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Protagora dialogo, Appunti di Filosofia

Riassunto del testo Protagora

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 01/03/2021

ElisaGG19
ElisaGG19 🇮🇹

4.4

(26)

17 documenti

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PROTAGORA
(Sui Sofisti)
Platone.
Prologo drammaturgico
Amico – Da dove sbuchi Socrate? Sicuramente vieni dalla casa del bel Alcibiade. Io l'ho
visto ieri l'altro e mi è parso un bell'uomo ancora, ma ha cominciato a coprirsi di barba!
Socrate – Che cosa vuol dire questo? Omero disse che l'età più deliziosa è quella in cui
spunta la prima barba: proprio l'età che ha ora Alcibiade!
A – Vieni davvero da lui? E come è disposto l'animo del giovane nei tuoi confronti?
S – Bene, mi è parso. È intervenuto nella discussione più volte in mio favore. Malgrado
egli fosse presente, io non gli rivolsi la mia attenzione e più volte mi dimenticai di lui.
A – Che cosa è mai potuto capitare fra te e lui? Certo non avrai incontrato qualcuno più
bello di lui, almeno in questa Città!
S – E di molto.
A – Cittadino o forestiero?
S – Forestiero.
A – Di dov'è?
S – Di Abdera.
A – Allora, stai tornando dall'incontro con qualche sapiente?
S – E con il più sapiente del nostro tempo, se anche a tuo giudizio Protagora è tale!
A – Protagora è qui?
S – E' già da 3 giorni!
A – E tu stai tornando dall'incontro con lui?
S – Proprio così!
A – Perchè non ci racconti l'incontro. Fa alzare questo schiavo e siediti qui.
S – Volentieri! La gratitudine sarà reciproca. Ascoltate dunque.
Grande introduzione
Scena I – In casa di Socrate
La notte scorsa, Ippocrate, figlio di Apollodoro e fratello di Fasone, bussò a gran forza col
bastone alla mia porta e, non appena gli fù aperto, si precipitò dentro, chiamando:
'Socrate!'.
Io chiesi 'perchè sei venuto a quest'ora?'
-C'è qui Protagora?
-Già da ieri l'altro; tu lo sai solo adesso?
Cercando a tastoni il mio letto si sedette ai miei piedi e disse -Mio fratello mi disse che era
arrivato Protagora! Sull'istante mi accinsi a venire senz'altro da te; ma, poi, mi sembrò che
la notte fosse troppo inoltrata. Ma, non appena il sonno se ne andò, mi sono subito alzato
e sono venuto qui.
Gli dissi -E che cosa te ne importa?
-Lui solo è sapiente e non fa diventare sapiente anche me.
-Se gli darai denaro e lo convincerai, farà diventare sapiente anche te.
-Sono venuto da te appunto per questo, perchè tu interceda presso di lui in mio favore. Io
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PROTAGORA

(Sui Sofisti)

Platone. Prologo drammaturgico Amico – Da dove sbuchi Socrate? Sicuramente vieni dalla casa del bel Alcibiade. Io l'ho visto ieri l'altro e mi è parso un bell'uomo ancora, ma ha cominciato a coprirsi di barba! Socrate – Che cosa vuol dire questo? Omero disse che l'età più deliziosa è quella in cui spunta la prima barba: proprio l'età che ha ora Alcibiade! A – Vieni davvero da lui? E come è disposto l'animo del giovane nei tuoi confronti? S – Bene, mi è parso. È intervenuto nella discussione più volte in mio favore. Malgrado egli fosse presente, io non gli rivolsi la mia attenzione e più volte mi dimenticai di lui. A – Che cosa è mai potuto capitare fra te e lui? Certo non avrai incontrato qualcuno più bello di lui, almeno in questa Città! S – E di molto. A – Cittadino o forestiero? S – Forestiero. A – Di dov'è? S – Di Abdera. A – Allora, stai tornando dall'incontro con qualche sapiente? S – E con il più sapiente del nostro tempo, se anche a tuo giudizio Protagora è tale! A – Protagora è qui? S – E' già da 3 giorni! A – E tu stai tornando dall'incontro con lui? S – Proprio così! A – Perchè non ci racconti l'incontro. Fa alzare questo schiavo e siediti qui. S – Volentieri! La gratitudine sarà reciproca. Ascoltate dunque. Grande introduzione Scena I – In casa di Socrate La notte scorsa, Ippocrate, figlio di Apollodoro e fratello di Fasone, bussò a gran forza col bastone alla mia porta e, non appena gli fù aperto, si precipitò dentro, chiamando: 'Socrate!'. Io chiesi 'perchè sei venuto a quest'ora?' -C'è qui Protagora? -Già da ieri l'altro; tu lo sai solo adesso? Cercando a tastoni il mio letto si sedette ai miei piedi e disse -Mio fratello mi disse che era arrivato Protagora! Sull'istante mi accinsi a venire senz'altro da te; ma, poi, mi sembrò che la notte fosse troppo inoltrata. Ma, non appena il sonno se ne andò, mi sono subito alzato e sono venuto qui. Gli dissi -E che cosa te ne importa? -Lui solo è sapiente e non fa diventare sapiente anche me. -Se gli darai denaro e lo convincerai, farà diventare sapiente anche te. -Sono venuto da te appunto per questo, perchè tu interceda presso di lui in mio favore. Io

