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programma di greco 5 superiore, Tesine di Maturità di Greco

programma di greco per la maturità

Tipologia: Tesine di Maturità

2024/2025

Caricato il 20/01/2026

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emma-buzzanca 🇮🇹

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GRECO
DALLA COMMEDIA DI MEZZO ALLA COMMEDIA NUOVA
Lo sviluppo di un nuovo teatro comico venne colto da Aristotele che, nella Poetica, faceva notare
la distanza tra la Commedia Antica e quella a lui contemporanea. I critici antichi preferirono
marcare le tappe evolutive che segnavano il passaggio dalla creazione di Aristofane alla nuova
arte, suddividendo le opere in 3 categorie:
commedia αρχαια (antica): V a.C., rappresentata da Aristofane, Eupoli e Cratino. E’ detta
anche commedia politica in quanto i personaggi sono politici che partecipano attivamente
alla vita politica dell’αγορα e della πολεισ;
commedia μεση (di mezzo): prima metà del secolo IV a.C.;
commedia νεα (nuova): la più alta espressione e costituita dalla commedia di Menandro.
Tuttavia, le divisioni della commedia non sono proprio realistiche, si tratta di una distinzione
schematica (di quelle in voga presso i grammatici antichi) eccessivamente rigida e non vanno
dimenticati gli elementi di continuità.
Per passare da una commedia politica alla nuova, c’è la commedia di mezzo. Si colloca tra l’inizio
del IV sec. a.C. (Pluto di Aristofane, 388) e il 320 a.C. (esordio di Menandro). Degli autori
precedenti a Menandro sono rimasti solo i nomi, alcuni titoli di opere e frammenti di tradizione
indiretta. Nelle commedie appaiono ancora prese di posizione politiche, il coro attivo nell’azione
drammatica. La parodia mitologica ha un ruolo importante nella creazione dell’intreccio; amata
dal pubblico è la beffa verso i cittadini di altre regioni. Un altro importante filone era costituito
dalle commedie che approfondiscono i tipi umani. Questo periodo di passaggio fu quindi il
momento d’incubazione di una rinnovata tecnica teatrale e di approfondimento psicologico, sotto
l’influsso della scuola aristotelica.
Già le ultime opere di Aristofane mostrano un indebolimento dei meccanismi caratteristici della
commedia antica: in primo luogo, la riduzione della presenza del coro, con la rinuncia alla
parabasi. Anche il linguaggio sembra adeguarsi a un tono più pacato.
La commedia nuova nasce in una situazione politica diversa rispetto a quella di Aristofane (póleis
≠ regni ellenistici): la popolazione è eterogenea. I valori di questo periodo sono il cosmopolitismo
e l’individualismo, in quanto l'uomo, nonostante sia parte di un mondo più ampio, si sente solo.
I temi affrontati:
rappresentazione della vita umana (amore, vizi, virtù, amicizia)
politica (raramente riferimenti a fatti storici o personaggi politici Filippide attacca
Demetrio Poliorcete)
mitologia (solo con intenti parodici)
L’ambientazione non è più Atene.
I personaggi non sono storici, ma gente comune. Nascono i “tipi”, personaggi fissi e stereotipati,
senza profondità caratteriale (cuochi, giovane innamorato, parassita, etere). Non ci sono più né
l’ambientamento e i dettagli grotteschi della commedia arcaica né viene usato linguaggio scurrile
e volgare.
Il coro assume un ruolo marginale ed è limitato solo ad intermezzi musicali o è un gruppo di
giovani ubriachi che cantano canzoni avulse dalla rappresentazione. A questo proposito anche la
parabasi (interagire con il pubblico) viene meno.
In tutto ciò la tragedia diventa intrattenimento, date le numerose repliche e reinterpretazioni nei
teatri.
ANITE DI TEGEA:
Anche Anite visse nel III secolo a.C. Ci è nota attraverso 21 epigrammi, scritti
in una lingua composta di elementi dorici e ionico-epici. Anite era una professionista della poesia
che scriveva per committenza. È caratteristico del suo stile il quadretto d’ambiente in cui
l’influsso dell’idillio bucolico appare marcato. Descrive scene di un naturalismo tenue e
malinconico ed è abile nel tradurre questo mondo sottile di sensazioni con notevole sobrietà, in
epigrammi tutti racchiusi in coppie di distici. Ma la sua originalità si manifesta nel tema di cui fu la
più raffinata cultrice: l’epitafio per animaletti, in cui il gusto ellenistico si sposa con un’elegante
sensibilità.
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GRECO

