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Riassunti Costruire il patrimonio culturale di Anna Maria Iuso, Sintesi del corso di Antropologia Culturale

Riassunti, capitolo per capitolo, dell'intero libro.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 03/07/2023

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Introduzione!
A partire dagli anni ’80 abbiamo visto lo svilupparsi di una forte pulsione memoriale: viene infatti
riaperta la questione della memoria relativa alle grandi piaghe del secolo (la Shoah ad esempio), la
questione della testimonianza e della liceità del ricordo etc…!
Questa esigenza di recupero e condivisione della memoria, collettiva ed individuale (le istanze
autobiografiche) hanno portato al porre al centro del dibattito il patrimonio.!
Il patrimonio, ha diverse posture patrimoniali:!
1. Estensione: partire da un oggetto e patrimonizzandolo estendere il valore ai suoi prodotti
derivati (es. storia di Torremaggiore).!
2. Individualizzazione: costruire un patrimonio a partire da un singolo che a sua volta diviene
patrimonio insieme alle sue creazioni (es. il Vittoriale di D’Annunzio).!
3. Mobilizzazione: la patrimonializzazione innesca delle dinamiche sociali che portano al
salvataggio e/o alla salvaguardia del patrimonio (es. l’alluvione di Firenze e Piazza Navona).!
4. Mondializzazione: il mondo intero diventa garanzia di valore e possibilità di sfruttamento del
patrimonio nel momento in cui esso viene iscritto nella lista UNESCO (es. I trulli ad
Alberobello).!
1. Il vento e gli asfodeli: Federico II e l’uso sociale della storia a Torremaggiore!
A Torremaggiore in Puglia, provincia di Foggia, prende atto un corteo storico che simboleggia il
fenomeno per cui una cittadina cambia il suo rapporto con la storia, introducendo nuovi attori
sociali mediatori di cultura, nuovi luoghi condensatori di memoria cercando di rilanciare una
nuova immagine culturale.!
Abbiamo infatti, un esempio di “uso sociale della storia” (deriva dalla definizione di Habermas
ampliata successivamente da Gallerano) secondo cui quest’ultima non viene scritta solo ad uso e
consumo degli storici specialisti, ma viene rappresentata e messa in scena attraverso altri media
(arte, letterartura, musei…) per un pubblico più vasto. Secondo Iuso e Gallerano, questo modo di
intendere la storia diviene terreno di confronto fertile per i cittadini, che porta alla nascita di una
nuova coscienza storica, non tanto legata alla validazione degli accadimenti storici tanto quanto al
rifondare storie locali e legittimarle. Attraverso le rievocazioni storiche dunque, la storia diventa
pratica sociale e culturale (Bensa).!
Il “Corteo storico di Federico II di Svevia e di Fiorentino” è diviso in due parti:!
-La rievocazione storica: narra l’arrivo dei profughi di Fiorentino a Torremaggiore dopo l’attacco
delle truppe di Alessandro IV.!
-L’evocazione: di un giorno di festa presso la corte di Federico II, personaggio illustre che morì,
senza mai aver visitato la città, a Fiorentino (particolarmente importante per il suo essere uno
dei più grandi sovrani medievali che attuò un regno senza distinzioni di razza, sesso, religione).!
Il corteo, di anno in anno, inserisce nella manifestazione elementi sempre nuovi e mai definitivi,
così da non negare solamente l’evento alla morte di Federico II. Inoltre, abbiamo una
storicizzazione della festa volta a fissare nella memoria e nella storia del paese il corteo come
tradizione a sè stante, divenendo una “memoria culturale” espressa attraverso le proiezioni delle
annate precedenti.!
Prima della nascita del corteo, Fiorentino (località vicino a Torremaggiore) era un luogo pressoché
disabitato e utilizzato solamente come campagna per momenti di svago. A partire dal 1982,
tramite una convenzione stipulata tra l’Università di Bari e l’Ercole Francaise di Roma però,
comincia l’esplorazione del sito archeologico di Fiorentino (da parte degli studenti delle
università), avente l’obbiettivo di studiare e far conoscere la città medievale a sempre più persone,
a partire dall’analisi dei reperti ritrovati. L’archeologia dunque, ha creato le condizioni per un
nuovo rapporto sociale con la storia del paese: in maniera significativa infatti, il corteo prende atto
a settembre, prima “mese degli archeologi” e successivamente “mese federiciano” nello
slittamento dell’archeologia alla storia come disciplina di riferimento per l’innescarsi delle
dinamiche culturali. Tuttavia però, abbiamo una battuta di arresto nel 1989, quando il proprietario
del terreno di scavo lo vende al comune rivale della città di Lucera (anche se alla fine
Torremaggiore lo riotterrà).!
Inoltre, sempre nello stesso anno, con la morte di Tommaso Leccisotti, intellettuale e autore del
libro narrante la storia della cittadina “Monasterium Terrae Majoris” il comune di Torremaggiore
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Introduzione A partire dagli anni ’80 abbiamo visto lo svilupparsi di una forte pulsione memoriale: viene infatti riaperta la questione della memoria relativa alle grandi piaghe del secolo (la Shoah ad esempio), la questione della testimonianza e della liceità del ricordo etc… Questa esigenza di recupero e condivisione della memoria, collettiva ed individuale (le istanze autobiografiche) hanno portato al porre al centro del dibattito il patrimonio. Il patrimonio, ha diverse posture patrimoniali:

