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Doamnda e risposte possibili all'esame di economia applicata. Le risoste sono state formulate con gli appunti presi a lezione, con ke slide messe a disposizione, con il libro suggerito dal professore Economia regionale il mulino R. Capello. Esame superato al primo appello con pieni voti.
Tipologia: Appunti
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Che cosa si intende per economie di agglomerazione? Cosa sono le economie di scala? Cosa si intende per economie di scopo? Descrivere l'economia interna e parlate diffusamente di una delle due forme Cosa si intende per economie esterne? Definite le economie di localizzazione e di urbanizzazione. Spiegate quale può essere il ruolo della struttura produttiva nel condizionare la performance e la crescita di un’economia regionale. Descrivete uno dei modelli secondo cui la crescita economica regionale è determinata dall’espansione della domanda di beni e servizi. Descrivete il modello dei distretti industriali. Descrivete un distretto industriale, commentate i suoi punti di forza e debolezza. Descritte l'analisi shift share è un suo potenziale utilizzo
1. Che cosa si intende per economie di agglomerazione? L'attività economica ha un ineliminabile dimensione spaziale, questa affermazione non deriva solo dal fatto che per produrre è necessario lo spazio ma deriva dal fatto che non tutti i territori hanno le stesse opportunità di produzione e di sviluppo, infatti la distribuzione disomogenea delle materie prime, dei fattori produttivi (capitale e lavoro), della domanda, impone alle attività produttive di scegliere la loro locazione, decisione che andrà ad influire in modo determinante sulla propria capacità produttiva e la loro posizione sul mercato. L'esistenza di economie di agglomerazione spiega la tendenza alla concentrazione spaziale , infatti con economia di agglomerazione si fa riferimento a tutti quei vantaggi economici che le imprese ottengono da una localizzazione concentrata vicina ad altre attività, come ad esempio: la riduzione dei costi di produzione per dimensioni di impianto elevate, presenza di servizi avanzati e specialistici, di capitale fisso sociale, presenza di manodopera qualificata, di conoscenze manageriali e produttive molto specializzate, di un mercato dei beni intermedi-vasso specializzato, tutti elementi la cui presenza o la produzione richiede un'elevata soglia critica di domanda.
I vantaggi che spingono le imprese a una localizzazione concentrata sono riassumibili in 3 categorie :
specializzati, acquisizioni di manodopera specializzata ed ampiamente disponibile, presenza nell'area di competenze specifiche, manageriali e tecniche.
Il processo cumulativo di concentrazione delle attività economiche nello spazio che scaturisce dalla presenza di questi vantaggi ( in una qualsiasi delle tre forme menzionate ) trova ostacoli in 2 elementi che spingono nel senso opposto ovvero verso localizzazioni diffuse. Il primo elemento riguarda la formazione di costi crescenti o diseconomie nell'area di agglomerazione, sia in termini di prezzo dei fattori meno mobili e più scarsi come terra ma anche lavoro, sia in termini di costi di congestione, inquinamento acustico atmosferico, criminalità, disagio sociale, che caratterizzano le grandi agglomerazioni; queste diseconomie si generano una volta raggiunto una certa soglia critica di attività sul territorio. Il secondo elemento è quello di maggiore interesse, che si contrappone al processo di concentrazione spaziale delle attività indipendentemente dal livello di agglomerazione raggiunto: la presenza di costi di trasporto. Infatti, in condizioni di concorrenza perfetta o monopolistica, di fattori produttivi perfettamente mobili, di materie prime e fisse e di domanda perfettamente distribuite sul territorio, l'esistenza dei corsi di trasporto può controbilanciare i vantaggi di agglomerazione a tal punto da dar luogo a una diffusione dell'attività sul territorio e ha una precisa divisione delle aree di mercato tra produttori, in cui ognuno risponde alle esigenze di un mercato locale. I costi di trasporto sono intesi in tutta la teoria della locazione in senso generico come tutti quegli elementi di frizione spaziale i quali rendono più appetibile una locazione che permette una distanza ridotta tra due punti nello spazio ad esempio tra luogo di produzione e mercato finale, come esempi di corsi di trasporto abbiamo: il costo economico dello spostamento quindi il costo puro del trasporto della distribuzione della merce, il costo opportunità in termini di tempo necessario per coprire la distanza utilizzabile per altre attività, il costo psicologico del viaggio, il costo e la difficoltà di comunicazione a distanza, il rischio della perdita di informazioni essenziali. Quindi l'esistenza dei costi di trasporto è essenziale in quanto costituisce l'elemento che differenzia lo spazio e ne giustifica la trattazione in termini economici. I costi di trasporto sono un elemento presente nello stesso concetto di Economie di agglomerazione, come costo di interazione e distanza: se il costo di trasporto fosse nullo, la stessa agglomerazione delle attività sarebbe inutile e non darebbe luogo ad economie. In questo senso l'economia di agglomerazione sono economie di prossimità , vantaggi cioè che scaturiscono dall'interazione tra soggetti economici grazie alla ridotta frizione spaziale che caratterizza localizzazioni concentrate.