DALLA COMMEDIA DI MEZZO ALLA COMMEDIA NUOVA

Lo sviluppo di un nuovo teatro comico venne colto da Aristotele che, nella Poetica, faceva notare la distanza tra la Commedia Antica e quella a lui contemporanea. I critici antichi preferirono marcare le tappe evolutive che segnavano il passaggio dalla creazione di Aristofane alla nuova arte, suddividendo le opere in 3 categorie:  commedia αρχαια (antica): V a.C., rappresentata da Aristofane, Eupoli e Cratino. E’ detta anche commedia politica in quanto i personaggi sono politici che partecipano attivamente alla vita politica dell’αγορα e della πολεισ;  commedia μεση (di mezzo): prima metà del secolo IV a.C.;  commedia νεα (nuova): la più alta espressione e costituita dalla commedia di Menandro. Tuttavia, le divisioni della commedia non sono proprio realistiche, si tratta di una distinzione schematica (di quelle in voga presso i grammatici antichi) eccessivamente rigida e non vanno dimenticati gli elementi di continuità. Per passare da una commedia politica alla nuova, c’è la commedia di mezzo. Si colloca tra l’inizio del IV sec. a.C. (Pluto di Aristofane, 388) e il 320 a.C. (esordio di Menandro). Degli autori precedenti a Menandro sono rimasti solo i nomi, alcuni titoli di opere e frammenti di tradizione indiretta. Nelle commedie appaiono ancora prese di posizione politiche, il coro attivo nell’azione drammatica. La parodia mitologica ha un ruolo importante nella creazione dell’intreccio; amata dal pubblico è la beffa verso i cittadini di altre regioni. Un altro importante filone era costituito dalle commedie che approfondiscono i tipi umani. Questo periodo di passaggio fu quindi il momento d’incubazione di una rinnovata tecnica teatrale e di approfondimento psicologico, sotto l’influsso della scuola aristotelica. Già le ultime opere di Aristofane mostrano un indebolimento dei meccanismi caratteristici della commedia antica: in primo luogo, la riduzione della presenza del coro, con la rinuncia alla parabasi. Anche il linguaggio sembra adeguarsi a un tono più pacato. La commedia nuova nasce in una situazione politica diversa rispetto a quella di Aristofane (póleis ≠ regni ellenistici): la popolazione è eterogenea. I valori di questo periodo sono il cosmopolitismo e l’individualismo, in quanto l'uomo, nonostante sia parte di un mondo più ampio, si sente solo. I temi affrontati:  rappresentazione della vita umana (amore, vizi, virtù, amicizia)  politica (raramente riferimenti a fatti storici o personaggi politici → Filippide attacca Demetrio Poliorcete)  mitologia (solo con intenti parodici) L’ambientazione non è più Atene. I personaggi non sono storici, ma gente comune. Nascono i “tipi”, personaggi fissi e stereotipati, senza profondità caratteriale (cuochi, giovane innamorato, parassita, etere). Non ci sono più né l’ambientamento e i dettagli grotteschi della commedia arcaica né viene usato linguaggio scurrile e volgare. Il coro assume un ruolo marginale ed è limitato solo ad intermezzi musicali o è un gruppo di giovani ubriachi che cantano canzoni avulse dalla rappresentazione. A questo proposito anche la parabasi (interagire con il pubblico) viene meno. In tutto ciò la tragedia diventa intrattenimento, date le numerose repliche e reinterpretazioni nei teatri.