  1. Estensione: partire da un oggetto e patrimonizzandolo estendere il valore ai suoi prodotti derivati (es. storia di Torremaggiore).
  2. Individualizzazione: costruire un patrimonio a partire da un singolo che a sua volta diviene patrimonio insieme alle sue creazioni (es. il Vittoriale di D’Annunzio).
  3. Mobilizzazione: la patrimonializzazione innesca delle dinamiche sociali che portano al salvataggio e/o alla salvaguardia del patrimonio (es. l’alluvione di Firenze e Piazza Navona).
  4. Mondializzazione: il mondo intero diventa garanzia di valore e possibilità di sfruttamento del patrimonio nel momento in cui esso viene iscritto nella lista UNESCO (es. I trulli ad Alberobello).
  5. Il vento e gli asfodeli: Federico II e l’uso sociale della storia a Torremaggiore A Torremaggiore in Puglia, provincia di Foggia, prende atto un corteo storico che simboleggia il fenomeno per cui una cittadina cambia il suo rapporto con la storia, introducendo nuovi attori sociali mediatori di cultura, nuovi luoghi condensatori di memoria cercando di rilanciare una nuova immagine culturale. Abbiamo infatti, un esempio di “uso sociale della storia” (deriva dalla definizione di Habermas ampliata successivamente da Gallerano) secondo cui quest’ultima non viene scritta solo ad uso e consumo degli storici specialisti, ma viene rappresentata e messa in scena attraverso altri media (arte, letterartura, musei…) per un pubblico più vasto. Secondo Iuso e Gallerano, questo modo di intendere la storia diviene terreno di confronto fertile per i cittadini, che porta alla nascita di una nuova coscienza storica, non tanto legata alla validazione degli accadimenti storici tanto quanto al rifondare storie locali e legittimarle. Attraverso le rievocazioni storiche dunque, la storia diventa pratica sociale e culturale (Bensa). Il “Corteo storico di Federico II di Svevia e di Fiorentino” è diviso in due parti:

- La rievocazione storica: narra l’arrivo dei profughi di Fiorentino a Torremaggiore dopo l’attacco

delle truppe di Alessandro IV.

- L’evocazione: di un giorno di festa presso la corte di Federico II, personaggio illustre che morì,

