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Properzio i.17, Appunti di Letteratura latina

Analisi della poesia 1.17 di Properzio

Tipologia: Appunti

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Caricato il 22/06/2016

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PROPERZIO: Elegia 1.17
L’elegia 1,17 di Properzio è un lamento del poeta che, durante una tempesta, viene
spinto verso lidi sconosciuti e teme quindi di perdere la vita. Solo in questo momento
Properzio si rende infatti conto dell’errore che ha commesso essendosi allontanato
volutamente da Cinzia. Secondo Fedeli il componimento può essere suddiviso in
quattro parti principali: nella prima (vv. 1-12) il poeta vede la forza distruttiva degli
elementi naturali che si scagliano contro di lui come una giusta e logica punizione per
le sue azioni. Properzio non teme tanto l’ira di Cinzia, che alimenta la tempesta con le
sue maledizioni, ma è piuttosto angosciato dal fatto che la sua donna possa non
piangere sulle sue ceneri una volta morto e che decida di non prender parte al rito
funebre. Nella seconda parte (vv. 13-18) il poeta maledice chi per primo osò sfidare il
mare con la nave e sostiene che sarebbe stato preferibile sopportare i capricci della
sua donna piuttosto che intraprendere un viaggio così pericoloso. Nella terza parte del
componimento (vv. 19-24) Properzio ritorna sulla paura per mancanza di una degna
sepoltura e del pianto di Cinzia, che invece non gli sarebbe mancato se fosse rimasto
a Roma. Nell’ultima parte dell’elegia (vv. 25-28) troviamo una supplica alle Nereidi
affinché, memori delle sofferenze subite per amore, accompagnino la nave presso lidi
più propizi.
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PROPERZIO: Elegia 1.

L’elegia 1,17 di Properzio è un lamento del poeta che, durante una tempesta, viene spinto verso lidi sconosciuti e teme quindi di perdere la vita. Solo in questo momento Properzio si rende infatti conto dell’errore che ha commesso essendosi allontanato volutamente da Cinzia. Secondo Fedeli il componimento può essere suddiviso in quattro parti principali: nella prima (vv. 1-12) il poeta vede la forza distruttiva degli elementi naturali che si scagliano contro di lui come una giusta e logica punizione per le sue azioni. Properzio non teme tanto l’ira di Cinzia, che alimenta la tempesta con le sue maledizioni, ma è piuttosto angosciato dal fatto che la sua donna possa non piangere sulle sue ceneri una volta morto e che decida di non prender parte al rito funebre. Nella seconda parte (vv. 13-18) il poeta maledice chi per primo osò sfidare il mare con la nave e sostiene che sarebbe stato preferibile sopportare i capricci della sua donna piuttosto che intraprendere un viaggio così pericoloso. Nella terza parte del componimento (vv. 19-24) Properzio ritorna sulla paura per mancanza di una degna sepoltura e del pianto di Cinzia, che invece non gli sarebbe mancato se fosse rimasto a Roma. Nell’ultima parte dell’elegia (vv. 25-28) troviamo una supplica alle Nereidi affinché, memori delle sofferenze subite per amore, accompagnino la nave presso lidi più propizi.

Et merito, quoniam potui fugisse puellam!

nunc ego desertas alloquor alcyonas.

nec mihi Cassiope solito visura carinam,

omniaque ingrato litore vota cadunt.

quin etiam absenti prosunt tibi, Cynthia, venti:

aspice, quam saevas increpat aura minas.

nullane placatae veniet fortuna procellae?

haecine parva meum funus harena teget?

tu tamen in melius saevas converte querelas:

sat tibi sit poenae nox et iniqua vada.

An poteris siccis mea fata reposcere ocellis,

ossaque nulla tuo nostra tenere sinu?

“E meritatamente, poiché ho avuto il coraggio di fuggire dalla mia fanciulla, ora parlo con i solitari alcioni; né Cassiope come al solito vedrà la mia carena e tutti i voti cadono sull’ingrato lido. Anzi, Cinzia, anche se sei lontana i venti ti sono propizi, guarda come il vento fa risuonare le crudeli minacce. Non verrà la fortuna della tempesta placata (a placare la tempesta)? Questo pugno di sabbia coprirà la mia salma? Tu tuttavia muta i crudeli lamenti in qualcosa di migliore, siano per te delle pene sufficienti la notte e le aspre scogliere. O forse potrai seppellire la mia ombra con occhi asciutti, senza tenere le mie ossa sul tuo grembo?”

  1. Alcioni F 0E 0 Ritenuti animali tristi e solitari nella tradizione classica. Alcione inoltre è anche la protagonista di un mito. La figlia di Eolo, appunto Acione, andò in sposa a Ceice e la loro unione fu così felice che un giorno, per sbaglio, Alcione si rivolse a lui chiamandolo Giove. Il padre degli dei adirato uccise Ceice mentre si trovava in mare, Acione, appresa la notizia, si annegò per la disperazione. Gli dei pietosi però trasformarono i due amanti in uccelli marini.