ANITE DI TEGEA: Anche Anite visse nel III secolo a.C. Ci è nota attraverso 21 epigrammi, scritti

in una lingua composta di elementi dorici e ionico-epici. Anite era una professionista della poesia che scriveva per committenza. È caratteristico del suo stile il quadretto d’ambiente in cui l’influsso dell’idillio bucolico appare marcato. Descrive scene di un naturalismo tenue e malinconico ed è abile nel tradurre questo mondo sottile di sensazioni con notevole sobrietà, in epigrammi tutti racchiusi in coppie di distici. Ma la sua originalità si manifesta nel tema di cui fu la più raffinata cultrice: l’epitafio per animaletti, in cui il gusto ellenistico si sposa con un’elegante sensibilità.

POLIBIO : In un primo momento Polibio aveva concepito il progetto di narrare il cinquantennio

compreso tra l’inizio della seconda guerra punica e la terza guerra macedonica (tra gli anni 220 e 168 a.C.). Egli si proponeva di illustrare le cause che avevano portato Roma a dominare il mondo. Polibio distingueva tra:  Aitia: cause profonde;  Profaseis: “pretesti”, cause occasionali;  Arkai: cause iniziali. Ma la sua opera non esauriva la sua funzione con la semplice esposizione dei fatti che avevano condotto all’affermazione di Roma: a essa si univa un’analisi teorica sulle cause di questo processo e sul suo carattere inevitabile. Da questo progetto iniziale dipese la stesura dei primi 29 libri delle sue Storie. L’importanza degli eventi successivi al 168 d.C. indusse Polibio ad ampliare il progetto originale, proseguendo la narrazione fino al 144 a.C. con altri 11 libri e includendo avvenimenti di grande significato storico come le distruzioni di Cartagine e Corinto (146 a.C.). Poi, più tardi ancora, Polibio decise di affrontare anche la trattazione degli eventi fino al 133 a.C., e dunque la distruzione di Numanzia, ma in una monografia. N.B. Cicerone stesso, nelle sue Lettere ai familiari, ci parla della stesura di tale monografia da parte di Polibio Di questo grande progetto storico oggi possediamo solo alcune parti: dei 40 libri complessivi delle Storie si conservano i primi cinque libri per intero, ampi estratti dei libri 6-18 e frammenti di diseguale estensione per i rimanenti. I primi due libri costituiscono una sorta di introduzione: dopo il Proemio sono esposti in forma riassuntiva gli eventi dal 264 a.C., l'anno dell'inizio della prima guerra punica; con il libro III, invece, inizia il periodo che lo storico intendeva trattare sistematicamente. I libri III-V contengono la descrizione degli avvenimenti in Italia e in Grecia dall'inizio della seconda guerra punica fino alla battaglia di Canne (216 a.C., durante la quale i Romani subirono un’umiliante sconfitta da parte dei Cartaginesi). Il libro VI rappresenta invece un'importante pausa narrativa ed è dedicato a illustrare la costituzione romana, frutto di un'armonica fusione tra le diverse forme di governo. Con il libro VII, invece, inizia una trattazione di tipo annalistico, che riporta gli eventi in Occidente e in Oriente ordinati cronologicamente per Olimpiadi. Polibio definì la propria opera come una πραγματική ιστορία (“storia pragmatica”), intendendo con questo termine una storia rivolta ad analizzare la realtà contemporanea e non le vicende di un remoto passato, basata sull’esperienza diretta di chi scrive. La storia pragmatica, secondo Polibio, doveva comprendere tre parti:

  • lo studio accurato dei documenti e delle memorie (di relativa importanza);
  • l’osservazione diretta dei luoghi e degli eventi;
  • l’esperienza politica. Tra queste, l’osservazione diretta, l'autopsia, è la più importante, in quanto permette di conoscere la verità delle cose. Di conseguenza, Polibio criticava aspramente gli storici “da tavolino” come Timeo, che dipendevano essenzialmente da fonti libresche.

