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Riassunto capitoli necessari all'esame di DECOLONIZZARE IL PARTRIMONIO, Sbobinature di Antropologia Culturale

Riassunto dei capitoli necessari all'esame di antropologia con la professoressa Breda, molto utili e semplici

Tipologia: Sbobinature

2022/2023

In vendita dal 21/09/2023

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siria-cardi 🇮🇹

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DECOLONIZZARE IL PATRIMONIO
1.NON PIÙ COM'ERA, NON ANCORA COME DOVREBBE ESSERE (no per esame)
La pandemia ci aveva avvicinati molto, portando l’europa ad avere degli atteggiamenti di condivisione e di
altruismo, ma appena abbiamo passato il periodo più difficile siamo passati a un atteggiamento del “mai
più come prima” a un atteggiamento del “come e più di prima”, evidenziando le contraddizioni soprattutto
nella gestione dei vaccini, che ha riproposto un atteggiamento neocoloniale; anche per quanto riguarda il
patrimonio culturale questo millennio ha provocato fratture e mutamenti, come la crisi del turismo,
soprattutto quello culturale, riducendo l’afflusso dei turisti si è andati contro le previsioni delle economie.
Nel nostro paese la pandemia non ha fatto che accedere ed evidenziare la fragilità di tutto il comparto che
gestisce il nostro patrimonio culturale e paesaggistico; il nostro paese ha un ritardo rispetto agli altri,
nonostante abbia la percentuale maggiore del patrimonio culturale mondiale, nelle percentuali di
partecipazione culturale fra i cittadini siamo molto in basso, anche perché “il Paese della bellezza” è
composto da patrimoni culturali del passato che rimane scisso dall’evoluzione delle nostre città, del
paesaggio e della nostra vita civile e sociale; questo libro esprime il rapporto fra patrimonio culturale e
colonialismi vecchi e nuovi, il tema è molto attuale e infatti noi dovremmo arrivare a una concezione
diversa degli studi, aggiungendo ad essi la coscienza collettiva.
La fase del colonialismo moderno che prenderemo in considerazione è il colonialismo che va dalla metà
del 19 secolo e i primi decenni del 20 secolo, fase che ha modellato il sistema nel quale ci troviamo noi
oggi; anche per il patrimonio la sua gestione è neocoloniale; negli anni recentissimi sono nati dei
movimenti di protesta come il Black Lives Matter, insieme a molti altri, che contestano le modalità coloniali
con cui continuiamo a vivere tutt’oggi; in italia grazie agli heritage studies e i postcolonial studies, oggi si
cerca di utilizzare il patrimonio come uno strumento di costruzione di una società multiculturale e
multietnica mente matura; parlare della decolonizzazione del patrimonio vuol dire evidenziare come
l’ideologia coloniale sia ancora pienamente attiva.
2.PROLOGO, GLI HERITAGE STUDIES (no per esame)
iniziamo dicendo che c’è una differenza fra il concetto di patrimonio culturale e l’inglese cultural heritage;
la differenza riguarda le tradizioni culturali diverse, il primo infatti è un concetto moderno e quindi legato
alla modernità, e deve ringraziare la Francia illuminista e rivoluzionaria, che trasformò il patrimonio
culturale dell’ancien régime in strumento per disinnescare le manipolazioni del potere e per affermare le
virtù della nuova classe borghese; Uso e Abuso si intrecciano e soprattutto quest’ultimo avrà un ruolo di
supporto alla costituzione dei miti delle origini e dell’identità delle nazioni.
Il patrimonio ha un alto ruolo in ambito culturale e quando verrà usato nel processo di affermazione
dell’egemonia culturale occidentale, sarà il momento in cui cominceremo ad associare al patrimonio
culturale tutto ciò che riguarda il sapere che ti procura del potere; il periodo post bellico è stato
fondamentale per lo sviluppo degli heritage studies grazie alla rinnovata necessità sociale; nel secondo
dopoguerra cominciano le operazioni di ricostruzione delle macerie fisiche e morali, recuperare il
patrimonio culturale assume grande importanza, basti pensare agli Angeli del Fango che nella Firenze del
1966 che sommersa dalle acque e dal fango dell’Arno, che si impegnarono per recuperare il patrimonio
artistico e librario della città arrivando da tutto il mondo per salvarla, iniziando a concepire il patrimonio
non come un valore che riguarda solo una popolazione o una nazione, ma tutti dovremmo considerare il
valore del patrimonio di ogni altra nazione; su questa sensibilità si sono basati anche la Convenzione
dell’UNESCO del 1972 per proteggere il patrimonio culturale e naturale, alla base del World Heritage List.
Negli anni Sessanta abbiamo visto anche l’allargamento del concetto di Patrimonio, andando a
considerare come tali anche tutti gli oggetti, gli edifici, i riti che indipendentemente dal loro valore artistico
possano essere considerati testimonianze materiali aventi valori di civiltà.
La Commissione Franceschini, del 1967, lavorò per tre anni e riuscì ad allineare l’italia alle correnti più
aggiornate del dibattito mondiale; altri ricercatori riuniti intorno a Andrea Emiliani hanno permesso, sotto
la sua guida, di trovare un nuovo modo di indagare i rapporti tra territorio, paesaggio e beni culturali,
all’interno di uno specifico contesto geografico e sociale, soprattutto cercando di sensibilizzare le
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DECOLONIZZARE IL PATRIMONIO