Inoltre, la crescita dimensionale conferisce all'azienda un maggiore potere contrattuale nei confronti dei fornitori, consentendo di ottenere una riduzione dei prezzi medi di acquisto.
Infine, altri esempi di economia di scala si possono osservare negli acquisti in stock, i supermercati, ad esempio, traggono vantaggio dalle economie di scala acquistando grandi quantità di beni a un costo medio inferiore. Se un supermercato ordinasse solo 1000 pacchi di pasta, il costo medio per unità sarebbe elevato; al contrario, ordinare 10.000 riduce significativamente il costo marginale di consegna per unità.
3. Cosa si intende per economie di scopo? Le economie di scopo costituiscono una fra le tipologie delle economie di agglomerazione, che rappresentano il principio alla base dell’esistenza delle città e per le quali si intende la riduzione dei costi grazie alla concentrazione spaziale delle attività economiche. La concentrazione spaziale risulta una scelta efficiente poiché genera minori sprechi/costi alla crescita della scala (ovvero volume) di produzione. Esistono comunque dei limiti alle forze di agglomerazione, come i costi di trasporto, le diseconomie e i costi di congestione (all’aumentare della dimensione territoriale, i costi amministrativi e gestionali aumentano più che proporzionalmente e il prezzo dei fattori produttivi scarsi aumenta). Le economie di scopo sono diverse dalle economie di scala, seppur sono anch’esse interne e per le quali vale lo stesso principio di imprese più grandi che beneficiano di costi medi inferiori. Ciò avviene quando una grande impresa utilizza risorse esistenti (capacità produttiva) per diversificare nei mercati più o meno vicini e collegati. Si parla di economie che derivano dalla diversificazione dell'attività aziendale, ovvero dall’ampliamento del raggio di azione dell’impresa. Le economie di scopo si originano in differenti situazioni: - la produzione congiunta di due beni consente l'utilizzo completo di risorse materiali che rimarrebbero sotto utilizzate - un determinato processo produttivo realizza congiuntamente due o più prodotti secondo rapporti relativamente fissi - le conoscenze produttive sviluppate da un'impresa o anche l'immagine conquistata per un certo prodotto risultano utilizzabili vantaggiosamente per altri tipi di prodotti es. la Ferrari con il suo marchio e la sua capacità di sviluppare servizi commerciali di marketing possa essere esteso, non solo ad etichettare le proprie vetture, ma anche ad una linea di abbigliamento o altri beni che possono risultare interessanti per i consumatori
Le economie di scopo non sono nient’altro che economie di produzione congiunta. La produzione di due o più prodotti risulta più conveniente rispetto alla produzione separata di ciascuno di essi. Le economie di scopo si realizzano anche se la produzione congiunta avviene in stabilimenti separati. Se i prodotti sono molto legati, separandoli si rischia di perdere dei vantaggi. Un fattore produttivo molto importante è l’informazione: dunque, la produzione e la vendita di prodotti correlati, rispetto ai quali si hanno le informazioni, consente di ridurre i costi di produzione. Le economie di scopo sono molto importanti e utili nella pianificazione e nella direzione strategica della produzione di un’azienda, ma può verificarsi anche il fenomeno opposto, per cui la produzione congiunta di due o più beni o servizi può comportare un aumento del costo
medio. In altre parole, produrre questi beni separatamente sarebbe più vantaggioso per l’azienda. Quando questo accade, si parla di diseconomie. Un altro esempio è la San Benedetto , un’azienda che inizialmente produceva acqua, che ha utilizzato la propria rete di commercializzazione e distribuzione per iniziare a produrre altre bevande come i the. Inoltre, quando un’azienda ha un brand forte e consolidato, come nel caso della Ferrari , può decidere di utilizzarlo per vendere altri prodotti con lo stesso brand anche se molto differenti dalla produzione principale.
