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Ragazzi difficili Piero Bertolini, Appunti di Pedagogia

Riassunto per capitolo del libro integrato con slides e appunti delle lezioni

Tipologia: Appunti

2025/2026

In vendita dal 05/02/2026

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CAP. 1 – I RAGAZZI DIFFICILI
Si tratta di ragazzi e ragazze i cui comportamenti sono percepiti come dissonanti rispetto ad un certo modello
condiviso di competenza sociale. Ciò che è culturalmente percepito come comportamento adeguato o come
condizione esistenziale auspicabile per una certa classe di età, sono parametri instabili, soggetti a fluttuazioni
storiche e culturali.
Modelli culturali guidano le decisioni e le pratiche nei confronti dei minori e stabiliscono le soglie di accettabilità
sociale delle loro condizioni di vita e del loro comportamento.
RAGAZZI DIFFICILI scelta di un'unica categoria per classificare i ragazzi, con un diverso sistema di rilevanza
focalizzandosi sulla PERCEZIONE DI UNA DIFFICOL, cioè l'esistenza di ostacoli che rende questi ragazzi difficili
dagli altri.
Descrivere una pedagogia dei ragazzi difficili significa dunque situarsi in quella particolare area di pratiche sociali
di tipo educativo che riguarda i minori la cui esistenza e cui comportamenti sono considerati inadeguati sulla base
di un accordo intersoggettivo. Il sistema di rilevanza implicato in un approccio pedagogico individua come
pertinente non tanto il tipo di comportamento manifestato da un individuo, quanto le MOTIVAZIONI che lo rendono
comprensibile dal punto di vista di chi lo ha prodotto.
Il termine difficile indica la condizione in cui la soglia della problematicità viene superata provocando difficoltà e
costrizioni tali da rendere necessario il costruirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e la ricerca di
appropriate strategie di intervento.
L’intervento pedagogico serve ad aiutare quei ragazzi che fanno fatica a diventare “soggetti”, cioè persone
autonome, consapevoli e attive nella propria vita.
1. PRIMA CATEGORIA DI MINORI CONSIDERATI DESTINATARI DI INTERVENTI RIEDUCATIVI SONO I RAGAZZI A
RISCHIO
- Ragazzi che vivono in situazioni caratterizzate da carenze di ordine materiale (povertà, insicurezza
economica, disagio abitativo, esistenza vissuta in un contesto sociale degradato) o relazionale
(situazioni familiari come forme di rifiuto o abbandono, forme di vera e propria disgregazione della
famiglia ma anche presenza di figure di riferimento poco adeguate o suscettibili di diventare
modelli di comportamento tendenti alla devianza).
- L'immagine del ragazzo a rischio è collegata al problema della devianza minorile che tendeva ad
individuare un nesso causale tra determinate caratteristiche ambientali e tasso di criminalità.
L'idea in relazione del che provenendo da un ambiente marginale sarebbe più a rischio di altri, non
corrisponde tanto ad una realtà ma ad una percezione sociale di essa.
- !! non è solo un'immagine inconsistente in quanto riflette una realtà parziale del fenomeno ma è
anche un'immagine pericolosa in quanto finisce con l'attivare pratiche che, nate con lo scopo di
prevenire, finiscono col trasformarsi in manipolazioni simboliche che costruiscono o accelerano
percorsi delinquenziali.
Quindi bisogna fare attenzione ai rischi stessi dell'intervento. L’intervento educativo deve porsi come
intervento generale che individua le sue ragioni nella risoluzione di disagi e disfunzioni non in relazione
ad un problema futuro ma di problemi reali e attuali.
- L'intervento educativo per questi ragazzi si fonda sulla necessità di costruire intorno al minore un
contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale. Bisogna intervenire
per rendere improbabile uno sviluppo deviante.
2. RAGAZZI DISADATTI
- Problematica atteggiamenti o moduli comportamentali più o meno disadattivi. Sono adolescenti
o preadolescenti che in risposta a situazioni percepite come dolorose o anche solo critiche, o
condizioni di vita educativamente inadeguate, hanno consolidato atteggiamenti lesivi di sé o del
contesto in cui vivono.
- Assunzione di atteggiamenti svalutativi o oppositivi, comportamenti irregolari (abbandono della
scuola o fuga da casa)
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CAP. 1 – I RAGAZZI DIFFICILI

Si tratta di ragazzi e ragazze i cui comportamenti sono percepiti come dissonanti rispetto ad un certo modello condiviso di competenza sociale. Ciò che è culturalmente percepito come comportamento adeguato o come condizione esistenziale auspicabile per una certa classe di età, sono parametri instabili, soggetti a fluttuazioni storiche e culturali. Modelli culturali guidano le decisioni e le pratiche nei confronti dei minori e stabiliscono le soglie di accettabilità sociale delle loro condizioni di vita e del loro comportamento. RAGAZZI DIFFICILI → scelta di un'unica categoria per classificare i ragazzi, con un diverso sistema di rilevanza focalizzandosi sulla PERCEZIONE DI UNA DIFFICOLTÀ , cioè l'esistenza di ostacoli che rende questi ragazzi difficili dagli altri. Descrivere una pedagogia dei ragazzi difficili significa dunque situarsi in quella particolare area di pratiche sociali di tipo educativo che riguarda i minori la cui esistenza e cui comportamenti sono considerati inadeguati sulla base di un accordo intersoggettivo. Il sistema di rilevanza implicato in un approccio pedagogico individua come pertinente non tanto il tipo di comportamento manifestato da un individuo, quanto le MOTIVAZIONI che lo rendono comprensibile dal punto di vista di chi lo ha prodotto. Il termine difficile indica la condizione in cui la soglia della problematicità viene superata provocando difficoltà e costrizioni tali da rendere necessario il costruirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e la ricerca di appropriate strategie di intervento. L’intervento pedagogico serve ad aiutare quei ragazzi che fanno fatica a diventare “soggetti”, cioè persone autonome, consapevoli e attive nella propria vita.