  2. Cassiope F 0E 0 Località portuale dell’estremità settentrionale dell’isola di Corcira, odierna Corfù. Carinam F 0E 0 Figura retorica (sineddoche).Vistura (est) F 0E 0 Perifrastica

ritenevano protettori dei naviganti e pensavano che la comparsa della loro costellazione (quella appunto, dei Gemelli) nel cielo fosse segno di buon auspicio per chi si trovava in balia delle onde.

Illic si qua meum sepelissent fata dolorem,

ultimus et posito staret amore lapis,

illa meo caros donasset funere crines,

molliter et tenera poneret ossa rosa;

illa meum extremo clamasset pulvere nomen,

ut mihi non ullo pondere terra foret.

Laggiù, se i fati avessero seppellito il mio dolore e una pietra tombale si ergesse sull’amore sepolto. Ella (Cinzia) durante il mio funerale avrebbe donato la sua diletta chioma e avrebbe delicatamente deposto le ossa tra le tenere rose. Ella avrebbe invocato il mio nome sulle ultime ceneri affinché la terra non mi fosse di alcun peso.

  1. Ultimus…lapis F 0E 0 Espressione con cui i romani designavano il cippo funerario.

  2. Crinis F 0E 0 Crines (accusativo plurale arcaico)

  3. Foret F 0E 0 (= Esset)

19-24) Illic, illa, illa Anafora

At vos, aequoreae formosa Doride natae,

candida felici solvite vela choro:

si quando vestras labens Amor attigit undas,

mansuetis socio parcite litoribus.

Ma voi, figlie marine della bella Doride, sciogliete le candide vele con una fausta danza. Se mai scendendo a volo dal cielo Amore ha toccato le vostre onde, risparmiate il compagno con placidi lidi.

25-28) Chiusura epigrammatica. Ricorda gli epigrammi votivi che, dopo la preghiera iniziale e la descrizione della condizione in cui si trova l’offerente, si concludono con una nuova preghiera.

  1. Si tratta delle Nereidi, figlie di Doride, moglie di Nereo, invocate da Properzio

1 G.Lieberg, Simbolismo, allegoria o immaginazione poetica? L’elegia I 17 di Properzio, in “Aevum” ( fasc.1; gennaio-aprile 1990), Vita e pensiero, pp.85-93.

d’esser partito col divieto del dio. (Tibullo 1.3, vv. 21-22)

E meritatamente, poiché ho avuto il coraggio di fuggire dalla mia fanciulla.

(Properzio 1.17, vv. 1-2) Alcune tematiche dell’elegia 1.17 possono trovare un riscontro anche in Ovidio e specialmente nelle Heroides. Nell’epistola X troviamo infatti Arianna abbandonata sulla spiaggia da Teseo, qui ad essere sola è ovviamente la donna che, come la Cinzia properziana lancia spergiuri contro l’amante perfido che l’ha abbandonata, anche se in questo caso i venti non sono affatto propizi ad Arianna, poiché anzi fanno fuggire la nave lontano. Rispetto all’elegia di Properzio i ruoli sono quindi invertiti, anche in Ovidio è l’uomo che si allontana, ma il componimento dà spazio ai sentimenti femminili.

Va inoltre ricordato che anche nell’epica troviamo due celebri personaggi in fuga dalla donna innamorata. Nell’Odissea Ulisse tarda ad arrivare ad Itaca dove lo attende Penelope e inoltre si allontana dalla ninfa Calipso, che a malincuore lo lascia partire dal momento che è innamorata di lui, affrontando il mare a bordo di una zattera. Nell’Eneide Enea abbandona, per volere del fato, Didone che, dopo aver maledetto l’amante spergiuro e tutta la sua discendenza, si suicida a causa dell’insopportabile dolore.

ELEGIA 1.17 NELLA LETTERATURA ITALIANA

L’elegia 1.17 ha fornito molti spunti anche ad autori della letteratura italiana. È soprattutto l’incipit che ha affascinato di più i poeti successivi a causa della sua pregnanza semantica. L’avverbio “Et merito” che apre appunto la poesia demarca infatti in maniera forte l’errore che il poeta ha commesso essendosi volutamente allontanato da Cinzia. Il primo a riprendere il primo verso di questa elegia e a farlo suo fu probabilmente Ludovico Ariosto nelle Rime:

Meritamente ora punir mi veggio del grave errore che a dipartirmi feci da la mia donna, e degno son di peggio;

ben saggio poco fui, ch’all’altrui preci, a cui deve’ e potei chiuder l’occhi, più ch’al mio desir proprio satisfeci.

S’esser può mai che contra lei più pecchi, Tal pena sopra me subito cada che nel mio esempio ogni amator si specchi. […]

Ariosto usa l’incipit properziano per parlare di un suo viaggio, stavolta non per mare ma per terra, che l’ha portato lontano dalla sua donna.