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Rieducazione dei Ragazzi Difficili: Un Approccio Pedagogico e Fenomenologico, Sintesi del corso di Pedagogia

riassunto del libro di Bertolini "Ragazzi difficili" - esame pedagogia speciale, della marginalità e devianza.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 23/06/2020

ale.principi
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RAGAZZI DIFFICILI: pedagogia interpretativa e linee d’intervento
- Approccio fenomenologico: Per Bartolini è fondamentale superare ogni approccio
deterministico al fenomeno della devianza.
Si tratta di indirizzare la riflessione sul contributo soggettivo per la costruzione della devianza; il
contributo soggettivo -> è una messa in campo di elaborazioni cognitive particolari in base a cui
l’individuo dà significato agli eventi che lo circondano.
- Il paradigma positivistico: da un punto di vista pedagogico che esclude ogni partecipazione
attiva del soggetto alla sua costruzione della realtà impedisce di cogliere le possibilità di
cambiamento nella vita del ragazzo difficile.
Secondo Bertolini queste possibilità di cambiamento si trovano nei meccanismi del contributo
soggettivo (fatti dai soggetti e quindi aventi notevoli margini di cambiamento) utili alla costruzione
della propria esistenza.
CAP.1: RAGAZZI DIFFICILI
I ragazzi difficili = vengono percepiti come tali; sono soggetti definiti “a rischio”,
disadattati, delinquenti e hanno un tratto in comune ovvero la strutturazione debole o
disadattiva della visione del mondo e di sé stessi nel mondo insieme agli altri (una difficoltà
a riconoscersi come “soggetto”).
Non dobbiamo dimenticare che si tratta di ragazzi che hanno comportamenti percepiti come
“dissonanti” rispetto ai modelli condivisi di competenza sociale. La soglia di tale diversità è
rappresentata da parametri instabili (dinamici e modificabili).
Ragazzi a rischio = minorenni che vivono in situazioni caratterizzate da carenze sia di
ordine materiale (es. povertà) che relazionale (forme di rifiuto o abbandono da parte dei
genitori).
In quest’ottica l’intervento è preventivo poiché vi è la percezione sociale del rischio.
L’educatore dovrà intervenire sulle disfunzioni materiali, affettive e relazionali del presente per
non far accrescere uno sviluppo deviante nel futuro.
I ragazzi disadattati = questi si trovano in situazioni percepite come dolorose o inadeguate
dal punto di vista educativo; hanno comportamenti irregolari (abbandono della scuola, fuga
da casa) -> vi è una difficoltà a riconoscersi come soggetto.
I ragazzi delinquenti = minorenni che hanno infranto la legge e che hanno a che fare con la
giustizia. Questi ragazzi avranno una difficoltà alta nel processo di costruzione del sé come
soggetto.
CAP. 2: Devianza minorile e paradigmi positivisti
La lettura del problema della devianza minorile viene analizzata dal punto di vista antropologico,
psicologico e sociologico. L’esigenza di spiegare il fenomeno di disadattamento si sviluppa in una
visione eziologica-deterministica la cui ricerca era finalizzata all’individuazione di cause
generalizzabili del fenomeno della devianza.
-Cause organiche di devianza: si vanno a individuare i fattori neurologici che definirebbero
le sindromi. I fattori biologici hanno una validità esplicativa molto bassa poiché non è la
causa totale dei comportamenti devianti.
-Cause psichiche: l’approccio psicologico o psichiatrico va a ricercare le cause del
comportamento antisociale del soggetto. Non è possibile, però, individuare il legame causale
e lineare tra il carattere e il comportamento deviante che permetta di prevenire l’insorgenza.
Questa ricerca di un nesso causale ha interessato anche il contesto dell’individuo:
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RAGAZZI DIFFICILI: pedagogia interpretativa e linee d’intervento

- Approccio fenomenologico: Per Bartolini è fondamentale superare ogni approccio _deterministico al fenomeno della devianza. Si tratta di indirizzare la riflessione sul contributo soggettivo per la costruzione della devianza; il contributo soggettivo -> è una messa in campo di elaborazioni cognitive particolari in base a cui l’individuo dà significato agli eventi che lo circondano.

