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Riassunti, capitolo per capitolo, dell'intero libro.
Tipologia: Sintesi del corso
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Introduzione A partire dagli anni ’80 abbiamo visto lo svilupparsi di una forte pulsione memoriale: viene infatti riaperta la questione della memoria relativa alle grandi piaghe del secolo (la Shoah ad esempio), la questione della testimonianza e della liceità del ricordo etc… Questa esigenza di recupero e condivisione della memoria, collettiva ed individuale (le istanze autobiografiche) hanno portato al porre al centro del dibattito il patrimonio. Il patrimonio, ha diverse posture patrimoniali:
delle truppe di Alessandro IV.
senza mai aver visitato la città, a Fiorentino (particolarmente importante per il suo essere uno dei più grandi sovrani medievali che attuò un regno senza distinzioni di razza, sesso, religione). Il corteo, di anno in anno, inserisce nella manifestazione elementi sempre nuovi e mai definitivi, così da non negare solamente l’evento alla morte di Federico II. Inoltre, abbiamo una storicizzazione della festa volta a fissare nella memoria e nella storia del paese il corteo come tradizione a sè stante, divenendo una “memoria culturale” espressa attraverso le proiezioni delle annate precedenti. Prima della nascita del corteo, Fiorentino (località vicino a Torremaggiore) era un luogo pressoché disabitato e utilizzato solamente come campagna per momenti di svago. A partire dal 1982, tramite una convenzione stipulata tra l’Università di Bari e l’Ercole Francaise di Roma però, comincia l’esplorazione del sito archeologico di Fiorentino (da parte degli studenti delle università), avente l’obbiettivo di studiare e far conoscere la città medievale a sempre più persone, a partire dall’analisi dei reperti ritrovati. L’archeologia dunque, ha creato le condizioni per un nuovo rapporto sociale con la storia del paese: in maniera significativa infatti, il corteo prende atto a settembre, prima “mese degli archeologi” e successivamente “mese federiciano” nello slittamento dell’archeologia alla storia come disciplina di riferimento per l’innescarsi delle dinamiche culturali. Tuttavia però, abbiamo una battuta di arresto nel 1989, quando il proprietario del terreno di scavo lo vende al comune rivale della città di Lucera (anche se alla fine Torremaggiore lo riotterrà). Inoltre, sempre nello stesso anno, con la morte di Tommaso Leccisotti, intellettuale e autore del libro narrante la storia della cittadina “Monasterium Terrae Majoris” il comune di Torremaggiore
procede alla ristampa dell’opera, così da aggiungere alla passione archeologica degli studenti delle università precedentemente citate quella storica. Il Centro di attività culturali del paese prende il nome di Tommaso Leccisotti in maniera significativa e grazie all’idea di Ciro Panzone, studente di Bari ispiratosi ai cortei storici della sua città, idea nel 1984 il Corteo storico di Fiorentino e Federico II. Il corteo inizialmente era composto da pochi professionisti, nuova fascia della popolazione cittadina che sancisce il passaggio dalla generazione contadina ai figli di quest’ultima. Inoltre, grazie a questa nuova generazione assistiamo ad una collettività che fa storia per dotarsi di una continuità con un passato lontano e glorioso, non più attraverso le voci di poche famiglie colte, ma tramite la fascia media della cittadinanza. Viene inoltre anche rinnovato il diroccato “castello del principe” all’interno del quale sorge la Biblioteca comunale Michele De Angelis e soprattutto Museo dei reperti di Fiorentino. L’evento del corteo, in definitiva si nebulizza sulla città lasciando diverse facce, incrociandosi ad un’evidente ideologia patrimoniale:
negoziati originariamente anonimi si ristrutturano in uno stile medievaleggiante con l’insegna “Antichi sapori”).
sulle strade i nomi per esempio di Federico II o l’invitare Ciro Panzone nelle scuole quando si affronta il Medioevo e la storia locale del paese. —> La manifestazione storica (il corteo) in questo caso, vuole demoralizzare la storia locale e connetterla con la grande storia nebulizzandosi in diverse attività e pratiche: spettacoli circensi, convegni, pubblicazioni (come evidenziato dagli obbiettivi del Centro attività culturali di don Tommaso Leccisotti). La patrimonializzazione di Torremaggiore dunque, appare quasi riparare un torto subito nel passato, che avrebbe tolto ai nativi la capacità di usufruire dei propri beni. La trasposizione del sito in patrimonio infatti attira sulla località i benefici che per troppo tempo sono stati negati alla sua popolazione (che inoltre ora può accedere alla conoscenza della sua storia senza la mediazione delle grandi famiglie).
In definitiva, gli obbiettivi sono: garantire la permanenza degli abitanti nei trulli, assicurando il miglioramento delle condizioni di gita e permettere alla collettività di vivere il patrimonio artistico delle sue abitazioni.