sono ancora troppo giovane e per giunta non ho mai visto Protagora e non l'ho mai sentito parlare. Ma tutti elogiano quest'uomo e dicono che sia straordinariamente abile nel parlare. Ma perchè non andiamo da lui, così siamo sicuri di trovarlo in casa? -Non ancora, è troppo presto per andare da lui. Alziamoci e andiamo in cortile. Scena II – Discussione preliminare sul sofista nel cortile della casa di Socrate Per mettere alla prova la fermezza di Ippocrate, l'ho saggiai, rivolgendogli queste domande – Dimmi ora tu ti accingi ad andare da Protagora ad offrirgli del denaro come compenso perchè si occupi di te: da chi pensi di andare e che cosa ti proponi di diventare? Dimmi, Ippocrate, tu stai per offrire un compenso a Ippocrate: chi è Ippocrate perchè tu offra un compenso? -Glielo offro perchè è medico. -E fai questo con l'intenzione di diventare che cosa? -Un medico. -E se tu avessi intenzione di andare dall'argivo Policleto o dall'ateniese Fidia e di offrire loro un compenso chi sono costoro perchè glieli offra? -Perchè sono scultori. -Comunque ora andiamo ad ascoltare quest'uomo e poi, dopo che l'avremo ascoltato ci consiglieremo anche con altri. Scena III – Davanti alla porta della casa di Callia Presa questa decisione, ci avviammo. Giunti davanti alla porta, ci fermammo a discutere una questione che avevamo iniziato lungo la strada. Per non lasciarla a metà continuammo a discutere, stando nel vestibolo, finchè non riuscimmo a metterci d'accordo. Credo che il portinaio, un eunuco, ci abbia sentiti, era irritato con tutti quelli che giungevano. Quando bussammo ed egli aprì e ci vide, disse: -Oh! Ancora Sofisti! Non ha tempo!. Con tutta la forza che aveva ci sbattè la porta in faccia. Allora bussammo un'altra volta. -Non veniamo da Callia e non siamo Sofisti. Siamo venuti perchè abbiamo bisogno di vedere Protagora. Allora, a stento, l'uomo ci aprì la porta. Scena IV – Nel cortile della casa di Callia Entrati trovammo Protagora che passeggiava nella parte anteriore del portico. Accanto a lui passeggiavano Callia, suo fratello, Paralo e Carnide; dall'altro lato Santippo, Filippide e Antimero di Mende, che è il più apprezzato dei discepoli di Protagora. E dopo di lui riconobbi Ippia di Elide, seduto su un alto seggio sul lato opposto del portico: intorno a lui sedevano su sgabelli Erissimaco, Fedro, Androne, e altri ancora. Mi sembrò che rivolgessero a Ippia dei quesiti sulla natura e sui fenomeni del cielo. Eppoi vidi anche Tantalo. Infatti, lì c'era anche Prodico, ed era in una stanza, che prima serviva come dispensa, e che ora, per il gran numero degli ospiti, Callia aveva vuotato e adibito a dimora dei forestieri. Prodico stava ancora a letto. Seduti sui letti c'erano Pausania e un giovanetto, Agatone e non mi stupirei se fosse l'amato di Pausania. C'erano i due Adimanto. Prodico il tono della sua voce basso da basso produceva un rimbombo nella stanza, che non lasciava distinguere ciò che diceva. Giunsero Alcibiade e Crizia.