senza mai aver visitato la città, a Fiorentino (particolarmente importante per il suo essere uno dei più grandi sovrani medievali che attuò un regno senza distinzioni di razza, sesso, religione). Il corteo, di anno in anno, inserisce nella manifestazione elementi sempre nuovi e mai definitivi, così da non negare solamente l’evento alla morte di Federico II. Inoltre, abbiamo una storicizzazione della festa volta a fissare nella memoria e nella storia del paese il corteo come tradizione a sè stante, divenendo una “memoria culturale” espressa attraverso le proiezioni delle annate precedenti. Prima della nascita del corteo, Fiorentino (località vicino a Torremaggiore) era un luogo pressoché disabitato e utilizzato solamente come campagna per momenti di svago. A partire dal 1982, tramite una convenzione stipulata tra l’Università di Bari e l’Ercole Francaise di Roma però, comincia l’esplorazione del sito archeologico di Fiorentino (da parte degli studenti delle università), avente l’obbiettivo di studiare e far conoscere la città medievale a sempre più persone, a partire dall’analisi dei reperti ritrovati. L’archeologia dunque, ha creato le condizioni per un nuovo rapporto sociale con la storia del paese: in maniera significativa infatti, il corteo prende atto a settembre, prima “mese degli archeologi” e successivamente “mese federiciano” nello slittamento dell’archeologia alla storia come disciplina di riferimento per l’innescarsi delle dinamiche culturali. Tuttavia però, abbiamo una battuta di arresto nel 1989, quando il proprietario del terreno di scavo lo vende al comune rivale della città di Lucera (anche se alla fine Torremaggiore lo riotterrà). Inoltre, sempre nello stesso anno, con la morte di Tommaso Leccisotti, intellettuale e autore del libro narrante la storia della cittadina “Monasterium Terrae Majoris” il comune di Torremaggiore

procede alla ristampa dell’opera, così da aggiungere alla passione archeologica degli studenti delle università precedentemente citate quella storica. Il Centro di attività culturali del paese prende il nome di Tommaso Leccisotti in maniera significativa e grazie all’idea di Ciro Panzone, studente di Bari ispiratosi ai cortei storici della sua città, idea nel 1984 il Corteo storico di Fiorentino e Federico II. Il corteo inizialmente era composto da pochi professionisti, nuova fascia della popolazione cittadina che sancisce il passaggio dalla generazione contadina ai figli di quest’ultima. Inoltre, grazie a questa nuova generazione assistiamo ad una collettività che fa storia per dotarsi di una continuità con un passato lontano e glorioso, non più attraverso le voci di poche famiglie colte, ma tramite la fascia media della cittadinanza. Viene inoltre anche rinnovato il diroccato “castello del principe” all’interno del quale sorge la Biblioteca comunale Michele De Angelis e soprattutto Museo dei reperti di Fiorentino. L’evento del corteo, in definitiva si nebulizza sulla città lasciando diverse facce, incrociandosi ad un’evidente ideologia patrimoniale:

- Nebulizzazione spuria: abbiamo per esempio un adeguamento stilistico e percettivo (es. i

negoziati originariamente anonimi si ristrutturano in uno stile medievaleggiante con l’insegna “Antichi sapori”).

- Nebulizzazione intenzionali: il tentativo di incidere sulla toponomastica cittadina imponendo

sulle strade i nomi per esempio di Federico II o l’invitare Ciro Panzone nelle scuole quando si affronta il Medioevo e la storia locale del paese. —> La manifestazione storica (il corteo) in questo caso, vuole demoralizzare la storia locale e connetterla con la grande storia nebulizzandosi in diverse attività e pratiche: spettacoli circensi, convegni, pubblicazioni (come evidenziato dagli obbiettivi del Centro attività culturali di don Tommaso Leccisotti). La patrimonializzazione di Torremaggiore dunque, appare quasi riparare un torto subito nel passato, che avrebbe tolto ai nativi la capacità di usufruire dei propri beni. La trasposizione del sito in patrimonio infatti attira sulla località i benefici che per troppo tempo sono stati negati alla sua popolazione (che inoltre ora può accedere alla conoscenza della sua storia senza la mediazione delle grandi famiglie).