1.NON PIÙ COM'ERA, NON ANCORA COME DOVREBBE ESSERE (no per esame) La pandemia ci aveva avvicinati molto, portando l’europa ad avere degli atteggiamenti di condivisione e di altruismo, ma appena abbiamo passato il periodo più difficile siamo passati a un atteggiamento del “mai più come prima” a un atteggiamento del “come e più di prima”, evidenziando le contraddizioni soprattutto nella gestione dei vaccini, che ha riproposto un atteggiamento neocoloniale; anche per quanto riguarda il patrimonio culturale questo millennio ha provocato fratture e mutamenti, come la crisi del turismo, soprattutto quello culturale, riducendo l’afflusso dei turisti si è andati contro le previsioni delle economie. Nel nostro paese la pandemia non ha fatto che accedere ed evidenziare la fragilità di tutto il comparto che gestisce il nostro patrimonio culturale e paesaggistico; il nostro paese ha un ritardo rispetto agli altri, nonostante abbia la percentuale maggiore del patrimonio culturale mondiale, nelle percentuali di partecipazione culturale fra i cittadini siamo molto in basso, anche perché “il Paese della bellezza” è composto da patrimoni culturali del passato che rimane scisso dall’evoluzione delle nostre città, del paesaggio e della nostra vita civile e sociale; questo libro esprime il rapporto fra patrimonio culturale e colonialismi vecchi e nuovi, il tema è molto attuale e infatti noi dovremmo arrivare a una concezione diversa degli studi, aggiungendo ad essi la coscienza collettiva. La fase del colonialismo moderno che prenderemo in considerazione è il colonialismo che va dalla metà del 19 secolo e i primi decenni del 20 secolo, fase che ha modellato il sistema nel quale ci troviamo noi oggi; anche per il patrimonio la sua gestione è neocoloniale; negli anni recentissimi sono nati dei movimenti di protesta come il Black Lives Matter, insieme a molti altri, che contestano le modalità coloniali con cui continuiamo a vivere tutt’oggi; in italia grazie agli heritage studies e i postcolonial studies, oggi si cerca di utilizzare il patrimonio come uno strumento di costruzione di una società multiculturale e multietnica mente matura; parlare della decolonizzazione del patrimonio vuol dire evidenziare come l’ideologia coloniale sia ancora pienamente attiva. 2.PROLOGO, GLI HERITAGE STUDIES (no per esame) iniziamo dicendo che c’è una differenza fra il concetto di patrimonio culturale e l’inglese cultural heritage; la differenza riguarda le tradizioni culturali diverse, il primo infatti è un concetto moderno e quindi legato alla modernità, e deve ringraziare la Francia illuminista e rivoluzionaria, che trasformò il patrimonio culturale dell’ancien régime in strumento per disinnescare le manipolazioni del potere e per affermare le virtù della nuova classe borghese; Uso e Abuso si intrecciano e soprattutto quest’ultimo avrà un ruolo di supporto alla costituzione dei miti delle origini e dell’identità delle nazioni. Il patrimonio ha un alto ruolo in ambito culturale e quando verrà usato nel processo di affermazione dell’egemonia culturale occidentale, sarà il momento in cui cominceremo ad associare al patrimonio culturale tutto ciò che riguarda il sapere che ti procura del potere; il periodo post bellico è stato fondamentale per lo sviluppo degli heritage studies grazie alla rinnovata necessità sociale; nel secondo dopoguerra cominciano le operazioni di ricostruzione delle macerie fisiche e morali, recuperare il patrimonio culturale assume grande importanza, basti pensare agli Angeli del Fango che nella Firenze del 1966 che sommersa dalle acque e dal fango dell’Arno, che si impegnarono per recuperare il patrimonio artistico e librario della città arrivando da tutto il mondo per salvarla, iniziando a concepire il patrimonio non come un valore che riguarda solo una popolazione o una nazione, ma tutti dovremmo considerare il valore del patrimonio di ogni altra nazione; su questa sensibilità si sono basati anche la Convenzione dell’UNESCO del 1972 per proteggere il patrimonio culturale e naturale, alla base del World Heritage List. Negli anni Sessanta abbiamo visto anche l’allargamento del concetto di Patrimonio, andando a considerare come tali anche tutti gli oggetti, gli edifici, i riti che indipendentemente dal loro valore artistico possano essere considerati testimonianze materiali aventi valori di civiltà. La Commissione Franceschini, del 1967, lavorò per tre anni e riuscì ad allineare l’italia alle correnti più aggiornate del dibattito mondiale; altri ricercatori riuniti intorno a Andrea Emiliani hanno permesso, sotto la sua guida, di trovare un nuovo modo di indagare i rapporti tra territorio, paesaggio e beni culturali, all’interno di uno specifico contesto geografico e sociale, soprattutto cercando di sensibilizzare le

