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Si tratta di ragazzi e ragazze i cui comportamenti sono percepiti come dissonanti rispetto ad un certo modello condiviso di competenza sociale. Ciò che è culturalmente percepito come comportamento adeguato o come condizione esistenziale auspicabile per una certa classe di età, sono parametri instabili, soggetti a fluttuazioni storiche e culturali. Modelli culturali guidano le decisioni e le pratiche nei confronti dei minori e stabiliscono le soglie di accettabilità sociale delle loro condizioni di vita e del loro comportamento. RAGAZZI DIFFICILI → scelta di un'unica categoria per classificare i ragazzi, con un diverso sistema di rilevanza focalizzandosi sulla PERCEZIONE DI UNA DIFFICOLTÀ , cioè l'esistenza di ostacoli che rende questi ragazzi difficili dagli altri. Descrivere una pedagogia dei ragazzi difficili significa dunque situarsi in quella particolare area di pratiche sociali di tipo educativo che riguarda i minori la cui esistenza e cui comportamenti sono considerati inadeguati sulla base di un accordo intersoggettivo. Il sistema di rilevanza implicato in un approccio pedagogico individua come pertinente non tanto il tipo di comportamento manifestato da un individuo, quanto le MOTIVAZIONI che lo rendono comprensibile dal punto di vista di chi lo ha prodotto. Il termine difficile indica la condizione in cui la soglia della problematicità viene superata provocando difficoltà e costrizioni tali da rendere necessario il costruirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e la ricerca di appropriate strategie di intervento. L’intervento pedagogico serve ad aiutare quei ragazzi che fanno fatica a diventare “soggetti”, cioè persone autonome, consapevoli e attive nella propria vita.
DIFFICOLTÀ ESISTENZIALE → categoria euristica volta ad indirizzare la ricerca del significato racchiuso in quelle azioni, atteggiamenti, stili di vita con cui ogni singolo individuo traduce questa difficoltà. L'esigenza di spiegare il fenomeno del disadattamento minorile si è sviluppata all'interno di un paradigma eziologico (scienza che studia le cause di un fenomeno). La ricerca si è indirizzata all'individuazione di quei tratti dell'individuo o della società passibili di essere considerati cause del fenomeno di devianza. DALLE CAUSE ORGANICHE A QUELLE PSICHICHE Lombroso (medico): tentativo di individuare fattori eziologici della devianza in origine biologico e somatico. Oltretutto, si indirizza la ricerca anche in un'impostazione neurologica e fisiopsicologica, con il tentativo di individuare una configurazione di fattori neurologici che determinano sindromi, come il danno minimo cerebrale (DMC) o il discontrollo episodico, che saranno associate a comportamenti violenti o aggressivi. La componente biologica però, essendo comunque mediata dai processi personali e interpersonali di attribuzione di senso, non appare a priori individuabile come causa generalizzabile dei comportamenti devianti né come ancoraggio per una diagnosi con valore predittivo. Tradizionale paradigma esplicativo di tipo psicologico e psichiatrico → l'attenzione si sposta sui tratti della personalità o del carattere. Attraverso l'uso di strumenti clinici come i test di personalità, cercano di individuare tratti specifici e costanti della personalità associati al comportamento deviante.
l'agire deviante significa cogliere in esso le tracce di quella particolare visione del mondo che lo sostiene. !! → assumere come centrale il contributo del soggetto non significa non dare importanza all'incidenza di altri fattori psicologici, familiari o sociali. Resta pertinente l'attenzione alle condizioni reali della vita dell'individuo. Le condizioni reali della vita sono elementi di base ai quali egli ha elaborato una certa visione del mondo e se tale processo di elaborazione conduce il ragazzo ad assumere comportamenti devianti, è necessario partire da questo per individuare un percorso di formazione mirato.