  1. Mio feudo addio: il riscatto di Alberobello I trulli sono delle abitazioni contadine pugliesi formate da pietre irregolari poste in cerchio e dal tetto a punta, la cui prima documentazione risale al XVIII secolo. Essi vengono studiati da numerosi professionisti, tra cui Emile Bertaux, che sostiene che essi siano la lineare discendenza delle case tipiche di una popolazione anteriore ai Greci e ai Romani, che nelle sue migrazioni aveva utilizzato una tecnica costruttiva fondata sull’utilizzo della pietra. I trulli pugliesi infatti, sono una costruzione che per il suo grado di alta adattabilità e potenzialità, trascende le epoche. Tramite le prime descrizioni metodiche dei trulli, Berteaux rinforza la loro dimensione mitica che aveva affascinato numerosi scrittori e contribuisce al loro radicamento scientifico e letterario. La “città dei trulli” per eccellenza è Alberobello: essi infatti, al suo interno sono stati classificati come monumento nazionale, portando i turisti ad ignorare i trulli presenti nelle campagne più periferiche. I trulli infatti, si disperdono sul territorio pugliese e dal 1977 entra oa far parte del Comprensorio dei trulli e delle grotte che riunendo diversi Comuni conta oltre 50.000 trulli, con l’obbiettivo di difenderli e salvaguardarne il turismo. Ci si domanda dunque, in che maniera due quartieri costruiti a trullo all’interno della città abbiano giustificato un’intera strategia economica regionale che ha portato al riconoscimento di Alberobello come patrimonio UNESCO nel 1996? In primis ciò è dovuto alla ricca letteratura (208 testi) riguardante i trulli. Essa, secondo Ruppi, si divide in:
  2. La forza della tradizione degli storici locali: Lippolis, Morea, Notaricola, Contento, Martellotta nelle loro opere sulla città discendono sempre da quella di Pietro Gioia, che sebbene originario del quartiere vicino di Noci, cominciò a fare luce sulle origini di Alberobello. Egli

In definitiva, gli obbiettivi sono: garantire la permanenza degli abitanti nei trulli, assicurando il miglioramento delle condizioni di gita e permettere alla collettività di vivere il patrimonio artistico delle sue abitazioni.

  1. Piazza Navona: per un’antropologia del presente Il nostro presente è caratterizzato dalla nostalgia per il luogo della piazza (pensiero centrale nei lavori degli architetti-urbanisti Candilis e Bonfill), di cui Piazza Navona è l’utopia architettonica per eccellenza in quanto luogo di animazione della società e della democrazia. Osservando Piazza Navona vediamo la distinzione (Rousseau, Durkheim) tra piazza e strada. La prima infatti, un luogo in cui la società si incarna in quanto è uno spazio di soggiorno più durevole e di deambulazione non lineare (ma è anche caratterizzata da una pluralità sociale eterogenea, in quanto ospita persone anche provenienti da lontano) mentre il secondo, è un luogo di circolazione e di passaggio. Nel caso di Piazza Navona in particolare, essa è la perfetta rappresentazione di come la piazza sia un luogo ricco di eventi sociali che le sono propri, che accoglie nella sua forma ampia e plurale. Analizzando il transito di individui che passano per Pizza Navona (turisti, musicisti, bar e ristoranti, ambulanti, artisti), nel fare su di essa un etnografia, notiamo come essa sia un perfetto esempio di non luogo: è uno spazio avente flusso continuo, senza spesso convergenza (gli individui infatti, al suo interno stazionano spesso per poco tempo). Ci si domanda dunque in che maniera si possa cogliere in questa piazza uno spazio di reciproca conoscenza, rendendola luogo. Le diverse interviste ad abitanti o lavoratori di Piazza Navona restituiscono come essa, attualmente, sia estremamente diversa dalla sua epoca d’oro, durante gli anni ’60, periodo in cui nella piazza si poteva ancora vivere una vita di quartiere, con la presenza di aggregazioni domenicali nelle chiese, diverse attività commerciali e mercati su misura per i residenti, che potevano ancora permettersi le case a dei prezzi modici. Vediamo infatti, che la piazza ha attraversato diverse fasi. Secondo Eugenio Sonnino tutto è iniziato con l’istituzione di Roma come capitale d’Italia, moltiplicandone la popolazione e la superficie in maniera enorme. Ciò ha portato ad una fortissima pressione demografica nel centro storico. Inoltre, quest’ultimo, a causa della sua longevità, ha visto susseguirsi diverse concezioni architettoniche differenti che hanno portato alla presenza di ampi appartamenti borghesi e case popolari abitate sin dal primo piano talmente ammassate da essere caratterizzate da un’assenza di servizi. Il centro storico dunque, era divenuto un’isola del sottosviluppo che costringeva i suoi abitanti a trasferirsi in altri quartieri. L’assenza del Comune di Roma, che non voleva prendersi la responsabilità del denaro che sarebbe stato necessario alle ristrutturazioni, ha portato ad un’enorme speculazione di privati che ristrutturando e rivendendo le proprie case a prezzi maggiori, ha portato il centro storico ad essere quasi interamente occupato da una media borghesia. Assistiamo dunque al passaggio dal luogo collettivamente abitato, ricco di relazioni sociali di memorie comuni a non-luogo della modernità essenzialmente destinata ai flussi del traffico turistico. In particolare, ciò è sancito dall’associazione Navona 2003 di cui fanno parte i ristoratori della Piazza che rivendicano fortemente come essa non possa essere piegata ai desideri di silenzio e tranquillità dei nuovi abitanti, che avendo pagato molto i loro immobili, vorrebbero che la piazza diventasse una “zona di rispetto”. Essi invece, sostenendo sia “impossibile fermare il tempo” sottolineano di star agendo per riportare Piazza Navona ad un passato in cui era epicentro di attività collettive (es. volendo il Mercato della Befana). Fino al 1869 (anno del trasferimento del mercato a Campo De’Fiori) infatti, la piazza era il luogo in cui si teneva il mercato di prodotti alimentari e non. Notiamo dunque in definitiva che Piazza Navona, sia la rappresentazione di pomello spazio urbano sia la proiezione di temporalità collettive multiple, in discussione e contraddittorie.
  2. Salvare il possibile: l’inondazione di Firenze del 1966 Nella notte del 4 novembre 1966 Firenze viene completamente inondata dalle acque dell’Arno e dei suoi affluenti dopo giorni di pioggia torrenziale.