4. Cosa si intende per economie esterne? Le economie esterne costituiscono una fra le tipologie delle economie di agglomerazione, che rappresentano il principio alla base dell’esistenza delle città e per le quali si intende la riduzione dei costi grazie alla concentrazione spaziale delle attività economiche. La concentrazione spaziale genera minori sprechi/costi alla crescita della scala (ovvero volume) di produzione. Le economie esterne sono state studiate per la prima volta dall'economista Marshall. Indicano delle esternalità che sono localizzate, dando dei vantaggi dovuti al fatto che l'impresa sia in un determinato luogo, quindi da la possibilità di avvantaggiarsi di una serie di esternalità che sono in una qualche misura confinate in una determinata area che spesso chiamiamo distretto (distretti produttivi). Esse dipendono:
Le economie esterne determinano la concentrazione di imprese e attività economiche in quanto permettono:
Le economie di localizzazione , dette anche di specializzazione , sono dette economie (ovvero riduzione di costi) esterne alla singola impresa ed interne all’industria. Si tratta dei vantaggi derivanti per un’impresa dalla localizzazione prossima ad altre imprese operanti nel medesimo settore. Sono State definite per la prima volta dall'economista Marshall in un contributo del 1920 riferito ai distretti industriali inglesi, secondo Marshall le imprese andavano a localizzarsi in determinati luoghi piuttosto che in altri per 3 ragioni:
Questa classificazione presenta alcune limitazioni : si basa sul modello di produzione del 1800- 1900, caratterizzato dalla disintegrazione verticale della catena del valore, inoltre è un approccio statico che privilegia i vantaggi di efficienza rispetto ad elementi dinamici legati ai processi di apprendimento e di sviluppo.
Le economie di urbanizzazione , o di diversità o Jacobiane , sono dette esterne all’impresa ed esterne al settore. Esse rappresentano i vantaggi derivanti dai legami che si instaurano tra attività economiche per il semplice fatto di essere localizzate nella medesima area. Il luogo privilegiato da questa economia è ovviamente la città.
Sono specifiche dell’ambiente urbano e raggruppano 3 forme di riduzione dei costi:
Inoltre, le città tendono a presentare una struttura economica diversificata rispetto invece a territori più specializzati (Jacobs, 1969). Alcuni esempi di economie di urbanizzazione sono: concentrazione di input differenziati, mercato del lavoro flessibile e diversificato, vasto mercato per i beni finali, contatto con i consumatori per scoprire/capire meglio i loro bisogni, concentrazione degli interventi pubblici più importanti, terziario per imprese e famiglie, competenze diversificate (esternalità di conoscenza intersettoriali) , presenza delle tre T (tecnologia, talento e tolleranza)
In conclusione, si può affermare che la caratteristica di queste economie è la concentrazione di input differenziati, cioè di produzioni molto diverse e quindi abbiamo input molto diversi.
LA TEORIA DEGLI STADI E LE PRECONDIZIONI DELLO SVILUPPO → Si tratta di una delle più antiche teorie applicabili a territori di varie dimensioni, dalle Nazioni alle regioni, è la teoria degli stadi di sviluppo. La sua semplicità è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza: lo sviluppo regionale è rappresentato come un susseguirsi naturale di fasi, una successiva all'altra, ognuna delle quali caratterizzata da una produttività fattoriale e da un rapporto capitale/lavoro Crescenti, che spiegano il raggiungimento di livelli di benessere di ricchezza pro capite sempre più elevati. Questa teoria prevede 5 stadi: a) il primo è caratterizzato dall’autarchia , In cui il sistema economico locale è in condizioni di autosufficienza in un'economia di sussistenza: tutto quello che è prodotto è utilizzato per il consumo locale. b) Questa fase si può oltrepassare incominciando a specializzare , ossia creare alcune infrastrutture di trasporto per poter scambiare i beni agricoli e l’economia locale può specializzarsi nella produzione di alcuni beni primari. c) Tramite, poi, la fase di trasformazione dell'economia da agricola a industriale, grazie al decollo di attività industriali connesse alla lavorazione dei prodotti primari e alla necessità di una popolazione in crescita, queste attività industriali iniziano a svilupparsi, frequentemente sulla base di conoscenze e competenze importate dall’esterno. d) Successivamente, con la fase di diversificazione dell’attività manifatturiera, dovuta alla richiesta crescente di beni intermedi, alla crescita del reddito e alla conseguente comparsa di nuovi settori. e) Infine, con la fase di terziarizzazione , si raggiunge l’espansione del settore dei servizi in risposta ai bisogni di un settore industriale sempre più avanzato.