“ Lo storico che non ha esperienza è come il medico che non ha esperienza”

(lo storico, per parlare di determinati fatti, deve avere un minimo di esperienza, così come un medico, per poter essere definito tale, deve aver avuto esperienza diretta con il corpo umano) Per Polibio era decisiva la perfetta conoscenza dei meccanismi della politica e dei segreti dell’arte militare. L’utilità della storia è definita da Polibio come un insegnamento di politica e arte militare: ciò risulta nella costante attenzione e nei frequenti commenti nel corso dell’esposizione, dedicati a problemi di tecnica di guerra. E, per le stesse ragioni, Polibio si mostra consapevole del fatto che il lettore casuale (φιλήκοος) non sarebbe mai stato attratto dalla sua opera poiché alla ricerca di svago e incapace di comprendere il senso della storia. Al contrario, il lettore ideale (φιλομαθής) è colui che, essendo amante della conoscenza, ha molta voglia di apprendere e si pone dinnanzi all’opera storica non solo per il principio del piacere ma anche quello dell’utilità. L’impianto storiografico di Polibio è sostanzialmente tucidideo. Allo storico ateniese risalgono:

  • la distinzione tra cause prossime e remote

confrontarsi: facendo i conti con loro, ogni lettore si misura con i confini della sua stessa umanità. Inoltre, proponendo un sistema di valori elevato, ma percorso da forti e oscure tensioni, offre un panorama ampio e composito dell’agire umano nei frangenti più importanti della vita. --->I Moralia: mostrano il Plutarco filosofo, l’intellettuale con buona disposizione al filosofare. Il titolo Moralia si riferisce ad una raccolta di scritti di varia estensione, che rispecchiano i numerosi interessi di Plutarco e che testimoniano la prodigiosa erudizione dell’autore, ma anche la sua capacità di organizzare il materiale erudito in forme letterarie eleganti. La raccolta contiene saggi brevi, trattazioni in forma epistolare o di declamazione, dialoghi di ispirazione platonica. Tuttavia, Plutarco compone opere aperte, cui concorrono tutti i personaggi in pari misura. Inoltre, Plutarco privilegia la dialettica fra le diverse posizioni, il suo dialogo tende a disporsi in ampie sezioni continuative di uno stesso parlante. Il discorso è in genere vivace e agile, inframezzato da aneddoti, miti, novelle, exempla, in cui il piano narrativo e quello teorico si intersecano.  Scritti di argomento etico  Scritti di argomento filosofico e pedagogico  Scritti di argomento teologico  Scritti di argomento scientifico e antiquario  Scritti di critica letteraria

FLAVIO GIUSEPPE: Nato a Gerusalemme nel 37/38 d.C. da nobile famiglia (da parte di madre