L’inondazione lasciò una vera e propria catastrofe patrimoniale in quanto l’acqua entrò a Gabinetto Viesseux, agli Uffizi, nel Duomo, nella chiesa di Santa Croce distruggendo opere d’arte, manoscritti ma soprattutto libri. A causa dell’asciugarsi delle acque che asciò un’enorme quantità di fango che attaccatosi sulle cose era quasi impossibile da scrostare senza danno se non nell’immediato, causò il danneggiamento di un terzo del patrimonio librario della Biblioteca Nazionale. Determinanti per il recupero del matrimonio minacciato, in parte recuperato, furono le persone che presero parte al cordone umanitario (amplificato dai media e proveniente dall’Italia e dall’Europa) che arrivò spontaneamente a Firenze in pochissimo tempo per aiutare a salvare il suo patrimonio. Essi vennero soprannominati “gli angeli del fango” e avevano come idea comune il voler salvare un patrimonio universale che trascendeva i confini geografici. Sorprendentemente, furono dunque riconosciuti come salvatori di Firenze non tanto coloro che preservarono l'economia cittadina e che salvarono vite umane ma coloro che difesero il patrimonio culturale e artistico. Era infatti presente una gerarchia culturale degli aiuti che venivano dati. Per esempio, quelli dati nelle periferie vennero svalutati in voce dell’unione ideale che attuò la catastrofe nei confronti di Firenze, la sua arte e la sua cultura e i suoi abitanti. Vediamo infatti, come questi ragazzi, principalmente studenti, avessero due priorità: salvaguardare il patrimonio prima di tutte le altre esigenze materiali e la tutela del libro, oggetto che cristallizzava in sè tutte le declinazioni dell’emozione patrimoniale. Presto infatti, la pratica di salvataggio divenne un momento di esaltazione, in quanto rappresentava il prendere parte ad una tra le più importanti opere di salvataggio dell’umanità e poi successivamente, anche un momento di partecipazione ad un gesto collettivo che identificava un’intera generazione. La grande copertura mediatica, attivata anche dalla visita di Ted Kennedy e la fondazione CRIA (committenza per il salvataggio dell’arte italiana), portò inevitabilmente a portare luce solamente sulla presenza di una catastrofe da affrontare con la forza di solidarietà, mettendo in ombra le cause, in parte prettamente umane, che avevano causato la catastrofe, in quanto i lavori per mettere in sicurezza il fiume erano stati interrotti. Vediamo infatti come film come “Per Firenze” di Zeffirelli e “Il coraggio di Firenze” di Tannerà mettano in evidenza una catastrofe concepita e raccontata attraverso i simboli del patrimonio, del fango, della solidarietà e del sentimento di perdita che diviene motore per l’occultamento della responsabilità umana e la riaffermazione di un patrimonio universale. In questo caso, assistiamo ad una catastrofe, che paradossalmente si trasforma in un’opportunità, in quanto essa spinge gli uomini a “salvare il possibile” specialmente se riguarda il patrimonio che li circonda, spesso opacizzato dalla vita quotidiana. La violenza della natura e la forza della reazione del popolo, che mostra sul lato migliore, sono i due poli che costituiscono un discorso che utilizza le emozioni per cancellare ogni responsabilità umana e spostare l'attenzione sulla bellezza del patrimonio minacciato con quella dell'azione di salvaguardia. La rievocazione costante del sentimento di perdita (targhe con il livello dell’inondazione, “assente perchè inondato” nella lista dei libri etc…) si fa atto memoriale. In particolare, la memoria delle operazioni di salvataggio e della catastrofe che segue due binari: quello della collettività e quello delle istituzioni. Gli angeli del fango infatti, si riuniscono in un momento di rievocazione collettiva nei momenti associativi voluti dalle istituzioni per ricordare l’evento, in particolare la Giornata europea del volontario a Firenze, dalla valenza sia commemorativa che prospettica, in quanto in quell’occasione di richiedeva la mobilitazione di progetti riguardanti il futuro legati anche alla catastrofe (nuovi fondi per rendere sicuro l’Arno, autonomia della Biblioteca Nazionale per permetterle di ricercare fondi autonomi). In totale infatti, sono state create oltre 126 occasioni tra convegni, feste, cene (ma anche il censimento su internet del 2005 che invitava a raccogliere le proprie testimonianze) che permisero agli angeli del fango di rivivere quella mobilitazione che fu anche annuncio dei futuri movimenti del ’68. Siamo infatti davanti ad un’operazione di memoria culturale che fa di questa emozione patrimoniale, uno strumento per definire un segmento identitaria di una generazione intera a livello nazionale, europeo e internazionale.