popolazioni che vivevano in quel contesto in modo da sviluppare dei comportamenti che possano essere intrinseci delle popolazioni; il patrimonio grazie alle loro ricerche comincia ad essere considerato come costruttore di identità collettive e promotore di consapevolezza civile e democratica; purtroppo dagli anni Ottanta in poi conoscerà un processo di devoluzione in questo ambito, mentre in altri paesi in quegli anni si svilupperanno le basi per gli Heritage studies, soprattutto nel territorio anglosassone e francese: in inghilterra vari convegni arrivarono a porre l’accento sugli aspetti sociali del patrimonio, facendo emergere una nuova interpretazione sull’uso del patrimonio culturale come fenomeno sociale, alcuni saggi importanti che ne derivarono sono: ● the invention of tradition (1983), di Eric Hobsbawm e Terence Ranger; patrimonio, soprattutto quello monumentale, considerato come uno degli elementi chiave della formazione dell'identità collettiva di una nazione, soprattutto fra 800-900, sottolineando il carattere simbolico di queste pratiche che sono moderne ma che si radicano in un passato molto lontano; ● the past is a foreign country (1985) di David Lowenthal; approccio molto simile con un indagine molto articolata sulle appropriazioni e le falsificazioni compiute nel corso degli ultimi due secoli, usando moltissima documentazioni; fu contestato per non avere una visione complessiva dei fenomeni analizzati; Un altro saggio importante nel panorama francese è Les lieux de mémoire (1984-1992) che distingue una memoria istituzionalista e le memorie collettive, considerando quest’ultime molto importante per la costituzione del passato di una comunità o di una nazione, sfuggendo dai limiti di un nazionalismo che ha escluso dai suoi studi il colonialismo. Una domanda molto comune che nasce negli anni Settanta e si realizza negli anni Ottanta, è quella che riguarda le riforme museali, alla ricerca di una nuova concezione di museo, new museology, in cui le mostre e le disposizioni delle opere potessero essere riorganizzate in modo da estendere sia la platea di visitatori, che l'estensione delle collezioni spesso monodirezionali, soprattutto in ambito dei musei etnografici perché si arrivava a una disposizione delle opere o comunque dei beni culturali in generale che sottolineano l’approccio razziale e coloniale. Nel 1986 ci fu il Congresso dell’Unione Internazionale per le Scienze preistoriche e Protostoriche (IUPPS) che doveva tenersi in Southampton, ma L’amministrazione Cittadina decise di escludere i rappresentanti del Sudafrica e della Namibia, come forma di protesta nei confronti dell’Apartheid; questo portò a una rottura e gli archeologi decisero di separarsi e riunirsi nella Word Archaeologica Congress (WAC) che sostituì il convegno dell’IUPPS; il primo WAC sancisce la nascita di un approccio all’archeologia in cui si riconosce il ruolo dociale e politico della disciplina, cercando di allargare la disponibilità e la conoscienza degli studi archeologici a più persone possibili; il WAP si tiene ogni 4 anni ed è aperto a tutti. Un altro testo importante risale al 1987 di Martin Bernal, Black Athena: The Afroasiatic Roots of Classical Civilisations (titolo non a caso) che sosteneva l’ipotesi che le radici della civiltà classica non fosse da collocare in quella greca, ma in quella egiziana e fenicia, di conseguenza la cultura occidentale deriva da quella africana; dalla metà degli anni Ottanta nascono i postcolonial studies , che fusero gli heritage studies e la new museology, il patrimonio non viene più considerato un'entità oggettiva da scoprire o identificare come tale; nell’ultimo periodo c’è stato un heritage boom che ha portato a una crescita del numero dei musei nel mondo (104.000 nell’ultimo report dell’UNESCO 2021).