direttamente dalla famiglia reale degli Asmonei), mostrò una singolare precocità intellettuale. Giuseppe riuscì soltanto a intercedere per parenti e amici, poi si stabili direttamente a Roma, ricevette la cittadinanza romana, assunse il nome Flavio dei suoi protettori e incominciò una vasta ma controversa attività di scrittore. Mori in data incerta, intorno al 100 d.c. Giuseppe dedicò la sua prima opera alla Guerra giudaica, l'esperienza che lo aveva direttamente coinvolto. Pubblicata tra il 75 e il 79, gli fu dettata dal desiderio di offrire a chi abita nell'impero dei Romanis la verità su una guerra sempre raccontata, a suo parere, con faziosità e menzogne. Parafrasando Tucidide, Giuseppe afferma che si è trattato della «più grande guerra mai combattuta non solo ai tempi nostri, ma di tutte quelle fra città e nazioni di cui ci sia giunta notizia. E per affermare agli occhi dei cittadini dell'impero la propria verità di testimone oculare e di diretto protagonista, ha deciso di «tradurre in lingua greca una mia precedente opera scritta nella mia lingua patria». Ne deduciamo, dunque, che avesse già pubblicato una storia di quella guerra, presumibilmente in aramaico, destinata ai suoi connazionali. Successivi alla Guerra sono i venti libri delle Antichità giudaiche: una gigantesca storia del popolo ebraico, ricalcata sul modello delle Antichità romane di Dionisio di Alicarnasso (anche queste in 20 libri), che vanno dalle origini fino all'anno 65dc. rivolta antiromana. La finalità è quella di dimostrare al pubblico internazionale, cioè grecofono, l'antichità e quindi il prestigio del popolo ebraico. In tutta la prima parte l'autore segue passo per passo il racconto della Scrittura, aggiungendo qua e là dettagli o notizie ricavate da opere che purtroppo solo in parte siamo in grado di valutare. Nel libro XII, per fare un solo esempio, Giuseppe parafrasa pressoché per intero il racconto della Lettera di Aristea. Anche sul testo scritturistico da lui usato c'è incertezza: divergenze si trovano sia rispetto al testo masoretico sia rispetto alla traduzione dei Settanta). Il cuore dell'opera resta però la storia a lui contemporanea, sulla quale fornisce un numero straordinario di notizie. Di Giuseppe possediamo anche una preziosa Autobiografia. Sul piano cronologico, non è escluso che un abbozzo dell'opera fosse già stato steso prima della Guerra giudaica, ma Giuseppe si risolse a pubblicarla solo molti anni più tardi, nel 93/94, quale appendice alle Antichità giudaiche. L'interesse di queste pagine, al di là delle molteplici informazioni su Giuseppe, risiede nella diversa versione che egli fornisce di vari e delicati episodi già trattati nella Guerra giudaica. Accordare le due versioni è talvolta un vero rompicapo, il che ha costretto gli interpreti moderni a cimentarsi in spericolate esegesi armonizzanti o a sancire tout court la contraddittorietà dell'auto-re. È dunque inevitabile che negli studiosi si sia sviluppato il non infondato sospetto che Giuseppe non ci abbia detto tutta e soltanto la verità» (Simonetti). Il tenore auto apologetico tenuto nella Guerra e nell'Autobiografia diventa poi nel Contro Apione apologetico tout court a beneficio del suo intero popolo. In quest'opera, infatti, Giuseppe difende gli Ebrei e il loro culto dagli attacchi del grammatico alessandrino e antisemita Apione, da lui