Ateniesi siano molto sapienti. Orbene, io vedo che, allorché si radunino in assemblea, quando la Città deve deliberare sulla costruzione di qualche pubblico edificio, chiamano come consiglieri gli architetti; e quando la Città deve deliberare sulla costruzione di navi, mandano a chiamare i costruttori di navi. E se tenta di dar consigli qualcun altro, che essi non ritengono essere esperto in materia, ma si fanno beffe di lui. Invece, quando si debba deliberare intorno a qualche questione che riguarda l'amministrazione della Città evidentemente perchè sono convinti che questa non sia cosa insegnabile. I più sapienti e i migliori cittadini non sono in grado di trasmettere quella virtù, che pure essi posseggono. Lo stesso Pericle, fratello minore del nostro Alcibiade, nel timore che quelli venisse corrotto da Alcibiade, lo separò da costui e lo affidò ad Arifrone, perchè lo educasse; ma, prima ancora che fossero trascorsi 6 mesi, Arifrone glielo rimandò, non sapendo cavarne nulla di buono. Se considero questi esempi, non mi pare che la virtù si possa insegnare. Se sei in grado di far vedere più chiaramente che la virtù è insegnabile, non rifiutarti di farlo e dimostrarcelo. -O Socrate, io non mi rifiuterò. Preferite che ve lo dimostri narrando un mito, oppure facendo un ragionamento? Molti dei presenti gli risposero di dimostrarlo come preferiva. -Disse narrarvi un mito. Il grande mito narrato da Protagora in risposta alle obiezioni di Socrate -C'era un tempo in cui esistevano gli dèi, ma non esistevano le stirpi mortali. Quando giunse il tempo segnato dal destino per la loro generazione, nell'interno della terra gli dèi le plasmarono, facendo una mescolanza di terra e di fuoco, e degli altri elementi che si possono unire col fuoco e con la terra. E quando si trovarono nel momento di farle venire alla luce, affidarono a Prometeo e ad Epimeteo il compito di fornire e di distribuire le facoltà in modo conveniente. Ma Epimeteo chiese a Prometeo di poterle distribuire lui da solo: 'quando avrò finito la distribuzione tu verrai a vedere' ad alcune razze diede la forza senza la velocità e fornì invece le razze più deboli di velocità. Ad altre assegnò armi di difesa e di offesa, mentre per altri ancora, cui aveva dato una natura inerme, escogitò altre facoltà, per garantire la loro salvezza. Infatti, a quelle razze che egli rivestì di piccolezza, diede la capacità di fuggire con le ali, oppure di celarsi sotto terra;invece a quelle cui fornì la grandezza, diede la possibilità di salvarsi appunto con questa. Ed escogitò queste cose facendo attenzione che nessuna razza si poteva estinguere. Escogitò un espediente perchè si difendessero contro le intemperie delle stagioni che manda Zeus, rivestendole di folti peli e di spesse pelli, capaci di difendere dal freddo e in grado di proteggerle dalla calure. E ad alcune fornì zoccoli ai piedi, ad altre pelli dure e senza sangue. Successivamente, fornì cibi diversi per le diverse razze. E vi sono razze cui concesse di divorare altre razze di animali per nutrirsi; e provvide che le prime avessero una scarsa prole, e che quelle che dovevano essere divorate da queste avessero invece una numerosa prole, assicurando la conservazione della razza. Epimeteo, che non era troppo sapiente, non si accorse di aver esaurito tutte le facoltà per gli animali: e a questo punto gli restava ancora la razza umana non sistemata, e non sapeva come rimediare. Prometeo viene a vedere la distribuzione e si accorge che tutte le razze degli altri animali erano convenientemente fornite di tutto, mentre l'uomo era nudo, scalzo, scoperto e inerme. Allora , prometeo, non sapendo quale mezzo di salvezza escogitare per l'uomo, ruba ad Efesto e ad Atena la loro sapienza tecnica insieme col fuoco e la dona all'uomo. In tal modo, l'uomo ed la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza tecnica necessaria per la vita, ma non ebbe la sapienza politica, perchè questa si trovava presso Zeus, Prometeo entra dunque furtivamente nell'officina di Atena e di Efesto, in cui

