Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Ragazzi difficili (Bertolini e Caronia), Prove d'esame di Pedagogia

Riassunto completo del libro (Non sono solita seguire sempre l'ordine di ciò che leggo e tendo a semplificare i concetti: non troverete così le esatte frasi/parole del libro).

Tipologia: Prove d'esame

2017/2018

Caricato il 06/08/2018

Eleonoracorbani
Eleonoracorbani 🇮🇹

4

(2)

4 documenti

1 / 26

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
RAGAZZI DIFFICILI
PEDAGOGIA INTERPRETATIVA E LINEE DI INTERVENTO
Piero Bertolini, Letizia Caronia
CAPITOLO 1: I RAGAZZI DIFFICILI
Il libro inizia con la presentazione di 4 casi ( Maurizio, Elena, Cristina e Marco): si tratta di storie
evidentemente diverse, di comportamenti non omogenei e di percorsi di vita non sovrapponibili….
ciò che gli accomuna è il fatto di essere RAGAZZI DIFFICILI.
RAGAZZI DIFFICILI:
Sono tutti quei ragazzi PERCEPITI COME TALI: i cui comportamenti sono percepiti come
DISSONANTI rispetto ad un MODELLO socialmente, culturalmente e storicamente
CONDIVISO.
Vi è inoltre una DIFFICOLTAA PERCEPIRSI COME SOGGETTI, in particolar modo nella
COSTRUZIONE DI SE’ COME SOGGETTO.
La categoria dei “ragazzi difficili” non è vasta come si può pensare: non comprende al proprio
interno chiunque: il termine “DIFFICILE” è qui inteso in senso FORTE e PEDAGOGICO
supera la soglia della problematicità provocando una condizione tale da richiedere un
INTERVENTO EDUCATIVO IMMEDIATO.
PERCHE’ UN’ UNICA CATEGORIA?
Per classificare questi ragazzi non serve ricorrere a categorizzazioni e classificazioni più articolate:
da un punto di vista pedagogico le differenze di comportamento messe in atto si rivelano poco
significative e salienti.
Questo mira ad allontanarsi da quelle che possiamo definire “ETICHETTE” considerare
Maurizio come un ragazzo difficile e non come un rapinatore significa non riconoscerlo
esclusivamente come un delinquente quanto più come una persona mettente in atto un
determinato COMPORTAMENTO, sistematico o occasionale che sia.
Significa inoltre considerare ogni CASO COME SINGOLO E UNICO individuare una
singola categoria non significa optare per un intervento generale e standardizzato, al contrario
significa richiamare l’attenzione all’ unicità dell’individuo.
E’ piuttosto la presenza di maggiori categorie che rischia di mettere in atto interventi non
individualizzati.
Allora tutti quei soggetti definiti a “rischio”, “disadattati” o “delinquenti”, sulla base dei loro
comportamenti vengono accumunati da un NOME UNICO”RAGAZZI DIFFICILI”.
Nonostante la poca rilevanza diamo comunque uno sguardo alle caratteristiche appartenenti alle
categorie dei “ragazzi difficili”:
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a

Anteprima parziale del testo

Scarica Ragazzi difficili (Bertolini e Caronia) e più Prove d'esame in PDF di Pedagogia solo su Docsity!

RAGAZZI DIFFICILI

PEDAGOGIA INTERPRETATIVA E LINEE DI INTERVENTO

Piero Bertolini, Letizia Caronia

CAPITOLO 1: I RAGAZZI DIFFICILI

Il libro inizia con la presentazione di 4 casi ( Maurizio, Elena, Cristina e Marco): si tratta di storie evidentemente diverse, di comportamenti non omogenei e di percorsi di vita non sovrapponibili…. ciò che gli accomuna è il fatto di essere RAGAZZI DIFFICILI.

  • RAGAZZI DIFFICILI:
  • Sono tutti quei ragazzi PERCEPITI COME TALI: i cui comportamenti sono percepiti come DISSONANTI rispetto ad un MODELLO socialmente, culturalmente e storicamente CONDIVISO.
  • Vi è inoltre una DIFFICOLTA’ A PERCEPIRSI COME SOGGETTI, in particolar modo nella COSTRUZIONE DI SE’ COME SOGGETTO.
  • La categoria dei “ragazzi difficili” non è vasta come si può pensare: non comprende al proprio interno chiunque: il termine “DIFFICILE” è qui inteso in senso FORTE e PEDAGOGICO→ supera la soglia della problematicità provocando una condizione tale da richiedere un INTERVENTO EDUCATIVO IMMEDIATO.

• PERCHE’ UN’ UNICA CATEGORIA?

Per classificare questi ragazzi non serve ricorrere a categorizzazioni e classificazioni più articolate: da un punto di vista pedagogico le differenze di comportamento messe in atto si rivelano poco significative e salienti.

  • Questo mira ad allontanarsi da quelle che possiamo definire “ETICHETTE” → considerare Maurizio come un ragazzo difficile e non come un rapinatore significa non riconoscerlo esclusivamente come un delinquente quanto più come una persona mettente in atto un determinato COMPORTAMENTO, sistematico o occasionale che sia.
  • Significa inoltre considerare ogni CASO COME SINGOLO E UNICO → individuare una singola categoria non significa optare per un intervento generale e standardizzato, al contrario significa richiamare l’attenzione all’ unicità dell’individuo.

E’ piuttosto la presenza di maggiori categorie che rischia di mettere in atto interventi non individualizzati.

Allora tutti quei soggetti definiti a “rischio”, “disadattati” o “delinquenti”, sulla base dei loro

comportamenti vengono accumunati da un NOME UNICO→”RAGAZZI DIFFICILI”.

Nonostante la poca rilevanza diamo comunque uno sguardo alle caratteristiche appartenenti alle

categorie dei “ragazzi difficili”:

  1. RAGAZZI A RISCHIO: I ragazzi a rischio sono ragazzi che vivono in una situazione caratterizzata da CARENZE MATERIALI e RELAZIONALI.

Nel primo caso riconosciamo condizioni di povertà, alto tasso di disoccupazione, disagio abitativo e carenza di Servizi; nel secondo caso invece forme di rifiuto e abbandono.