menzionato anche nelle Antichità a proposito di Filone e dell'ambasceria da lui guidata a Roma dopo il pogrom del 38. La delegazione degli Alessandrini, che si opponeva a quella ebraica, sarebbe stata guidata proprio da Apione (anche se è curioso che su questo punto Filone taccia del tutto). In un certo senso, il Contro Apione si presenta come continuazione su un altro fronte dell'impegno propagandistico delle Antichità. Come spiega infatti nella dedica a Epafrodito, se nella prima opera egli aveva dimostrato l'antichità del popolo ebraico, ora doveva replicare a tutte le false accuse che gli altri popoli, e in primis i Greci, gli avevano mosso nei secoli. Come ogni apologia, però, lo scritto diventò anche un'occasione per l'autore per fare i conti con la propria identità. Qui Giuseppe esprime veramente che cosa sia per lui l'ebraismo: la Legge. «L'apologia del giudaismo si trasforma nel Contro Apione in una apologia di Mosè, il legislatore» (Momigliano). Insensibile al profetismo, alla sinagoga e ai vari movimenti apocalittici, per lui «non è Dio che impone la Legge a Israele per mezzo di Mosè, ma è Mosè che impone Dio a Israele per mezzo della Legge» (Idem). Il Contro Apione è dunque una grande esaltazione di Mosè, il quale non agisce per diretta ispirazione divina, ma in base a una autonoma e consapevole missione riformatrice. Autore di un'opera vastissima e di mai ovvia decifrazione, Giuseppe fu considerato un traditore dagli Ebrei e fu invece assai apprezzato dai cristiani. Giusto di Tiberiade, storico giudaico profondamente ellenizzato e suo acerrimo nemico, scrisse un'opera intera per confutare la sua ricostruzione della guerra. Eusebio lo considerò invece «storico giudaico serio e attendibile». Il favore dei cristiani non dipese solo dalle molte informazioni erudite che egli forniva sul tempo di Gesù: Giuseppe offriva loro la prova, ancorché del tutto involontariamente, che il popolo giudaico aveva scontato sotto il giogo romano la colpa di aver fatto mettere a morte Gesù. Testimone cruciale del proprio tempo, e tuttavia mai veramente affrancato dalla polemica e dalla apologia, Giuseppe vide molto. Molto, però, anche tacque, e quello che raccontò non suona mai veramente univoco. Sarebbe tuttavia ingeneroso pretendere l'olimpica serenità di uno storico imparziale da chi fu direttamente e traumaticamente coinvolto negli eventi che narra. Nel suo doppio nome, mezzo ebraico e mezzo latino, sta in fondo l'emblema del suo dissidio: nacque e combatté come Giuseppe, scrisse e morì come Flavio.

LUCIANO DI SAMOSATA: Abbiamo notizie autobiografiche in cui si mescolano realtà e fantasia,

sovrapposizioni ironiche tra realtà e fantasia (del resto mescolare vero e falso è una costante della sua opera). Si presenta come proveniente da una famiglia con limitati mezzi economici. Le sue opere sono ricche di riferimenti autobiografici: spesso descrive le scelte di vita e letterarie, quasi a costruire ad arte l'idea di un percorso (iter simbolico). Luciano rappresenta alcuni episodi della sua vita in modo artefatto, alterando la realtà, come se lui stesso fosse personaggio letterario e quello che vive avesse valore simbolico. Per esempio: in Sogno o Vita di Luciano (appartenente a "racconti e lettere" a tema autobiografico o biografico) dà notizia di provenire da una famiglia con scarsi mezzi economici, ma Luciano ricevette un'ottima educazione retorica e filosofica. Il tema del sogno lo incontriamo anche con Esiodo (le muse sull'Elicona), Callimaco (proemio del sogno) ed Ennio (che incontra Omero in sogno). Lo presenta simbolicamente come una conversione. Dalle forme tipiche dell'eloquenza (esercizi retorici, declamazioni, performance orali) passa al dialogo in prosa (di matrice socratico- platonica). In realtà fu un'evoluzione. Inoltre, Luciano ebbe una formazione filosofica e la filosofia pervade la sua opera, anche se non aderisce ad alcuna dottrina nello specifico (eclettismo, critica le filosofie dogmatiche che vendono illusioni di felicità assoluta). Luciano è anche scettico e condivide elementi del cinismo e dello scetticismo. Luciano condivide con la scuola cinica la tendenza a contestare ogni sapere dogmatico, l'ambivalenza tragicomica (satira menippea), la parresia (il parlare con franchezza) e la tendenza a scandalizzare. Luciano subisce una doppia accusa: per la prima Luciano finge di essere portato in tribunale dalla retorica, che lo accusa di maltrattamento (lei lo aveva cresciuto e ora l'ha abbandonata). Nel secondo caso il dialogo filosofico lo accusa di tracotanza. In letteratura coltiva molti generi letterari:  Esercizi retorici: elogi su temi fittizi (Encomio della mosca), scritti di critica (Lite delle consonanti)  Racconti: biografie e autobiografie (II Sogno).

