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Francesco Petrarca (vita, opere, ecc...)
Tipologia: Sintesi del corso
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La vita Nato ad Arezzo nel 1304, nel 1312 si trasferisce con la famiglia vicino ad Avignone, dove il padre lavora presso la corte papale di Clemente V. Tra il 1316 e il 1326 intraprende gli studi giuridici presso l’università di Montepellier e di Bologna. Dopo decise di tornare ad Avignone dove avviene l’incontro decisivo con Laura nella Chiesa di Santa Chiara l’alba del 6 aprile 1327. Dopo la morte del padre nel 1330, spinto soprattutto da ragioni economiche, decide di intraprendere la carriera ecclesiastica, diventando cappellano di famiglia presso il cardinale Giovanni Colonna e ottenendo così la possibilità di viaggiare in altre regioni d’Europa. Per circa un ventennio, dalla fine degli anni Trenta alla fine degli anni Cinquanta, vive a Valchiusa, non lontano dalla corte papale, seguendo l’ideale classico di otium che darà materia, più tardi, a uno dei suoi più importanti saggi morali, il De vita solitaria. Nel 1341 a Napoli riceve la laurea poetica in Campidoglio dalle mani del re di Napoli Roberto d’Angiò. I soggiorni in Italia, frattanto, lo portano a riflettere con amarezza sulle disastrose condizioni politiche in cui versa la penisola. Nel 1334 scrive a papa Benedetto XII esortandolo a riportare la sede pontificia da Avignone a Roma, come farà trent’anni dopo anche con Urbano V. Sostiene l’importanza di una renovatio (‘rinnovamento, rinascita’) che segni la fine del frazionamento politico. Appoggia l’impresa di Cola di Rienzo, il quale tenta di imporre a Roma un governo popolare che allontani dal potere le grandi famiglie aristocratiche romane ma la sua impresa si rivela fallimentare. Nel 1348 la peste nera falcidia la popolazione del continente. Muore Giovanni Colonna e muore, secondo quanto afferma Petrarca, anche Laura. Nel 1350 incontra a Firenze, per la prima volta, Giovanni Boccaccio: ne nasce un’amicizia che durerà fino alla morte del poeta, avvenuta ad Arquà nel 1374. LA PERSONALITÀ E LE IDEE A guadagnargli la laurea poetica furono i primi abbozzi dell’ Africa e del De viris illustribus, in quanto furono proprio le sue opere in latino ad essere amate nei circoli umanistici. Il confronto con gli autori latini e greci fu una costante della cultura di Petrarca che, a tal proposito, si fonda proprio sulla lezione umanistica dei classici,
recuperandone i valori civili e morali, e la dottrina cristiana rappresentata in Agostino, attento agli aspetti dogmatici ma anche a quelli etici e psicologico-interiori. Questo pensiero si riflette nel suo De ignorantia, in cui viene affermata la superiorità della filosofia morale sulle scienze naturali e, di conseguenza, la superiorità dei grandi filosofi classici (Platone, Cicerone) e cristiani rispetto a quella di Aristotele e dei suoi eredi che ne avevano travisato il metodo, riducendo la filosofia a semplice gioco intellettuale. LE OPERE LATINE -Scritto fra il 1339 e il 1342, l’ Africa è un poema latino incompiuto con cui intende rinnovare la grande tradizione dell’epica latina. È composto da nove libri, ma dovevano essere dodici come l’ Eneide virgiliana. Per farlo, sceglie di narrare un episodio glorioso della storia romana: la vittoriosa guerra di Scipione contro i Cartaginesi (III secolo a.C.), dalla prima spedizione in Africa alla battaglia di Zama al rientro trionfale a Roma. I modelli poetici a cui si ispira sono Virgilio e Lucano, mentre per quanto riguarda la storia segue soprattutto l’ Ab Urbe condita [libri] dello storico Livio. -Redatta a partire dal 1338, il De viris illustribus è una raccolta di 36 biografie dedicate ai grandi personaggi della storia romana rimasta incompiuto e dedicata a Francesco I di Carrara signore di Padova nel 1358. Nell'intenzione originale dell'autore l'opera doveva trattare la vita di personaggi della storia di Roma da Romolo a Tito, ma arrivò solo fino a Catone il Censore. In seguito, Petrarca aggiunse personaggi di tutti i tempi, cominciando da Adamo e arrivando a Ercole. Opera un confronto tra le varie vite, emendandole dagli errori e dimostrando un atteggiamento “laico” di fronte ai personaggi ritratti, apprezzati e lodati, più che per la loro funzione provvidenziale, per le loro virtù umane (il coraggio, la lealtà, ecc.). -Lasciata l’oggettività dell’epica e della storiografia, l’opera di Petrarca si orienta verso un più forte coinvolgimento soggettivo: il poeta riflette e parla di sé nel Secretum (intitolato in effetti De secreto conflictu curarum mearum , ‘Il segreto conflitto delle mie angustie’) composta tra il 1347 e il 1353. Per il contenuto si rifà alle Confessioni di sant’Agostino e per la forma ai dialoghi ciceroniani ed è articolato come un dialogo in tre libri tra il poeta stesso e Agostino al cospetto della Verità.