È il ragazzo difficile visto nella sua globalità come tutto che può fornirci gli indizi per cogliere il senso del suo comportamento deviante/antisociale. Bisogna prendere in considerazione il senso soggettivo che egli attribuisce al suo comportamento. Creare dei collegamenti tra gli eventi che hanno portato un minore a un comportamento antisociale delle volte può dimostrare come alcuni nessi non o siano significativi per chi quegli eventi magari non ha vissuto.
“La realtà aspetta una definizione/interpretazione creata dal soggetto” → Le cose non hanno un significato automatico: è la persona che le interpreta e decide cosa rappresentano per lei. “Ciò che trasforma l’oggetto in un oggetto di valore per il soggetto” → Un oggetto diventa importante solo se ha valore per qualcuno. Esempio: Un libro è solo carta Ma per chi studia per un esame diventa fondamentale “La coscienza intenzionale” → La coscienza è sempre rivolta a qualcosa (pensieri, oggetti, persone). Quando si rivolge al mondo, gli dà senso e valore. “Il mondo per sé” → Ciò che è reale per una persona non è il mondo in generale, ma il mondo così come lei lo vive e lo interpreta. Il mondo diventa reale e significativo solo attraverso la coscienza del soggetto, che gli attribuisce senso e valore in base al proprio punto di vista. ➔ Ciascun individuo costruisce una propria visione del mondo, una rappresentazione significativa della realtà, della “reale” realtà del soggetto.
L’ azione educativa deve essere fin dall'inizio sensibile alla libertà personale dell'educando e aperta alla prospettazione di orizzonti, di punti di vista e di valori non stereotipati. Una relazione educativa per essere autentica deve fondarsi su una reale comunicazione con l'altro. Legame importante che lega educazione e costituzione della soggettività: si tratta di una premessa indispensabile all'analisi del problema dei ragazzi difficili e all'analisi dei modi e dei fini che riguardano la loro educazione.
Lo sviluppo di ogni individuo non dipende esclusivamente dalle situazioni a lui esterne, ma dipende anche e soprattutto dall'attività intenzionale della coscienza individuale. ASSENZA DELL’INTENZIONALITÀ: DISPERAZIONE DI NON VOLER ESSERE SÉ STESSI
Il comportamento di un individuo è strettamente legato alla visione del mondo e questa è generata da un complesso processo di apprensione soggettiva dell'esperienza vissuta. Aiutare il ragazzo serve a:
LAVORO DI EQUIPE: l'autentica comprensione del ragazzo difficile implica la messa in prospettiva di più sguardi. Il periodo dedicato all'osservazione e alla conoscenza del ragazzo, il momento diagnostico, richiede una convergenza di competenze distinte e dunque un dialogo e una messa in prospettiva dei vari sguardi portati sul ragazzo a partire da ottiche diverse. Il lavoro d'equipe risulta fondamentale e lo è quando la comprensione della visione del mondo del ragazzo viene considerata la premessa necessaria di un intervento educativo efficace. Il lavoro d'equipe implica la consapevolezza della parzialità di ogni punto di vista e di conseguenza la capacità di negoziare con gli altri le proprie interpretazioni. EDUCATORE: dovrebbe fare in modo di partecipare ad esperienze o spaccati di vita del ragazzo il più possibile autentici ossia ritagliati all’interno del suo mondo della vita. Oltretutto, l'educatore ha un ulteriore e specifico compito: quello di valutare l'educabilità. In qualche modo egli deve costruire una mappa dei luoghi di maggior resistenza e di quelli su cui invece è possibile fare leva durante il percorso rieducativo.