  1. PRIMA CATEGORIA DI MINORI CONSIDERATI DESTINATARI DI INTERVENTI RIEDUCATIVI SONO I RAGAZZI A RISCHIO - Ragazzi che vivono in situazioni caratterizzate da carenze di ordine materiale (povertà, insicurezza economica, disagio abitativo, esistenza vissuta in un contesto sociale degradato) o relazionale (situazioni familiari come forme di rifiuto o abbandono, forme di vera e propria disgregazione della famiglia ma anche presenza di figure di riferimento poco adeguate o suscettibili di diventare modelli di comportamento tendenti alla devianza). - L'immagine del ragazzo a rischio è collegata al problema della devianza minorile che tendeva ad individuare un nesso causale tra determinate caratteristiche ambientali e tasso di criminalità. L'idea in relazione del che provenendo da un ambiente marginale sarebbe più a rischio di altri, non corrisponde tanto ad una realtà ma ad una percezione sociale di essa. - !! → non è solo un'immagine inconsistente in quanto riflette una realtà parziale del fenomeno ma è anche un'immagine pericolosa in quanto finisce con l'attivare pratiche che, nate con lo scopo di prevenire, finiscono col trasformarsi in manipolazioni simboliche che costruiscono o accelerano percorsi delinquenziali. Quindi bisogna fare attenzione ai rischi stessi dell'intervento. L’intervento educativo deve porsi come intervento generale che individua le sue ragioni nella risoluzione di disagi e disfunzioni non in relazione ad un problema futuro ma di problemi reali e attuali. - L'intervento educativo per questi ragazzi si fonda sulla necessità di costruire intorno al minore un contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale. Bisogna intervenire per rendere improbabile uno sviluppo deviante.
  2. RAGAZZI DISADATTI
    • Problematica → atteggiamenti o moduli comportamentali più o meno disadattivi. Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a situazioni percepite come dolorose o anche solo critiche, o condizioni di vita educativamente inadeguate, hanno consolidato atteggiamenti lesivi di sé o del contesto in cui vivono.
    • Assunzione di atteggiamenti svalutativi o oppositivi, comportamenti irregolari (abbandono della scuola o fuga da casa)
  • Fonte del disadattamento riconducibile a carenze di ordine educativo
  1. RAGAZZI DELINQUENTI
  • Incorrere all'arresto e all'iter giudiziario stabilisce conseguenze ed esperienze cui è socialmente attribuito un significato profondamente degradante.
  • L'educatore scopre quasi sempre che si tratta di minori che reagiscono in modo delinquenziale ma pur sempre soggettivo ad esperienze di vita del tutto omologabili a quelle degli altri ragazzi difficili; la scelta dell'atto palesemente antisociale è solo l'indice di un maggior stato di tensione o di una difficoltà più profonda nel processo di costruzione di sé come soggetto.
  • Le condizioni critiche del loro contesto di vita + profonde carenze relative alla loro formazione fanno si che questi ragazzi non riescano a soddisfare quei bisogni di partecipazione, indipendenza, sicurezza significativi che caratterizzano proprio l'adolescenza
  • Un altro genere di esperienza antisociale sono i minori coinvolti in attività che fanno capo a forme di criminalità organizzata : questo atteggiamento deriva da un lento e progressivo adeguamento ad un modello culturale costruito all'interno di un gruppo individuabile. Il gruppo stabilisce norme, valori e regole in opposizione con la società civile. Creazione di un contratto che garantisce sull’individuo e al suo gruppo familiare di poter contare su una rete fatta di protezione, appoggio e solidarietà.

CAP. 2 – DEVIANZA MINORILE E PARADIGMI POSITIVISTI

DIFFICOLTÀ ESISTENZIALE → categoria euristica volta ad indirizzare la ricerca del significato racchiuso in quelle azioni, atteggiamenti, stili di vita con cui ogni singolo individuo traduce questa difficoltà. L'esigenza di spiegare il fenomeno del disadattamento minorile si è sviluppata all'interno di un paradigma eziologico (scienza che studia le cause di un fenomeno). La ricerca si è indirizzata all'individuazione di quei tratti dell'individuo o della società passibili di essere considerati cause del fenomeno di devianza. DALLE CAUSE ORGANICHE A QUELLE PSICHICHE Lombroso (medico): tentativo di individuare fattori eziologici della devianza in origine biologico e somatico. Oltretutto, si indirizza la ricerca anche in un'impostazione neurologica e fisiopsicologica, con il tentativo di individuare una configurazione di fattori neurologici che determinano sindromi, come il danno minimo cerebrale (DMC) o il discontrollo episodico, che saranno associate a comportamenti violenti o aggressivi. La componente biologica però, essendo comunque mediata dai processi personali e interpersonali di attribuzione di senso, non appare a priori individuabile come causa generalizzabile dei comportamenti devianti né come ancoraggio per una diagnosi con valore predittivo. Tradizionale paradigma esplicativo di tipo psicologico e psichiatrico → l'attenzione si sposta sui tratti della personalità o del carattere. Attraverso l'uso di strumenti clinici come i test di personalità, cercano di individuare tratti specifici e costanti della personalità associati al comportamento deviante.

  • Immaturità, anaffettività, punitività, la debole strutturazione dell'io, l'aggressività sono state volta a volta considerate determinanti del comportamento antisociale MA non sembra possibile però individuare quel legame causale e lineare tra tratti di personalità e comportamento deviante, che permetta di spiegarne e di prevederne l'insorgenza. CONTESTO FAMILIARE Le ricerche sui legami tra famiglia e delinquenza minorile mettono in campo una vasta gamma e spesso contradditoria di fattori eziologici. Anche se è possibile riscontrare un'incidenza significativa di tali fattori (condizioni familiari) tra quei giovani delinquenti, resta il fatto che non tutti i giovani che vivono in analoghe situazioni familiari passano all'atto antisociale. Ma è l'individuazione e dell'interpretazione del particolare significato ad esse accordato (create dal ragazzo) che permette di cogliere le ragioni del passaggio ad un certo agire.

l'agire deviante significa cogliere in esso le tracce di quella particolare visione del mondo che lo sostiene. !! → assumere come centrale il contributo del soggetto non significa non dare importanza all'incidenza di altri fattori psicologici, familiari o sociali. Resta pertinente l'attenzione alle condizioni reali della vita dell'individuo. Le condizioni reali della vita sono elementi di base ai quali egli ha elaborato una certa visione del mondo e se tale processo di elaborazione conduce il ragazzo ad assumere comportamenti devianti, è necessario partire da questo per individuare un percorso di formazione mirato.

CAP. 3 – IL PARADIGMA DENOMENOLOGICO

È il ragazzo difficile visto nella sua globalità come tutto che può fornirci gli indizi per cogliere il senso del suo comportamento deviante/antisociale. Bisogna prendere in considerazione il senso soggettivo che egli attribuisce al suo comportamento. Creare dei collegamenti tra gli eventi che hanno portato un minore a un comportamento antisociale delle volte può dimostrare come alcuni nessi non o siano significativi per chi quegli eventi magari non ha vissuto.