essi praticavano insieme la loro arte,e, rubata l'arte del fuoco di Efesto e quella di Atena, la dona all'uomo. Di qui vennero all'uomo le sue risorse per la vita. Ma Prometeo, a causa di Epimeteo, subì la pena per il furto. -E, poiché l'uomo divenne partecipe di sorte divina, in virtù di questo legame di parentela che venne ad avere col divino, unico fra gli animali credette negli dèi. Con l'arte sciolse la voce e articolò parole, inventò abitazioni, vesti, calzari, letti e trasse gli alimenti dalla terra. L'arte che essi possedevano era per loro un adeguato aiuto nel procurarsi il nutrimento, ma non era sufficiente alla guerra contro le fiere. Infatti, essi non possedevano ancora l'arte politica, di cui l'arte della guerra è parte. Pertanto, essi cercavano di raccogliersi insieme e di salvarsi fondando Città; ma, allorché si raccoglievano insieme, si facevano ingiustizie, perchè non possedevano l'arte politica. Allora Zeus, nel timore che la nostra stirpe potesse perire interamente, mandò Ermes a portare agli uomini il rispetto e la giustizia. Debbo distribuire a tutti quanti? E Zeus rispose A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipino. Anzi, poni come legge in mio nome che chi non sa partecipare del rispetto e della giustizia venga ucciso come un male della Cittaà. Ogni uomo è per natura partecipe della giustizia e della virtù politica -Ma perchè tu non creda di essere ingannato ti porto quest'altra prova. In tutte le altre abilità se qualcuno sostiene di essere, poniamo, valente nell'arte del flauto o in qualsiasi altra arte, mentre non lo è, tutti lo deridono. E questo nella convinzione che sia necessario che ognuno, senza eccezione, partecipi in qualche modo della giustizia, oppure che non stia fra gli uomini. La virtù politica va sviluppata con studio e applicazione ed è acquistabile ed insegnabile -Cercherò di dimostrarti che la virtù politica non sia un dono di natura e nemmeno del caso, ma che sia insegnabile e che chi la possiede l'acquisti mediante applicazione. Convinti che la virtù politica si possa acquistare mediante l'applicazione e lo studio. Nessuno punisce coloro che commettono ingiustizie in considerazione e a motivo del fatto che commisero ingiustizia: chiunque, almeno, non si abbandoni a irrazionale vendetta come una belva. Ma chi cerca di punire secondo ragione, non punisce a motivo del delitto trascorso ma in considerazione del futuro, affinchè non commetta nuovamente ingiustizia. Ma chi pensa a questo modo, pensa che la virtù sia frutto di educazione. Dunque, punisce al fine di prevenire l'ingiustizia. O Socrate, te l'ho dimostrato a sufficienza, come mi sembra. La virtù non è solo insegnabile, ma viene insegnata in vari modi da tutti i cittadini -Resta difficoltà perchè mai questi uomini virtuosi, mentre insegnano ai loro figli quelle cose che sono in potere dei maestri e in queste li fanno diventare esperti, in quella virtù in cui essi si distinguono non li sanno invece rendere migliori di nessun altro. Su questo, o Socrate, ti esporrò un ragionamento. C'è o non c'è una cosa, di cui è necessario che tutti i cittadini partecipino, perchè possa esistere la Città? Qui si trova la soluzione. Se, dunque, questa cosa unica c'è, e non è né l'arte del costruttore né quella del fabbro ma la giustizia, la temperanza e la santità, e, quella che in una parola io chiamo virtù dell'uomo: se questa è la cosa di cui debbono partecipare. Ebbene, se è così, e,tale essendo la natura della virtù umana, gli uomini virtuosi insegnassero tutte le altre cose ai figli e non questa, pensa un po' quando sarebbero strani questi virtuosi! Che essi pensino che la virtù sia

Prima, io ritenevo che non fosse opera umana quella per cui gli uomini diventano buoni; ora, invece, ne sono stato convinto. Però mi resta ancora una piccola difficoltà, che, Protagora mi saprà risolvere con tutta facilità. Se ci trovassimo con uno qualsiasi degli oratori politici che trattasse di tali argomenti, noi potremmo ascoltare discorsi del tipo di quelli che abbiamo udito; ma se, poi, facessimo qualche domanda, essi, come libri scritti, non avrebbero nulla da rispondere e nulla da domandare. Invece il nostro Protagora sa tenere lunghi e bei discorsi, come dimostrano questi che abbiamo uditi; ma sa anche rispondere, e, quando è lui che fa la domanda, sa aspettare e ricevere la risposta: prerogativa, questa, che hanno ben pochi. O Protagora, per essere completamente soddisfatto mi manca solo una piccola cosa. Tu dici che la virtù si può insegnare, ed io credo a te: però, una cosa che tu hai detto mi ha sorpreso. Hai detto che Zeus avrebbe mandato agli uomini la giustizia e il rispetto, hai nominato la giustizia, la temperanza, la santità e tutte queste cosa come se fossero nel complesso una realtà unica, ossia la virtù: la virtù è una realtà unica e la giustizia, la temperanza e la santità sono parti di essa, o tutti questi che ora io ho menzionati sono solamente nomi diversi di quella medesima e unica realtà? La risposta di Protagora: le molte virtù di cui si parla sono 'parti' di un tutto, diverse sia fra loro sia rispetto al tutto P-A questo è facile rispondere: la virtù è una cosa unica e quelle di cui mi domandi sono parti di essa. S-E sono parti in cui bocca, naso, occhi e orecchi sono parti del viso? E gli uomini partecipano chi di una chi di un'altra di queste parti della virtù, oppure necessariamente,qualora se ne possegga una si possiedono tutte quante? P-Molti sono sono coraggiosi ma sono ingiusti; oppure sono giusti, ma non sono sapienti. S-Anche queste sono parti della virtù, ossia la sapienza e il coraggio? P-In grado supremo. S-E ciascuna di queste parti è differente dalle altre? P-Si. S-E ciascuna di esse ha una sua funzione specifica, quale hanno le parti del viso? P-E' così. Primo momento della confutazione della tesi di Protagora: stretta connessione fra giustizia e santità S-Allora esaminiamo insieme quale sia la caratteristica di ciascuna di esse. E domandiamoci la giustizia è o non è una realtà? A me pare di si e a te? P-Anche a me. S-La giustizia è cosa giusta o cosa ingiusta? Io risponderei che è cosa giusta. E tu che voto daresti? P-Lo stesso. S-La giustizia, dunque, è una cosa che ha come propria caratterista quella di essere giusta. Non dite che esiste anche la santità? Noi risponderemmo di si. Ben difficilmente potrebbe esserci qualcosa di santo se la santità stessa non fosse così santa! P-Certamente. S-Le parti della virtù sono fra di loro in un rapporto tale che ciascuna di esse non è come le altre. O Protagora, dopo aver ammesso che cosa gli risponderemmo se ci domandasse: Allora la santità non è tale da essere cosa giusta, e la giustizia non è tale da essere cosa santa, ma è tale da essere cosa non santa? E la santità è tale da non essere cosa giusta,