Qui è importante fare riferimento all’aspetto dell’AMBIENTE: vi è infatti la PERCEZIONE SOCIALE, non corrispondente tuttavia alla realtà, che i ragazzi provenienti da questi ambienti siano più a rischio di altri nel mettere in atto comportamenti ed atti delinquenziali e dunque di essere arrestati.

Questo tuttavia non significa affatto che alcune aree siano più a rischio di altre, quanto piuttosto che chi proviene da un determinato contesto abbia maggiori probabilità di essere arrestato.

A tale percezione bisogna porre attenzione: essa porta infatti alla messa in atto di PRATICHE DI PREVENZIONE E DI CONTROLLO che non fanno altro che generare una PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA/ un’INFERNALE CIRCOLARITA’→ la maggiore presenza di polizia, ma anche la presenza di Servizi esistenti per prevenire la delinquenza minorile non fanno altro che svilupparla e accelerarla: ai destinatari viene riconosciuta una precisa IDENTITA’ NEGATIVA.

NB: Tutto questo non significa rinunciare a qualsiasi intervento, quanto piuttosto ricorrere ad INTERVENTI GLOBALI→ NON SOLTANTO PREVENTIVI, ORIENTATI CIOE’ AL FUTURO, ma al PRESENTE: l’intervento educativo deve in prima istanza RIDURRE IL DISAGIO ATTUALE garantendo al minore un ambiente positivo e attento al suo benessere ed al suo sviluppo.

Questa attenzione allo stato attuale del minore si interseca ovviamente con l’esigenza di PREVENIRE UN IPOTETICO SVILUPPO DEVIANTE→ dunque… intervenire nel presente è essenziale affinché nel futuro non si sviluppino comportamenti devianti.

  1. RAGAZZI DISADATTATI: In questo caso la difficoltà non la individuiamo solo nel contesto di vita del ragazzo ma nella sua ASSUNZIONE DI COMPORTAMENTI DISADATTIVI. Sono adolescenti o pre-adolescenti che in risposta ad un ambiente di vita inadeguato hanno assunto ATTEGGIAMENTI LESIVI DI SE O DEL CONTESTO IN CUI VIVONO: atteggiamenti svalutativi, come il senso permanente di fallimento o atteggiamenti irregolari come fughe da casa, abbandono della scuola, furti, aggressività verso persone o cose….ù
  2. RAGAZZI DELINQUENTI: Qui intendiamo tutti quei ragazzi che hanno INFRANTO LA LEGGE e che con la giustizia si trovano dunque in una situazione di “difficoltà”. Le loro ESPERIENZE DI VITA, sicuramente analoghe a quelle degli altri “ragazzi difficili” fanno sì che questi soggetti NON RIESCANO A SODDISFARE BISOGNI ESSENZIALI, quali bisogno di partecipazione, autonomia, sicurezza, autostima che caratterizzano la fase adolescenziale. A questo proposito risulta essenziale un riferimento alla CRIMINALITA’ ORGANIZZATA: in questo caso la partecipazione a queste “bande” non deriva tanto da un contesto di vita problematico quanto più da un PROGRESSIVO ADEGUAMENTO AD UN MODELLO

3. CAUSE DA RICERCARE NEL CONTESTO SOCIALE:

Secondo Durkheim e Merton le cause della delinquenza sarebbero da ricercare all’interno del CONTESTO SOCIALE → secondo il classico schema mete-mezzi, le CLASSI SOCIALI PIU’ SVANTAGGIATE, non detenendo i mezzi necessari per accedere a mete auspicate all’interno della società, (il successo, la ricchezza ed il prestigio) ricorrerebbero alla DELINQUENZA, il mezzo più semplice per accedervi.

L’individuo, nonostante le attività vengano percepite in maniera negativa dalla società, riesce a trovare comunque appagamento → la banda infatti riconosce all’individuo possibilità di percepire autorealizzazione, protezione, senso di appartenenza e legami duraturi.

NB! Nonostante le teorie sopra esposte né la componente biologica né quella psicologia, familiare o sociale appaiono come causa dei comportamenti devianti.

  • Non tutti i soggetti anaffettivi, immaturi o aggressivi tendono a mettere in atto comportamenti antisociali, e non tutti i comportamenti antisociali sono messi in atto da ragazzi anaffettivi, immaturi e aggressivi;
  • Allo stesso modo non tutti i ragazzi con danni neurologici tendono a mettere in atto comportamenti devianti e non tutti i comportamenti devianti sono messi in atto da ragazzi caratterizzati da problematiche neurologiche;
  • Così come non tutti i ragazzi appartenenti a contesti familiari “difficili” passano alla messa in atto di comportamenti delinquenziali→ la famiglia, così come il contesto sociale e culturale offrono al soggetto un CAMPO DI POSSIBILITA’, in questo campo però il soggetto è LIBERO, libero di rimodellare, di risignificare, di discostarsi….
  • Infine… neanche l’esposizione a modelli o gruppi devianti determina l’assunzione di tali comportamenti→ bisogna discostarsi dal senso comune secondo il quale basterebbe frequentare “cattive compagnie” per diventare assumere atteggiamenti delinquenziali. Molti educatori, assistenti sociali o avvocati hanno contatti frequenti con persone devianti, ma non diventano per questo delinquenti.

↓ E’ importante considerare la DEVIANZA facendo riferimento alla PEDAGOGIA FENOMENOLOGICA. Questa si oppone alla PEDAGOGIA POSITIVISTICA, che considera il ragazzo difficile come condizionato dal suo ambiente, ritenendo invece il ragazzo difficile come SOGGETTO ATTIVO in grado di attribuire significato alla realtà. I fattori neurologici, i tratti della personalità, il contesto familiare e sociale sono tutti fattori importanti ma non possono essere visti come unica CAUSA dei comportamenti devianti→ nonostante sia possibile riscontrare , statisticamente parlando, una correlazione positiva tra tali condizioni e lo sviluppo della delinquenza essi concorrono a spiegare i singoli casi ma non possono essere percepite in termine generalizzabili. Allora… tali fattori devono essere sempre situati in un tessuto più ampio e complesso → bisogna tenere conto delle ATTRIBUZIONI DI SENSO PERSONALI: cioè del modo in cui il soggetto INTERPRETA LA REALTA’ , IL MONDO e gli EVENTI CHE LO CIRCONDANO → ci potremo allora chiedere: “cosa pensa l’individuo di una determinata azione? di un determinato gruppo o modello di vita deviante? E’ proprio sulla base dell’interpretazione della realtà che il soggetto progetta la sua esistenza ed è portato a discostarsi o uniformarsi alla delinquenza. E’ importante allora riconoscere la CENTRALITA’ DEL SOGGETTO e il suo RUOLO ATTIVO nella definizione di se stesso, delle sue azioni e del suo futuro→ questo permette infatti di individuare la possibilità di un CAMBIAMENTO nella vita del ragazzo, soprattutto in età evolutiva.