  • POSTULATO DELL'ADEGUATEZZA: ogni diagnosi proposta da un osservatore, deve essere compatibile con quella proposta da chi quel comportamento ha prodotto.
  • Qualunque attività psichica dell'uomo ricalca la struttura fondamentale della coscienza. Tra la coscienza e l'oggetto sussiste un processo di significazione attiva. Per queste spiegazioni la realtà è un'unità funzionale, in cui soggetto e oggetto si costruiscono reciprocamente. Quali sono i modi di questo significare attivo?
  1. L'attività della coscienza si traduce in un “significare il mondo”, consiste nella proiezione sul reale di un sistema in rilevanza. La coscienza di fronte al mondo si fa punto di vista. La realtà aspetta una definizione/interpretazione creata dal soggetto = ciò che rende il mondo significativo, cioè ciò che trasforma l'oggetto in un oggetto di valore per il soggetto. La soggettività umana, in quanto coscienza intenzionale, si rapporta alla realtà dando ad essa un significato e un valore che non è già dato. Ciò che è reale per il soggetto è dunque il mondo per sé. Semplificato: Il brano dice che la realtà non è solo “lì fuori” così com’è, ma diventa significativa solo quando una persona la interpreta. “L’attività della coscienza si traduce in un ‘significare il mondo’” → La coscienza non si limita a registrare ciò che esiste: attribuisce significato alle cose. “Proiezione sul reale di un sistema di rilevanza” → Ognuno di noi ha un proprio sistema di interessi, bisogni, valori. Con questo “filtro” decidiamo che cosa conta e che cosa no nella realtà. Esempio: Per uno studente, un esame è molto rilevante Per un bambino, non lo è affatto “La coscienza si fa punto di vista”

→ Non esiste una realtà neutra uguale per tutti: ognuno vede il mondo dal proprio punto di vista.

“La realtà aspetta una definizione/interpretazione creata dal soggetto” → Le cose non hanno un significato automatico: è la persona che le interpreta e decide cosa rappresentano per lei. “Ciò che trasforma l’oggetto in un oggetto di valore per il soggetto” → Un oggetto diventa importante solo se ha valore per qualcuno. Esempio: Un libro è solo carta Ma per chi studia per un esame diventa fondamentale “La coscienza intenzionale” → La coscienza è sempre rivolta a qualcosa (pensieri, oggetti, persone). Quando si rivolge al mondo, gli dà senso e valore. “Il mondo per sé” → Ciò che è reale per una persona non è il mondo in generale, ma il mondo così come lei lo vive e lo interpreta. Il mondo diventa reale e significativo solo attraverso la coscienza del soggetto, che gli attribuisce senso e valore in base al proprio punto di vista. ➔ Ciascun individuo costruisce una propria visione del mondo, una rappresentazione significativa della realtà, della “reale” realtà del soggetto.

  1. L'oggettività fa si che la propria visione del mondo sia percepita dal soggetto come vera e dunque valida. IL SOGGETTO TRA AUTONOMIA E INDIPENDENZA
  • La prima forma di dipendenza è quella che lega il soggetto al suo corpo, luogo e strumento del suo incontro con il mondo. L'attività del corpo dipende anche dal corpo vissuto e dal corpo rappresentato: da ciò che l'individuo pensa che il proprio corpo sia e dalla rappresentazione culturale di esso. Ogni cultura elabora una visione del corpo e delle sue attività. Nel corpo ha inizio la genesi della soggettività:
  • GENESI PASSIVA: cioè ciò che del mondo si presenta al soggetto come costituito;
  • GENESI ATTIVA: costruzione di una personale visione del mondo, in cui il soggetto, dentro nei confini, esercita la sua capacità di investire di senso e di valore il mondo. La dimensione intersoggettiva, le particolari visioni del mondo proprio dell'altro costituiscono i limiti. La famiglia, l'ambiente sociale e culturale, il momento storico in cui la vita di u individuo ha inizio e si svolge, propongono regole implicite di interpretazioni della realtà. L'intenzionalità dell'altro è un altro vincolo. Il soggetto inizia la sua attività entro un territorio dai confini già tracciati. Se l'attività della coscienza si svolge entro un campo di possibilità già date, i primi momenti del percorso verso la propria visione del mondo saranno in qualche modo influenzati dall'ampiezza e dalle caratteristiche di quello stesso campo.

VERSO UNA PRASSI PEDAGOGICA

L’ azione educativa deve essere fin dall'inizio sensibile alla libertà personale dell'educando e aperta alla prospettazione di orizzonti, di punti di vista e di valori non stereotipati. Una relazione educativa per essere autentica deve fondarsi su una reale comunicazione con l'altro. Legame importante che lega educazione e costituzione della soggettività: si tratta di una premessa indispensabile all'analisi del problema dei ragazzi difficili e all'analisi dei modi e dei fini che riguardano la loro educazione.

CAP. 4 – DEVIANZA MINORILE E PARADIGMA PEDAGOGICO

Lo sviluppo di ogni individuo non dipende esclusivamente dalle situazioni a lui esterne, ma dipende anche e soprattutto dall'attività intenzionale della coscienza individuale. ASSENZA DELL’INTENZIONALITÀ: DISPERAZIONE DI NON VOLER ESSERE SÉ STESSI

