sparviero: lo sparviero schernisce un piccolo usignolo e gli dice che è giusto che lui si comporta così perché è il più forte. Viene introdotto il concetto alla base della cultura arcaica: iubris, tracotanza verso l’usignolo che porta con se lo “ftonos teon” (risentimento degli dei). Chi è tracotante provoca il risentimento degli dei che lo puniscono. Questo concetto sarà una sorta di life motiva di tutta la letteratura arcaica. Alla base di tutto ci sta il litigio col fratello. Egli dice che ciò che conta è il lavoro che nobilita l’uomo e rende giusto il mondo. (idea di “dichè”: giustizia). La contesa si può dividere in: “eris buona” (emulazione ovvero imitare qualcuno migliore per migliorarsi) e “eris cattiva” ( volontà di sopraffazione sull’altro. Perse aveva scelto la eris cattiva: era quindi uno iubristes e sarà punito). Il tema delle muse che vengono in sogno a Esiodo è un topos comune di molti autori epici. Nel epos omerico canta la musa mentre in Esiodo il poeta canta in prima persona. (passo avanti verso l’individualità).

sviluppo della letteratura: molti poeti provengono da questa realtà coloniale in cui i fermenti sono più nuovi e, generalmente, si hanno meno conflitti politici. Nel resto delle poleis invece succedono due cose importanti:

  1. Cambiamento dell’Organizzazione Militare Una poleis (stato autonomo) che vive in una situazione di tensione con le città vicine ha bisogno di un apparato militare sia per la difesa che per l’attacco. Tutto l’esercito viene completamente rinnovato perché per aver bisogno di un esercito imponente si devono aprire i rami dell’esercito non più solo ai nobili ma anche alle classi nuove che siano comunque in grado di comprare a proprio spese l’armatura. L’esercito si trasforma completamente rispetto all’epoca Omerica e si crea quindi la Falange Oplitica, un esercito cittadino in cui i membri sono appunto degli agiati cittadini non più solo nobili. Inoltre non c’è più bisogno di possedere un cavallo perché il nervo dell’esercito è la fanteria e quindi basta comprare solo l’armatura. Entrano quindi nell’esercito tutte le categorie che godono di queste risorse economiche, soprattutto la classe mercantile. Lo scontro non è più affidato, come nell’Iliade, a grandi combattieri (eroi) che si confrontano in duelli personali ma c’è l’attacco di un esercito il cui successo è garantito proprio dalla coesione. Non emerge più il singolo ma si deve stare uniti, si crea quindi un senso di appartenenza a un corpo che non ha più come obiettivo il κλέος o la τιμἡ ma il mantenimento delle file per difendere la propria città. Queste forze che si sottopongono all’impegno militare sia in termini fisici che economici chiedono in cambio qualcosa: inizialmente al proprio stratega chiedono una equa spartizione del bottino e delle terre conquistate (distribuzione in parti uguali, tutti sono uguali e hanno combattuto nello stesso schieramento con stessi pericoli). In seguito queste esigenze si trasformeranno in una richiesta di tipo politico: si chiede l’ἰσονομία, la parità di diritti. Faranno quindi sentire la loro voce contro gli aristocratici conservatori che non sono per niente disposti a cedere loro parte del proprio potere. Questo fattore va ad aumentare la στάσις.
  2. Gestione della Στάσις e Conflitto Le classi dominanti cercano di contenere il conflitto in vari modi e si procede per gradi. Inizialmente le poleis concedono delle leggi scritte (un importante passo poiché i giudici non hanno più monopolio di decisione ma ci sono leggi che valgono sempre e non più in base alle situazioni) che però non sono sempre eque (contengono norme dispari tra categorie sociali). Un esempio sono le leggi di Draconte (VII sec.) ad Atene, molto dure (pena di morte per chi non lavorava o minava l’ordine pubblico). Queste leggi da un lato cercavano di andare in contro alle richieste sociali dall’altro puntavano a mantenere stabilità. b. Successivamente si ritiene opportuno nominare in via straordinaria, nelle poleis, un Αισυμνητες, un arbitro aristocratico con pieni poteri che ha il compito di dare origine ad una nuova riforma che metta tutti d’accordo. Un esempio è Solone ad Atene (94/95 a.C.), che crea una riforma vasta cercando di tamponare le tensioni sociali riducendo i motivi di confusione che nascevano dagli strati più bassi come per esempio i contadini insolventi (fa la σεισάχθεια: scuotimento dai pesi, restituisce la libertà a chi è schiavo per debiti rendendo più difficile il meccanismo per cui si può diventare schiavi per debiti allentando quindi uno dei motivi di confusione).

