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Educazione e Rieducazione dei Ragazzi Difficili: Un Approfondimento Psico-Pedagogico, Sintesi del corso di Pedagogia

Breve riassunto del libro "Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento" di Piero Bertolini.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 16/05/2020

giulia.mancini.91
giulia.mancini.91 🇮🇹

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Pedagogia della devianza e della marginalità
“Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento.” Pietro Bartolini
Primo capitolo
I ragazzi difficili sono quei ragazzi che hanno difficolt a riconoscersi come soggetti.
QUALI SONO I RAGAZZI DIFFICILI?
I ragazzi a rischio: vivono in situazioni dove manca l’ordine materiale (e sono perciò
caratterizzati da povert, disagio abitativo, insicurezza economica) e l’ordine relazionale (vivono
quindi storie familiari e situazioni particolari, come forme di rifiuto, abbandono...)
• I ragazzi disadattati: sono ragazzi che non sono riusciti ad adattarsi all’ambiente e alla societ e
hanno perciò cercato di rispondere con comportamenti sbagliati, come le fughe da casa,
l’abbandono della scuola, piccoli furti....
• I ragazzi delinquenti. sono i minori che hanno infranto le regole del codice penale.
Secondo capitolo
Le cause del comportamento antisociale o deviante sono:
1. FATTORI BIOLOGICI: anomalie del patrimonio cromosomico. Si tratta di individui
(soprattutto di sesso maschile) che anziché possedere un solo cromosoma y, ne hanno due e
per questo presentano un’innata predisposizione alla criminalit. Secondo gli studiosi, i
nati con due cromosomi y sono destinati a diventare uomini immaturi, a cadere sin dalla
più giovane et nei rigori della legge.
2. FATTORI PSICHICI: dati da malattie mentali. Queste vengono individuate attraverso i test
della personalit da cui si rilevano: immaturit, anaffettivit, punitivit, aggressivit.
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Pedagogia della devianza e della marginalità “Ragazzi difficili. Pedagogia interpretativa e linee di intervento.” Pietro Bartolini

Primo capitolo I ragazzi difficili sono quei ragazzi che hanno difficoltà a riconoscersi come soggetti.

QUALI SONO I RAGAZZI DIFFICILI?

  • I ragazzi a rischio: vivono in situazioni dove manca l’ordine materiale (e sono perciò caratterizzati da povertà, disagio abitativo, insicurezza economica) e l’ordine relazionale (vivono quindi storie familiari e situazioni particolari, come forme di rifiuto, abbandono...)
  • I ragazzi disadattati: sono ragazzi che non sono riusciti ad adattarsi all’ambiente e alla società e hanno perciò cercato di rispondere con comportamenti sbagliati, come le fughe da casa, l’abbandono della scuola, piccoli furti....
  • I ragazzi delinquenti. sono i minori che hanno infranto le regole del codice penale.

Secondo capitolo Le cause del comportamento antisociale o deviante sono:

  1. FATTORI BIOLOGICI: anomalie del patrimonio cromosomico. Si tratta di individui (soprattutto di sesso maschile) che anziché possedere un solo cromosoma y, ne hanno due e per questo presentano un’innata predisposizione alla criminalità. Secondo gli studiosi, i nati con due cromosomi y sono destinati a diventare uomini immaturi, a cadere sin dalla più giovane età nei rigori della legge.
  2. FATTORI PSICHICI: dati da malattie mentali. Queste vengono individuate attraverso i test della personalità da cui si rilevano: immaturità, anaffettività, punitività, aggressività.
  1. CONTESTO FAMILIARE: delle volte non sembra che l’ambiente familiare sia da ritenersi responsabile di questo comportamento, ma i ragazzi vengono influenzati parecchio da esso, specialmente quando i genitori non vanno d’accordo o vi è carenza di cure.
  2. CONTESTO SOCIALE: ci si riferisce soprattutto allo schema “mete- mezzi”. La società ci offre successo e ricchezze, ma non tutti possono arrivarci e perciò la devianza viene utilizzata come mezzo per raggiungere le mete. Ci capita di pensare che essa provenga da soggetti poveri, disoccupati. Molte ricerche invece ci hanno dimostrato che non c’è relazione tra atto di delinquenza e classe sociale, anzi spesso i reati vengono commessi da giovani che (^) appartengono alla classe media, proprio perché vogliono sempre di più.