Riconoscere il “ruolo attivo del soggetto” non significa però disconoscere l’importanza dei fattori psicologici, familiari e sociali → il ragazzo si trova infatti a MEDIARE la sua interpretazione soggettiva con il contesto dato: l’attività intenzionale si svolge entro le costrizioni date dalla realtà. La soggettività dell’individuo dovrà dunque sempre fare i conti con le cose, con le situazioni e con le persone incontrate sul proprio cammino. Può succedere allora che il contesto familiare e sociale di riferimento (genitori possessivi, severi, appartenenti ad una subcultura criminale, quartieri poveri, degradati e dimenticati) influenzi negativamente la visione del Mondo del ragazzo e comporti di conseguenza l’assunzione di comportamenti devianti e criminali. Qual ora questo accadesse è necessario ricorrere ad INTERVENTI EDUCATIVI mirati non tanto a modificare il comportamento del ragazzo quanto più la sua visione del Mondo.

Quindi, per riassumere…. Le cause dei comportamenti anti-sociali sono da ricercare:

  1. Nella VISIONE SOGGETTIVA del ragazzo, nel modo in cui egli attribuisce senso e significato al Mondo, alla realtà circostante→ questo in quanto attore, dotato di coscienza intenzionale;
  2. Nelle ESPERIENZE OGGETTIVE→ i fattori biologici, l’ambiente familiare, sociale, culturale e storico. Alcune particolari sofferenze psichiche, alcune carenze sul piano affettivo, l’esposizione a certi modelli di comportamento e a certi stili di vita non sono affatto irrilevanti nell’indirizzare la visione del Mondo del ragazzo difficile. Indirizzano però, non determinato→ riconoscono cioè al ragazzo delle possibili interpretazioni della realtà; sarà poi lui a decidere se accordarvisi o discostarvisi. Non per l’altro uno dei luoghi comuni più diffusi sui ragazzi difficili è che sarebbero “cresciuti troppo in fretta” in quanto esposti precocemente ad esperienze significative. Si parla infatti di incongruenza tra l’età e le esperienze compiute.

Entrambi questi fattori concorrono a definire la visione del Mondo del ragazzo e di conseguenza il suo pensiero, i suoi sentimenti, il suo agire…. La presenza di uno non esclude l’altro, anzi, la presenza di entrambi è fondamentale→ la causa del comportamento deviante non può essere ricercata nel singolo fattore.

CAPITOLO 3: IL PARADIGMA FENOMENOLOGICO

Considerare la devianza attraverso un PARADIGMA FENOMENOLOGICO significa, come abbiamo già detto, considerare il ragazzo difficile come un soggetto dotato di una COSCIENZA INTENZIONALE: in grado ciò di attribuire significato a ciò che lo circonda.

  • ATTRIBUIRE SIGNIFICATO AL MONDO→ La REALTA’ non è già data e per questo non si impone al soggetto, piuttosto ATTENDE UN SIGNIFICATO da quest’ultimo.

  • TRA AUTONOMIA E INDIPENDENZA Tuttavia il soggetto NON E’ ONNIPOTENTE! Perché il Mondo non appaia al soggetto come un’ allucinazione, come qualcosa discostato dalla realtà è fondamentale che venga percepito anche “OGGETTIVAMENTE”: come unico ed identico per tutti. E’ importante allora che avvenga una NEGOZIAZIONE TRA SENSO SOGGETTIVO (personale) E SENSO OGGETTIVO (condiviso). Il soggetto è dotato sì di una coscienza intenzionale ma bisogna tenere conto del fatto che abita un TERRITORIO DAI CONFINI GIA’ TRACCIATI : esistono dei VINCOLI, dei LIMITI POSTI DALLA REALTA’ da cui dipende la visione personale del soggetto.

DELLE SUE PAROLE, DELLE SUE AZIONI, DEI SUOI PENSIERI E DELLE SUE

EMOZIONI.

CAPITOLO 4: DEVIANZA MINORILE E PARADIGMA

PEDAGOGICO

• RAGAZZI DIFFICILI, PERCHE’?

Allora cosa fa di un “ragazzo difficile” un “ragazzo difficile”? Sicuramente più fattori….

  • Da un lato troviamo la COSCIENZA INTENZIONALE DELL’INDIVIDUO: il fatto che egli interpreta personalmente la realtà e ciò che lo circonda→ una visione del Mondo non è soltanto un insieme di valori e di certezze ma qualcosa che influenza il nostro modo di agire, di pensare, di percepire, e così anche il modo in cui ci collochiamo nel Mondo e ci orientiamo al futuro. Il ragazzo difficile è dunque colui che è caratterizzato da una VISIONE DEL MONDO DISTORTA, DISFUNZIONALE.
  • Dall’altro lato l’INFLUENZA DEL CONTESTO: familiare, sociale, culturale e storico all’interno del quale il soggetto è inserito.

QUINDI… possiamo chiaramente affermare che i COMPORTAMENTI IRREGOLARI/ANTI-SOCIALI sono dati da una VISIONE DEL MONDO DISFUNZIONALE, da LIMITI NEL FUNZIONAMENTO DELLA COSCIENZA INTENZIONALE. Nel soggetto disadattato possiamo infatti riscontare:

  1. ASSENZA DI INTENZIONALITA’ (ECCESSO DEL MONDO)→ il soggetto non percepisce se stesso attivamente, come un individuo in grado di attribuire senso e significato al Mondo e a ciò che lo circonda. Accetta dunque ciò che gli propone la realtà così com’è, si adegua al Mondo dato. I soggetti caratterizzati da un’assenza di intenzionalità sono orientati esclusivamente al qui ed ora, al presente. Non vedono un futuro e non vedendo un futuro non si pongono obiettivi, risultati da raggiungere. Questo non può che avere esiti negativi: il ragazzo si fa trascinare dalla realtà, e non cercando di modificarla vive in un fatalismo devastante.