  • Il paradigma positivistico: da un punto di vista pedagogico che esclude ogni partecipazione attiva del soggetto alla sua costruzione della realtà impedisce di cogliere le possibilità di cambiamento nella vita del ragazzo difficile. Secondo Bertolini queste possibilità di cambiamento si trovano nei meccanismi del contributo soggettivo (fatti dai soggetti e quindi aventi notevoli margini di cambiamento) utili alla costruzione della propria esistenza._ CAP.1: RAGAZZI DIFFICILI  I ragazzi difficili = vengono percepiti come tali; sono soggetti definiti “a rischio”, disadattati, delinquenti e hanno un tratto in comune ovvero la strutturazione debole o disadattiva della visione del mondo e di sé stessi nel mondo insieme agli altri (una difficoltà a riconoscersi come “soggetto”). Non dobbiamo dimenticare che si tratta di ragazzi che hanno comportamenti percepiti come “dissonanti” rispetto ai modelli condivisi di competenza sociale. La soglia di tale diversità è rappresentata da parametri instabili (dinamici e modificabili).  Ragazzi a rischio = minorenni che vivono in situazioni caratterizzate da carenze sia di ordine materiale (es. povertà) che relazionale (forme di rifiuto o abbandono da parte dei genitori). In quest’ottica l’intervento è preventivo poiché vi è la percezione sociale del rischio. L’educatore dovrà intervenire sulle disfunzioni materiali, affettive e relazionali del presente per non far accrescere uno sviluppo deviante nel futuro.  I ragazzi disadattati = questi si trovano in situazioni percepite come dolorose o inadeguate dal punto di vista educativo; hanno comportamenti irregolari (abbandono della scuola, fuga da casa) -> vi è una difficoltà a riconoscersi come soggetto.  I ragazzi delinquenti = minorenni che hanno infranto la legge e che hanno a che fare con la giustizia. Questi ragazzi avranno una difficoltà alta nel processo di costruzione del sé come soggetto. CAP. 2: Devianza minorile e paradigmi positivisti La lettura del problema della devianza minorile viene analizzata dal punto di vista antropologico, psicologico e sociologico. L’esigenza di spiegare il fenomeno di disadattamento si sviluppa in una visione eziologica-deterministica la cui ricerca era finalizzata all’individuazione di cause generalizzabili del fenomeno della devianza.
  • Cause organiche di devianza : si vanno a individuare i fattori neurologici che definirebbero le sindromi. I fattori biologici hanno una validità esplicativa molto bassa poiché non è la causa totale dei comportamenti devianti.
  • Cause psichiche : l’approccio psicologico o psichiatrico va a ricercare le cause del comportamento antisociale del soggetto. Non è possibile, però, individuare il legame causale e lineare tra il carattere e il comportamento deviante che permetta di prevenire l’insorgenza. Questa ricerca di un nesso causale ha interessato anche il contesto dell’individuo:
  • Contesto familiare -> relazioni di comportamento deviante tra minori e madri (assenti o possessive), stili educativi permissivi o troppo severi;
  • Contesto sociale -> Secondo Durkheim i comportamenti antisociali non sono altro che il risultato di pressioni della società. La devianza = forma di azione orientata allo scopo, unico mezzo disponibile per alcune classi sociali; il soggetto è passivo alle pressioni sociali e culturali. Anche se i meccanismi del contesto relazionale sono molto determinati non sono sufficienti a spiegare la nascita di comportamenti devianti. La costruzione sociale della devianza -> non esiste una relazione tra atti delinquenziali e classe sociale del trasgressore.
  • Per comprendere il fenomeno della devianza serve costruire la “CENTRALITA’ del soggetto” , dei processi personali per la costruzione di sé stesso. La devianza deve essere vista come il risultato di un insieme di interazioni simboliche e pratiche intersoggettive “in situazione”. Serve, quindi, ricercare il contributo del soggetto ovvero la sua capacità di dare senso al reale, orientandosi e agendo secondo un vero e proprio schema profondo di significati. SOGGETTO = VARIABILE IMPRESCINDIBILE DEL PARADIGMA teorico PEDAGOGICO dei ragazzi difficili. L’intervento pedagogico e l’oggetto specifico di riflessione è il contributo del soggetto alla costruzione del proprio modello d’interpretazione del mondo. Processi cognitivi che nascondono una determinata visione del mondo, un modello di realtà.
  • Comportamento antisociale = forma di azione comunicativa (serve un approccio eziologico interpretativo) Per comprendere l’agire deviante bisogna cogliere in esso le tracce della reale visione del mondo che lo sostiene e i significati base con cui il ragazzo interpreta la realtà e progetta la sua esistenza. Comportamento antisociale e sociale è l’esito di:
  • Insieme di cause, motivi finali relativi all’orientamento al futuro e l’affinché dell’agire. Il soggetto non agisce solo per pressioni ma anche per un progetto, elaborato secondo la sua interpretazione delle condizioni della propria esistenza. Oltre al contributo attivo del soggetto restano le sue condizioni reali di vita. CAP. 3: Il paradigma fenomenologico.  Senso OGGETTIVO : costruito dall’osservatore e rischia di non corrispondere e non essere adeguato al senso soggettivo.  Senso SOGGETTIVO : è il senso che il ragazzo dà al suo comportamento deviante in base al valore che percepisce come significativo per lui. Senza negoziazione continua tra senso oggettivo e soggettivo si rischia di costruire mondi fittizi. Da un punto di vista fenomenologico la caratteristica di ogni soggetto è l’intenzionalità della coscienza e la capacità di dare senso al mondo naturale e sociale. Si parla infatti del concetto di: “significare il mondo” = proiezione sul reale di un sistema di rilevanza. Infatti, la realtà attende una definizione che dipende dal soggetto (questo è quello che rende il mondo significativo) che costruisce una personale visione del mondo mediante un continuo processo di investimento di valore.
  • La negoziazione -> il soggetto non è solo al mondo ma è con gli altri; il suo processo di definizione del mondo si incontra o si scontra con quello degli altri Solo tale rete di relazioni fa si che il mondo rappresentato diventi oggettivo = unico per tutti. Vi è bisogno di una negoziazione intersoggettiva dei vari significati attribuiti al mondo e di un accorso circa il senso e il valore del mondo per chi ci vive.

