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Riassunto completo del libro (Non sono solita seguire sempre l'ordine di ciò che leggo e tendo a semplificare i concetti: non troverete così le esatte frasi/parole del libro).
Tipologia: Prove d'esame
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Il libro inizia con la presentazione di 4 casi ( Maurizio, Elena, Cristina e Marco): si tratta di storie evidentemente diverse, di comportamenti non omogenei e di percorsi di vita non sovrapponibili…. ciò che gli accomuna è il fatto di essere RAGAZZI DIFFICILI.
Per classificare questi ragazzi non serve ricorrere a categorizzazioni e classificazioni più articolate: da un punto di vista pedagogico le differenze di comportamento messe in atto si rivelano poco significative e salienti.
E’ piuttosto la presenza di maggiori categorie che rischia di mettere in atto interventi non individualizzati.
Allora tutti quei soggetti definiti a “rischio”, “disadattati” o “delinquenti”, sulla base dei loro
comportamenti vengono accumunati da un NOME UNICO→”RAGAZZI DIFFICILI”.
↓
Nonostante la poca rilevanza diamo comunque uno sguardo alle caratteristiche appartenenti alle
categorie dei “ragazzi difficili”:
Nel primo caso riconosciamo condizioni di povertà, alto tasso di disoccupazione, disagio abitativo e carenza di Servizi; nel secondo caso invece forme di rifiuto e abbandono.
Qui è importante fare riferimento all’aspetto dell’AMBIENTE: vi è infatti la PERCEZIONE SOCIALE, non corrispondente tuttavia alla realtà, che i ragazzi provenienti da questi ambienti siano più a rischio di altri nel mettere in atto comportamenti ed atti delinquenziali e dunque di essere arrestati.
Questo tuttavia non significa affatto che alcune aree siano più a rischio di altre, quanto piuttosto che chi proviene da un determinato contesto abbia maggiori probabilità di essere arrestato.
A tale percezione bisogna porre attenzione: essa porta infatti alla messa in atto di PRATICHE DI PREVENZIONE E DI CONTROLLO che non fanno altro che generare una PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA/ un’INFERNALE CIRCOLARITA’→ la maggiore presenza di polizia, ma anche la presenza di Servizi esistenti per prevenire la delinquenza minorile non fanno altro che svilupparla e accelerarla: ai destinatari viene riconosciuta una precisa IDENTITA’ NEGATIVA.
NB: Tutto questo non significa rinunciare a qualsiasi intervento, quanto piuttosto ricorrere ad INTERVENTI GLOBALI→ NON SOLTANTO PREVENTIVI, ORIENTATI CIOE’ AL FUTURO, ma al PRESENTE: l’intervento educativo deve in prima istanza RIDURRE IL DISAGIO ATTUALE garantendo al minore un ambiente positivo e attento al suo benessere ed al suo sviluppo.
Questa attenzione allo stato attuale del minore si interseca ovviamente con l’esigenza di PREVENIRE UN IPOTETICO SVILUPPO DEVIANTE→ dunque… intervenire nel presente è essenziale affinché nel futuro non si sviluppino comportamenti devianti.
Secondo Durkheim e Merton le cause della delinquenza sarebbero da ricercare all’interno del CONTESTO SOCIALE → secondo il classico schema mete-mezzi, le CLASSI SOCIALI PIU’ SVANTAGGIATE, non detenendo i mezzi necessari per accedere a mete auspicate all’interno della società, (il successo, la ricchezza ed il prestigio) ricorrerebbero alla DELINQUENZA, il mezzo più semplice per accedervi.
L’individuo, nonostante le attività vengano percepite in maniera negativa dalla società, riesce a trovare comunque appagamento → la banda infatti riconosce all’individuo possibilità di percepire autorealizzazione, protezione, senso di appartenenza e legami duraturi.
NB! Nonostante le teorie sopra esposte né la componente biologica né quella psicologia, familiare o sociale appaiono come causa dei comportamenti devianti.