Gli elementi alla base di un percorso di sviluppo sono essenzialmente due:
Il ritardo di sviluppo e il permanere forzato in uno stadio possono derivare da:
Al modello degli stadi di sviluppo è utile affiancare l’analisi shift-share , la quale ci consente di capire perché alcune regioni si sviluppano e altre no in virtù della composizione settoriale. L'idea di fondo di questa teoria è che il tasso di crescita regionale sia influenzato da tre elementi: la struttura industriale , la produttività dei settori , la dinamica della domanda e delle preferenze dei consumatori. Il tasso di crescita locale non è detto sia in linea con quello nazionale, se il tasso di crescita locale è diverso da quello della nazione, allora yr = y + s* , dove: yr è il tasso di crescita locale, y* il tasso di crescita nazionale s il differenziale tra il tasso locale e quello nazionale, chiamato in letteratura SHIFT.
L’elemento Shift dipende da due componenti:
Questa concezione di spazio consente di recuperare uno dei principi ispiratori delle economie di agglomerazione, e di considerarle la fonte del processo di sviluppo locale. Si assume una concezione più complessa dello spazio , basata sulle relazioni economiche e sociali che si manifestano in un territorio; da qui nasce la definizione di spazio diversificato relazionale. Nelle teorie che analizzeremo si incontra una nuova concezione di sviluppo, assumendo una concezione di lungo periodo, identificando tutti quegli elementi tangibili e intangibili del contesto locale che ne definiscono la competitività nel lungo periodo e che permettono al sistema di conservare tale competitività nel tempo. Le teorie che qui si analizzano sono alla ricerca degli elementi che garantiscono processi produttivi a costi e a prezzi relativamente meno elevati; questi elementi sono identificati a volte in elementi esogeni al contesto locale, che nascono al di fuori dell’area e che sono trasferiti in loco casualmente o deliberatamente attraverso precise politiche a supporto dello sviluppo locale, e a volte in elementi endogeni , che si sviluppano nell’area stessa. Con le teorie di crescita esogena , si entra nell’ottica di uno sviluppo generativo, nel quale il tasso di crescita nazionale è il risultato della somma dei tassi di crescita realizzati dalle singole regioni.
La prima teoria che concepisce uno spazio diversificato-relazionale è la teoria dei poli di sviluppo , presentata nel 1955 da Perroux , secondo lui lo sviluppo non si verifica ovunque e simultaneamente, ma si manifesta in alcuni punti o poli di sviluppo con intensità variabile, e si diffonde per vari canali e con effetti finali variabili per il complesso dell’economia. Perroux elabora una teoria dello sviluppo locale che concepisce una crescita selettiva in alcuni punti dello spazio, nei quali è presente un elemento propulsivo che mette in moto il processo di sviluppo. Questo elemento è identificato nella presenza casuale nell’area di un’impresa dominante, detta industria motrice , chiamata così per la sua capacità di influenzare con le sue scelte di investimento, il livello di investimenti delle imprese a esse collegate. Di fronte a un’innovazione tecnologica dell’impresa motrice, che abbassa i prezzi del bene o ne aumenta la quantità, la domanda esterna del bene prodotto aumenta, stimolando un aumento della sua produzione, che a sua volta genera un polo di sviluppo. Questa teoria ha quindi in sé degli elementi importanti per l’interpretazione dello sviluppo, come l’importanza nel processo di sviluppo, delle infrastrutture, dei servizi e delle relazioni input-output tra imprese e tra settori, gli effetti positivi di una crescita della domanda sul livello di investimenti e i meccanismi moltiplicativi keynesiani del reddito. Ciò che cambia è l’ottica con la quale questi elementi sono concepiti: lo sviluppo è generato dal dinamismo di un’impresa e dai suoi legami con altre imprese. La teoria del polo di sviluppo manca di una dimensione territoriale.