Tra i vari comportamenti anti-sociali che possono svilupparsi in caso di assenza di intenzionalità troviamo:

▲ RICERCA CONTINUA DI UNA SODDISFAZIONE IMMEDIATA: siccome il ragazzo tende a vivere nel qui ed ora ricercherà perennemente una SODDISFAZIONE ATTUALE, la più globale e intensa possibile. Tuttavia, dato che il soggetto non ritiene se stesso come produttore di realtà egli non ricercherà la soddisfazione agendo consapevolmente ma adeguandosi alla realtà, sfruttandola, assorbendola il più possibile. Non vi sarà dunque mai un reale appagamento, la soddisfazione sarà illusoria, destinata ad esaurirsi da lì a poco→ un bisogno soddisfatto genera nel ragazzo disadattato l’esigenza di soddisfare immediatamente un altro bisogno.

E’ importante considerare inoltre che non soltanto il Mondo tende ad essere sfruttato ed assorbito ma anche l’altro: amico, genitore, conoscente che sia.

▲ FUGA DA SE’: il ragazzo, tende a percepire se stesso come NULLITA’. Troviamo qui sentimenti di svalutazione, non accettazione di sé, dei propri limiti e delle proprie capacità. Nasce allora il desiderio di ALIENAZIONE: il soggetto desidera annullarsi, sparire o diventare qualcun altro. Questo può generare DIPENDENZE: da sostanze stupefacenti o persone. Il soggetto si affida a queste ultime, lasciando decidere loro cosa fare di se stesso. Il soggetto, non percependosi come attore del Mondo non si impegnerà in un cambiamento, non cercherà di trasformarsi, di migliorare, ma accetterà passivamente la sua condizione.

▲ SVALORIZZAZIONE CONSAPEVOLE DI SE’→ anche qui, come nel caso precedente troviamo una IPER-SVALUTAZIONE DI SE’, ma contrariamente alla “fuga da sé” il soggetto è capace di comprendere se stesso. Questo è un modo di essere già più maturo: il fatto che il soggetto esprima un giudizio su di se rivela infatti un’adeguata capacità cognitiva. Qual ora il ragazzo possedesse un’elevata carica di energia vitale egli tenderà a precipitarsi nella vita ricercando continuamente il brivido, in grado di allontanare, almeno momentaneamente, il soggetto da quel sentimento di nullità: uso di sostanze, bullismo…. In caso invece di un’assenza di carica vitale il rischio maggiore è il suicidio (desiderio di annullamento. Alcuni ragazzi possono invece tendere all’ gregarismo: si tratta di aggregarsi ad un gruppo/una banda caratterizzata da componenti altrettanto disadattati che non possono fare altro che aumentare la messa in atto di comportamenti anti-sociali. Il soggetto ricerca qui la possibilità di mettere in atto un’azione senza essere ritenuto responsabile.

  1. DISTORSIONE DI INTENZIONALITA’ (ECCESSO DELL’IO)→ in questo caso vi è un ECCESSO DI ONNIPOTENZA: il ragazzo difficile non accetta i limiti oggettivi impostigli dal Mondo e soprattutto non riconosce l’altro come soggetto attivo; quest’ultimo semplicemente non esiste, è ridotto ad oggetto. Questi ragazzi sono coloro che pensano di poter fare qualsiasi cosa senza effettive conseguenze. Tra gli effetti di questa distorsione possiamo riscontrare: incapacità di comunicare con l’altro, aggressività, violenza, ribellione, disobbedienza, senso di irresponsabilità. Qual ora la realtà quotidiana contraddicesse il ragazzo difficile ed il suo senso di onnipotenza egli tenderebbe a percepire il Mondo come ostile, contro di lui. Questi ragazzi possono inoltre stabilire mete troppo alte, ambiziose per loro→ vi è uno scarto tra un sé ideale ed un sé reale.

Il compito dell’operatore è allora quello di GUIDARE, ACCOMPAGNARE IL SOGGETTO AD ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA CIRCA IL SUO RUOLO ATTIVO, LA SUA AUTONOMIA, LA SUA COSCIENZA INTENZIONALE E LA SUA CAPACITA’ DI NEGOZIARE CON L’ALTRO. L’obiettivo non è quello di sostituire alla visione distorta del ragazzo quella dell’educatore, quanto più far leva sull’AUTONOMIA DEL SOGGETTO affinché egli costruisca una PROPRIA VISIONE DEL MONDO: egli deve comprendere che il Mondo, le cose e le persone possono essere diverse da come lui le ha percepite fino a quel momento. COME? E’ fondamentale che il ragazzo compia NUOVE ESPERIENZE e si apra a NUOVE POSSIBILITA’ capaci di aprirgli orizzonti diversi. Solo così nasceranno in lui nuove esigenze e nuovi interessi, solo così egli sarà in grado di staccarsi dalla sua vecchia visione del Mondo, una visione disfunzionale, e di acquisirne una nuova→ destrutturazione e ristrutturazione.