3. IL PATRIMONIO DEL COLONIALISMO Come la storia in generale anche il patrimonio si è evoluto assumendo simboli e pratiche che si sono evolute con il tempo oppure diversificate a seconda della metropoli di riferimento; dal punto di vista “etico” i conquistatori spagnoli e portoghesi (in generale quelli europei) decisero di diffondere il messaggio cristiano ai “selvaggi” in modo che avessero la salvezza eterna, come se questo potesse giustificare quello che poi in futuro fu definito il genocidio più grande della storia dell’umanità; in questo stadio manufatti preziosi, statue. monete e reperti naturalistici andarono ad arricchire i tesori delle case reali o le collezioni di studiosi; agli oggetti si unirono anche gli esemplari degli stessi indigeni.

ricostruzione (che quindi molto spesso risultava non fedele e approssimativa) → risulta però molto vantaggiosa per i colonizzatori, i quali attraverso questo tipo di operazioni ottenevano un grande ritorno a livello di immagine, dimostrando il loro grado di cultura e potere sia nella propria patria che per gli abitanti delle colonie. Chiaramente questo tipo di interventi, oltre allo sfruttamento della popolazione per la manodopera, procurava anche grande scompiglio a causa dello sradicamento degli abitanti delle zone interessate e di conseguenza delle loro tradizioni e abitudini. 1884-85 apice di devastazione con scramble for Africa ovvero la spartizione dell’intero territorio europeo che da il via all’ultima fase delle spedizioni coloniali → brutalità del processo raggiunge livelli mai visti prima: small wars attraverso cui europei conquistano enormi territori, ma anche veri e propri genocidi → a seguito di questo periodo, ad oggi oltre il 90% del patrimonio mobile dell’Africa è stato esportato fuori dal paese. Le colonie vengono riformate nel modo di vivere e di pensare in base a quello occidentale, il quale sta a sua volta subendo le influenze da contatto con i popoli assoggettati → crea ibridazione e innesca un processo di simil globalizzante. L’AVVENTURA COLONIALE ITALIANA NEL 1800 Si inserisce nelle mire espansionistiche solo dopo il 1861, aderisce allo scramble for Africa nel 1884 , seguiranno poi due fasi di conquista molto intense ovvero la giolittiana e il ventennio fascista. Pur giungendo decenni dopo gli alti paesi, si impone in quanto discendente diretta dell’impero romano. Nella fase iniziale, in cui le incursioni militari italiane trovano un forte parallelismo con le truppe dei soldati romani, tutto ciò che non risultava essere derivante dall’Impero, poteva essere smantellato → successivamente si cominciò a mantenere le casupole del luogo, nel pensiero rinnovato il contrasto fra il degrado delle abitazioni locali e i monumenti degli avi romani , li avrebbe resi ancora più imponenti → ulteriore sostegno della tesi per cui i popoli selvaggi sono assimilati ai preistorici. Mussolini, il quale a lungo combatté per riportare il patrimonio romano in Italia, a sua volta è artefice di distruzione proprio della città di Roma per l’ingresso di Hitler del 1938 → Mussolini assimilava se stesso ad Augusto , così che i militari, addestrati nell’ottica di saccheggio e razzia tipici delle truppe romane, fossero effettivamente i seguaci dell’imperatore (proprio come Augusto fa importare una stele di 24 metri divisa in 5 parti → come era stato per volere di Augusto che fossero importati gli obelischi egizi, fra cui l ’Obelisco Flaminio di 25,5 mt in Piazza del Popolo). Mussolini sfruttò a suo favore l’esito delle missioni coloniali e delle operazioni di restauro là compiute → utile strumento di propaganda e allo stesso tempo bandiera della grandezza italiana nelle terre d’Africa. Fra le immagini di propaganda venne sfruttata la ritrovata Venere di Cirene, presente su volantini e cartoline in quanto simbolo della superiorità bianca. Razzismo e colonialismo rappresentano due aspetti inestricabili della stessa ideologia → quando nel 1938 l’Italia si trovò a doversi allineare con l’antisemitismo nazista (anno delle leggi razziali) si trovò a muoversi in un terreno già improntato sul pensiero di “razza pura” sia in patria che nelle colonie. Nel 1945, alla fine dell’esperienza coloniale, i paesi governati dall’Italia risultavano fra i più poveri di tutto il continente africano + il tasso di istruzione era quasi del tutto azzerato. IL TURISMO ARCHEOLOGICO I siti archeologici scavati e restaurati divengono meta per i turisti → aiuto di Touring Club Italiano ma le colonie non sono luoghi attrezzati ad ospitare turisti, non hanno strutture necessarie né ad alloggiarli, né ad intrattenerli. Esortare al turismo è comunque un metodo di propaganda = chi torna dalle colonie parlerà di come il Duce abbia salvato questi luoghi in abbandono e il relativo patrimonio. L’Italia sfrutta i musei in modo diverso dal resto dei paesi, non solo per vantare la discendenza dall’Impero Romano (di cui aveva, rispetto ad altre nazioni, diritto legittimo) ma soprattutto per esplicitare la grande potenza di conquista → il tipo di esposizione proposte