↓ E’ importante considerare la DEVIANZA facendo riferimento alla PEDAGOGIA FENOMENOLOGICA. Questa si oppone alla PEDAGOGIA POSITIVISTICA, che considera il ragazzo difficile come condizionato dal suo ambiente, ritenendo invece il ragazzo difficile come SOGGETTO ATTIVO in grado di attribuire significato alla realtà. I fattori neurologici, i tratti della personalità, il contesto familiare e sociale sono tutti fattori importanti ma non possono essere visti come unica CAUSA dei comportamenti devianti→ nonostante sia possibile riscontrare , statisticamente parlando, una correlazione positiva tra tali condizioni e lo sviluppo della delinquenza essi concorrono a spiegare i singoli casi ma non possono essere percepite in termine generalizzabili. Allora… tali fattori devono essere sempre situati in un tessuto più ampio e complesso → bisogna tenere conto delle ATTRIBUZIONI DI SENSO PERSONALI: cioè del modo in cui il soggetto INTERPRETA LA REALTA’ , IL MONDO e gli EVENTI CHE LO CIRCONDANO → ci potremo allora chiedere: “cosa pensa l’individuo di una determinata azione? di un determinato gruppo o modello di vita deviante? E’ proprio sulla base dell’interpretazione della realtà che il soggetto progetta la sua esistenza ed è portato a discostarsi o uniformarsi alla delinquenza. E’ importante allora riconoscere la CENTRALITA’ DEL SOGGETTO e il suo RUOLO ATTIVO nella definizione di se stesso, delle sue azioni e del suo futuro→ questo permette infatti di individuare la possibilità di un CAMBIAMENTO nella vita del ragazzo, soprattutto in età evolutiva.
Riconoscere il “ruolo attivo del soggetto” non significa però disconoscere l’importanza dei fattori psicologici, familiari e sociali → il ragazzo si trova infatti a MEDIARE la sua interpretazione soggettiva con il contesto dato: l’attività intenzionale si svolge entro le costrizioni date dalla realtà. La soggettività dell’individuo dovrà dunque sempre fare i conti con le cose, con le situazioni e con le persone incontrate sul proprio cammino. Può succedere allora che il contesto familiare e sociale di riferimento (genitori possessivi, severi, appartenenti ad una subcultura criminale, quartieri poveri, degradati e dimenticati) influenzi negativamente la visione del Mondo del ragazzo e comporti di conseguenza l’assunzione di comportamenti devianti e criminali. Qual ora questo accadesse è necessario ricorrere ad INTERVENTI EDUCATIVI mirati non tanto a modificare il comportamento del ragazzo quanto più la sua visione del Mondo.
Quindi, per riassumere…. Le cause dei comportamenti anti-sociali sono da ricercare:
Entrambi questi fattori concorrono a definire la visione del Mondo del ragazzo e di conseguenza il suo pensiero, i suoi sentimenti, il suo agire…. La presenza di uno non esclude l’altro, anzi, la presenza di entrambi è fondamentale→ la causa del comportamento deviante non può essere ricercata nel singolo fattore.
Considerare la devianza attraverso un PARADIGMA FENOMENOLOGICO significa, come abbiamo già detto, considerare il ragazzo difficile come un soggetto dotato di una COSCIENZA INTENZIONALE: in grado ciò di attribuire significato a ciò che lo circonda.
↓
Allora cosa fa di un “ragazzo difficile” un “ragazzo difficile”? Sicuramente più fattori….
QUINDI… possiamo chiaramente affermare che i COMPORTAMENTI IRREGOLARI/ANTI-SOCIALI sono dati da una VISIONE DEL MONDO DISFUNZIONALE, da LIMITI NEL FUNZIONAMENTO DELLA COSCIENZA INTENZIONALE. Nel soggetto disadattato possiamo infatti riscontare:
Tra i vari comportamenti anti-sociali che possono svilupparsi in caso di assenza di intenzionalità troviamo:
▲ RICERCA CONTINUA DI UNA SODDISFAZIONE IMMEDIATA: siccome il ragazzo tende a vivere nel qui ed ora ricercherà perennemente una SODDISFAZIONE ATTUALE, la più globale e intensa possibile. Tuttavia, dato che il soggetto non ritiene se stesso come produttore di realtà egli non ricercherà la soddisfazione agendo consapevolmente ma adeguandosi alla realtà, sfruttandola, assorbendola il più possibile. Non vi sarà dunque mai un reale appagamento, la soddisfazione sarà illusoria, destinata ad esaurirsi da lì a poco→ un bisogno soddisfatto genera nel ragazzo disadattato l’esigenza di soddisfare immediatamente un altro bisogno.
E’ importante considerare inoltre che non soltanto il Mondo tende ad essere sfruttato ed assorbito ma anche l’altro: amico, genitore, conoscente che sia.
▲ FUGA DA SE’: il ragazzo, tende a percepire se stesso come NULLITA’. Troviamo qui sentimenti di svalutazione, non accettazione di sé, dei propri limiti e delle proprie capacità. Nasce allora il desiderio di ALIENAZIONE: il soggetto desidera annullarsi, sparire o diventare qualcun altro. Questo può generare DIPENDENZE: da sostanze stupefacenti o persone. Il soggetto si affida a queste ultime, lasciando decidere loro cosa fare di se stesso. Il soggetto, non percependosi come attore del Mondo non si impegnerà in un cambiamento, non cercherà di trasformarsi, di migliorare, ma accetterà passivamente la sua condizione.