e dunque cosa ingiusta, e la giustizia cosa empia? Io per conto mio, almeno risponderei che anche la giustizia è cosa santa e la santità cosa giusta; e anche per conto tuo risponderei lo stesso: che la giustizia è uguale alla santità o in sommo grado simile alla santità, e che fra giustizia e santità c'è somiglianza più stretta che fra tutte le altre parti dellavirtù. P-Non mi pare, che la cosa sia tanto semplice; mi sembra che ci sia una certa differenza. Se vuoi, ammettiamo pure che la giustizia sia cosa santa e la santità sia cosa giusta. Ma invero la giustizia ha qualche somiglianza con la santità. E anche le parti del viso, che poco fa dicevamo avere una diversità di funzione, e dicevamo l'una non essere come l'altra, sotto un certo aspetto si assomigliano e l'una è come l'altra. Procedendo in questo modo, potresti anche dimostrare, se volessi, che tutte le cose sono simili fra loro: ma non è giusto chiamare simili le cose che hanno qualcosa di simile, se questa somiglianza che hanno è molto piccola! S-Dunque, per te il giusto e il santo stanno in un rapporto reciproco tale da non avere fra loro se non una piccola somiglianza? P-Non proprio così. S-Ebbene siccome mi sembra che questo argomento ti piaccia poco, lasciamolo stare. Secondo momento della confutazione della tesi di Protagora: connessione fra sapienza e temperanza S-C'è qualcosa che tu chiami stoltezza?ù P-Si. S- Ed a questa cosa non è del tutto contraria la sapienza? P- Si. S-E quando gli uomini agiscono rettamente, ti sembra che siano temperanti? P- Mi sembra. S- E non sono forse temperanti per la temperanza? P- Necessariamente. S- E coloro che agiscono in modo non retto. E non sono forse agendo in questo modo non temperanti? P- Pare. S- Allora l'agire in modo stolto è il contrario dell'agire in modo temperato. P- Si. S- E se si fa qualcosa in un determinato modo, si fa a causa della medesima cosa, e se in modo contrario, a causa della cosa contraria? P- Lo ammetto. S- Esiste il bello? P- Si. S- Ed esiste qualcosa che sia contrario ad esso e che non sia il brutto? P- Non esiste. S- Allora per ognuno dei contrari esiste un unico contrario e non molti. P- Si. S- Ed allora ricapitoliamo le cose che abbiamo insieme convenuto. Abbiamo convenuto che per ogni cosa esiste un solo contrario e non molti? Ed anche che ciò che si compie in maniera contraria si compie a causa di cose contrarie? P- Si. S- Abbiamo poi ammesso che chi agisce stoltamente agisce in modo contrario rispetto a chi agisce in modo temperato? P- Si.

Intervento di Alcibiade A- Non è giusto ciò che dici, o Callia, Socrate confessa di non saper fare lunghi discorsi, e in questo cede il posto a Protagora: ma quanto all'essere capace di discutere e al saper fare domande e ricevere risposte, mi stupirei se cedesse il posto a chicchessia. Se, dunque, Protagora ammette di essere inferiore a Socrate nel discutere, a Socrate basta. Ma se egli pretende il contrario andando per le lunghe fino a che la maggior parte degli ascoltatori non abbia dimenticato su che cosa verteva la domanda. Crizia- Mi pare che Callia parteggi troppo per Protagora; noi non dobbiamo stare né dalla parte di Socrate né dalla parte di Protagora, ma dobbiamo pregare in modo imparziale. Intervento di Prodico Prodico- Bisogna che coloro che assistono a queste discussioni, siano uditori imparziali dei due che discutono: imparziali, ma non indifferenti. Fra amici si discute con benevolenza, mentre fra avversarsi e fra nemici si contende. Intervento di Ippia Ippia- Oh uomini qui presenti, io considero tutti voi consanguinei, per natura, non per legge: infatti il simile è per natura parente del simile, mentre la legge, che è tiranna degli uomini, molte volte forza molte cose contro la natura. Io prego e raccomando, o Protagora e Socrate, che vi lasciate spingere da noi, come da buoni arbitri. Socrate stabilisce i criteri secondo i quali la discussione dovrà proseguire S- Voglio fare così, affinché la nostra riunione e i nostri discorsi possano continuare come desiderate: se Protagora non vuole rispondere, interroghi lui e io risponderò: nello stesso tempo, cercherò di mostrargli come io intendo debba rispondere colui che risponde. Ma una volta che io avrò risposto a tutto quello che egli vorrà domandarmi, a sua volta egli dovrà rispondere a me allo stesso modo. Tutti ritennero conveniente dare così. A Protagora la cosa non garbava affatto, ma fu costretto. Parte III – Spostamento della discussione sul piano dell'esegesi dei poeti Protagora interpreta un carme di Simonide P- Io ritengo, che la formazione spirituale di un uomo consista in massima parte nell'essere un conoscitore di poesie. Simonide dice così: Uomo buono, bensì, diventar veramente difficile torna di mano, di piede, di cuore tetragono e senza menda costrutto. Sai questo carme, o te lo devo recitare per intero? S- Non ce n'è bisogno. P-Ti sembra che quanto dice sia bello e giusto? S- Certamente. P- E lo riterresti bello se il poeta cadesse in contraddizione con se medesimo? S- Non lo riterrei bello. P- Proseguendo oltre, il carme dice: Nè il detto di Pittaco acconcio a me suona, sebbene detto da uomo sapiente: difficile, diceva, essere buono. E ti rendi conto del fatto che è la stessa persona che afferma queste cose e quelle di prima? S- Lo so bene.