erano a carattere misto, ovvero presentavano oggetti, manufatti, fotografie, dipinti, riproduzioni in scala e testimonianze, ma soprattutto veri e propri esseri umani provenienti da quei territori (indigeni in costumi tradizionali, ma anche albanesi in periodi successivi) → le mostre in questo modo risultavano comprensibili persino alla fascia semianalfabeta della popolazione = non c’è singolo individuo che non sappia quanto sono grandi le imprese di Mussolini e del suo esercito. Una ulteriore funzione di questo tipo di esposizioni era dare conferma agli italiani dell’incredibile arretratezza dei popoli coloniali, giustificando agli occhi dei cittadini semplici queste azioni come eroiche → portano cultura a popoli selvaggi e ignoranti. MUSEI IN ITALIA A causa del carattere prevalentemente propagandistico i musei in epoca fascista non vissero un grande sviluppo, si preferirono sempre le esposizioni universali o i musei delle colonie → primo inaugurato a Rodi nel 1916. La propaganda fascista dichiarava apertamente i suoi intenti antischiavisti, pur proseguendo ad arricchire i musei proprio attraverso questi metodi. Il dispendio economico fu elevatissimo, mantenere le colonie, le opere di ristrutturazione, i musei in territorio italiano e estero portò all’Italia un ritorno quasi unicamente sotto il punto di vista propagandistico più che economico. CAPITOLO 5 – UNESCO, un patrimonio universale con un’anima occidentale UNESCO è una istituzione intergovernativa facente parte dell’ONU e fondata per risollevare le nazioni in seguito alla WW2 fra il 1945 e il 1946 → si fonda su ideali pacifisti e rispetto della giustizia e dei diritti umani. Uno dei campi di attività dell’associazione è strettamente connesso ai beni culturali, soprattutto il programma World Heritage List ovvero la lista dei siti di straordinario valore universale, istituito nel 1972. Gli obiettivi dell’UNESCO sono inizialmente due: a) Ricostruire il patrimonio monumentale devastato dalle guerre. b) Salvaguardare l’accesso universale al patrimonio. L’UNESCO in un primo momento, pur professando ideali del tutto diversi, agì come era stato precedentemente fatto dagli imperi conquistatori → tentativo di salvaguardare i bene e di alfabetizzare popoli delle colonie, aveva portato a prendere come linea a cui allinearsi proprio quella occidentale. Allo stesso modo è utile per esportare le tecniche di tutela dei beni e di restauro in stile occidentale. A partire dagli anni ’50 viene riconosciuta l’universalità dei beni a livello mondiale, che implica che la cura di essi non sia più un dovere unicamente del livello che lo ospita, bensì un dovere a livello universale → a sostegno di questo pensiero la missione per salvare le opere e i monumenti sommersi nella valle del Nilo. Di questa missione si parla con gloria ma non si sottolinea né la perdita del patrimonio minore, né le condizioni di lavoro delle squadre che hanno stravolto la vita dei locals + i paesi che avevano aderito al salvataggio ottennero dei cimeli come ringraziamenti = la situazione non era cambiata, i manufatti esportati riempivano musei occidentali. Si ripete in alluvione 1966 a Venezia e 1974 Mohenjo-Daro. 1972 elaborata la convenzione a protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale → UNESCO si afferma definitivamente come principale istituzione a livello internazionale nell’ambito della salvaguardia del patrimonio monumentale → tutti gli stati aderenti avrebbero potuto segnalare i propri siti al fine di inserirli nella World Heritage List → in vigore dal 1975 , prime adesioni nel 1978 → ciò nonostante a causa della complessità dei documenti di compilazione e dello status di povertà di alcuni paesi, la possibilità di fare richiesta non risultò uguale per tutti. Negli anni crebbe un grande dissenso per l’alta percentuale di adesione da parte dei siti europei → mantiene visione eurocentrica già citata = apparentemente mondiale

COMMUNITY ARCHAEOLOGY : partecipazione delle popolazioni locali nella ricerca stessa, arricchendo molto il risultato dell’iniziativa; purtroppo ancora negli anni Duemila si rischia spesso di cadere in atteggiamenti colonialisti, soprattutto quando si parla di capacity building e empowerment. L’aggressività della heritage diplomacy ha trovato anche delle resistenze come in Kathmandu (Nepal) che era stata invasa dalle organizzazioni internazionali per il terremoto del 2015 e solo dopo anni di contrasto i gruppi attivisti riuscirono ad allontanare le organizzazioni straniere almeno dai restauri dei siti religiosi, in modo da poter procedere ai restauri secondo le modalità volute dalle popolazioni locali; a parte questo incidente il rescue heritage si sta impegnando per aiutare i processi di restauro attraverso le ricostruzioni 3D, anche se per l’arco di Settimio Severo (che era stato distrutto durante un attacco isis del