  1. Il palazzo delle memorie nella città del diario

Notiamo però, come, sebbene Pieve abbia avuto una rinascita culturale, l’Archivio abbia attuato un opera di caratterizzazione del territorio attraverso una delocalizzazione della memoria: l’archivio infatti, rimane uno spazio vitale che non lascia un segno tangibile della sua appartenenza in quanto può contenere documenti provenienti da tutto il mondo. Il 2004 ha rappresentato un anno fondamentale in quanto, sono state fatte coincidere la festa della Vergine con quella dell’Archivio, l’albergo di Pieve ha preso il nome di “Hotel Diario” e molte altre iniziative che hanno valorizzato il turismo nella città. Possiamo dire in definitiva, che l’Archivio diaristico nazionale ha modificato gli equilibri del borgo, giocando tra un andirivieni fra locale e globale.

  1. Gabriele D’Annunzio: il teatro della scrittura D’Annunzio fu l’autore che più di tutti diede via ad una foltissima, quasi infinita, opera di scrittura di corrispondenze con il suo architetto Moroni, con le sue amanti, descrizione delle sue giornate etc… di cui il Vittoriale è simbolo in quanto traduzione della sua persona espressa in linguaggio delle forme, spazi ed oggetti. Il Vittoriale, posto sul lago di Garda, doveva essere inizialmente solamente la residenza in cui il poeta, sconfitto nell'impresa bellica del 1920 di conquista di Fiume (per cui venne ritenuto un avversario temibile da Mussolini), avrebbe potuto riposarsi e completare le sue raccolte poetiche. Originaria dimora di Heinrich Thode e la coniuge Daniela von Bulow, nuova di Richaed Wagner, come altre residenze dannunziane (la Capponcina e la villa Saint Dominique au Molleau -vicino ad Archaon-) essa viene totalmente ristrutturata secondo i gusti del poeta, ormai stanco e sconsolato dal sentimento di esclusione dalla vita italiana. Mussolini infatti, per isolare il pericolo del suo ritorno in politica, dopo la marcia su Roma lo mette davanti al fatto compiuto e gli promette aiuti finanziari. Egli infatti, non solo gli promise di divenire principe di Montenevoso, di pubblicare tutte le sue opere attraverso la nuova fondazione nel 1926 dell’Istituto nazionale per le edizioni di tutte le opere di Gabriele d’Annunzio ma anche il rendere il Vittoriale monumento nazionale, mantenuto dunque a spese dello stato così da comprare il silenzio politico dell’autore. Così facendo, invecchiato e avvilito dal non poter proporre un’alternativa al potere fascista, D’Annunzio si lanciò con fervore e accanimento nel rendere immortale la sua dimora. Con l'aiuto dell'architetto Giancarlo Maroni dal 1923 D'Annunzio trasformò radicalmente la villa ingrandendola e curando i dettagli nell’eccesso. Acquisisce inoltre i terreni intorno alla casa per installarci elementi di sorprendente scenografia: la nave Puglia incastrata nel terreno, il teatro Pompei, il museoleo… Proprio come la sua opera letteraria è stata considerata da molti frutto di prestiti da autori minori o stranieri, il Vittoriale è frutto di un costante recupero di elementi già esistenti in quanto insieme a Maroni, egli aveva preso un in esame un vasto insieme iconografico da cui estrarre degli elementi (es. lo scrittorio proveniente da un affresco di Masaccio, la facciata degli appartamento identiche al palazzo del podestà di Arezzo o nello specifico la copia Nike di Samotracia che simboleggia l’Italia, corpo femminile mutilato dalle invasioni straniere che portano alla svalutazione del modello estetico italiano…). Tutti questi elementi sono raccolti nel “Il Libro segreto” del 1935, messa in scrittura del luogo, delle intenzioni e dei pensieri dell’autore sottoforma di un suo ammiratore che visita alcune delle sue stanze. All'interno del Vittoriale è presente un elevatissimo numero di oggetti in quanto la moltitudine di cose rappresenta la concezione del poeta per cui la vita è piena di immagini e termini spesso incongrui necessari per stimolare epifanie cognitive ed emozionali. Il Vittoriale è dunque l’apoteosi del decadente, della sua concezione globale e della sua ossessione per il dettaglio. I giardini invece, divengono un vero e propri giardino della memoria italiana in voce anche della controparte della figura del poeta-soldato: la zona della Prioria infatti era concepita per essere occupata dalla folla ed effettivamente, ci fu anche un ricevimento dei soldati che avevano combattuto a Fiume. Abbiamo infatti, proiettili donati da Armando Diaz, pezzi del terreno della disfatta di Caporetto, le ventisette colonne erette per le battaglie combattute nella 1gm dalle truppe italiane… Il Vate inoltre, tramite un atto notarile, ha donato allo Stato italiano il Vittoriale, in un gesto patrimoniale esemplare per il fatto che egli aveva perfettamente compreso che l'immortalità della

sua opera sarebbe dipesa dalla sua capacità di costituirla come patrimonio comune e di legarla allo Stato, che si sarebbe preso l'obbligo di salvaguardarla (per il grande numero di denaro investito nella dimora, esso sarebbe stato costretto a proteggerla, strategia anticipata dallo stesso D’Annunzio). A partire dall’atto notarile che sancisce la cessione allo Stato nel 1923 e alla famosa frase all’ingresso della dimora “Io ho ciò che ho donato” si susseguono il divenire monumento nazionale nel 1925 e nel 1937 fondazione amministrata da un consiglio e un presidente nominato dal capo dello Stato. Al suo interno si creano mostre, pubblicazioni, conferenze etc… in quanto come lasciato scritto da D'Annunzio "tutto deve essere raccolto, custodito e vivere nel Vittoriale degli italiani”. In particolare l’opera “Visite a d’Annunzio”, ciclo di interviste attuate da Francois Huret, inviato da “Le Figaro” testimoniano una cronaca delle trasformazioni del luogo.