cuore ( Triumphus Cupidinis). Annoverato tra questi ultimi, Petrarca verrà poi liberato da Laura, simboleggiante la Pudicizia ( Triumphus Pudicitie), che cadrà poi per mano della Morte ( Triumphus Mortis). Petrarca scoprirà dalla stessa Laura, apparsagli in sogno, che ella si trova nella beatitudine celeste, e che egli stesso potrà contemplarla nella gloria divina soltanto dopo che la morte lo avrà liberato dal corpo caduco in cui si ritrova. La Fama poi sconfigge la morte ( Triumphus Fame) e celebra il proprio trionfo, accompagnata da Laura e da tutti i più celebri personaggi della storia antica e recente. Il moto rapido del sole suggerisce al poeta alcune riflessioni sulla vanità della fama terrena, cui fa seguito una vera e propria visione, nella quale al poeta appare il Tempo trionfante ( Triumphus Temporis). Infine, il poeta, sbigottito per la precedente visione, è confortato dal suo stesso cuore, che gli dice di confidare in Dio: gli appare allora l'ultima visione, un mondo al di fuori del tempo dove trionferanno i beati e dove un giorno Laura gli riapparirà, questa volta per sempre ( Triumphus Eternitatis). IL CANZONIERE Il Canzoniere , il cui titolo originale è Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta , è la storia poetica della vita interiore del Petrarca. Nel corso della sua vita, Petrarca raccolse più volte le sue poesie in volgare e le faceva circolare tra amici e corrispondenti. Il libro consta in tutto di 366 componimenti (considerando quello introduttivo "Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono"): 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali, alternate liberamente. È diviso in 2 parti: 263 testi in vita di Laura e 103 in morte di Laura (compianto e transitorietà delle cose terrene). I princìpi che guidano l’allestimento del libro sono la cronologia dell’amore di Petrarca per Laura (i ‘testi di anniversario’, scritti di anno in anno nella ricorrenza del primo incontro tra il poeta e la donna amata) e la continuità tematica (motivo della lode per gli occhi, o del dolore per la distanza dalla donna amata, o della morte di un amico). La celebre canzone alla Vergine chiude il Canzoniere su una nota di pentimento che richiama quella con la quale il libro si era aperto: «et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto» (‘e risultato della mia follia è la vergogna’). Il Canzoniere è così un libro di poesie d’amore le quali vennero però raccolte e ordinate da un autore che – ormai maturo –
ha allontanato da sé l’amore per le creature terrene e lo ha sublimato nell’amore di Dio. Vi sono alcuni sonetti politici denominati “anti-avignonesi”, perché scritti contro la corruzione della Curia papale che aveva sede ad Avignone, ma anche la celebre canzone all’Italia (128: Italia mia, benché ’l parlar sia indarno), in cui Petrarca deplora l’uso delle milizie mercenarie da parte dei principi italiani e invita questi ultimi, in perenne lotta tra di loro, alla pace. La poesia del Canzoniere riprende e rinnova la tradizione lirica dei siciliani e degli stilnovisti proponendo un modello che s’imporrà per secoli ai poeti italiani ed europei. Petrarca interpreta la lirica d’amore e si confessa, narra una reale esperienza d’amore in totale solitudine, senza porsi il problema del pubblico e limitando al massimo la ripetizione dei cliché cortesi. Per quanto riguarda il linguaggio della lirica, con l’avvento del petrarchismo non ci sarà più spazio per gli sperimentalismi, le audacie formali, i giochi verbali che avevano avuto largo corso nel Duecento. La lingua di Petrarca è omogenea, compatta nei toni. Con le allusioni alla Bibbia, ai classici latini, ai Padri della Chiesa, evita i tecnicismi che avevano adoperato i poeti-retori come Guittone d’Arezzo nel Duecento; inoltre, pur essendo limpida, comprensibile, non presenta nessuna caratteristica del linguaggio parlato: sulla medietas (‘medietà’) fonda un modello.