  • EDUCARE E RIEDUCARE: analogie e differenze…. Tra le ANALOGIE troviamo:
  • Il fatto che entrambe le pratiche cerchino di portare il soggetto a prendere consapevolezza circa il suo ruolo attivo e la sua coscienza intenzionale;
  • E l’orientamento al futuro→ ogni evento educativo è centrato sulla dimensione temporale del futuro. Tra le DIFFERENZE invece riscontriamo il ritmo di intervento:
  • L’intervento RIEDUCATIVO avente come protagonista il ragazzo difficile, si trova a richiedere immediatezza e drasticità→ il soggetto ha infatti avuto modo di consolidare una certa visione del Mondo, il “problema” è esistente e presente, bisogna intervenire nel più breve tempo possibile.
  • L’intervento EDUCATIVO non vede invece un ragazzo disadattato e può essere messo in atto in maniera graduale e progressiva.
  • INTERVENIRE Presentiamo qui un insieme di MOMENTI da seguire che tuttavia non devono essere visti come una tabella di marcia, una sequenza obbligata, tanto più un MODELLO FLESSIBILE al quale fare riferimento. I momenti che presentiamo infatti tendono ad intrecciarsi, a sovrapporsi e a scivolare l’uno sull’altro. Siccome gli interventi educativi non sono pre-confezionati ma ad hoc a questo modello si farà riferimento tenendo conto di ogni singolo caso.
  1. PRIMO MOMENTO→ CONOSCERE IL RAGAZZO DIFFICILE non significa soltanto recuperare il maggior numero di informazioni possibili circa la sua storia di vita, il suo ambiente familiare e sociale, quanto più METTERSI NEI SUOI PANNI, GUARDARE IL MONDO ATTRAVERSO IL SUO PUNTO DI VISTA. Per farlo è essenziale ricorrere all’OSSERVAZIONE: osservare serve PER COMPRENDERE. Osservare non significa limitarsi a guardare ma appare quanto più come un MOMENTO DI RELAZIONE E COMUNICAZIONE.
  2. SECONDO MOMENTO→ destrutturare la visione del Mondo dell’individuo affinché egli ne costruisca una nuova, soggettiva e personale. Come? E’ importante stimolare il ragazzo da un punto di vista psico-fisico, proporgli ATTIVITA’ ed ESPERIENZE che lo aprano al nuovo, a nuovi interessi e a nuove esigenze. E’ di fondamentale importanza soddisfare suoi bisogni base, sollecitare alcune sue capacità e colmare le lacune presenti…
  1. COSTRUZIONE DI UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO→ questo è il momento conclusivo in cui il ragazzo prende consapevolezza del suo RUOLO ATTIVO, discostandosi così dal vecchia visione della realtà, dai vecchi significati attributi al Mondo. Si parla di DESTRUTTURAZIONE della vecchia visione del Mondo (disfunzionale) e di RISTRUTTURAZIONE di una nuova E’ di fondamentale importanza, come già abbiamo detto, che questa TRASFORMAZIONE avvenga in maniera AUTONOMA E GRADUALE, il soggetto non deve essere obbligato dall’esterno.
  • TRA DIPENDENZA E AUTONOMIA Come abbiamo visto in precedenza, il ragazzo difficile si trova inserito all’interno di una reta tra AUTONOMIA (possibilità di attribuire significato al Mondo) e DIPENDENZA (il Mondo è portato a porre dei limiti del reale). Tuttavia quando parliamo di dipendenza e autonomia non intendiamo soltanto quella dell’individuo nei confronti del Mondo; è importante fare riferimento all’autonomia e alla dipendenza che attraversano il RAPPORTO EDUCATORE ED EDUCANDO. L’educatore deve agire nel RISPETTO DELL’ AUTONOMIA del ragazzo difficile, egli deve assumere una funzione di guida ma non obbligarlo ad una visione del Mondo stabilita da lui. Il soggetto è infatti autonomo e attivo. Nonostante il ruolo attivo dell’educando tra lui e l’educatore si instaura comunque una RELAZIONE DI DIPENDENZA RECIPROCA→ non è soltanto il ragazzo disadattato a dipendere dall’osservatore ma è anche quest’ultimo a dipendere dall’educando: intanto perché l’intervento educativo funzioni è fondamentale che vi sia un riconoscimento ed una fiducia reciproca; inoltre non bisogna tralasciare l’esistenza del flusso di comunicazione che va dall’educatore all’educando. Questo aspetto non può essere ignorato perché farlo conferirebbe all’operatore una posizione passiva ed immobile, e così non è.

CAPITOLO 6: CONOSCERE E COMPRENDERE

• RELAZIONE PEDAGOGICA

Quando parliamo della RELAZIONE TRA EDUCATORE ED EDUCANDO è importante tenere conto che perché l’intervento educativo riesca tra i due attori coinvolti deve svilupparsi un RICONOSCIMENTO RECIPROCO. Tuttavia questo sviluppo non è affatto imminente, molte cose possono intervenire per ostacolarlo: pregiudizi, fraintendimenti….

Come ben sappiamo la relazione educativa è ASIMMETRICA: educatore ed educando non sono infatti posti sullo stesso livello, non tanto perché il ragazzo disadattato è considerato come inferiore, come valente di meno ma proprio perché l’educatore possiede delle conoscenze che deve trasferire al soggetto in questione. Questa asimmetria può generare nel soggetto più debole, ovvero l’educando, un SENSO DI VULNERABILITA’ data in particolar modo dal fatto che il ragazzo si sente GIUDICATO : egli sa di essere visto come un “ragazzo difficile”, sa di trova all’interno di un contesto marcato, diverso dal quotidiano e sa bene che l’educatore detiene già delle informazioni su di lui. Inoltre anche il suo modo di vestire e di agire tendono ad attribuirgli un etichetta. Il ragazzo tenderà così a CHIUDERSI, a mostrarsi INACCESSIBILE, un muro invalicabile.

E’ di fondamentale importanza però che l’educatore si renda conto di NON ESSERE IMMUNE. Egli infatti è un attore sociale e come tale vive nel senso comune→ allontanarsi dai pregiudizi, mettere in parentesi le interpretazioni e le opinioni del Mondo è una però PRATICA ESSENZIALE nella relazione e nel lavoro educativo.

non sono pre-confezionati ma PERSONALIZZATI, istituiti “ad hoc”: tengono quindi conto della storia, delle caratteristiche e delle esigenze di ogni soggetto. Facciamo un esempio…. Di fronte ad uno sfruttamento del Mondo da parte del ragazzo è importante che l’educatore ne comprenda la sua visione del Mondo. Questo atteggiamento nasce da un sentimento di nullità del sé?: assenza di intenzionalità; o si tratta, al contrario, di un io percepito come onnipotente?: distorsione dell’intenzionalità. Come ben sappiamo ,infatti, i comportamenti possono essere simili, addirittura uguali ma questo non vale per la visione del Mondo che li ha generati. Nel primo caso allora sarà opportuno pensare ad un percorso rieducativo centrato su occasioni in cui il ragazzo può sperimentare il suo valore e le sue capacità personali; nel secondo bisognerà prevedere occasioni da cui emerga la necessità di adattare per proprie istanze ai vincoli dati dalla realtà e dall’incontro con l’altro.