Divide inoltre la società in classi censitarie in base alle risorse economiche, classi che devono contribuire inoltre alle file dell’esercito in ruoli diversi in base alla ricchezza. Il prelievo fiscale varia inoltre a seconda delle ricchezze delle classi. Istituisce la (βουλή), assemblea di 400 membri e il tribunale popolare (ελιηα) composto non più solo da aristocratici e che si occupa anche di reati importanti (non di sangue). Cerca quindi di mediare tra le varie componenti sociali cercando di ridurre i vari attriti: nelle altre poleis greche ci sono figure simili a quelle di Solone. c. Nonostante tutto l’Αισυμνητες è solo una tappa: lo stadio successivo è quello della Tirannide che si configura come nuova tentativo di risolvere le tensioni durante il VI sec. Il termine Τυραννις non compare in Omero ma per la prima volta in Archiloco e significa “signoria”, accezione neutra. Per arrivare al giudizio negativo nel passaggio in cui il tiranno diventa la figura che in modo dispotico accentra su di sé tutti i poteri, bisognerà arrivare al V secolo. Il tiranno è un aristocratico e prende il potere con un colpo di stato, quindi in un momento di disordine particolarmente acceso. Il suo potere si basa da un lato su un consenso di tipo militare, infatti è appoggiato dagli eserciti e in più ha dalla sua parte una nuova componente dell’esercito (la guardia del corpo, parte privilegiata dell’esercito), dall’altro il tiranno si propone una serie di riforme all’interno della società a vantaggio del δεμος, il popolo. Quasi tutti i tiranni (Pisistrato ad Atene) per incoraggiare il demos tolgono delle proprietà terriere a degli aristocratici che avevano il completo monopolio sulle terre e le redistribuiscono tra i contadini più poveri. Poi si hanno iniziative per incoraggiare commercio e artigianato (si fondano nuove colonie oltremare), abbelliscono la città da un lato per dimostrare la grandezza della poleis e del regime politica che la amministra, dall’altra sono un modo per dare lavoro alle forze cittadine disoccupate (si ha un consenso da parte delle fasce più povere). I tiranni hanno quindi un tipo di gestione di potere che è a vantaggio delle classi subordinate: c’è una realtà non più a sostegno dell’aristocrazia. Quest’esperienza però è temporanea e non si sviluppa per più di tre generazioni e molto spesso la parentesi tirannica si conclude in modo violento attraverso una congiura che porta alla morte del tiranno (per esempio con Ipparco, figlio di Pisistrato che viene ucciso per aver esercitato il suo potere in modo troppo dispotico). Dopo le tre generazioni l’esperienza non si vede più. LIRICA La poesia lirica nasce all’interno di questo contesto molto articolato e complesso che vede delle poleis che hanno forte instabilità interna e che devono fronteggiare continuamente tensioni all’esterno. Quando si parla di lirica greca dobbiamo staccarci completamente dal concetto di lirica moderna: una produzione in versi in cui vi è la centralità della funzione emotivoespressiva, il poeta-emittente che parla di sé in prima persona e del proprio modo di vedere la vita, della sua interiorità. Non possiamo proiettare sulla lirica greca la lirica moderna, il nostro modo di pensare. Nella lirica greca il poeta parla di sé, anche in prima persona, ma quello che esprime non è l’analisi psicologica di sé e dei suoi sentimenti e quindi dobbiamo capire che cos’è, tenendo conto del periodo storico in cui è nato. Etimologia; La parola lirica deriva da Λυρική (τεχνη) legata alla parola λυρα, la lira/cetra, strumento a corde che serviva per l’accompagnamento. Si tratta di una produzione