▲ SVALORIZZAZIONE CONSAPEVOLE DI SE’→ anche qui, come nel caso precedente troviamo una IPER-SVALUTAZIONE DI SE’, ma contrariamente alla “fuga da sé” il soggetto è capace di comprendere se stesso. Questo è un modo di essere già più maturo: il fatto che il soggetto esprima un giudizio su di se rivela infatti un’adeguata capacità cognitiva. Qual ora il ragazzo possedesse un’elevata carica di energia vitale egli tenderà a precipitarsi nella vita ricercando continuamente il brivido, in grado di allontanare, almeno momentaneamente, il soggetto da quel sentimento di nullità: uso di sostanze, bullismo…. In caso invece di un’assenza di carica vitale il rischio maggiore è il suicidio (desiderio di annullamento. Alcuni ragazzi possono invece tendere all’ gregarismo: si tratta di aggregarsi ad un gruppo/una banda caratterizzata da componenti altrettanto disadattati che non possono fare altro che aumentare la messa in atto di comportamenti anti-sociali. Il soggetto ricerca qui la possibilità di mettere in atto un’azione senza essere ritenuto responsabile.
Il compito dell’operatore è allora quello di GUIDARE, ACCOMPAGNARE IL SOGGETTO AD ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA CIRCA IL SUO RUOLO ATTIVO, LA SUA AUTONOMIA, LA SUA COSCIENZA INTENZIONALE E LA SUA CAPACITA’ DI NEGOZIARE CON L’ALTRO. L’obiettivo non è quello di sostituire alla visione distorta del ragazzo quella dell’educatore, quanto più far leva sull’AUTONOMIA DEL SOGGETTO affinché egli costruisca una PROPRIA VISIONE DEL MONDO: egli deve comprendere che il Mondo, le cose e le persone possono essere diverse da come lui le ha percepite fino a quel momento. COME? E’ fondamentale che il ragazzo compia NUOVE ESPERIENZE e si apra a NUOVE POSSIBILITA’ capaci di aprirgli orizzonti diversi. Solo così nasceranno in lui nuove esigenze e nuovi interessi, solo così egli sarà in grado di staccarsi dalla sua vecchia visione del Mondo, una visione disfunzionale, e di acquisirne una nuova→ destrutturazione e ristrutturazione.
Quando parliamo della RELAZIONE TRA EDUCATORE ED EDUCANDO è importante tenere conto che perché l’intervento educativo riesca tra i due attori coinvolti deve svilupparsi un RICONOSCIMENTO RECIPROCO. Tuttavia questo sviluppo non è affatto imminente, molte cose possono intervenire per ostacolarlo: pregiudizi, fraintendimenti….
Come ben sappiamo la relazione educativa è ASIMMETRICA: educatore ed educando non sono infatti posti sullo stesso livello, non tanto perché il ragazzo disadattato è considerato come inferiore, come valente di meno ma proprio perché l’educatore possiede delle conoscenze che deve trasferire al soggetto in questione. Questa asimmetria può generare nel soggetto più debole, ovvero l’educando, un SENSO DI VULNERABILITA’ data in particolar modo dal fatto che il ragazzo si sente GIUDICATO : egli sa di essere visto come un “ragazzo difficile”, sa di trova all’interno di un contesto marcato, diverso dal quotidiano e sa bene che l’educatore detiene già delle informazioni su di lui. Inoltre anche il suo modo di vestire e di agire tendono ad attribuirgli un etichetta. Il ragazzo tenderà così a CHIUDERSI, a mostrarsi INACCESSIBILE, un muro invalicabile.
E’ di fondamentale importanza però che l’educatore si renda conto di NON ESSERE IMMUNE. Egli infatti è un attore sociale e come tale vive nel senso comune→ allontanarsi dai pregiudizi, mettere in parentesi le interpretazioni e le opinioni del Mondo è una però PRATICA ESSENZIALE nella relazione e nel lavoro educativo.
non sono pre-confezionati ma PERSONALIZZATI, istituiti “ad hoc”: tengono quindi conto della storia, delle caratteristiche e delle esigenze di ogni soggetto. Facciamo un esempio…. Di fronte ad uno sfruttamento del Mondo da parte del ragazzo è importante che l’educatore ne comprenda la sua visione del Mondo. Questo atteggiamento nasce da un sentimento di nullità del sé?: assenza di intenzionalità; o si tratta, al contrario, di un io percepito come onnipotente?: distorsione dell’intenzionalità. Come ben sappiamo ,infatti, i comportamenti possono essere simili, addirittura uguali ma questo non vale per la visione del Mondo che li ha generati. Nel primo caso allora sarà opportuno pensare ad un percorso rieducativo centrato su occasioni in cui il ragazzo può sperimentare il suo valore e le sue capacità personali; nel secondo bisognerà prevedere occasioni da cui emerga la necessità di adattare per proprie istanze ai vincoli dati dalla realtà e dall’incontro con l’altro.