Per indirizzare l'intervento educativo dobbiamo partire dal:
In questo caso l'educatore fa i conti con ragazzi particolarmente addestrati ad un uso attento e sofisticato delle proprie capacità percettive, intellettive e relazionali. Il compito dell'educatore è quello di cogliere e valorizzare queste competenze, costruendo però dei contesti e degli scenari in cui il loro valore e la loro funzione possano essere ridefiniti. Aspetti su cui intervenire per costruire le condizioni minime di possibilità di un intervento rieducativo
Il ragazzo difficile è “cresciuto troppo in fretta”, ha affrontato esperienze sproporzionate alla sua età e ciò ha comportato quel disorientamento della personalità responsabile del suo comportamento antisociale. Il problema quindi è la precocità , l'incongruenza tra l'età e le esperienze compiute spiegherebbe perché quei ragazzi siano cresciuti in quel modo. Il punto è quello di ampliare l'orizzonte qualitativo degli incontri del ragazzo con il mondo. Il confronto con esperienze diverse, si trasforma in una provocazione a pensare che il mondo è o può essere significato in molti modi. !!! → ogni pratica che si limita ad allontanare il ragazzo dalla sua vita senza accompagnarlo a nuove proposte, rischia di non essere educativa per l'individuo. È necessario centrare la rieducazione sulla dilatazione del campo di esperienze , ossia sulla costruzione delle condizioni che possono provocare un ripensamento del mondo e della propria collocazione in esso → offrirgli la possibilità di costruirsi una visione di esso meno deformata di quella che egli aveva elaborato a partire da esperienze sempre e solo desolanti.
Costruire esperienze dell’altro è la strategia più adeguata per far maturare nel ragazzo un senso di appartenenza; cioè la percezione di essere parte di un mondo intersoggettivo in cui si è collocati in un rapporto che è insieme di autonomia e dipendenza. L'educatore deve tener conto di un aspetto della fisionomia del gruppo: la sua dimensione. La dimensione del gruppo non è affatto irrilevante in quanto da essa dipendono le dinamiche interpersonali che tenderanno ad innescarsi tra i ragazzi.
Strategie centrali dell’educazione dei ragazzi difficili = predisporre situazioni in cui il ragazzo possa sperimentare il valore dell'essere con gli altri. Il lavoro dell'educatore si esplica in un vivere con il ragazzo e quindi anche la sua stessa presenza sul capo si trasforma in un caso particolare di esperienze dell'altro. Il rapporto che l'educatore instaura con il ragazzo costituisce una particolare forma di relazione interpersonale. La figura dell'educatore incide sul percorso formativo; per questo è necessario che l'educatore, controlli la sua implicazione personale perché essa diventi una forma di esperienza dell'altro orientata agli scopi della rieducazione. Importante è la competenza dell'educatore che viene affiancata da quei tratti distintivi che fanno parte di questa figura professionale: capacità entropatica, conoscenza delle tecniche relative alla costruzione di esperienze significative, abilità di gestione dei gruppi, capacità di organizzazione dell'ambiente quotidiano, gestione pedagogica dell'avventura. I disturbi dei ragazzi difficili possono essere ricondotti a particolari interpretazioni di alcune pregresse esperienze con il mondo degli adulti. I ragazzi difficili provano diffidenza nei confronti di qualsiasi adulto, quindi l'incontro e la relazione con l'educatore devono trasformarsi per il ragazzo in un'occasione per sperimentare che l'adulto può anche essere diverso. L'educatore si deve presentare al ragazzo in modo che quest'ultimo non crei uno schema abituale di interpretazione. L'educatore:
Pedagogista sociale noto per il suo contributo allo sviluppo della figura dell'educatore sociale in Italia, operando in ambiti come la pedagogia sociale, la marginalità e i servizi educativi territoriali. PARADIGMA FENOMENOLOGICO IN PEDAGOGIA Bertolini propone un paradigma fenomenologico in contrapposizione a quello positivista:
Assume significati diversi in vari ambiti. ORIGINI SOCIOLOGICHE Ferdinand Tonnies → contrappone 2 modelli di organizzazione sociale:
Tramma definisce il territorio come una categoria analitico-descrittiva dai significati multipli. DEFINIZIONI DI TERRITORIO