P- E ti sembra che queste cose si accordino con quelle? S- A me sembra di si. Ma a te non sembra? P- E come potrebbe sembrarmi? Prima dice che è difficile diventare veramente uomo buono; poi, sempre nel corso del carme, un poco oltre, se ne scorda e rimprovera Pittaccoche dice queste medesime cose, ossia che è difficile essere buono, e dichiara di non approvarlo, mentre egli dice le stesse cose che ha detto lui! Queste parole provocarono plauso e lode di molti degli uditori. Socrate propone una differente interpretazione del carme simonideo Io provai un senso di vertigini, il coro di applausi. Al fine di guadagnare tempo mi rivolsi verso Prodico S-Simonide è tuo concittadino: è giusto, che tu venga in suo aiuto a me non sembra che Simonide contraddica se medesimo. Perciò, oh Prodico, manifestaci il tuo parere: ti sembra che 'essere' e 'diventare' significhino la medesima cosa, o due cose diverse? P- Diverse. S- E allora, Simonide non ha forse manifestato la propria opinione, dicendo che diventare un uomo buono è veramente difficile? P- Giusto. S- Invece biasima Pittaco, perchè dice le stesse cose che dice lui, ma perchè dice una cosa diversa. Infatti Pittaco non diceva questo, che dice Simonide, che, cioè, è difficile 'diventare' buono, ma che è difficile 'essere' buono. E se non significano la medesima cosa l'essere e il divenire, Simonide non cade in contraddizione con se medesimo. Socrate propone una seconda interpretazione del carme di Simonide Prodico mi lodò. Ma Protagora disse – Il tuo rimedio comporta un male più grave di quello che volevi sanare. S- E come? P- Sarebbe davvero grande l'ignoranza del poeta, se dicesse che possedere la virtù è cosa da poco, mentre, in realtà,è la cosa più difficile di tutte, come del resto tutti ritengono. S- E' per nostra fortuna che Prodico sia presente ai nostri discorsi! Tu non sai che la sapienza di Prodico è di origine divina ed antica. E tu, pur sapendo molte altre cose, dimostri di non sapere questa, che io invece so, perchè sono stato discepolo del nostro Prodico. Mi sembra che tu non comprenda che Simonide non intese la parola 'difficile' nel senso in cui la intendi tu. Interroghiamo Prodico: è giusto interrogare lui sulla lingua di Simonide! Oh Prodico, che cosa intendeva dire Simonide con la parola difficile? Prodico- Intendeva dire cattivo. S- E' per questo che Simonide rimprovera ad Pittaco di affermare che è 'difficile essere buono': è come se l'avesse sentito dire che è cosa cattiva essere buono! Prot- La cosa è ben lontana da essere così come dici, sono ben sicuro che anche Simonide intendeva la parola 'difficile' nel senso in cui la intendiamo noi tutti. S- Ma credo anche io e credo che anche il nostro Prodico lo sappia, ma che intenda scherzare e voglia metterti a prova. Socrate propone una terza interpretazione del carme di Simonide S- Cercherò di esporvi quale sia la mia opinione su questo carme. Il culto della sapienza è antichissimo e fra i Greci ebbe la massima diffusione a Creta e a Sparta. Ma essi negano di essere tali e fingono di essere ignoranti, perchè non si scopra che essi sono superiori in