Nel 1968 Boudeville si pone l’obiettivo di enfatizzare all’interno della teoria dei poli di sviluppo, proprio l’elemento spaziale, territoriale, definendo chiari confini geografici agli effetti positivi generati dall’attività dell’industria motrice, alla base dello sviluppo. Le 3 interpretazioni hanno una caratteristica in comune: l’elemento fondamentale del processo di sviluppo non è più come in Perroux la sola interdipendenza settoriale ma si deve aggiungere una concentrazione spaziale delle attività produttive sul territorio che determina l’effetto finale positivo. L’innovazione si manifesta in tempi e modi del tutto diversi nelle diverse aree, divenendo un’importante fonte di spiegazione della diversa capacità di crescita di una regione, una
fonte che riesce a spiegare il processo di crescita dell’output che non può essere direttamente attribuito a un aumento dei fattori della produzione, in presenza di equilibrio e rendimenti di scala costanti. L’innovazione ha un ruolo importante nella spiegazione della crescita. In un primo approccio si concepisce l’innovazione come fattore esogeno di sviluppo che attraverso canali e percorsi territoriali specifici, arriva in un territorio e in esso genera gli effetti positivi. L’interesse dell’analisi si concentra quindi sui modelli di diffusione spaziale dell’innovazione. Il più noto è quello di Hagerstrand , il quale contiene l’idea di fondo che lo sviluppo temporale di un’innovazione segua un andamento sigmoide, ad S, ben rappresentato da una funzione logistica e che le fasi del ciclo temporale debbano essere unite a quelle spaziali, dando vita a una diffusione spazio-temporale dell’innovazione in 3 stadi:
Nel modello i meccanismi che guidano la diffusione sono a carattere epidemico: la pura probabilità di contatto tra i soggetti che hanno già adottato l’innovazione e i potenziali adottatori spiega la diffusione dell’innovazione, assumendo che ogni potenziale adottatore abbia la stessa opportunità di adozione. L’uso di una funzione logistica è accettabile solo nell’ipotesi di uguale probabilità che i potenziali adottanti adottino effettivamente l’innovazione. L’elemento che rende inaccettabile quest’assunzione è l’elemento spaziale: esso infatti non trova in questo modello un ruolo significativo se non quello della pura distanza geografica tra adottatori reali e potenziali.
Griliches e Mansfield pongono l’attenzione sulle caratteristiche spaziali che determinano il processo di adozione, introducendo all’interno del modello di Hagerstrand l’idea che la diffusione spaziale dell’innovazione sia influenzata non tanto dalla distanza geografica tra gli adottatori quanto dalla distanza economica : livello di attività produttive presenti nell’area, livello di reddito, di consumi, di investimento possono spiegare facilmente la maggiore ricettività di un’area di adozione. Essi formulano una metodologia di analisi empirica della diffusione dell’innovazione in 2 stadi:
I limiti del modello dei distretti industriali:
Un ottimo esempio di distretto industriale è il distretto alimentare di Parma , Parma è famosa per prodotti tipici come il Parmigiano Reggiano , il Prosciutto di Parma, e altre specialità gastronomiche. Il distretto comprende la provincia di Parma e alcune zone limitrofe, nei quali si trovano allevamenti, caseifici, prosciuttifici e industrie alimentari, quindi comprende una vasta gamma di fornitori specializzati e la possibilità di avere costi di trasporto inferiori data la vicinanza. Il distretto combina tecniche tradizionali, tramandate da generazioni , con tecnologie avanzate per garantire qualità e sicurezza alimentare, questo evidenzia l’elevato senso di appartenenza e la cultura comune e la marcata specializzazione industriale dell'area interna. Sono presenti istituti di ricerca, come il Cibus Lab, e collaborazioni con l’Università di Parma, che offre corsi specializzati in scienze alimentari. Grandi aziende come Barilla, Mutti e Parmalat convivono con piccole imprese artigianali, mantenendo un equilibrio tra produzione industriale e artigianale. Il distretto integra tutta la filiera produttiva : coltivazione delle materie prime (grano, pomodori, latte), trasformazione e confezionamento, fino alla distribuzione. Il distretto alimentare è un pilastro dell'economia locale, generando posti di lavoro e attirando investimenti.