♦ “IL VIVERE CON” Il “VIVERE CON” il ragazzo difficile è un aspetto più che centrale: permette infatti di conoscere e comprendere quest’ultimo ed il suo modo di percepire la realtà. Il “vivere con” tuttavia non deve limitarsi a passare del tempo insieme al ragazzo o vivere semplicemente accanto a lui→ all’interno della relazione educativa ricoprono un ruolo fondamentale le ATTIVITA’ , le ESPERIENZE. Può trattarsi di partecipare ad un gioco, di conoscere i suoi amici, di frequentare il suo ambiente abituale ma anche di coinvolgere il ragazzo in qualche attività inedita: un’attività sensata e soprattutto pensata per lui, coerente con le sue caratteristiche ed esigenze. Ecco, tutto questo porta ad approfondire la conoscenza e a fare in modo che si raggiunga una comprensione, anche reciproca.
Qui l’ OSSERVAZIONE ricopre un ruolo fondamentale per conoscere e comprendere il ragazzo, il suo punto di vista e la sua visione del Mondo e della realtà. Ma osservare però non significa soltanto guardare. L’osservazione in questo contesto deve essere vista come una PRATICA EDUCATIVA caratterizzata da:
Il fine dell’osservazione è allora quello di produrre una DESCRIZIONE DENSA del ragazzo, tenente conto: ✓ Dei fattori biologici, familiari, sociali e culturali che hanno influenzato la storia di vita del soggetto e la sua visione del Mondo; (genesi passiva); ✓ Del modo in cui il soggetto interpreta la realtà e ciò che lo circonda (genesi attiva).
Per conoscere e comprendere il ragazzo difficile risulta essenziale un LAVORO DI EQUIPE→ come ben sappiamo l’educatore non agisce in maniera isolata ma all’interno di un equipe, vista, da un punto di vista pedagogico, come un contenitore: di sentimenti, emozioni, dubbi, problematiche. L’educatore infatti è educatore ed in quanto tale non può sostituirsi allo psicologo, al sociologo, all’avvocato o all’assistente sociale. Occorre così la presenza di un GRUPPO contenente al suo interno più operatori, più professionisti, più conoscenze e soprattutto più punti di vista.
Tutti gli interventi pedagogici, ed in questo specifico caso la comprensione della visione del Mondo del ragazzo difficile, NECESSITANO DI PIU’ SGUARDI e di una NEGOZIAZIONE TRA DI ESSI. Lo sguardo di un solo operatore, per quanto competente e addestrato, infatti, rischia di portare ad una RICOSTRUZIONE DEL MONDO DEL RAGAZZO fortemente inficiata dal punto di vista dell’operatore, che come abbiamo visto non è mai un soggetto neutro. Dunque, per riassumere, la visione del Mondo da parte del ragazzo può essere compresa soltanto attraverso un OSSERVAZIONE DI EQUIPE e attraverso la NEGOZIAZIONE DI PIÙ SGUARDI, DI PIÙ INTERPRETAZIONI E PUNTI DI VISTA→ qui il lavoro di equipe risulta allora essenziale.
Parlando del lavoro di equipe è di fondamentale importanza fare riferimento al RUOLO DELL’EDUCATORE al suo interno. Egli riveste un ruolo molto significativo: INDIRIZZA IL LAVORO DI EQUIPE → deve fare in modo che tutti gli operatori/ gli specialisti coinvolti (psicologi, assistenti sociali, sociologi…) adottino uno sguardo pedagogico. Tutte le conoscenze messe in campo devono essere riconducibili al modello generale di una conoscenza finalizzata all’educazione. E questo è importante che avvenga fin dall’inizio, ancora prima della messa in atto dell’osservazione e di conseguenza ancora prima di qualsiasi conclusione ed interpretazione.