levatura. Questi, infatti, essendo incapaci di trarre da se stessi materia di conversazione per il banchetto e di esprimerla con voce e discorsi propri, per mancanza di formazione spirituale, fanno rincarare le suonatrici di flauto. Invece, dove ci sono commensali dotati di personale virtù e di spirituale formazione, non ti accadrà di vedere né suonatrici di flauto, né danzatrici né citaredi. Costoro si intrattengono a conversare l'uno con l'altro con la propria voce. Così, anche queste nostre riunioni, se veramente accolgono uomini quali i più di noi dicono di essere, non hanno bisogno della voce di altri e neppure di quella dei poeti, che non è possibile interrogare su ciò che dicono. A- Rivolgendosi a Callia, ti pare che anche ora Protagora si comporti in maniera corretta, non volendo dichiarare se accetta oppure no di discutere? A me non pare! Ma, o si decida a discutere o dica chiaramente che non vuole discutere, in modo che sappiamo le sue intenzioni e Socrate possa discutere con un altro, o chiunque altro con chi vuole. Protagora provò un senso di vergogna sentendo queste parole di Alcibiade e le insistenze di Callia, e di mala voglia accettò di discutere: mi chiese di interrogarlo dicendosi disposto a rispondere. Parte IV – La scienza come fondamento ed essenza della virtù Ripresa del problema dell'unità della virtù S- Io discuto conte, con intento di chiarire quelle cose su cui io stesso mi trovo in difficoltà. Credo, che Omero non abbia torto là dove dice: Se due vanno insieme, uno può vedere prima dell'altro. Se, invece uno da solo concepisce un pensiero, va subito in cerca di qualcuno per poterglielo esporre e per poterne saggiare la consistenza. E chi altri più di te potrebbe essere idoneo al mio scopo? Tu sei virtuoso per conto tuo e sai rendere virtuosi anche gli altri. Ti sei presentato come maestro di educazione e di virtù. E la domanda che ti avevo fatto, era questa: sapienza, temperanza, coraggio, giustizia e santità sono 5 diversi nomi che si riferiscono ad una medesima realtà, ovvero a ciascuno di essi corrisponde una entità particolare, e tale che l'una è diversa dall'altra? Tu dicevi che non erano 5 nomi riferentisi ad una unica cosa, ma che ciascuno di questi nomi corrispondeva ad una realtà particolare e che tutte queste erano parti della virtù, come le parti del viso. Ebbene, dimmi se il tuo parere su queste cose resta ancora quello di prima. La nuova tesi presentata da Protagora: tutte le virtù sono simili fra loro eccetto il coraggio, e la critica di Socrate P- Io ti ripeto, che tutte queste sono parti della virtù, e che 4 di esse sono fra loro abbastanza simili, mentre il coraggio è del tutto diverso da ciascuna di queste. Potrai trovare molti uomini che sono in sommo grado ingiusti, empi, dissoluti ed ignoranti e che sono, tuttavia, notevolmente coraggiosi. S- Io coraggiosi tu li chiami audaci oppure no? P- Si, e li chiamo anche temerari. S- Tu affermi che la virtù sia una cosa bella? P- Molto bella. S- Sai chi sono coloro che si tuffano nei pozzi? P- Sono i palombari. S- E chi sono coloro che combattono audacemente a cavallo? P- Coloro che sanno cavalcare. S- E hai già visto uomini che non conoscono queste cose, e che tuttavia dimostrino di essere audaci in queste cose? P- Si, li ho visti.

S- Questi audaci sono anche coraggiosi? P- Davvero brutta cosa sarebbe in tal caso il coraggio, perchè costoro sono dei pazzi. Alla tua domanda se i coraggiosi sono audaci, io ho risposto in senso affermativo, però tu non mi hai fatto quest'altra domanda: se anche gli audaci sono coraggiosi. Se me l'avessi fatta, io ti avrei risposto che non tutti lo sono. Inoltre, tu sostieni che coloro che sanno sono più coraggiosi di quanto non fossero prima di sapere e che sono più coraggiosi degli altri, e basandoti su questo concludi che il coraggio e la sapienza sono la medesima cosa. Ma, in questo modo, potresti anche sostenere che la robustezza e la sapienza sono la stessa cosa. E se, procedendo in questo modo, tu mi domandassi se coloro che sono robusti sono potenti, io ti risponderei di si. Ma io non ammetto in nessun caso che i potenti siano robusti: ammetto, invece, che i robusti siano potenti. Infatti, non sono la stessa cosa potenza e robustezza: la prima, cioè la potenza, deriva dalla conoscenza e anche dalla follia e dalla passione, invece la robustezza deriva dalla natura e dalla buona educazione dei corpi. Così non sono la medesima cosa l'audacia e il coraggio, cosicché avviene che tutti i coraggiosi siano audaci, ma gli audaci non tutti coraggiosi: infatti l'audacia, così come la potenza, può derivare agli uomini dall'arte, dalla passione mentre il coraggio deriva dalla natura e dalla buona educazione delle anime. La vita morale si fonda sulla conoscenza del bene e del male S- Alcuni uomini vivono bene ed altri male? P- Si. S- Dunque vivere piacevolmente è bene, vivere spiacevolmente è male. P- Si. Mi pare che sia più sicuro tener presente non solo l'attuale questione, ma anche l'esperienza di tutta la mia vita, e rispondere che vi sono alcune cose dolorose che non sono cattive e altre che lo sono, e, in terzo luogo che vi sono cose che non hanno né l'una né l'altra di queste caratteristiche e non sono né buone né cattive. S- Ciò che chiedo è questo: se le cose non siano buone proprio in quanto piacevoli, vale a dire se il piacere in sé non sia cosa buona. P- Dobbiamo considerare insieme la cosa. S- Vuoi guidare tu la ricerca, o vuoi che la guidi io? P- E' giusto che la guidi tu. S- Dopo aver preso atto che la pensi circa il bene e il piacere così come dici, ho bisogno di farti una ulteriore analoga domanda, ora scopri anche questa parte del tuo pensiero: che cosa pensi della scienza? La maggior parte degli uomini pensa della scienza all'incirca questo: che essa non abbia forza, né capacità di guidare né potere di comandare. E la maggior parte degli uomini ritiene che pur essendo la scienza spesso presente nell'uomo, non sia essa che lo comanda ma qualcos'altro: talora l'ira, tal altra il piacere. Concepiscono la scienza come una sorta di schiava trascinata da tutte le parti da quelle passioni. P- Da una lato condivido quest'opinione di cui parli, è disdicevole affermare che la sapienza e la scienza non sono le più potenti delle cose umane. L'opinione della gente ritiene che il piacere e le passioni vincano la conoscenza del bene P- Ma perchè dobbiamo prendere in considerazione l'opinione della gente? S- Credo che ci sarà di qualche aiuto nella soluzione del problema della natura del coraggio e dei suoi rapporti con le altre parti della virtù.