  1. “Oh Romeo, Romeo!”: La casa di Giulietta e l’illusione letteraria All'interno della città di Verona, sito UNESCO sin dal 2000 è presente la cosiddetta Casa di Giulietta situata in via Cappello 23, polo d'attrazione per migliaia di coppie provenienti dal mondo intero e raggiungibile attraverso l’itinerario “tour della Verona shakespeariana”. Essa, con i suoi 35.000 di visitatori l’anno è uno dei casi più eclatanti di patrimonializzazione della letteratura, attuando un cortocircuito tra finzione e realtà. Si ritiene che la storia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti sia vera in quanto citata da Dante nel canto VI del Purgatorio e da Luigi Da Porto nella sua “Istoria novellatamente ritrovata di due nobili amanti con la loro pietosa morte intervenuta già al tempo di Bartolomeo della Scala” del
  2. Tuttavia, entrambe queste cosiddette testimonianze, appaiono come un miscuglio fra fonti storiche senza citazione e fonti letterarie, proiettando ad una garanzia derivante dalla “tradizione popolare”. Notiamo dunque come grazie all’ estensione del patrimonio a qualsiasi forma di prodotto culturale verso la fine del XX secolo, la letteratura abbia potuto usufruire di elementi provenienti da diversi ambiti delle tradizioni culturali per patrimonializzarsi. All’interno della casatorre di Giulietta infatti, vediamo come venga messa in scena un'intera narrazione che opera sul registro evocativo che immerge i visitatori in un mondo in cui la tragedia dei due amanti viene ricomposta tramite le parole e le immagini (quadri medievali come quello di Angelo dall’Oca Bianca) con cui ci è pervenuta. L'obiettivo infatti non è dimostrare che Giulietta sia realmente esistita ma la presenza di questa storia d'amore nella nostra storia culturale. A questo scopo sono stati convocati la letteratura, la pittura, il cinema e tutte le arti che hanno partecipato all'ancoraggio dell'opera nella nostra memoria collettiva. Molto interessante a proposito di ciò è la scrittura di dediche d’amore sulle mura della casa, i lucchetti appesi alle grate (sanciti dal libro “Ho voglia di te” di Moccia) e la posta letta dal Club di Giulietta, che risponde alle lettere inviate alla posta dell’amore dell’eroina. Queste pratiche sono cominciate grazie al guardiano della tomba di Giulietta sin dal 1937, data della sua apertura, Ettore Solimani che aveva notato come i viaggiatori non cercassero un monumento ma un luogo che testimoniasse una storia d’amore: per questo aveva creato una scenografia fatta di rose e colombe bianche e che ascoltava le storie dei turisti dicendo “il segretario di Giulietta” etc… Questo fenomeno è cresciuto esponenzialmente dopo l’uscita del film “Letters to Juliet” di Gary Winik che ha portato all’istituzione del “Premio Giulietta”, il premio “Scrivere per amore”… L’uso di questi elementi centralizza i simboli dell’amore che produce la nostra cultura e li lega alla storia dei due amanti divenuta “il mito dell’amore”. Un altro elemento importantissimo è la statua di Giulietta dello scultore Nereo Costantini, creata nel 1972 sulla stregua delle parole di Romeo stesso a cui i turisti toccano il seno per buon auspicio, così da accogliere la storia di Romeo e Giulietta nei loro percorsi individuali. La casa in realtà, appartiene alla famiglia dei Cappello dal 1351 che la adibiva a diversi usi, affittandone alcuni locali come botteghe e vendendola fino al 1666 alle altre famiglie, in particolare a quella dei Rizzardi. Solamente a partire dall’unità d’Italia, periodo in cui si cominciò a cercare di diffondere un’immagine culturale unitaria del nostro paese e in cui Verona, volendosi liberare dall’egemonia culturale veneziana cominciò ad investire sulla “Verona shakespeariana”, portò alla sua valorizzazione, specialmente per il bassorilievo del cappello posto sulla chiave d’arco della sua entrata, che aveva dato fondamento all’appartenenza della casa ai Capuleti, per via della