Terzo capitolo Per capire i motivi di un comportamento antisociale è necessario riferirsi a:  Un senso OGGETTIVO, costruito dall’osservatore esterno e rischia delle volte di non corrispondere e non essere adeguato al senso soggettivo.  Un senso SOGGGETTIVO, è il senso costruito dal ragazzo stesso riguardante il suo stesso comportamento e il valore che hanno per lui l’esperienza e la realtà. Bisogna perciò recuperare il “postulato dell’adeguatezza”, cioè il senso oggettivo dell’osservatore e il senso soggettivo del ragazzo devono coincidere. Risulta importante “l’attività intenzionale della coscienza ”, cioè quella caratteristica dell’individuo che in quanto essere vivente ha la capacità di investire di senso il mondo naturale e sociale e dunque:  ATTRIBUISCE SENSO AL MONDO, così il mondo si trasforma in oggetto di valore.  IL SOGGETTO RICONOSCE L’ALTRO, perché non è solo col suo corpo e la sua mente, ma è nel mondo con gli altri. È grazie a questa sua relazione con l’altro che si garantisce un’esperienza oggettiva nel mondo, che è unica e identica per tutti

  1. LA DISTORSIONE DELL’INTENZIONALITA’, al contrario della prima, è data da un eccesso dell’io. Il soggetto si ritiene onnipotente e non riconosce il mondo e l’altro. Le difficoltà maggiori sono soprattutto due:
  • Quando la realtà contraddice il senso di sicurezza il ragazzo avverte disorientamento. Se possiede una scarsa vitalità tenderà a considerare il mondo ingiusto che si oppone ai suoi sforzi. Se possiede una carica di vitalità il ragazzo avvertirà quel senso di aver sbagliato strada e proverà a prendere nuove vie.
  • Quando i ragazzi scelgono mete troppo alte rispetto alle loro reali capacità. Quinto capitolo Per aiutare il ragazzo difficile - modificando il suo comportamento - bisogna tralasciare il comportamento in questione e utilizzarlo come punto di partenza per cercare di capire la sua visione del mondo e le intenzioni che possono averlo portato a comportarsi cosi. Una volta capito il disturbo è compito dell’educatore professionale provocare una trasformazione di questa visione del mondo. RIEDUCARE vuol dire cercare di trasformare la visione del mondo del ragazzo, del suo modo di intendere se stesso, gli altri e le cose. CHE DIFFERENZE CI SONO TRA EDUCARE E RIEDUCARE?  Non ci sono sostanziali differenze, perché entrambe mirano allo sviluppo psico-fisico del soggetto, ma anche alla sua capacità intenzionale.  Entrambi sono proiettati nel futuro  Una prima differenza sta nella “qualità della difficoltà”. Nel caso dell’educazione la scoperta e la formulazione di sé avvengono in modo graduale; nel caso della rieducazione il tutto avviene in modo immediato.  L’intervento rieducativo, al contrario dell’educazione, procede dal futuro al passato. I MOMENTI DEL PERCORSO RIEDUCATIVO:
  1. LA CONOSCENZA DEL RAGAZZO: l’educatore deve sapersi calare nei panni del ragazzo e cercare di capire i suoi problemi, importante è il momento dell’incontro. La relazione che lega i due soggetti – educatore e ragazzo - pone il secondo in una posizione di inferiorità e debolezza, perciò i primi momenti dell’incontro si baseranno sulla difesa e non fiducia. In qualche modo possiamo dire che il ragazzo si sente un pregiudicato, perché l’educatore conosce già la situazione del ragazzo, sa che si tratta di un ragazzo difficile, ma in realtà l’educatore mette da parte le sue conoscenze sul ragazzo per ricominciare un rapporto tutto diverso basato sulla fiducia. Questa tecnica dell’educatore si chiama “depurazione” ed è uno stile educativo. COME L’EDUCATORE PUO’ CONOSCERE IL RAGAZZO? Attraverso “l’entropatia”: una tecnica pedagogica che coglie la visione del mondo del ragazzo, che guarda il mondo dai suoi occhi, mettendosi dalla sua parte. Visto che il momento della conoscenza è molto delicato, richiede l’osservazione di + educatori, in quanto la comprensione dell’entropatia non è una capacità innata dell’educatore, ma il frutto di un lavoro molto lento di un soggetto. Se questo compito fosse affidato ad un solo educatore, per quanto competente possa essere, sarebbe poco oggettivo e quindi risulta molto importante il “lavoro d’equipe”. Questo non significa sommare i dati raccolti dei vari membri del gruppo, ma è un lavoro collettivo. L’equipe è formata da più figure professionali (educatori, assistenti sociali, psicologi...). Il ruolo dell’educatore è il più importante perché regola il lavoro dell’equipe. La particolarità dell’educatore è di vivere col ragazzo per creare un rapporto di comunicazione per conoscerlo e non per perdere del tempo. E conoscere cosi anche il suo ambiente di vita e i suoi amici.
  2. LA DESTRUTTURAZIONE E LA RISTRUTTURAZIONE riguardano la dimensione psicofisica del ragazzo. La destrutturazione si ha quando si suggerisce al ragazzo la possibilità di cambiare e diventare un altro, un essere migliore che appaia piacevole e conveniente. C’è un caso particolarmente difficile dove la destrutturazione diviene complicata: la carcerazione. È vero che col nuovo processo minorile la carcerazione è riservata solo ai casi gravissimi, ma il decreto

può lasciare che il ragazzo vada in giro sporco, è perciò importante far scomparire in lui quelle brutte abitudini e farlo diventare diverso e migliore. Un altro aspetto della vita del ragazzo su cui è importante intervenire è il suo modo di stare con gli altri. Si possono individuare due situazioni:

  • Un ragazzo che non riconosce l’altro come soggetto è “ egocentrico”.
  • Un ragazzo che non si riconosce come soggetto è “ eterocentrico”. In entrambi i casi non vi è una relazione di potere, un prendere l’altro o il farsi prendere dall’altro.
  1. LA DILATAZIONE DEL CAMPO DI ESPERIENZA propone al ragazzo nuove esperienze per conoscere nuove prospettive che gli sono sconosciute. L’obiettivo finale della rieducazione è di giungere ad una costruzione della propria visione del mondo, ad un ottimismo esistenziale, per cui diventa necessario centrare la rieducazione sulla dilatazione del campo di esperienza. Per realizzarlo è necessario: “colmare ogni carenza” (affettiva e materiale) del ragazzo, soprattutto nel caso in cui sia stato allontanato da quell’ambiente. Èimportante che il ragazzo “incontri figure adulte” capaci di colmare i suoi bisogni affettivi. È importante che il percorso rieducativo preveda una “serie di gratificazioni” per il ragazzo. Perciò bisogna valorizzare i suoi successi personali e favorire i suoi interessi personali. Una delle tecniche per giungere all’ottimismo esistenziale è di far compiere al ragazzo delle esperienze centrate sul “ bello”. Bisogna pertanto partire dal bello naturale, come gite in montagna, sport all’aria aperta e poi giungere al bello artistico (musei, mostre). In questo passaggio dal naturale al culturale è bene far vivere al ragazzo esperienze che riguardano il “meraviglioso” (come un tramonto in montagna) e un particolare (come un nido d’uccelli). Il trucco sta nel far capire al ragazzo che il bello sta un po’ ovunque. Dopo l’osservazione del bello si passa al pensiero del ragazzo di questo bello. Educare al bello significa proporre al ragazzo l’idea che ci sia del bello in ogni incontro col mondo e con le persone e così anche le esperienze del difficile possono acquisire bellezza.

Altra cosa importante dell’educare al bello è che bisogna far capire al ragazzo che il mondo non è bello, ma può esserlo perché esso può esser trasformato. Oltre all’educazione al bello, esiste anche quella “al difficile”. Abbiamo visto che la vita del ragazzo difficile scorre senza alcuna responsabilità, egli non capisce la sua importanza nella costruzione della realtà. Cosa è auspicabile fare? Proporre al ragazzo di costruire delle esperienze dove impegno e responsabilità si rivelano strategie produttive per raggiungere uno scopo motivante per lui. Il percorso più efficace risulta quello centrato sulla difficoltà. Esso dovrà prevedere degli aiuti (dell’educatore o un altro ragazzo), ma è molto importante che il ragazzo faccia da solo. È importante che all’inizio il percorso preveda delle difficoltà lievi e superabili, dove il rischio di fallimento è nullo e poi via via il grado di difficoltà va aumentando. Ècomunque importante prevedere pure delle versioni collettive nella costruzione delle esperienze del difficile (come costruire una passerella su un torrente, riparare una barca). Per costruire la nostra storia infatti non abbiamo bisogno solo di noi stessi, ma dell’aiuto degli altri. Esistono due tipi di esperienza dell’altro: l’incontro del ragazzo con l’educatore e l’incontro del ragazzo con un gruppo di ragazzi. Il secondo tipo è sicuramente il migliore. Nei piccoli gruppi (di 5-6 ragazzi), si stabiliscono rapporti faccia a faccia con degli scambi che si basano sulla confidenza e l’intimità. Questo non è affatto negativo, perché permette l’aiuto reciproco, ma il ragazzo al di là di quei 4-5 amici intimi, non guarderà più nessun altro e resterà chiuso nella sua cerchia di amici. Anche il grande gruppo può risultare negativo, esso è dato da più di dieci persone, che sviluppano al loro interno delle gerarchie. L’educatore deve perciò essere consapevole dei rischi che può incontrare e spetta a lui costruire dei gruppi. Esiste anche l’educare con l’avventura, cioè ricercare il nuovo, lo straordinario, come escursioni, campeggi.

 Si potrebbe instaurare una vera e propria relazione sentimentale tra educatore e ragazzo.  Il ragazzo promette di cambiare solo se l’educatore starà per sempre con lui.  L’educatore cede alla seduzione del ragazzo, perdendo la giusta distanza pedagogica. QUALI SONO I METODI PER EVITARE QUESTI RISCHI? L’educatore deve trattare il ragazzo come se fosse inserito in una collettività e non sia solo e deve cercare di spendere tutto il tempo facendo sempre qualcosa insieme, dei progetti... la cosa migliore èche l’educatore costruisca il gruppo.