  1. è stato ricostruito e mostrato ovunque perdendo però il significato del documento e andando a glorificare la tecnologia occidentale. Il concetto di patrimonio è eurocentrico e viene considerato tale anche dalle altre popolazioni; in ambito museale le istituzioni nazioneli sorte ex novo nel periodo postcoloniale o una riconfigurazione dei musei coloniali hanno sempre adottato meccanismi di riduzionismo culturale e storico dalle categorie coloniali, proponendo un'immagine delle culture locali filtrata attraverso le categorie di pensiero museale occidentale. IL TURISMO NEOCOLONIALE Il turismo concentrato sul patrimonio culturale rappresenta una delle forme di neocolonialismo più pervasive: prima della Pandemia il giro d’affari del turismo globale aveva raggiunto 9,2 trilioni di dollari annuali, andando ad alimentare quella che viene definita heritage industry , che ha portato anche i Paesi economicamente svantaggiati ad accettare spesso anche senza condizioni lo sfruttamento dovuto alle modalità di controllo delle mete e alle modalità di consumo, secondo le esigenze del tourist gaze occidentale; anche la musealizzazione era improntata a uso e consumo turistico. Il turismo culturale ha un grande impatto di industria pesante, ambientalmente e culturalmente insostenibile, sia perché la rendita deriva dallo sfruttamento delle risorse locali e va ad arricchire le compagnie, straniere, sia perché impone spesso modalità di uso del patrimonio estranee ai contesti sociali, come in Egitto dove intere comunità vengono deportate perché i propri villaggi sono su siti archeologici che non rispettano gli standard turisti. è bene ricordare che queste modalità vengono approvate e appoggiate anche economicamente dai Paesi postcoloniali. L’EUROPA IN CERCA DI UN PATRIMONIO COLONIALE Nel periodo alla fine del secondo conflitto mondiale, i paesi cercarono una nuova identità comune e un patrimonio comune dell’Unione, anche se negli ultimi decenni le crisi (come quelle dei migranti o del Brexit) hanno messo in discussione la propria sopravvivenza; la Cultura e il patrimonio culturale sono entrati a pieno nel processo di costituzione dell’Unione solo a partire dal Trattato di Maastricht del 1992, che hanno visto anche la creazione di fondi per il patrimonio culturale, che poi verrà un pò messo da parte per essere rispolverato negli ultimi decenni come strumento di dialogo interculturale e di inclusione sociale. Il patrimonio comune ebbe una storia molto travagliata, la ricerca portò nel 2011 il Parlamento e Consiglio Europeo lanciarono l’ European Heritage Label per rafforzare il senso di appartenenza all’Unione da parte dei suoi cittadini, specialmente i più giovani, creando una sorta di marchio distintivo per segnalare siti, documenti o monumenti che rappresentassero delle tappe fondamentali nella storia europea e allo stesso tempo costituire il Patrimonio Europeo. (nessuna dei siti rimanda a religioni che non siano quella cristiana o europea) Nell’ultima COnvenzione nell’ambito del patrimonio, Faro- 2005 , si è istituito un documento innovativo in cui si incorporano finalmente i concetti di multiculturalismo come valore da salvaguardare, quindi un primo passo verso il riconoscimento delle culture minori (senza ignorarle); Nel 2007 si creò la Casa europea