  • Il disadattamento può essere considerato il prodotto di un mancato o alterato funzionamento della coscienza intenzionale.
  • Tutti i casi di irregolarità della condotta possono essere ricondotti a dei limiti nello sviluppo della coscienza intenzionale Studi dimostrano la presenza di 2 diverse articolazioni di tali limiti:
  1. ASSENZA DEL’INTENZIONALITÀ: il soggetto appare incapace di trasformare la realtà che lo circonda in un modo che sia significativo per lui e compatibile per i valori e progetti degli altri
  2. DISTORSIONE DEL’INTENZIONALITÀ: si tratta sempre di una incapacità di cogliere la genesi relazionale dell'io e del mondo. I problemi nascono con l'altra persona, quando il soggetto pensa che non ha lo steso valore e dignità, si arriva a un totale rifiuto e incapacità nel comunicare con l'altro. Questi ragazzi vanno incontro a delle difficoltà:
  • Il ragazzo si sente vacillare e questo porta ad uno stato di disorientamento e di grave abbattimento. Il mondo gli apparirà contro di lui. Questo disorientamento può assumere un'intensità così profonda da far nascere nel ragazzo il sospetto di “aver sbagliato strada”. Da questa consapevolezza possono nascere desideri di cambiamento, che devono scontrarsi con zioni educative tempestive e responsabili, in quanto i ragazzi tendono a ricadere nel loro abituale modo di approcciare il mondo.
  • Un altro atteggiamento centrato su un’onnipotenza dell'io = ragazzi che stabiliscono mete troppo alte rispetto alle loro reali capacità. Lo scarto tra sé ideale e il sé reale può provocare una paralisi dell'agire. Per questi ragazzi l'incontro è il luogo in cui poter imporre la propria egoità, lo strumento con cui dimostrare agli altri di essere in grado di dominare e di decidere in totale autonomia del proprio destino (mezzo per affermare il proprio sé) UNO SGUARDO RETROSPETTIVO Riflessione → sono presenti comportamenti analoghi tra ragazzi diversamente difficili, sia che si tratti di soggetti incapaci di sentirsi all'origine del proprio fare e del proprio essere, sia che si tratti di ragazzi che si sentono unici in un mondo che può essere fatto e disfatto secondo il loro desiderio. Succede però che dietro a 2 atteggiamenti in apparenza omogenei ci sono vissuti completamente diversi che richiedono un diverso approccio educativo.
  • L'oggetto dell’educazione non è più il comportamento da reprimere o da controllare ma il soggetto
  • Si conduce quindi il ragazzo verso una progressiva autocoscienza e una rivisitazione del suo modo di pensare e di intenzionare la realtà

CAP. 5 – VERSO UN PEDAGOGIA DEI RAGAZZI DIFFICILI

Il comportamento di un individuo è strettamente legato alla visione del mondo e questa è generata da un complesso processo di apprensione soggettiva dell'esperienza vissuta. Aiutare il ragazzo serve a:

  1. Comprendere la sua visione del mondo e l'orientamento dell'intenzionalità che possono averlo motivato
  2. Individuare il disturbo
  3. Compito dell'educatore = provocare una progressiva trasformazione di quella visione del mondo e una ristrutturazione dell'attività intenzionale del ragazzo Il ragazzo deve avere la possibilità di fare nuove esperienze pensate e costruite per stimolare in una direzione adattiva per condurlo alla consapevolezza della necessità di rivedere le proprie convinzioni e i propri valori. RIEDUCARE → procedere ad una profonda trasformazione della visione del mondo del ragazzo: del suo modo di intendere sé stesso, gli altri e le cose, del suo modo di mettersi in relazione con queste realtà e di procedere quindi nella sua scelta dei suoi atteggiamenti e comportamenti. Con la rieducazione bisogna sfruttare quelli aspetti della personalità del ragazzo che possono essere valorizzati, di fargli compiere nuove esperienze e di prospettargli nuove possibilità. Quando questo lavoro pedagogico avrà provocato disorientamento, solo allora avrà senso provocare un ripensamento del suo passato → una nuova attribuzione di senso al proprio vissuto e un effettivo suo superamento. EDUCARE O RIEDUCARE? Entrambi sono orientati al futuro e vedono il passato come punto di una partenza di un percorso che procede in avanti. Sono presenti però maggior difficoltà nella realizzazione di un intervento rieducativo. EDUCARE:
  • La scoperta e la formazione di sé come soggetto avvengono in modo graduale e progressivo
  • L'intervento educativo procede dal passato al futuro RIEDUCARE:
  • Le difficoltà che si presentano non richiedono un impegno educativo diverso quanto un diverso ritmo di intervento. La scoperta e la formazione di sé come soggetto avvengono in modo immediato e drastico. Questo intervento si trasforma in un profondo disorientamento, e tramite esso il ragazzo dovrebbe essere in grado di prendere in mano i fili della propria esistenza.
  • L'intervento rieducativo procede dal futuro al passato
  • Obbiettivo finale → autoridefinizione della visione del mondo da parte del ragazzo MOMENTI DEL PERCORSO RIEDUCATIVO (caratterizzati da un concetto di flessibilità)
  1. CONOSCENZA DEL RAGAZZO: momento in cui avviene una comprensione autentica del ragazzo. Si tratta di percepire come le storie di vita siano state vissute dal ragazzo, quali convinzioni e quali pensieri su di sé e sugli altri egli abbia elaborato a partire da quelle premesse; è un momento di comunicazione.
  2. DESTRUTTURAZIONE E RISTRUTTURAZIONE: individuano e raggruppano gli interventi rivolti principalmente alla dimensione psico-fisica del ragazzo. Si tratta di azioni e interazioni mirate al superamento di alcuni limiti oggettivi, soddisfare alcuni bisogni di base o di sollecitare alcune capacità. Destrutturazione del passato e ristrutturazione del futuro. ES. carenze materiali, affettive e intellettuali limitano o annullano del tutto l’efficacia di qualsiasi intervento educativo.
  3. LA DILATAZIONE DEL CAMPO DI ESPERIENZA: azioni o forme di comunicazione volte a rendere dinamica la vita del ragazzo per indurlo a superare quella fissazione che tende a costringerlo entro schemi di comportamento tendenzialmente asociali.
  4. LA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA VISIONE DEL MONDO: scopo → far si che il ragazzo possa riguadagnare la propria soggettività. Il momento conclusivo del percorso rieducativo è dunque quello in cui il ragazzo, avendo avuto occasioni per scoprirsi responsabile delle proprie scelte, fa proprio questo modo di pensare sé stesso nel mondo e con gli altri.

LAVORO DI EQUIPE: l'autentica comprensione del ragazzo difficile implica la messa in prospettiva di più sguardi. Il periodo dedicato all'osservazione e alla conoscenza del ragazzo, il momento diagnostico, richiede una convergenza di competenze distinte e dunque un dialogo e una messa in prospettiva dei vari sguardi portati sul ragazzo a partire da ottiche diverse. Il lavoro d'equipe risulta fondamentale e lo è quando la comprensione della visione del mondo del ragazzo viene considerata la premessa necessaria di un intervento educativo efficace. Il lavoro d'equipe implica la consapevolezza della parzialità di ogni punto di vista e di conseguenza la capacità di negoziare con gli altri le proprie interpretazioni. EDUCATORE: dovrebbe fare in modo di partecipare ad esperienze o spaccati di vita del ragazzo il più possibile autentici ossia ritagliati all’interno del suo mondo della vita. Oltretutto, l'educatore ha un ulteriore e specifico compito: quello di valutare l'educabilità. In qualche modo egli deve costruire una mappa dei luoghi di maggior resistenza e di quelli su cui invece è possibile fare leva durante il percorso rieducativo.