“IL VIVERE CON” Il “VIVERE CON” il ragazzo difficile è un aspetto più che centrale: permette infatti di conoscere e comprendere quest’ultimo ed il suo modo di percepire la realtà. Il “vivere con” tuttavia non deve limitarsi a passare del tempo insieme al ragazzo o vivere semplicemente accanto a lui→ all’interno della relazione educativa ricoprono un ruolo fondamentale le ATTIVITA’ , le ESPERIENZE. Può trattarsi di partecipare ad un gioco, di conoscere i suoi amici, di frequentare il suo ambiente abituale ma anche di coinvolgere il ragazzo in qualche attività inedita: un’attività sensata e soprattutto pensata per lui, coerente con le sue caratteristiche ed esigenze. Ecco, tutto questo porta ad approfondire la conoscenza e a fare in modo che si raggiunga una comprensione, anche reciproca.

♦ L’OSSERVAZIONE

Qui l’ OSSERVAZIONE ricopre un ruolo fondamentale per conoscere e comprendere il ragazzo, il suo punto di vista e la sua visione del Mondo e della realtà. Ma osservare però non significa soltanto guardare. L’osservazione in questo contesto deve essere vista come una PRATICA EDUCATIVA caratterizzata da:

  • Intenzionalità
  • Un metodo: cosa osservare? come osservare? quando osservare e per quanto tempo?
  • Un obiettivo: conoscere, comprendere l’altro.

Il fine dell’osservazione è allora quello di produrre una DESCRIZIONE DENSA del ragazzo, tenente conto: ✓ Dei fattori biologici, familiari, sociali e culturali che hanno influenzato la storia di vita del soggetto e la sua visione del Mondo; (genesi passiva); ✓ Del modo in cui il soggetto interpreta la realtà e ciò che lo circonda (genesi attiva).

♦ IL LAVORO DI EQUIPE

Per conoscere e comprendere il ragazzo difficile risulta essenziale un LAVORO DI EQUIPE→ come ben sappiamo l’educatore non agisce in maniera isolata ma all’interno di un equipe, vista, da un punto di vista pedagogico, come un contenitore: di sentimenti, emozioni, dubbi, problematiche. L’educatore infatti è educatore ed in quanto tale non può sostituirsi allo psicologo, al sociologo, all’avvocato o all’assistente sociale. Occorre così la presenza di un GRUPPO contenente al suo interno più operatori, più professionisti, più conoscenze e soprattutto più punti di vista.

Tutti gli interventi pedagogici, ed in questo specifico caso la comprensione della visione del Mondo del ragazzo difficile, NECESSITANO DI PIU’ SGUARDI e di una NEGOZIAZIONE TRA DI ESSI. Lo sguardo di un solo operatore, per quanto competente e addestrato, infatti, rischia di portare ad una RICOSTRUZIONE DEL MONDO DEL RAGAZZO fortemente inficiata dal punto di vista dell’operatore, che come abbiamo visto non è mai un soggetto neutro. Dunque, per riassumere, la visione del Mondo da parte del ragazzo può essere compresa soltanto attraverso un OSSERVAZIONE DI EQUIPE e attraverso la NEGOZIAZIONE DI PIÙ SGUARDI, DI PIÙ INTERPRETAZIONI E PUNTI DI VISTA→ qui il lavoro di equipe risulta allora essenziale.

Parlando del lavoro di equipe è di fondamentale importanza fare riferimento al RUOLO DELL’EDUCATORE al suo interno. Egli riveste un ruolo molto significativo: INDIRIZZA IL LAVORO DI EQUIPE → deve fare in modo che tutti gli operatori/ gli specialisti coinvolti (psicologi, assistenti sociali, sociologi…) adottino uno sguardo pedagogico. Tutte le conoscenze messe in campo devono essere riconducibili al modello generale di una conoscenza finalizzata all’educazione. E questo è importante che avvenga fin dall’inizio, ancora prima della messa in atto dell’osservazione e di conseguenza ancora prima di qualsiasi conclusione ed interpretazione.

CAPITOLO 7: VERSO IL CAMBIAMENTO, LE PRIME

STRATEGIE EDUCATIVE

CAPITOLO 8: LA DILATAZIONE DEL CAMPO DI

ESPERIENZA, NUOVI ORIZZONTI DI SENSO

• I PRIMI MOMENTO DEL PERCORSO RIEDUCATIVO

Qual ora le CONDIZIONI OGGETTIVE distorcessero la coscienza intenzionale del ragazzo l’ INTERVENTO EDUCATIVO dovrebbe mirare ad un CAMBIAMENTO DI QUELLE STESSE CONDIZIONI. Possibilità:

  1. SOSTEGNO PSICOTERAPEUTICO
  2. PRESENZA DI UN EDUCATORE NELLA VITA QUOTIDIANA DEL RAGAZZO
  3. (^) CARCERE Può succedere che, per la messa in atto di comportamenti anti-sociali gravi, il ragazzo difficile venga arrestato. Il punto di vista con cui il ragazzo guarda alla carcerazione è di estrema importanza in quanto influisce direttamente sull’intervento educativo. Il detenuto potrà guardare alla detenzione come una sorta di incidente di percorso o ancora peggio come una punizione, una vendetta della società nei suoi confronti.

OTTIMISMO ESISTENZIALE→ Come abbiamo visto, l’obiettivo principale dell’intervento rieducativo è il CAMBIAMENTO DELLA VISIONE DEL MONDO E DELLA REALTA’ DA PARTE DEL SOGGETTO. Diviene allora essenziale giungere all’OTTIMISMO ESISTENZIALE : quel SENTIMENTO DI APPAGAMENTO dato dal sentirsi protagonista, in grado di attribuire senso e significato alla realtà attraverso la mediazione con l’altro. Il ragazzo difficile, come ben sappiamo, in quanto caratterizzato da limiti dell’attività intenzionale, è perennemente investito da un sentimento di nullità ed impotenza: la frustrazione e l’insoddisfazione sono due costanti nella sua vita→ sia che il soggetto sia caratterizzato da un eccesso dell’io, sia che invece sia caratterizzato da un eccesso del Mondo.

Ma…. COME RAGGIUNGERE QUESTO OTTIMISMO ESISTENZIALE? COME CAMBIARE LA VISIONE DEL MONDO DEL RAGAZZO DIFFICILE?