della storia ossia un luogo dove i cittadini europei potessero conoscere i tratti di una storia comune raccontata come insieme di paesaggi e memorie condivise; CAPITOLO 7 – Riusciranno i musei e le statue a sopravvivere alla colpa coloniale Anni ’90, ci si rende conto che musei non sono più al passo coi tempi, quindi si cerca un modo di rinnovarli → i paesi con storia più recente, Australia, Nuova Zelanda e USA fondano musei nuovi, inclusivi e multiculturali, come lo è la loro storia. I musei già esistenti etnoantropologici, vennero rinominati, a causa della nuova concezione altalenante del colonialismo, prima musei delle civiltà/culture extraeuropee e poi musei delle culture/civiltà del mondo → ruolo chiave UNESCO che promuove l’importanza della diversità culturale sia per contrastare le critiche sul pensiero eurocentrico adottato, sia per contrastare la globalizzazione. Qui pagine con esempi musei, non penso rilevante. REPATRIATION, UN PROCESSO INEVITABILE È necessaria una regolamentazione per la restituzione dei beni sottratti in periodi di dominio temporaneo, come per le colonie (per conflitti bellici si elabora in trattati di pace in genere). A partire dal 2000 molti musei hanno fatto appello alla “biografia degli oggetti” definendo la collocazione presso la propria struttura la fine di un percorso/storia che se prevedesse la restituzione si riaprirebbe. Molti musei si sono difesi dicendo che è la stessa collocazione delle opere all’interno di essi a render loro la giusta attenzione → conservate in musei noti che le tutelano e le hanno inserite in un percorso. Non pensiero comune di tutti però → presidente francese Macron nel 2018: stila un rapporto che prevede che le opere di provenienza africana presenti nei musei francesi debbano essere rese al fine di cessare la violenza coloniale → sottolineando però che la sola resa dei beni non potrà mai colmare i danni culturali commessi. In più si stabilisce che sta alla popolazione africana stabilire le regole e i luoghi di fruizione delle suddette opere, in base ai criteri per essi più congeniali → finalmente sottolineando che essi non debbano essere per forza allineati a quelli occidentali. Ciò nonostante aumentano le dichiarazioni di intenti ma le restituzioni concrete procedono con grande lentezza → la resistenza alla restituzione è legata per molti paesi alla paura che in seguito ad essa, i paesi ex coloniali possano avanzare ulteriori richieste pecuniarie di risarcimento. URBAN FALLISM Termine nato in seguito alla protesta, 2015 Sudafrica, Rhodes must fall che richiedeva la rimozione della statua di Cecil Rhodes in quanto politico inglese sostenitore di idee razziste. Ad essa, soprattutto in seguito agli eventi del movimento black lives matter, numerose sono state le richieste. Quindi per urban fallism possiamo intendere la richiesta, formale o tramite pensiero collettivo espresso attraverso la protesta, di rimozione di statue e simboli rappresentanti una data ideologia, religiosa o politica. Questa catena di azioni è stata definita come cancel culture ovvero un tentativo di damnatio memoriae a cui i più conservatori si sono detti del tutto sfavorevoli. Questa richiesta di rimozione viene vista come un tentativo a non incentivare atteggiamenti razzisti o schiavisti ancora oggi attuali = rimuovere un simbolo sostenitore di questa ideologia significa non supportarla più. I black lives matter hanno assunto come motto “remove, rename, respect” → queste proteste attivano nei cittadini una memoria storica, mostrando le statue ai cittadini sotto una nuova luce, dove un blocco di pietra spesso cela un vero e proprio ideale o simbolo.