cantata accompagnata dallo strumento a corde: se è cantata è quindi eseguita di fronte a un pubblico: non c’è fruizione scritta (si concepisce anche con la scrittura ma è principalmente orale perché la sua funzione è quella di essere eseguita). Questo termine lirica comincia ad essere usato in epoca molto tarda (VI-VII sec. non si usava), dal III s. a.C. (Ellenismo) ed ha solo l’accezione più vasta: componimenti cantati con lira e quelli recitati accompagnati dall’αυλός (flauto). In epoca antica si usava il termine melica, μελική τεχνή (legato a μελος : canto). In epoca arcaica la produzione cantata era tutta quella produzione molto vasta che si distingueva dall’epos, dalla parola recitata dell’epoca: tutto ciò che non era epos rientrava nella μελικα. Nel V secolo quando inizia a svilupparsi il teatro la μελικα va a identificare tutto ciò che non è epos né teatro tragico.

I Generi: Elegia, Giambo, Citarodia (con la cetra), Epinicio (dedicato al vincitore), Ditirambo (in onore di Dioniso), Inno (canto per l’eroe), Epitalamio (per celebrare un matrimonio), σχολιον (durante il simposio), θρενος (canto funebre). Ci sono giunti quasi sempre solo frammenti, citazioni o ritrovamenti papiracei sempre senza partitura musicale, ci sono giunti per forma scritta e dobbiamo stare attenti alla traduzione dal momento che sì erano scritti ma servivano per una fruizione orale. Il Simposio E’ una delle occasioni fondamentali all’interno delle quali viene prodotta la poesia lirica: è uno dei momenti del banchetto/convito che si sviluppava in 3 parti:

  • δειπνα (momento del mangiare)
    • συμποσιον (συν+πινω, momento in cui si beve insieme)
    • ευφροσυνη (momento di gioia e piacere) Il simposio passa poi ad indicare il banchetto, composto da circa 15-20 uomini (le donne presenti erano etere o musicanti) che dividevano il costo del banchetto: il simposio era di solito la continuazione in una casa privata di una festa pubblica. Durante il simposio si riunivano gli “Εταιροι” (che facevano parte dell’Ετερìα), uomini che avevano in comune più elementi (erano aristocratici, condividevano indirizzo politico e visione della vita) e in quest’occasione i loro legami (d’amicizia, di politica* o d’amore). divenivano più solidi. *n.b.: durante il simposio si progettavano anche vere e proprie azioni politiche. Del simposio abbiamo un’elegia anonima del V sec. che ci descrive il simposio ideale dicendoci che questo momento si apriva con un inno ad una divinità (Apollo) che lo avrebbe protetto, poi gli Εταιροι si scambiavano ingiurie e scherzi volti a far ridere, infine si passava all’aspetto serio all’interno del quale si collocava la produzione poetica: venivano introdotti quei canti (di tematica politica, d’amore, esistenziale- moraleggiante) che erano rivolti ai componenti del gruppo. Questo momento veniva definito anche “momento del biasimo e della lode” in quanto venivano accusati fortemente gli avversari, coloro che erano fuori dal gruppo, mentre ne venivano elogiati i membri. Il simposio si concludeva con una sorta di brindisi in cui cessava il momento poetico e si aveva una fase di passaggio all’ Ευφροσυνη, infatti poteva succedere che un Εραστής si rivolgesse ad un ragazzo più giovane del gruppo o ad uno schiavo (ερωμενος) offrendogli proposte omoerotiche. Questo momento era caratterizzato dalla moderazione, metro con cui veniva vissuto il piacere, affinché l’ηδονή non sfociasse in τρυφή (piacere sfrenato e senza misura). Non si trattava semplicemente di un accoppiamento sessuale, ma di educazione: il più grande iniziava il più giovane ad una vita spiritualmente