CAP. 7 – DALLA DESTRUTTURAZIONE ALLA RESTRUTTURAZIONE EDUCATIVA

Per indirizzare l'intervento educativo dobbiamo partire dal:

  1. Comprendere se e in che misura alcune oggettive condizioni esistenziali abbiano influito il ragazzo
  2. Mirare ad un cambiamento di quelle condizioni di vita e ad una destrutturazione di quegli atteggiamenti che ne costituiscono la ricaduta sul ragazzo In alcuni casi bisognerà rilevare e contenere fattori che spesso possono costituire un ostacolo. In questi casi è opportuno programmare un obbiettivo intermedio: l’ indebolimento di quei disturbi che, nati all'interno di particolari relazioni con altri significativi, si rivelano al momento veri e propri impedimenti alla costruzione di qualsiasi progetto rieducativo. IL VALORE INIZIATICO DEL CAMBIAMENTO per far si che questa azione sia significativa per il ragazzo, la nuova realtà che gli si propone deve avere una forza seduttiva sufficiente a fargli maturare una sorta di desiderio iniziatico. Sta nell'educatore organizzare gli spazi, i tempi, le attività e le relazioni interpersonali. IL CASO DELLA CUSTODIA IN CARCERE Caso particolare in cui la gestione dell'innovazione rieducativa in funzione de-strutturante si fa complessa, quello della carcerazione. Con il nuovo processo minorile la presenza di minori in carcere è notevolmente diminuita rispetto al passato ma si è fatta problematica. In questi casi l'educatore deve far fronte anche alla ricaduta sul ragazzo della drammatica esperienza dell'arresto e della carcerazione. L’educatore prima di tutto deve rifiutare l'atteggiamento di sfida. In secondo luogo si tratta di dimostrare al ragazzo, attraverso azioni concrete, che non c'è nessun complotto punitivo o vendicativo nei suoi confronti quanto una proposta i cui aspetti sono aspetti necessari di un nuovo contesto che gli offre la possibilità di riformulare la sua collocazione del mondo e con gli altri. PARTIRE DALLA SUPERFICIE PER ACCEDERE AL PROFONDO Molto spesso per poter giungere al nocciolo del problema è necessario puntare sulla riduzione dei sintomi. Se si vuole che il ragazzo possa compiere nuove e autentiche esperienze esistenziali capaci di riorientare la soggettività, spesso è necessario costruire questa piattaforma di modificazioni di superficie; è necessario fornire al ragazzo i mezzi per poter compiere quelle esperienze e liberarlo da quelle carenze e quelle dipendenze che costituiscono degli ostacoli nel percorso formativo. Semplificando possiamo distinguere 2 diverse situazioni:
  3. Uno stato di carenza di abilità percettive, cognitive e relazionali. In questo caso l'educatore dovrà promuovere, affinare o addirittura sviluppare capacità di base necessarie alla costruzione di un nuovo approccio e di una nuova intelligenza del reale
  4. Uno stato estremamente raffinato di questi strumenti di approccio al mondo; un uso però costretto entro i limiti della visione del mondo del ragazzo e funzionale ai relativi motivi finali delle sue azioni

In questo caso l'educatore fa i conti con ragazzi particolarmente addestrati ad un uso attento e sofisticato delle proprie capacità percettive, intellettive e relazionali. Il compito dell'educatore è quello di cogliere e valorizzare queste competenze, costruendo però dei contesti e degli scenari in cui il loro valore e la loro funzione possano essere ridefiniti. Aspetti su cui intervenire per costruire le condizioni minime di possibilità di un intervento rieducativo

  1. IL VALORE DI UNA PROFEZIA: TRASFORMARE L'IMMAGINE Stili essenziali (es. trascuratezza nel vestire) → se da un lato rispecchiano o traducono alcuni vissuti sul piano della manifestazione, dall'altro funzionano anche come premesse, come una sorta di modello che tende all'auto convalida. L'apparire non è sempre indifferente in quanto innesca un meccanismo di adeguazione continua del soggetto alla maschera con cui egli si presenta agli altri. Da questo punto di vista sarebbe opportuno far scomparire quelle abitudini e quei segni visibili del sé in quanto impediscono al ragazzo di riconoscersi o almeno limitano decisamente la sua possibilità di percepirsi come nuovo. Bisognerebbe creare degli interventi che propongono un diverso stile di vita cominciando proprio a lavorare sull'immagine e sui segni più manifesti e visibili del sé.
  2. IL SUO MODO DI STARE CON GLI ALTRI Delle volte è necessario superare certe modalità di relazione che vanno ad ostacolare la possibilità di instaurare nuovi rapporti che costituiscono lo scenario fondamentale del percorso educativo. In questo caso è opportuno mettere in atto delle strategie che vanno a limitare l'incidenza. Per dimostrare che assumendo atteggiamenti più relazionali nei confronti del gruppo è possibile vivere meglio e evitare spiacevoli inconvenienti, l'educatore va a creare delle attività che implicano delle interazioni tra il sé e gli altri. Nei casi in cui la competenza sociale del ragazzo è stranamente presente solo in alcuni contesti e di fronte a certe figure, l'educatore dovrà provocare, nel ragazzo, una destrutturazione dell'abituale sistema di classificazione della realtà. SISTEMICITÀ L'intervento rieducativo richiede fin dall'inizio un approccio sotto il segno della sistemicità. L'individuo è un sistema aperto. Ciò comporta che ogni disturbo e ogni azione riparativa non avranno una ricaduta solo su scala locale ma anche sulla globalità del soggetto. La struttura sistematica dell'individuo richiede di attivare una percezione del ragazzo difficile in termini di globalità e di costruire nei suoi confronti pratiche e discorsi coerenti con questa percezione. Il fulcro di alcune direzioni di senso dell'azione educativa → la dilatazione del campo di esperienza del ragazzo, momento funzionale al conseguimento di un nuovo punto di vista sul sé e sul mondo. L'educatore deve seguire le evoluzioni e le involuzioni, mantenendo vigile il suo sguardo durante tutto il percorso rieducativo.