Qual ora le CONDIZIONI OGGETTIVE distorcessero la coscienza intenzionale del ragazzo l’ INTERVENTO EDUCATIVO dovrebbe mirare ad un CAMBIAMENTO DI QUELLE STESSE CONDIZIONI. Possibilità:
▲ OTTIMISMO ESISTENZIALE→ Come abbiamo visto, l’obiettivo principale dell’intervento rieducativo è il CAMBIAMENTO DELLA VISIONE DEL MONDO E DELLA REALTA’ DA PARTE DEL SOGGETTO. Diviene allora essenziale giungere all’OTTIMISMO ESISTENZIALE : quel SENTIMENTO DI APPAGAMENTO dato dal sentirsi protagonista, in grado di attribuire senso e significato alla realtà attraverso la mediazione con l’altro. Il ragazzo difficile, come ben sappiamo, in quanto caratterizzato da limiti dell’attività intenzionale, è perennemente investito da un sentimento di nullità ed impotenza: la frustrazione e l’insoddisfazione sono due costanti nella sua vita→ sia che il soggetto sia caratterizzato da un eccesso dell’io, sia che invece sia caratterizzato da un eccesso del Mondo.
Ma…. COME RAGGIUNGERE QUESTO OTTIMISMO ESISTENZIALE? COME CAMBIARE LA VISIONE DEL MONDO DEL RAGAZZO DIFFICILE?
INTERSOGGETTIVA: l’altro come soggetto attivo e dotato di una coscienza intenzionale.
✓ L’incontro con il gruppo→ è un’esperienza significativa per il soggetto in quanto porta a maturare un SENSO DI APPARTENENZA, un SENTIMENTO DEL NOI.
Il ruolo dell’educatore qui è centrale: egli dovrà fare in modo che il gruppo assuma un’opportuna configurazione (es. distribuzione ruoli e comportamenti di ruolo) senza però che ciò venga percepito dai ragazzi come una prescrizione imposta dall’esterno.
L’incontro con l’altro può essere agevolato dalla presenza di ATTIVITA’ → è importante che queste vengano svolte INSIEME, VISSUTE IN COMUNE e CONDIVISE.
E’ importante però che l’educatore presti ATTENZIONE ALLE DINAMICHE DEL GRUPPO.
COSA PUO’ SUCCEDERE?
Nei piccoli gruppi, formati per esempio da 5 o 6 ragazzi possono stabilirsi rapporti più intimi e personali tra alcuni dei componenti.
Questi ultimi non sono controproducenti in assoluto, anzi, possono creare sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco, ma possono impedire la costruzione di un “noi”.
I gruppi invece più ampi (10 persone) possono portare a stipulazioni di gerarchie, di ruoli e potere che spesso impediscono qualsiasi forma di comunicazione e conoscenza.
L’educatore dovrà allora REGOLARE LA COSTRUZIONE DEL GRUPPO: tenendone sotto controllo le dinamiche, la dimensione e la distribuzione dei ruoli e del potere.
E’ importante che il gruppo non ricrei, all’interno del percorso rieducativo, quelle pratiche di espulsione che i ragazzi hanno già in qualche modo subito.
della quotidianità, porta il ragazzo ad acquisire un nuovo sguardo, una nuova visione del Mondo. ✓ Un’identità personale svalorizzata può essere ricostruita se il soggetto si trova, inaspettatamente, capace di fare qualcosa. ✓ Allo stesso modo un’identità personale egocentrica può incrinarsi di fronte ad un’esperienza inaspettatamente impossibile.
Come abbiamo visto, l’ EDUCATORE E’ ESPERIENZA DELL’ALTRO → tra educatore e ragazzo difficile si instaura una relazione interpersonale e l’educatore, attraverso la sua figura e il suo ruolo, concorre ad influenzare il processo formativo.
E’ importante che l’educatore non imponga la propria visione del Mondo, egli non deve presentarsi come un modello da seguire→ la trasformazione della sua visione deve essere AUTONOMA, non deve essere obbligata dall’esterno. Il compito dell’operatore è allora quello di GUIDARE, ACCOMPAGNARE IL SOGGETTO AD ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA CIRCA IL SUO RUOLO ATTIVO, LA SUA AUTONOMIA, LA SUA COSCIENZA INTENZIONALE E LA SUA CAPACITA’ DI NEGOZIARE CON L’ALTRO. L’obiettivo non è quello di sostituire alla visione distorta del ragazzo quella dell’educatore, quanto più far leva sull’AUTONOMIA DEL SOGGETTO affinché egli costruisca una PROPRIA VISIONE DEL MONDO: egli deve comprendere che il Mondo, le cose e le persone possono essere diverse da come lui le ha percepite fino a quel momento.