  1. Strategie pedagogiche indirette In aggiunta alla dilatazione del campo di esperienze e di opportunità è essenziale che vengano messe in atto delle PRATICHE DI RESTITUZIONE : è indispensabile colmare ogni carenza del ragazzo: materiale, affettiva o formativa che sia. Sarebbe del tutto inutile proporre al ragazzo esperienze “del bello” mentre la sua vita continua a svolgersi all’insegna della “mancanza”. Soprattutto dal punto di vista affettivo: il soggetto deve avere la possibilità di vivere rapporti affettivi adeguati. Qui le gratificazioni personali sono un aspetto centrale: i successi personali, anche se mediocri, devono essere valorizzati. In fondo l’immagine che un soggetto ha di se deriva in parte dall’immagine che l’altro rinvia al soggetto stesso.
  2. Strategie dirette: l’educazione al bello EDUCARE AL BELLO ciò che caratterizza i ragazzi difficili, nella maggior parte dei casi, è una sordità al bello, dovuta ad un’ assenza di esperienze di questo tipo nella loro vita.
  • E’ però importante che il ragazzo sappia cogliere il valore ed il significato delle bellezza→ se questo presupposto ancora non esiste, se il ragazzo è in grado di coglierla soltanto come qualcosa di cui appropriarsi e poi consumare sarà opportuno PROCEDERE PER GRADI. E’ possibile allora prevedere un PERCORSO che partendo da esperienze del “BELLO NATURALE” giunga al “BELLO ARTIFICIALE”. Così da gite in montagna, sport ambientali e tramonti in montagna si passerà alla visita di musei, mostre e gallerie o per esempio allo scatto di fotografie.
  • E’ importante considerare inoltre che non è tanto importante l’attività in sé quanto il fatto che queste attività permettono al ragazzo di acquisire una nuova visione del Mondo e di conseguenza di COGLIERE LA BELLEZZA nella realtà quotidiana, nelle cose, nelle esperienze e nelle persone. Non si insegnerà allora al ragazzo a usare una macchina fotografica perché egli divenga bravo a scattare fotografie quanto più perché egli impari a cogliere la bellezza che lo circonda. Ovviamente non si parla di una bellezza data o imposta, ma di una BELLEZZA SOGGETTIVA→ la bellezza infatti è frutto di un INTERPRETAZIONE PERSONALE. Diviene dunque centrale il riferimento all’ ALTRO e soprattutto la DISCUSSIONE CON L’ALTRO: trovarsi di fronte ad un punto di vista differente dal proprio, alle ragioni per cui una stessa opera d’arte è bella per alcuni mentre per altri no, porta il soggetto in questione a comprendere l’esistenza di un’ INTERPRETAZIONE

INTERSOGGETTIVA: l’altro come soggetto attivo e dotato di una coscienza intenzionale.

  • EDUCARE AL BELLO HA: ✓ VALORE COGNITIVO → c ogliere la bellezza della realtà e delle cose porta l’individuo a sentirti APPAGATO e GRATIFICATO. ✓ VALORE PRADMATICO → e ducare al bello porta inoltre il soggetto a sentire di poter INTERVENIRE IN PRIMA PERSONA PER TRASFORMARE IL MONDO SECONDO APPUNTO IL PROPRIO SIGNIFICATO DI BELLEZZA. E questo può tradursi per esempio in attività volte a migliorare l’ambiente oppure nella produzione di oggetti.
  1. L’educazione “al difficile” Come ben sappiamo, il ragazzo difficile è un ragazzo che NON RITIENE SE STESSO RESPONSABILE DELLE SUE AZIONI → egli non percepisce infatti il suo contributo nella costruzione della realtà. E’ allora importante che l’intervento rieducativo educhi all’ IMPEGNO e alla RESPONSABILITA’.
  • DA DOVE PARTIRE? Il ragazzo deve potersi cimentare in ESPERIENZE per lui SIGNIFICATIVE e MOTIVANTI , in modo tale che egli non si impegni per soddisfare una richiesta altrui, ma quanto più per se stesso e per il suo piacere→ esperienze quali: scuola, formazione professionale e lavoro possono essere efficaci, ma soltanto qualora il ragazzo ne abbia già colto l’importanza ed il valore, altrimenti egli percepirebbe i suoi sforzi come nulli e gratuiti. E’ importante che le attività siano coerenti con il ragazzo e con la sua visione del Mondo: bisogna procedere per gradi→ di fronte ad un soggetto “non ancora pronto” l’educatore può allora proporre altre attività: SPORT, ATTIVITA’ DURANTE IL TEMPO LIBERO, VITA DI GRUPPO, COMPETIZIONI A SQUADRE, GIOCHI DI SQUADRA….
  • La DIFFICOLTA’ è il punto cardine di queste attività→ l’educatore deve programmare esperienze il cui percorso sia caratterizzato da ostacoli e da prove da superare. E’ infatti la difficoltà a spingere il ragazzo ad impegnarsi, a mettersi alla prova, a non arrendersi a faticare, a collaborare… Tuttavia i PROBLEMI devono essere REALI ed AUTENTICI: se il ragazzo svela l’inganno della difficoltà perderà molto facilmente fiducia nell’educatore e nell’intervento educativo stesso, il quale sarà molto improbabile che si realizzi positivamente.
  • E’ di fondamentale importanza però che al ragazzo venga CELATO LO SCOPO DELL’ATTIVITA’: egli non deve vedere in essa un avvicinamento alla responsabilità quanto più divertimento e piacere. Sarà allora indirettamente, attraverso l’interesse del ragazzo, che responsabilità ed impegno si svilupperanno.
  • Se il ragazzo riesce a cogliere l’efficacia di tutto questo impegno e di tutta questa responsabilità sarà molto probabile che egli TRASFERISCA questo suo modo di essere anche IN ALTRE SITUAZIONI.

✓ L’incontro con il gruppo→ è un’esperienza significativa per il soggetto in quanto porta a maturare un SENSO DI APPARTENENZA, un SENTIMENTO DEL NOI.

Il ruolo dell’educatore qui è centrale: egli dovrà fare in modo che il gruppo assuma un’opportuna configurazione (es. distribuzione ruoli e comportamenti di ruolo) senza però che ciò venga percepito dai ragazzi come una prescrizione imposta dall’esterno.

L’incontro con l’altro può essere agevolato dalla presenza di ATTIVITA’ → è importante che queste vengano svolte INSIEME, VISSUTE IN COMUNE e CONDIVISE.