L’inondazione lasciò una vera e propria catastrofe patrimoniale in quanto l’acqua entrò a Gabinetto Viesseux, agli Uffizi, nel Duomo, nella chiesa di Santa Croce distruggendo opere d’arte, manoscritti ma soprattutto libri. A causa dell’asciugarsi delle acque che asciò un’enorme quantità di fango che attaccatosi sulle cose era quasi impossibile da scrostare senza danno se non nell’immediato, causò il danneggiamento di un terzo del patrimonio librario della Biblioteca Nazionale. Determinanti per il recupero del matrimonio minacciato, in parte recuperato, furono le persone che presero parte al cordone umanitario (amplificato dai media e proveniente dall’Italia e dall’Europa) che arrivò spontaneamente a Firenze in pochissimo tempo per aiutare a salvare il suo patrimonio. Essi vennero soprannominati “gli angeli del fango” e avevano come idea comune il voler salvare un patrimonio universale che trascendeva i confini geografici. Sorprendentemente, furono dunque riconosciuti come salvatori di Firenze non tanto coloro che preservarono l'economia cittadina e che salvarono vite umane ma coloro che difesero il patrimonio culturale e artistico. Era infatti presente una gerarchia culturale degli aiuti che venivano dati. Per esempio, quelli dati nelle periferie vennero svalutati in voce dell’unione ideale che attuò la catastrofe nei confronti di Firenze, la sua arte e la sua cultura e i suoi abitanti. Vediamo infatti, come questi ragazzi, principalmente studenti, avessero due priorità: salvaguardare il patrimonio prima di tutte le altre esigenze materiali e la tutela del libro, oggetto che cristallizzava in sè tutte le declinazioni dell’emozione patrimoniale. Presto infatti, la pratica di salvataggio divenne un momento di esaltazione, in quanto rappresentava il prendere parte ad una tra le più importanti opere di salvataggio dell’umanità e poi successivamente, anche un momento di partecipazione ad un gesto collettivo che identificava un’intera generazione. La grande copertura mediatica, attivata anche dalla visita di Ted Kennedy e la fondazione CRIA (committenza per il salvataggio dell’arte italiana), portò inevitabilmente a portare luce solamente sulla presenza di una catastrofe da affrontare con la forza di solidarietà, mettendo in ombra le cause, in parte prettamente umane, che avevano causato la catastrofe, in quanto i lavori per mettere in sicurezza il fiume erano stati interrotti. Vediamo infatti come film come “Per Firenze” di Zeffirelli e “Il coraggio di Firenze” di Tannerà mettano in evidenza una catastrofe concepita e raccontata attraverso i simboli del patrimonio, del fango, della solidarietà e del sentimento di perdita che diviene motore per l’occultamento della responsabilità umana e la riaffermazione di un patrimonio universale. In questo caso, assistiamo ad una catastrofe, che paradossalmente si trasforma in un’opportunità, in quanto essa spinge gli uomini a “salvare il possibile” specialmente se riguarda il patrimonio che li circonda, spesso opacizzato dalla vita quotidiana. La violenza della natura e la forza della reazione del popolo, che mostra sul lato migliore, sono i due poli che costituiscono un discorso che utilizza le emozioni per cancellare ogni responsabilità umana e spostare l'attenzione sulla bellezza del patrimonio minacciato con quella dell'azione di salvaguardia. La rievocazione costante del sentimento di perdita (targhe con il livello dell’inondazione, “assente perchè inondato” nella lista dei libri etc…) si fa atto memoriale. In particolare, la memoria delle operazioni di salvataggio e della catastrofe che segue due binari: quello della collettività e quello delle istituzioni. Gli angeli del fango infatti, si riuniscono in un momento di rievocazione collettiva nei momenti associativi voluti dalle istituzioni per ricordare l’evento, in particolare la Giornata europea del volontario a Firenze, dalla valenza sia commemorativa che prospettica, in quanto in quell’occasione di richiedeva la mobilitazione di progetti riguardanti il futuro legati anche alla catastrofe (nuovi fondi per rendere sicuro l’Arno, autonomia della Biblioteca Nazionale per permetterle di ricercare fondi autonomi). In totale infatti, sono state create oltre 126 occasioni tra convegni, feste, cene (ma anche il censimento su internet del 2005 che invitava a raccogliere le proprie testimonianze) che permisero agli angeli del fango di rivivere quella mobilitazione che fu anche annuncio dei futuri movimenti del ’68. Siamo infatti davanti ad un’operazione di memoria culturale che fa di questa emozione patrimoniale, uno strumento per definire un segmento identitaria di una generazione intera a livello nazionale, europeo e internazionale.
Notiamo però, come, sebbene Pieve abbia avuto una rinascita culturale, l’Archivio abbia attuato un opera di caratterizzazione del territorio attraverso una delocalizzazione della memoria: l’archivio infatti, rimane uno spazio vitale che non lascia un segno tangibile della sua appartenenza in quanto può contenere documenti provenienti da tutto il mondo. Il 2004 ha rappresentato un anno fondamentale in quanto, sono state fatte coincidere la festa della Vergine con quella dell’Archivio, l’albergo di Pieve ha preso il nome di “Hotel Diario” e molte altre iniziative che hanno valorizzato il turismo nella città. Possiamo dire in definitiva, che l’Archivio diaristico nazionale ha modificato gli equilibri del borgo, giocando tra un andirivieni fra locale e globale.
sua opera sarebbe dipesa dalla sua capacità di costituirla come patrimonio comune e di legarla allo Stato, che si sarebbe preso l'obbligo di salvaguardarla (per il grande numero di denaro investito nella dimora, esso sarebbe stato costretto a proteggerla, strategia anticipata dallo stesso D’Annunzio). A partire dall’atto notarile che sancisce la cessione allo Stato nel 1923 e alla famosa frase all’ingresso della dimora “Io ho ciò che ho donato” si susseguono il divenire monumento nazionale nel 1925 e nel 1937 fondazione amministrata da un consiglio e un presidente nominato dal capo dello Stato. Al suo interno si creano mostre, pubblicazioni, conferenze etc… in quanto come lasciato scritto da D'Annunzio "tutto deve essere raccolto, custodito e vivere nel Vittoriale degli italiani”. In particolare l’opera “Visite a d’Annunzio”, ciclo di interviste attuate da Francois Huret, inviato da “Le Figaro” testimoniano una cronaca delle trasformazioni del luogo.