matura. Ovviamente non possiamo considerare queste situazioni con una mentalità odierna, che ha iniziato ad essere condizionata con la diffusione del cristianesimo. Il Giambo E’ un piede metrico (∪ — ) zoppo in quanto l’accento sta sulla seconda sillaba invece che sulla prima. Dal piede si passa a chiamare Giambo tutto il genere. Il termine ιαμβιζω significa “compongo in giambi”. Il termine giambo deriva da: a) <ιαπτω (colpisco: è una poesia aggressiva, carica e forte) b) <Iambe (una serva che riuscì a far ridere con battute mordaci Demetra afflitta per il rapimento della figlia Persefone) c) <Iambis (guerriero eccezionale che lancia in modo infallibile i giavellotti ma è zoppo)

Queste etimologie sono a posteriori, la critica recente si è basata sul termine αμβος ,suffisso che si trova in giambo e in parole come Ditirambo, parole legate al culto di Dioniso e che fanno riferimento ad arcaici riti di fertilità. La prima caratteristica del Giambo è il suo carattere “scoptico” dal verbo σκοπτω (ingiurio), che ne definisce l’aggressività di fondo nei confronti di chi viene attaccato. Altre caratteristiche sono il realismo, l’uso di un linguaggio mordace, realista, forte, volgare. Vengono spesso presi come riferimento personaggi veri. Questo tipo di produzione, che fa parte della lirica monodica, viene (παρακαταλογή) recitata in maniera cantilenata con l’accompagnamento dell’αυλòς. Il pubblico è quello ristretto del simposio e a partire dal V sec. diviene il metro fondamentale della tragedia e della commedia. Il dialetto utilizzato è quello epico- ionico: quello omerico. Lo scopo di questa produzione è quello di proporre dei modelli di comportamento in negativo: si fa vedere in un avversario quali sono i difetti che devono essere evitati dal gruppo di spettatori e quali ideali devono essere additati. Elegia E’ una produzione in παρακαταλογή il cui metro è il Distico (δις, τικος: due versi) Elegiaco formato dall’alternanza di un esametro e di un pentametro (5 piedi). Il termine elegia deriva da: a) <Ε ἓ λεγειν (dire ahimé ripetutamente) b) <Elegn (parola frigia per flauto) La prima etimologia ci riporta l’elegia nell’ambito del rituale funerario: un canto funebre. Quest’etimologia a posteriori è nata da due elementi: dal fatto che nel V secolo il termine “Ελεγος” viene usato come “Canto Luttuoso” e dal fatto che il metro del distico elegiaco si trova già in iscrizioni funerarie del VII sec. Tutto questo è però molto incerto dal momento che le tematiche analizzate nell’elegia sono di tipo diverso. I temi sono: a) Parenetico (<παραινεω: esorto), sono esortazioni al coraggio e al valore b) Simposiali, si parla di vino, amore e convivialità c) Metasimposiali, si riflette sulla modalità del Simposio stesso d) Gnomici (<γνωμη: pensiero), sono riflessioni moraleggianti e) Erotico-Amoroso In epoca ellenistica questa varietà di temi, in parte, si perde e l’elegia si specializza nel tema dell’Amore, che passerà anche a Roma durante l’epoca di Augusto. Quello che rimane a caratterizzare l’Elegia sarà il metro che diviene anche il metro dell’epigramma (vd. Catullo). Viene utilizzato il dialetto ionico-omerico. Lirica Ionico-Attica Quando parliamo di Giambo e di Elegia nel VI e VII sec. dobbiamo localizzarli principalmente sulle coste dell’Asia Minore (città della Ionia) e sulle isole Cicladi come l’isola di Paro (Archiloco). Sulla parte continentale della penisola balcanica vediamo importante, ma solo successivamente, la città di Megara. Fino al V secolo Atene ha invece una tradizione più legata alle origini agricole, dopodiché incontriamo personalità legata alla lirica come Solone.