Creonte di cacciare via Medea e i suoi figli. Si ha una chiara rappresentazione dei lamenti di Medea e dei timori della nutrice. I episodio (215-270 ). Medea esce di casa accompagnata dalla nutrice e inizia un soliloquio sulla condizione della donna, la più infelice tra tutte le creature, in tutto inferiore all’uomo, tranne che nella sofferenza. Entra il re Creonte, che intima alla donna di andarsene da Corinto con i figli, ma Medea, usando tutte le sue arti oratorie, ottiene di restare in città ancora un giorno. II episodio (446-575 ). Entra in scena Giasone, che rimprovera a Medea i suoi comportamenti; la donna, però, ricorda a Giasone, accusandolo di ingratitudine, l’aiuto offertogli in Colchide. Prosegue l’acceso dibattito fra i due. I versi con cui ha inizio la tragedia “Medea” (Euripide, 431 a.c.) sono recitati dalla nutrice, che ribalta il tempo della narrazione, così da mettere in evidenza l’evento principale della prima parte della storia, che non è altro che l’arrivo in Colchide. Lei, insieme con le donne del coro, riesce a dare giustizia alla figura di Medea, non riducendola a semplice “moglie” e “madre”. E’ interessante come venga rimarcato che è la donna a non dover essere in disaccordo col marito, e mai viceversa. Questa è una frase tipica della letteratura greca, che sottolinea il ruolo dell’anziana nutrice e che troviamo anche nella storia d’amore tra Odisseo e Nausicaa, giovane donna innamoratasi di uno straniero venuto dal mare. L’amore che Medea provava per Giasone si trasforma in odio, con la consapevolezza di aver avuto accanto un uomo indegno; nonostante questo, lei persevera nel chiamarlo “il mio sposo”, quasi come se ci fosse ancora una speranza capace di sovrastare la rabbia. E’ ancora la nutrice a parlare, che esprime come Medea abbatta il binomio “donna=madre”. I figli dovrebbero rappresentare una sorta di consolazione, ma, nonostante questo, Medea non ne sopporta la vista, poichè sono causa di commozione e indebolimento. I bambini, che entrano in scena, sono delle presenze mute, descritte come totalmente ignare delle sofferenze della madre; il fatto che loro non ne siano a conoscenza sembra aumentare l’odio di Medea. Medea rompe nuovamente lo schema “donna=madre” e abbatte lo stigma secondo cui la vita dell’uomo è più difficile e pericolosa rispetto a quella della donna; infatti, nonostante l’uomo debba combattere, la donna deve affrontare nemici molto più vicini (nel caso di Medea, lo sposo, i figli e se stessa). Il concetto di ira e ingiustizie sociali qui viene allargato a tutta la società; Medea appare, inoltre, disillusa, ma non abbattuta e dichiara alle donne del coro i suoi propositi di vendetta. Se si intende, però, il termine “giustizia” come sinonimo di “moralità” o “equilibrio”, la frase in questione è assimilabile anche alla figura di Medea. Giasone entra in scena e, notando fin da subito il comportamento di Medea, inizia a parlare facendo uso di una pungente ironia: fa riferimento, infatti, alle azioni sbagliate della donna, senza, però, tener conto delle proprie. Utilizza, inoltre, la parola “οργην” con il doppio significato di “ira” e “passione sfrenata”. Nonostante il verso inizi con il termine “βαρεια”, che indica sia la pesantezza che la durezza d’animo, Medea non riuscirà più a sopportare di essere trattata male e reagirà di conseguenza. La nutrice sa che questo non porterà a nulla di buono ed esprime un suo timore concreto: che Medea possa uccidersi o uccidere. Dopo una breve introduzione generale, Medea inizia a parlare di sè e delle doti che una donna dovrebbe avere secondo l’opinione comune. Sottolinea soprattutto la perdita di serenità e del piacere di vivere, di cui Giasone è il principale responsabile. Temi: amore, odio, maternità, ira, dolore vendetta