Mete troppo alte rispetto alle sue capacità = lo scarto tra sé ideale e sé reale può portare il ragazzo alla paralisi dell’azione: egli diventa incapace di perseverare nello sforzo necessario per raggiungere quella meta. CAP. 5: Verso una pedagogia dei ragazzi difficili Cosa significa rieducare? Da un punto di vista educativo è importante riflettere sul fatto che spesso i ragazzi difficili hanno comportamenti simili apparentemente ma con vissuti profondamenti diversi. Non si tratta di ri-educare l’agire sociale ma di condurre il ragazzo verso una progressiva autocoscienza e una rivisitazione del suo modo di pensare, andando a eliminare i motivi che hanno portato il ragazzo ad assumere quel comportamento deviante. Rieducare = procedere verso una trasformazione della visione del mondo del ragazzo. Educare o Ri-educare? Non esistono grandi differenze ma analogie: si tratta di guardare sia allo sviluppo psicofisico del soggetto sia a quello intenzionale proiettati entrambi al futuro, sulla progettualità consapevole del sé. Maggiori, invece, sono le difficoltà dell'intervento rieducativo che si differenzia da quello educativo nel ritmo e nella direzione.

  • Qualità delle difficoltà : la scoperta del sé avviene dopo una messa in crisi della propria visione del mondo e l’intervento rieducativo può trasformarsi in un profondo disorientamento. Sta all’educatore calibrare e controllare tale disorientamento, trasformandolo in uno strumento di aiuto.
  • Direzione: centrato sulla dimensione temporale del futuro. Si procede dal futuro al passato: si tratta di sfruttare gli aspetti del ragazzo che possono essere valorizzati, fargli compiere nuove esperienze e proiettarlo al futuro, aprendogli degli orizzonti in più. Quando questo lavoro pedagogico avrà provocato il necessario disorientamento su uno stile di vita che lui dava per scontato, quando egli inizierà a modificare la tavola dei suoi valori e avrà nuove esigenze, solo in quel momento avrà un senso di ripensamento del suo passato. Avverrà così una rivisitazione critica del passato e vi sarà una nuova attribuzione di senso al proprio vissuto. I momenti del percorso rieducativo.  La conoscenza del ragazzo -> si tratta oltre a recuperare i dati della sua vita di percepire come questo insieme di condizioni siano state vissute dal ragazzo, quali pensieri su di sé e sugli altri abbia fatto a partire da quelle premesse. Il momento iniziale è l’osservazione intesa come un “vivere con” per capire se questo comportamento irregolare del ragazzo richiede un intervento specializzato.  La destrutturazione e ristrutturazione -> fanno riferimento agli interventi della dimensione psicofisica del ragazzo (es. colmare alcune lacune, sollecitare alcune capacità o soddisfare bisogni di base). L’idea di fondo è far vivere al ragazzo una serie di situazioni nuove e che fino a quel momento erano sconosciute.  La costruzione di una nuova visione del mondo -> far riprendere al ragazzo la propria soggettività. Questo momento finale è l’appropriazione soggettiva di un nuovo punto di vista sul sé e sul mondo attraverso il cambiamento dei propri schemi di significato.