CAPITOLO 8 – L’Italia postcoloniale e postfascista Italia non stigmatizza né cessa il

processo coloniale

fino agli anni ’50, anche dopo la WW2 infatti, con l’espediente di spartizione dei territori coloniali per evitare ulteriori conflitti, si continuò ad esercitare un dominio di tipo occidentale su di esse → soprattutto sul territorio africano, quello considerato il più arretrato per superare il periodo storico autonomamente. Ministero dell’Africa Italiana soppresso solo nel

CULTURAL e POSTCOLONIAL STUDIES: hanno affrontato su più fronti gli effetti culturali della globalizzazione, delle migrazioni all’omologazione culturale, anche se i decolonial studies furono coloro che rivendicava la necessità di un approccio non più solo teorico ma anche su basi epistemologiche non più solo occidentali; l’analisi degli heritage studies ci hanno ridisegnato negli ultimi decenni il concetto di patrimonio come colui che detiene un ruolo politico, con valori simbolici; parlare oggi di patrimonio culturale significa alludere a un sistema di oggetti, luoghi e relazioni dai contorni fluidi che si allarga a comprendere testimonianze anche non oggettive, culturali e anche intangibili; continuità dell’Occidente e dell’Unione Europea nella difesa della continuità coloniale. 2020 dalla Comunità Europea nasce il New European Bauhaus: il progetto cerca di connettere il Green Deal europeo alla sostenibilità e mira a trasformare i volti delle città europee per renderle più visibili e inclusive facendo leva sull’arte, il patrimonio culturale e il design (praticamente sottolineando solo il modernismo dell’Occidente). il G20 della Cultura svoltosi a Roma nel 2021 è la testimonianza più recente dei limiti politici e culturali di questa posizione, già a partire dalla scelta dell’ambientazione, il Colosseo che avrebbe dovuto sottolineare l’immagine dell’Italia come potenza culturale, ma è arrivata una romanità di un film hollywoodiano; il documento che ne scaturisce è un manifesto ripetitivo e generico di buone intenzioni in cui problemi culturali con il cambiamento climatico; decolonizzare il patrimonio, esercizio necessario a uscire dalle pratiche autoreferenziali e consolatorie che ci condannano a una gestione e uso del patrimonio che hanno basi coloniali; significa lavorare sul futuro, significa avere la consapevolezza della storia che può essere riscritta all’infinito.