Ogni forma di errore è involontaria, perchè nessuno sceglie il male volontariamente S- O Ippia e Prodico, ammettete che il piacere sia bene, e il dolore sia male. Cosa pensate di questo? Tutte le azioni che mirano a questo, vale a dire una vita senza dolori e piacevole, non sono forse belle? E l'azione bella non è forse anche utile?

  • Così parve a tutti. S- Il lasciarsi vincere non è altro che ignoranza, il vincersi non è altro che sapienza. E allora? Non dite che l'ignoranza sia questo: avere un'opinione falsa e ingannarsi intorno alle cose che sono di grande valore? E allora non è forse vero che nessuno volontariamente vuole il male? C'è qualcosa che chiamate timore o paura? Una certa attesa del male, sia che la chiamate timore, sia che la chiamate paura. A Protagora ed a Ippia parte che questo appunto fosse timore e Paura; a Prodico parve invece che questo fosse timore, ma non paura. S- Abbiamo stabilito che le cose che un uomo teme sono da lui giudicate mali, e che nessuno volontariamente vorrà fare o scegliere le cose che ritiene mali. Riduzione del coraggio a scienza e conclusione della dimostrazione dell'unità della virtù S- Stabilito questo, o Prodico e Ippia, il nostro Protagora deve difendersi, dimostrando che ciò che prima ha asserito è vero. Non quello che ha asserito al principio della discussione, quando, cioè, ha detto che le parti della virtù sono 5 e nessuna di esse è uguale all'altra, e che ciascuna ha una sua particolare funzione: non questo, ma quello che ha detto un poco dopo. Infatti, egli un poco dopo ha detto che 4 di esse erano abbastanza simili fra di loro, ma che una, il coraggio, era molto diversa. Nessuno affronterà cose che ritiene pericolose, dal momento che il lasciarsi vincere è risultato essere ignoranza. Tutti, tanti i vili quanto i coraggiosi, affrontano le cose che ispirano sicurezza. P- Ma in verità sono del tutto opposte le cose che affrontano i vili rispetto a quelle che affrontano i coraggiosi: per esempio questi vogliono andare in guerra, quelli no. S- E' bello o brutto l'andare in guerra? P- Bello. Epilogo. Rovesciamento in chiave ironica dei ruoli di partenza dei protagonisti S- Io, ti domando tutte queste cose per questo solo motivo: perchè desidero ricercare come stiano veramente le cose circa la virtù e quale sia l'essenza della virtù. Io sostenendo che la virtù non è insegnabile, tu, invece che è insegnabile. Tu Socrate, mentre prima sostenevi che la virtù non è insegnabile, ora ti sforzi di sostenere il contrario di quello che avevi detto, cercando di dimostrare che tutte quante le virtù, la giustizia, la saggezza e il coraggio, sono scienza, e questo è il modo migliore per far vedere che la virtù è insegnabile. Se, infatti, la virtù fosse altro dalla scienza, come Protagora cerca di sostenere, ovviamente non si potrebbe insegnare; mentre, se risultasse in tutto o per tutto scienza, come tu ti dai da fare a dimostrare, o Socrate, sarebbe ben strano che non si potesse insegnare. D'altra parte Protagora, che prima implicitamente ammetteva che la virtù fosse insegnabile, ora sembra, invece, si dia un gran da fare a sostenere il contrario, vale a dire che la virtù sia tutto tranne che scienza. P- Io lodo il tuo modo di condurre i discorsi.