Appropriarsi di un diverso punto di vista, assumere un atteggiamento consapevole e critico rispetto al passato non in una sequenza temporale sono gli obiettivi finali. CAP. 6: Conoscere e comprendere.  La sfida dell’incontro : l’incontro con un altro implica un passaggio da una situazione di alterità a una di reciproco riconoscimento ma questo passaggio non è sempre garantito. Il percorso può essere ricco di fraintendimenti e di negazioni. Un prerequisito fondamentale è la consapevolezza da parte dell’educatore dei probabili meccanismi di difesa che possono scattare nel ragazzo poiché sente che il suo incontro potrà essere pregiudicato. Per far si che questo non accada l’educatore dovrà lavorare continuamente sulle varie interpretazioni e opinioni del mondo del ragazzo difficile. Il messaggio implicito che l’educatore deve mandare al ragazzo è il suo pensiero di comprenderlo più che giudicarlo. L’incontro è di più livelli : interpersonale (interpretazione di sguardi, movimenti e posture), intrapersonale (silenzi, discorso interiore) e impersonale (formule convenzionali, discorso apparentemente insignificante). L’empatia è molto difficile -> Le strategie del ragazzo possono essere di 3 tipi:

  • Chiusura ed evitamento : il ragazzo essendo molto insicuro da un lato può desiderare la relazione con l’altro ma dall’altro può rifiutarla e/o evitarla.
  • La seduzione : può nascondere il bisogno di dominio cercando di conquistare l’interlocutore con allusioni e promesse. L’insegnante può avere la sensazione di essere usato e manipolato.
  • La ribellione : la dinamica prevalente è quella di dominazione-sottomissione che trasformano la relazione in una sfida (tutti contro tutti). Questa modalità difensiva riguarda soprattutto i borderline. L’insegnate può rispondere con altrettanta aggressività o può dimostrare di essere intimorito. Le tecniche della conoscenza pedagogica. Per rivolgersi all’individualità del ragazzo è necessario mettere in campo due forme di conoscenza quali quella di tipo descrittivo-esplicativo e quella di tipo comprendente. Da un punto di vista pedagogico è essenziale giungere a tracciare gli autentici motivi dell’agire perché a partire da questi si predispone il progetto rieducativo. L’autentica comprensione dell’altro è un concetto limite che indirizza la relazione educativa e l’educatore deve assumere uno stile educativo fondato sull’entropatia = non implica un annullamento definitivo di una distanza da parte dell’educatore quanto la sospensione momentanea degli schemi interpretativi del ragazzo nella fase di costruzione di una rappresentazione. La comprensione entropatica è il risultato di un lento, progressivo e prudente lavoro di ricostruzione, di avvicinamento e di interpretazione del soggetto. Tutto ciò non si misura solo attraverso la corrispondenza di sguardi tra educatore e ragazzo ma necessita di validazione intersoggettiva (negoziazione delle interpretazioni).  Transfert pedagogico = non c’è un trasferimento sul terapeuta delle aspettative legate alle interazioni con i genitori nell’infanzia (come nel transfert psicanalitico di Freud) ma l’investimento affettivo è orientato al futuro. L’educatore infatti viene vissuto per quello che è e il transfert tende all’assunzione di modi di essere e di fare nuovi per il ragazzo. Per Bertolini la costruzione di tale transfert è il momento centrale nella rieducazione dei ragazzi difficili; il ragazzo grazie a esso può passare dagli schemi abituali a nuovi schemi basati sulla capacità intenzionale. Questo transfert deve essere strumento di formazione e occorre, il più possibile, consapevolezza dei meccanismi che possono instaurarsi tra educatore e ragazzo.