CAP. 8 – DILATAZIONE DEL CAMPO DI ESPERIENZA

Il ragazzo difficile è “cresciuto troppo in fretta”, ha affrontato esperienze sproporzionate alla sua età e ciò ha comportato quel disorientamento della personalità responsabile del suo comportamento antisociale. Il problema quindi è la precocità , l'incongruenza tra l'età e le esperienze compiute spiegherebbe perché quei ragazzi siano cresciuti in quel modo. Il punto è quello di ampliare l'orizzonte qualitativo degli incontri del ragazzo con il mondo. Il confronto con esperienze diverse, si trasforma in una provocazione a pensare che il mondo è o può essere significato in molti modi. !!! → ogni pratica che si limita ad allontanare il ragazzo dalla sua vita senza accompagnarlo a nuove proposte, rischia di non essere educativa per l'individuo. È necessario centrare la rieducazione sulla dilatazione del campo di esperienze , ossia sulla costruzione delle condizioni che possono provocare un ripensamento del mondo e della propria collocazione in esso → offrirgli la possibilità di costruirsi una visione di esso meno deformata di quella che egli aveva elaborato a partire da esperienze sempre e solo desolanti.

LA VITA DI GRUPPO

Costruire esperienze dell’altro è la strategia più adeguata per far maturare nel ragazzo un senso di appartenenza; cioè la percezione di essere parte di un mondo intersoggettivo in cui si è collocati in un rapporto che è insieme di autonomia e dipendenza. L'educatore deve tener conto di un aspetto della fisionomia del gruppo: la sua dimensione. La dimensione del gruppo non è affatto irrilevante in quanto da essa dipendono le dinamiche interpersonali che tenderanno ad innescarsi tra i ragazzi.

  • Nei piccoli gruppi si stabiliscono rapporti faccia a faccia, scambi centrati su forme di confidenza e di intimità che possono scivolare in rapporti diadici. Il fatto è che queste relazioni che tendono all'esclusività difficilmente producono la costruzione di un noi come senso di appartenenza
  • I grandi gruppi tendono a sviluppare delle gerarchie interne fondate sulla distribuzione di ruoli e di potere che spesso annullano qualunque forma di comunicazione e di conoscenza reciproca tra i ragazzi. Quando il gruppo è troppo grande, l'educatore non riesce a controllarne l'organizzazione. Quindi è indispensabile che l'educatore regoli la dimensione dei gruppi. EDUCARE CON L'AVVENTURA Esperienze sotto il segno dell'avventura, che possono essere considerati come contesti formativi. Educazione con l'avventura → la ricerca di nuovo, di un non-ancora-dato che si presenta tuttavia sotto il segno dello straordinario, ovvero di ciò che non può essere perseguito, nella quotidianità. Provocando il disorientamento che nasce da un brusco cambiamento di contesto queste esperienze costringono il ragazzo a diventare consapevole di una nuova possibile prospettiva sul mondo. L'eccezionalità produce una destrutturazione, che porta a una ristrutturazione degli abituali schemi di percezione e azione.

CAP. 9 – LA FIGURA DELL'EDUCATORE PROFESSIONALE

Strategie centrali dell’educazione dei ragazzi difficili = predisporre situazioni in cui il ragazzo possa sperimentare il valore dell'essere con gli altri. Il lavoro dell'educatore si esplica in un vivere con il ragazzo e quindi anche la sua stessa presenza sul capo si trasforma in un caso particolare di esperienze dell'altro. Il rapporto che l'educatore instaura con il ragazzo costituisce una particolare forma di relazione interpersonale. La figura dell'educatore incide sul percorso formativo; per questo è necessario che l'educatore, controlli la sua implicazione personale perché essa diventi una forma di esperienza dell'altro orientata agli scopi della rieducazione. Importante è la competenza dell'educatore che viene affiancata da quei tratti distintivi che fanno parte di questa figura professionale: capacità entropatica, conoscenza delle tecniche relative alla costruzione di esperienze significative, abilità di gestione dei gruppi, capacità di organizzazione dell'ambiente quotidiano, gestione pedagogica dell'avventura. I disturbi dei ragazzi difficili possono essere ricondotti a particolari interpretazioni di alcune pregresse esperienze con il mondo degli adulti. I ragazzi difficili provano diffidenza nei confronti di qualsiasi adulto, quindi l'incontro e la relazione con l'educatore devono trasformarsi per il ragazzo in un'occasione per sperimentare che l'adulto può anche essere diverso. L'educatore si deve presentare al ragazzo in modo che quest'ultimo non crei uno schema abituale di interpretazione. L'educatore:

  1. Deve far capire al ragazzo quanto sia inutile e infondata la sua diffidenza
  2. Deve dimostrare fiducia e capacità di ascolto al ragazzo
  3. PROIEZIONE POSITIVA: l'accettazione del ragazzo implica un'attribuzione di valore e di competenza, un riconoscimento di lui come soggetto degno di rispetto
  4. Non deve produrre alcun giudizio
  5. Deve proporsi come punto di riferimento nella vita quotidiana del ragazzo
  6. Deve mostrarsi capace di affrontare e di risolvere insieme al ragazzo tutti i problemi e le incertezze che gli si presentano
  7. Deve attribuire la stessa importanza che il ragazzo dà alle cose, anche se appaiono banali ed irrilevanti
  1. Deve intervenire di persona e soddisfare le richieste del ragazzo
  2. Deve rappresentare per il ragazzo un caso di autentica esperienza dell'altro
  3. Deve proporsi come persona autorevole : deve diventare garanzia di quella stabilità fatta di norme che indirizzano l'agire verso degli scopi significativi per il ragazzo ma accettati e condivisi anche dall'altro Il ragazzo delle volte mette in atto delle strategie provocatorie per vedere fino a che punto sia solida la disponibilità dell'educatore → ciò richiede all'educatore una capacità di monitoraggio su di sé. Essere disponibili alle richieste dei ragazzi in un modo che sia efficace per gli scopi della rieducazione è infatti uno stile di relazione che non può essere lasciato alla pura spontaneità. Ci sono molti modi con cui l'educatore può manifestare al ragazzo la sua autorevolezza e disponibilità:
  • Dichiarazione verbale
  • Linguaggio delle cose concrete: azioni e esperienze che quotidianamente condivide con il ragazzo. Hanno maggiore impatto nel comportamento del ragazzo L'educatore con il suo modo di agire si trasforma per il ragazzo in un modello di relazione con gli altri e con le cose. Se la funzione dell'educatore è fondamentalmente quella di provocare i ragazzi ad una revisione della loro visione del mondo , ogni azione, ogni parola che si presenti come definitiva rischia di comunicare esattamente l'opposto. In aggiunta, l'educatore si deve mostrare, egli stesso, disponibile a modificare la sua visione del mondo; deve puntare sula strategia pedagogica dell' esempio : essere esempio significa porsi sempre come un esempio al ragazzo. TRANSFER PEDAGOGICO Le strategie pedagogiche di tipo relazionale in genere attivano nei ragazzi delle risposte emotive piuttosto forti. Queste risposte costituiscono il segno che le strategie cdi comunicazione e di animazione adottate dall’educatore quotidianamente hanno provocato una messa in discussione degli abituali schemi di comportamento del ragazzo. L'educatore deve riuscire a far suscitare un investimento affettivo nel ragazzo nei confronti della sua persona attraverso cui il modello di intenzionalità che essa incarna, tenderà ad essere assunto dal ragazzo come proprio. TRANSFER PEDAGOGICO = momento centrale nell'educazione dei ragazzi difficili; è il passaggio dalla rottura degli abituali schemi di relazione alla costruzione di un nuovo schema centrato sulla capacità intenzionale. Dalla destrutturazione dei modelli abituali si inserisce l’ intenzionalità con cui il ragazzo tenderà ad aderire nella misura in cui avrà sviluppato nei confronti dell'educatore sentimenti di stima, di ammirazione e un trasporto affettivo. L'erotizzazione della relazione tra ragazzo ed educatore tende a provocare un costante tentativo di identificazione con la sua figura. Il ragazzo tenderà a far proprio il modello dell'educatore in nome di un affetto che scivola spesso in una forma di vera e propria attrazione. L'educatore deve continuamente mantenere controllata questa dimensione in funzione degli scopi della rieducazione. Nella costruzione di un transfert è molto importante l' identità sessuale , infatti la differenza di genere incide sulle forme e sui contenuti della stessa comunicazione tra educatore e ragazzo. All'interno di questa relazione, forme di comunicazione verbale e non verbale possono diversificarsi e avere un peso diverso in base alla persona che ci troviamo davanti. La presenza di operatori di ambo i sessi permette lo strutturarsi di una particolare esperienza pedagogica dell'altro. RISCHI DEL TRANSFER:
  • Instaurarsi di una vera e propria relazione sentimentale
  • Desiderio di compiacere l'educatore, quindi assecondare le sue aspettative
  • Possibilità che l'educatore ceda alle manovre di seduzione che a volte caratterizzano il comportamento del ragazzo. L'educatore sedotto potrebbe rischiare di perdere quella distanza pedagogica necessaria a mantenere uno sguardo esterno su una situazione che prevede un'implicazione personale SCOPO: la sua funzione è quella di provocare un’andata verso il futuro, un'apertura al possibile, il senso di essere un soggetto che vuole e sa intenzionare il reale.
  • l'altra comporta l'individuazione di nuovi significati possibili alla luce di una diversa interpretazione. Il ragazzo deve essere costruttore attivo della sua visione del mondo e quindi responsabile del suo comportamento. L'acquisizione di un nuovo sistema profondo di significati, la consapevolezza e la presa di distanza rispetto al vecchio devono darsi come prodotti dell'attività autopoetica del ragazzo. Per far si che egli diventi protagonista attivo del suo cambiamento, l'educatore deve offrire informazioni e provocazioni sui processi autogenerativi di rinnovamento dello stesso ragazzo. PENSARSI NEL FUTURO I processi di cambiamento e sviluppo che costituiscono un’esperienza educativa pedagogicamente legittimabile si svolgono lungo un asse temporale orientata al futuro. In alcuni casi, questi ragazzi mostrano una sorta di incapacità di collocare il loro essere attuale in una dimensione prospettica. Questo limite temporale della percezione di sé è rintracciata in genere in quei ragazzi la cui visione del mondo è centrata sull'idea di nullità del sé rispetto ad una realtà vista come un universo di costrizioni e vincoli insormontabili. Questa rappresentazione produce la paralisi di ogni capacità di collocarsi come attore protagonista del proprio futuro. In questo caso l'educatore si trova di fronte ad un’incapacità di costruire progetti condivisibili con gli altri e commisurati al principio di realtà. Perché il processo rieducativo possa considerarsi concluso, esso deve provocare nel ragazzo la propensione ad individuare il senso della sua esistenza in una proiezione di sé nel futuro, una proiezione condivisibile commisurata alla realtà. L'educazione dei ragazzi difficili è orientata ad un futuro che è e deve essere aperto al possibile. La funzione dell'educatore non è quella di presentare al ragazzo progetti già confezionati ma di suscitare in lui un pensiero di sé stesso nel futuro e di provocarlo a mediare continuamente istanze soggettive e vincoli reali. Un altro fattore importante è il tempo. Quello necessario al progetto rieducativo deve essere flessibile per ciascun ragazzo. Le attività proposte al ragazzo durante il percorso devono essere luoghi di costruzione di requisiti cognitivi, affettivi e relazionali che permetteranno poi al ragazzo di pensarsi nel futuro e di scegliere conseguentemente il modo per farlo. L'educatore, quanto figura di riferimento, dovrà essere disponibile a discutere con il ragazzo dei suoi limiti che scaturiscono dall’incontro con la realtà e le attività proposte. Infine, la vita quotidiana del ragazzo non si deve limitare all'interno dell'ambiente rieducativo, ma anche al di fuori. La strategia più efficace è quella di far sì che le prime esperienze all'interno dell'area di lavoro o di formazione scelta dal ragazzo precedano la dimissione dalla comunità o dall'istituto e che, una volta dimesso, il ragazzo possa ancora contare su una relazione significativa con l'educatore.

PIERO BERTOLINI

Pedagogista sociale noto per il suo contributo allo sviluppo della figura dell'educatore sociale in Italia, operando in ambiti come la pedagogia sociale, la marginalità e i servizi educativi territoriali. PARADIGMA FENOMENOLOGICO IN PEDAGOGIA Bertolini propone un paradigma fenomenologico in contrapposizione a quello positivista:

  • PARADIGMA POSITIVISTA: si focalizza sul senso oggettivo, cercando logiche causa-effetto per spiegare comportamenti inaspettati
  • PARADIGMA FENOMENOLOGICO: si concerta sul senso soggettivo, cercando di prendere il punto di vista del soggetto, il suo modo di pensare e le ragioni delle sue azioni (dietro ogni comportamento c'è una visione del mondo). L'obiettivo è andare oltre l'apparenza per comprendere l'interiorità CONCETTI CHIAVE
  • Ragazzi difficili : non si riferisce alla difficoltà degli educatori, ma a quella vissuta dai ragazzi nel diventare soggetti nel mondo
  • A rischio : condizioni in cui l'ambiente esterno condiziona fortemente il soggetto
  • Disagio socio-economico : situazioni di svantaggio economico
  • Disadatti : comportamenti inattesi nelle relazioni, inadatti al contesto
  • Devianti : comportamenti che hanno infranto le norme
  • Difficoltà a diventare soggetti : i ragazzi difficili hanno difficoltà ad interpretare e dare senso al mondo, sentendosi sopraffatti da esso o vedendolo diventare soggetto, impedendo loro di essere soggetti attivi
  • Dare significato al mondo : richiede la soggettività . GENESI PASSIVA: relazione con ciò che del mondo appare già dato (incoli di storia, cultura, corpo, sapere condiviso, intenzionalità dell'altro) . GENESI ATTIVA: percorso della coscienza intenzionale, dove la potenzialità individuale entra in dialogo per dare senso al mondo INTENZIONALITÀ E DIFFICOLTÀ NELL'ATTRIBUZIONE DEL SIGNIFICATO I ragazzi difficili hanno difficoltà ad applicare l'intenzionalità per dare senso al mondo, manifestando un disturbo dello sviluppo della coscienza intenzionale.
  • ASSENZA DI INTENZIONALITÀ (eccesso di mondo): il soggetto non riesce a dare senso e origine di significato a ciò che accade
  • DISTORSIONE DI INTENZIONALITÀ (eccesso dell'io): si manifesta come onnipotenza, rifiuto dell'altro e incapacità di percepire la realtà oltre il sé Bertolini sottolinea la necessità di cercare la “parte nascosta dell'iceberg”, ovvero il significato soggettivo. AZIONE EDUCATIVA
  • Conoscere il passato del ragazzo : comprendere i momenti passivi della formazione della soggettività per potervi andare oltre
  • Luoghi di intervento educativo : il corpo, i modelli di intenzionalità, il mondo dato per scontato
  • Approccio educativo : paradigma fenomenologico, contrario al determinismo causalistico, con centralità del soggetto e della relazione. L'obiettivo è costruire una visione del mondo, non dare modelli di comportamento
  • Intervento trasformativo : provocare una trasformazione della visione del mondo del ragazzo, cogliendone la sua prospettiva e aiutandolo a ristrutturare l'immagine di sé, rompere profezie autoavveranti e ampliare il campo di esperienza per costruire ottimismo esistenziale
  • Ruolo dell'educatore : disponibilità (empatia, sospensione del giudizio), autocontrollo (professionalità, non fretta di piacere), autorevolezza (distanza pedagogica, vincolo per stabilità). L'educatore offre esempi di intenzionalità che permettono al soggetto di creare il proprio modello (transfert pedagogico)

PROMOZIONE

  • Si rivolge all’insieme dei soggetti di un territorio, creando occasioni di apprendimento indipendentemente da condizioni di disagio specifiche
  • Obiettivo: lavorare con la collettività per promuovere la nascita di comunità stabili e sane
  • Gli interventi promozionali si realizzano indipendentemente dalla presenza, nei soggetti e nei luoghi di intervento, di particolari elementi predisponenti all'incontro con il disagio

COMUNITÀ

Assume significati diversi in vari ambiti. ORIGINI SOCIOLOGICHE Ferdinand Tonnies → contrappone 2 modelli di organizzazione sociale:

  • COMUNITÀ (gemeinschaft): tipica delle società tradizionali, caratterizzata da strette relazioni di parentela, vicinato, amicizia. Legami profondi, affettivi e sentimentali (volontà sociale naturale)
  • SOCIETÀ (gesellschaft): tipica delle società moderne, basata su legami contrattuali e legali (volontà sociale razionale) Con Tonnies, comunità assume un significato valutativo positivo. MAX WEBER: il concetto di comunità assume un significato descrittivo, presente in ogni società, ma riferito soprattutto alla dimensione locale. GALLINO Una collettività è una comunità quando i suoi membri antepongono, più o meno consapevolmente, i valori, le norme, gli interessi della collettività a quelli personali o di sottogruppi. Non esclude conflitti interni. TRAMMA
  • MACRO-ANALISI: forma pre-moderna di organizzazione sociale, legata ai processi produttivi, abitativi e relazionali delle società tradizionali.
  • META-ANALISI: fulcro delle politiche territoriali e delle modalità di promozione di aggregazioni sociali per il bene comune.
  • MICRO-ANALISI: possibile forma assunta da servizi sociali ed educativi per offrire supporto a soggetti con problemi e operatori, strutturati spazio-temporalmente. CARATTERISTICHE DELLA COMUNITÀ
  • Alto livello di socializzazione
  • Relazione diretta con il territorio e capacità di incidere sul suo sistema sociale
  • Indicatori: ampiezza geografica, numero di persone, interessi comuni, attività comuni, autonomia decisionale, dipendenza funzionale dei membri, grado di autosufficienza, dinamiche di inserimento/socializzazione COSTRUZIONE DI COMUNITÀ Motivazione : distanza tra comunità esistenti e auspicabili, percezione di mancanza di relazioni e solidarietà. Necessità: progettualità, pluralità di attori, metodi e strumenti efficaci. Azioni possibili : sviluppo di comunità/azione comunitaria, organizzazione comunitaria, pianificazione sociale, estensione dei servizi.

TERRITORIO

Tramma definisce il territorio come una categoria analitico-descrittiva dai significati multipli. DEFINIZIONI DI TERRITORIO

  • Spazio con confini riconoscibili, soggetto a giurisdizione istituzionale.
  • Spazio privo di confini riconoscibili, dove si svolgono attività illegali.
  • Spazio in evoluzione a cui un individuo o una comunità assegnano valore, ricordi, emozioni.
  • Spazio vissuto : ambiente in cui si sviluppano vite individuali e collettive, interpretato dai soggetti che lo abitano SPAZIO OMOGENEO VS. SPAZIO VISSUTO OMOGENEO: astratto/concettuale, definito dal pensiero, trascendente i soggetti, definito dall'alto. VISSUTO: concreto/soggettivo, connotato affettivamente, legato all’esperienza sensibile, interpretato dai soggetti. TERRITORIO E LAVORO EDUCATIVO La conoscenza del territorio è essenziale perché è il contesto in cui si inserisce il lavoro educativo (amministrativo, relazionale, operativo). Acquisisce riconoscibilità locale specifica e concreta. La conoscenza del territorio richiede aggiornamento costante a causa delle trasformazioni socio-economiche e culturali. STUDIARE/CONOSCERE IL TERRITORIO
  • Come io e altri ci rappresentiamo il territorio
  • Acquisizione di conoscenza concreta: mappatura della popolazione, ambiente naturale, urbanistico, socio-economico, mobilità, realtà aggregative e relazionali, servizi, storia del territorio e dei suoi abitanti