E’ importante però che l’educatore presti ATTENZIONE ALLE DINAMICHE DEL GRUPPO.

COSA PUO’ SUCCEDERE?

Nei piccoli gruppi, formati per esempio da 5 o 6 ragazzi possono stabilirsi rapporti più intimi e personali tra alcuni dei componenti.

Questi ultimi non sono controproducenti in assoluto, anzi, possono creare sentimenti di solidarietà e di aiuto reciproco, ma possono impedire la costruzione di un “noi”.

I gruppi invece più ampi (10 persone) possono portare a stipulazioni di gerarchie, di ruoli e potere che spesso impediscono qualsiasi forma di comunicazione e conoscenza.

L’educatore dovrà allora REGOLARE LA COSTRUZIONE DEL GRUPPO: tenendone sotto controllo le dinamiche, la dimensione e la distribuzione dei ruoli e del potere.

E’ importante che il gruppo non ricrei, all’interno del percorso rieducativo, quelle pratiche di espulsione che i ragazzi hanno già in qualche modo subito.

  1. Educare con l’avventura Con il termine AVVENTURA intendiamo la ROTTURA DELLA QUOTIDIANITA’ , la RICERCA DEL NUOVO e di QUALCOSA DI STRAORDINARIO , che nella realtà quotidiana non può essere perseguito.
  • Quello che l’educatore deve fare allora è individuare una motivazione all’avventura, se esiste o se assente motivarla. Egli proporrà allora al ragazzo TREKKING IN MONTAGNA, CAMPEGGI DI SOPRAVVIVENZA, GITE SPELEOLOGICHE...
  • Ciò a cui si mira è allora un ALLONTANAMENTO, anche se MOMENTANEO, dalla QUOTIDIANITA’→ dico momentaneamente perché la quotidianità non deve essere liquidata o negata, anzi: avventura e quotidianità è necessario che si rinviino reciprocamente→ la quotidianità fornisce al soggetto regole, conoscenze e competenze affinché egli possa affrontare i momenti di avventura. Allo stesso modo l’avventura permette al soggetto di ritornare alla quotidianità disponendo di una nuova prospettiva.
  • MA IN CHE MODO L’AVVENTURA INFLUENZA LA VISIONE DEL MONDO DEL RAGAZZO DIFFICILE? Il DISORIENTAMENTO, che nasce dal brusco cambiamento e dall’allontanamento

della quotidianità, porta il ragazzo ad acquisire un nuovo sguardo, una nuova visione del Mondo. ✓ Un’identità personale svalorizzata può essere ricostruita se il soggetto si trova, inaspettatamente, capace di fare qualcosa. ✓ Allo stesso modo un’identità personale egocentrica può incrinarsi di fronte ad un’esperienza inaspettatamente impossibile.

CAPITOLO 9: LA FIGURA E IL RUOLO DELL’EDUCATORE

PROFESSIONALE

Come abbiamo visto, l’ EDUCATORE E’ ESPERIENZA DELL’ALTRO → tra educatore e ragazzo difficile si instaura una relazione interpersonale e l’educatore, attraverso la sua figura e il suo ruolo, concorre ad influenzare il processo formativo.

E’ importante che l’educatore non imponga la propria visione del Mondo, egli non deve presentarsi come un modello da seguire→ la trasformazione della sua visione deve essere AUTONOMA, non deve essere obbligata dall’esterno. Il compito dell’operatore è allora quello di GUIDARE, ACCOMPAGNARE IL SOGGETTO AD ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA CIRCA IL SUO RUOLO ATTIVO, LA SUA AUTONOMIA, LA SUA COSCIENZA INTENZIONALE E LA SUA CAPACITA’ DI NEGOZIARE CON L’ALTRO. L’obiettivo non è quello di sostituire alla visione distorta del ragazzo quella dell’educatore, quanto più far leva sull’AUTONOMIA DEL SOGGETTO affinché egli costruisca una PROPRIA VISIONE DEL MONDO: egli deve comprendere che il Mondo, le cose e le persone possono essere diverse da come lui le ha percepite fino a quel momento.

  • STRATEGIE PEDAGOGICHE DI TIPO RELAZIONALE
  1. La disponibilità Come ben sappiamo, i disturbi della capacità intenzionale del ragazzo difficile, sono spesso dati da alcune particolari esperienze con il Mondo degli adulti. Sulla base di questo il ragazzo difficile è portato a collocare gli adulti all’interno di CLICHÉS: sfruttatori, imbroglioni, deboli, falsi… e di conseguenza ad assumere un ATTEGGIAMENTO DI CHIUSURA nei confronti di tutte le figure incontrate nel percorso rieducativo: assistenti sociali, educatori, giudici…. L’INCONTRO CON L’EDUCATORE deve allora essere, per il ragazzo difficile, prova del fatto che l’ADULTO PUO’ ESSERE DIVERSO.
  • Il primo passo allora è che l’educatore si mostri come una persona degna di FIDUCIA, RISPETTO, INTERESSE e STIMA. - (^) E’ di fondamentale importanza che si sviluppi un’ ACCETTAZIONE RECIPROCA: perché il progetto rieducativo riesca il ragazzo difficile dovrà accettare l’educatore, riconoscere il suo ruolo e la sua “missione”; così come l’educatore dovrà accettare il ragazzo difficile: a prescindere da qualsiasi sia stato il suo comportamento egli dovrà scommettere su di lui e sulla sua possibilità di cambiamento. - L’educatore, a favore dell’ ENTROPATIA, deve mettere IN PARENTESI qualsiasi forma di GIUDIZIO : sappiamo infatti trovarci di fronte ad un comportamento anti- sociale, o ancora peggio ad un reato. - E’ essenziale che l’educatore NON PARLI DEL COMPORTAMENTO prima che il rapporto con il ragazzo difficile si sia consolidato, questo per evitare ostacoli, forme di evitamento e di difesa. Scegliere di non parlarne non significa “far finta di niente”, quanto più stabilire una TACITA CONVERSAZIONE, necessaria per costruire le condizioni che, successivamente, consentiranno di parlarne in maniera costruttiva. - L’educatore deve mostrarsi inoltre un PUNTO DI RIFERIMENTO COSTANTE nella vita del ragazzo…. Insieme a lui deve mostrarsi capace di RISOLVERE E